Vai al contenuto

Ricordi storici: i fatti delle Calabrie nel Luglio ed Agosto 1860/XV

Da Wikisource.
XIV XVI
[p. 63 modifica]

XV


L’annunzio del verificato sbarco di Garibaldi, produsse un certo allarme in città, giacchè destava speranze nei suoi partigiani, che teneano certo il buon successo della rivoluzione, timori nei devoti alla casa Borbone, che dai fatti di Sicilia, e dall’aspetto delle preparate cose militari in Calabria prevedevano sciagure, timori infine negl’indifferenti, ed erano i più, che in caso di conflitto temevano la prepotenza soldatesca, essendosi, ad arte, fatta spargere la voce, che i soldati, vincendo, avrebbero dato il sacco alla città. Sicchè per le strade si vedeva un affacendarsi di gente dalle varie espressioni, secondo i varï sentimenti dell’animo, che ciascuno nutriva, chi pensava a rifugiarsi nelle vicine campagne, chi a nascondere gli oggetti di più valore, e chi a sorvegliare le mosse delle regie milizie per tenerne informato il dittatore. E tutti poi temevano danni dal castello, e dalla cooperazione della regia squadra in caso di conflitto, percui si pensò d’inviare una deputazione a Salazar, onde pregarlo a rispettare la città. Dapprima s’invitò per tal missione il nipote di lui, che copriva alta carica amministrativa, e al suo rifiuto, gli si presentò l’Intendente della Provincia sig. Bolani, a capo di altri tre cittadini del paese, egli li accolse con ogni cortesia, e pro[p. 64 modifica]mise di accontentarli. Ad uno della deputazione s’accostò il comandante del legno, che avea inteso ciò, che essi volevano, e gli disse «Non temete, che nò, noi non siamo croati.»

Gallotti, dopo d’aver confabulato con taluni del partito, fu il primo a ricoverarsi timidamente in castello, lasciando la famiglia in città in pegno di sua fellonia. Il Re segnalò da Napoli a Vial, che concentrasse le truppe, e riunisse in massa i varî distaccamenti in tanti punti disseminati, e marciare in forza contro l’inimico, che altrimenti potea sopraffarli in dettaglio, ma nulla fu fatto, anzi Dusmet domandò la cooperazione di Briganti, o che almeno avesse occupato Reggio, onde egli avesse potuto recarsi col suo reggimento sul luogo dell’avvenuto sbarco, e questi invece ripiegò sopra Villa San Giovanni, chiamando a se uno dei due battaglioni, che Dusmet comandava. Ed era necessità marciare in avanti sia per fazioni militari, sia per dar soccorso all’11.° battaglione cacciatori, maggiore De Lozza, sbarcato a Siderno, il quale cooperato da altre forze potea imbarazzare positivamente Garibaldi, attaccandolo alle spalle, invece vistosi solo in posizione compromessiva, non trovando ordini, nè avvisi senza speranza di soccorso, tenendo la via delle montagne, e schivando con molto accorgimento le masse garibaldine, raggiunse il quartier generale di Monteleone.

Garibaldi da parte sua padrone delle sue [p. 65 modifica]mosse pria dell’alba del giorno 20 partì da Melito, conducendo circa due mila uomini. A Lazzaro giunse verso le 8 a. m. e fece alto, trattenendosi a ricevere messi e partigiani inermi, che continuamente giungevano da Reggio. A sera si partì, Bixio comandava l’ala destra, Eberhard la sinistra, Garibaldi il centro, Bixio si tenne per poco sulla strada consolare, che abbandonò per evitare l’incontro della truppa, che potea trovarsi sulla linea. Garibaldi con Eberhard tenendo la via di Sant’Agata doveano sorprendere la città per lo Spirito Santo, e Bixio rimettendosi sulla consolare dovea accedere per le Sbarre, però le colonne regolarono la marcia in modo da giungere in città a notte avanzata.

