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Ricordi storici: i fatti delle Calabrie nel Luglio ed Agosto 1860/XVI

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XVI


Era l’una dopo la mezzanotte, tutto taceva, i soldati riposavano tranquillamente, quando un leggiero mormorìo s’intese, che progrediva dalla parte della piazza San Filippo verso il largo del Duomo. ― Erano i garibaldini di Bi- [p. 69 modifica]xio, che entravano in città guidati da paesani. Alle Sbarre e propriamente alla chiesa San Giorgio s’erano divisi in due colonne, l’una per la strada superiore traversando il torrente, entrò per la via detta Archicelli, e si diresse pel Crocifisso e la strada Sant’Eligio, l’altra penetrò per la strada consolare.

Le due colonne si congiunsero alla piazza San Filippo, e di là divise in due linee entrarono sul corso rasentando le case laterali. Ivi le guide additarono loro la piazza del Duomo, ove i soldati riposavano, e sparirono, dimodochè essi ignari del luogo camminavano lenti e circospetti coi fucili in bilancio, mormorando = Viva l’Italia, viva Garibaldi. Questa colonna dovea all’improviso sorprendere la truppa addormentata, e gli altri irrompendo dalla straduzzola, che da San Filippo conduce alla piccola strada dell’Arcivescovado dare addosso ai soldati, posti nello stesso largo innanzi ai palazzi Arcivescovile e De Blasio. Se la sentinella postata all’angolo della strada detta di Sant’Agostino si fosse accorta di loro, avrebbe subito dato lo allarme, ma essa li scambiò per guardie nazionali, e una mano tra’ più arditi garibaldini profittando del suo errore si spinge innanzi, la sorprende, la circonda, la disarma, prima quasi che se ne fosse avveduta. Le guardie nazionali abbandonarono il posto, cercando ognuno di mettersi in salvo all’avvicinarsi del pericolo. I garibaldini [p. 70 modifica]procedendo innanzi lentamente tentavano di sorprendere nello stesso modo l’altra sentinella, situata a circa trenta passi dalla prima, vicino allo sbocco dell’altra strada, detta ora delle Caserme. Ma in questo mentre s’ode lo scalpitio di un cavallo, era un lanciere d’ordinanza, che veniva alla volta di San Filippo. D’un tratto quel soldato si trovò in mezzo ai garibaldini, i quali gl’impongono, e nel tempo stesso lo pregano d’arrendersi chiamandolo fratello, egli non risponde, impugna la pistola e tira contro il primo, che gli si era parato d’innanzi, poi la lascia e stringe l’elsa della sua sciabla, ma non giunse a trarla fuori, che una scarica di fucilate lo colpì, e cadde vittima del suo coraggio.

Ma ciò fu un istante, alle prime fucilate i soldati si destano, le sentinelle fanno fuoco, e dando l’allarme ripiegano sui loro compagni, il colonnello Dusmet balza in piedi, e dice tradimento.... poi grida colla sua maschia voce l’allarme, e comanda. — Artiglieria in avanti.... e già si movea per incoraggiare col suo esempio i soldati, quasi sorpresi, ed ordinarli alla pugna, quando una fucilata partendo dall’atrio del palazzo Ramirez lo colpisce nel ventre. Egli non cadde, ma s’afferrò colle braccia ad una delle colonne del portone, e per quanto gliel permettea il dolore, ripetea di tratto in tratto = Viva il Re = La nuova della sua ferita si sparge trai soldati, lo sente il figlio giovane ventenne, sot[p. 71 modifica]tuffiziale allo stesso reggimento, accorre in soccorso del padre, ma appena gli è vicino un altro colpo partendo dal punto stesso d’onde s’era tirato contro il colonnello, lo colpisce, e lo stende a terra ferito. — Così quei due sicarï poterono dire d’aver compiuto il loro mandato togliendo ad un tratto due individui ad una stessa famiglia, a quella truppa il loro capo bravo e intelligente. Chi uccise il colonnello Dusmet sopravvisse appena di pochi mesi alla sua vittima, è già passato al giudizio di Dio!.. era giovane fornaio, alto, magro, sparuto.