Dusmet in quel giorno stesso, temendo di essere sorpreso dagli avversarï, andò a situarsi col suo battaglione all’uscita della città, senza oltrepassare il ponte del torrente Calopinace, che divide Reggio dalle Sbarre. In sul meriggio volle eseguire una perlustrazione, e giunse fino al torrente Sant’Agata, ove fece alto, e pria di risolversi ad altro gli pervennero notizie da Reggio partecipandogli aver l’Intendente saputo da un messo, che giungeva da Melito, Garibaldi essersi diretto per le montagne allo scopo di evițare Reggio, egli allora credette inutile ogni altra mossa progressiva, e ritornò indietro, lasciando colà la 3.a compagnia fucilieri, comandata dal capitano Turon. Ritornato riprese le posizio[p. 66 modifica]ni poche ore innanzi abbandonate, tenendo in esplorazione poche vedette di lancieri, di cui disponea. Colà passò l’intera giornata, ma ben presto s’avvide, che in caso d’attacco, era quella una posizione niente affatto militare e assai difficile a sostenersi, giacchè la truppa era esposta di fronte agli attacchi del nemico, protetto dai muri dei giardini vicini, e alle spalle da gente appostata nelle case specialmente della strada Archicelli. Quel punto d’ordinario sì frequentato, perchè da esso accedono in città tutti dei villaggi e paesi vicini, in quel giorno era affatto deserto, a lunghi intervalli passava qualche contadino appositamente mandato, che il colonnello s’affrettava a interrogare dei garibaldini, che tutti dicevano essersi diretti per le montagne. Egli il tenne per vero, e a sera verso le 8 e mezzo p. m. rientrò in città, però sospettando sempre qualche tranello voleva prender posizione sulla spianata, che sta innanzi al castello, ove avrebbe potuto ripararsi in caso di attacco notturno, o di rovescio, ed essere sempre in grado di battersi a luce chiara, se le sue forze il consentivano, o di difendersi finchè non fosse stato soccorso dalla truppa scaglionata da Villa San Giovanni a Monteleone. Gallotti invece gli ordinò di accampare al largo del Duomo, nè valsero le sue rimostranze a persuaderlo, che ivi potea essere per tre vie sorpreso dal nemico, pria di vederlo, molestato dalle case, che lo cir[p. 67 modifica]condano, nè sviluppare le sue forze, o manovrare l’artiglieria, dovette ubbidire. ― Colà piazzò in colonna le sue cinque compagnie, due cannoni innanzi al palazzo De Blasio, due sul Corso, con poche sentinelle, la più avanzata allo sbocco della strada detta di Sant’Agostino, quasi vicino al posto della guardia nazionale, ma senza alcun’altra precauzione militare.

Taluni individui compromessi nella rivoluzione, gli si accostarono sotto aspetto d’amicizia ad esplorare le sue intenzioni, e a fargli intendere che Garibaldi evitava la città. Sul tardi sua sorella l’avvertì con un biglietto di stare all’erta, perchè nella notte sarebbe stato assalito, egli lesse l’avviso, e lo conservò nel suo portafoglio senza darsene pensiero, convinto dalle false notizie appurate, che quella notte sarebbe passata tranquilla, tanto che ad un suo amico, che l’interrogò sul proposito, rispose ― Sta tranquillo Garibaldi non viene in Reggio, se ne va per le montagne. ― E in tale sicurtà si riposò spensierato su d’una sedia a bracciuoli nel portone del palazzo Ramirez.

Il duomo situato nella parte meridionale della città è uno dei pochi edifizï antichi, non interamente distrutto dal memorando tremuoto del 1783, per cui sta in linea trasversale in faccia alla piazza, che porta il suo nome. Questa nella parte orientale è circoscritta dal Duomo, e dal palazzo arcivescovile, che forma angolo, e [p. 68 modifica]poi si unisce col palazzo De Blasio, verso scirocco e borea dai palazzi Ramirez e Tomasini, nella parte occidentale dal Corso. In questa piazza non molto ampia nè regolare, e così circoscritta, per ordine del generale Gallotti si trovava chiuso Dusmet coi suoi soldati, i quali, formati i fasci d’armi, s’erano abbandonati al sonno.

La critica posizione di Dusmet era un gran vantaggio per gli assalitori, ma egli potea ritirarsi coi suoi nel castello, e di là a giorno chiaro uscire ad affrontare l’inimico, o protrarre la difesa finchè non fosse giunto soccorso. La sua lealtà facea prevedere tutto ciò, l’idea quindi di sbarazzarsene.

All’uopo furono introdotti due individui nel portone del palazzo Ramirez, ove Dusmet riposava, li agevolò il guardaporta Federico Raspaolo, antico gendarme, e uno dei più solerti agenti del comitato. A notte avanzata furono spenti i fanali, e la città rimase sepolta nel silenzio, e nel buio. ―