Intanto al rumore delle fucilate, alle grida d’allarme date dal colonnello, i soldati corrono alle armi, e gridando viva il Re, rispondono con fuoco di fila all’attacco dei garibaldini, che da parte loro gridavano — Viva l’Italia, viva Garibaldi. — Vicino al palazzo Ramirez, dalla parte, che guarda il Corso, era stato piazzato un picchetto di venti uomini, che forniva le avanzate. Questi all’allarme dato delle sentinelle, tennero testa ai garibaldini, dando il tempo ai loro compagni di brandire le armi, che tenevano ai fasci, e ad essi dovè la truppa, se non fu sorpresa immersa ancora nel sonno. Uno fra loro accorgendosi, che si apriva un balcone, credendo fosse gente, che colà si affacciava per tirare sui compagni, sparò a quella direzione, era una povera donna che spinta dalla curiosità accorreva per vedere che fosse quel tramesțio di voci, [p. 72 modifica]e poi quello scoppio di fucilate, e vi trovò la morte. Colpita in fronte cadde esanime a piè del marito. Gli artiglieri guidati dal loro bravo capitano, accorsi ai pezzi, già piazzati dalla sera sul Corso, eseguono diverse scariche contro i garibaldini, che si stringono alle mura per isfuggire i colpi della mitraglia. Gli assalitori fatti più numerosi, profittando della confusione in che trovavasi la truppa, sorpresa da quell’attacco notturno, si slanciano sui cannoni, ma la mitraglia li sgomina, la fucileria li respinge, la baionetta fa il resto, ma respinti resistono, e se i soldati combattono con accanimento e con bravura, essi si battono con coraggio, però mai durante il combattimento riuscirono ad affacciarsi al largo del Duomo, il continuo trar di mitraglia e il fitto schioppettio della truppa li tenne lontani. Mentre così la zuffa s’era attaccata sul corso, e nel largo del Duomo, ov’era concentrata la più parte di quella milizia, sempre in disordine, perchè il luogo mal si prestava a poter spiegare le sue forze, come Dusmet avea preveduto; una porzione degli assalitori irrompe per la straduzzola dell’Arcivescovado, onde colpirla alle spalle, e ai fianchi. Ma innanzi ai palazzi De Blasio e dell’Arcivescovo v’era già postata alquanta soldatesca, che custodiva la bandiera, e due cannoni, i garibaldini cercano d’imposessarsene, i soldati s’ostinano a difenderla. S’appicca zuffa accanita, bruciate le prime cartucce [p. 73 modifica]si combatte corpo a corpo, i combattenti si attaccano e si difendono alla baionetta, e rotta questa voltano i fucili per servirsi della mazza, terribile clava in mani robuste. Ma i garibaldini non ottengono l’intento, per quanto si fossero sforzati, riesce loro impossibile procedere innanzi, venticinque di essi caddero uccisi, i più trafitti da baionetta, gli altri respinti non ritentarono attacco, accontentandosi di offendere colla fucileria, e da lontano la truppa.

Il tenente colonnello Zattera, che sostituisce Dusmet nel comando, si sforza a tutt’uomo d’incoraggiare i suoi, e di ordinarli per passare dalle difese alle offese, ma non può riuscire, egli stesso è ferito, e più gravemente che lui il maggiore Aletta, feriti altri bravi uffiziali, che non si risparmiano per incuorare i soldati. La lotta durò poc’oltre mezz’ora, sin verso l’alba s’intese un lento trar di moschetto, tra qualche posto isolato, perciò in varï punti della città, e se la truppa non potè sopraffare gli aggressori, riuscì a tenerli in rispetto. Il Maggiore Aletta inabilitato alla pugna fu il primo a ritirarsi in castello seguito da pochi soldati. Zattera visto infruttuoso il combattere, senza scopo la resistenza, quando non avea potuto ordinare le compagnie per attaccare, con probabilità di buon risultato, il nemico, ordinò la ritirata. Il buio, le grida dei combattenti, il lamento dei feriti, il rumore delle fucilate impediva di potersi vedere, [p. 74 modifica]o sentire, sicchè l’ordine della ritirata non inteso nè propagato tra quella milizia, fece si che questa fosse eseguita nè ordinata, nè da tutti. Il tenente colonnello con quanti avea potuti raccorre intorno a se marciò pel corso, e per la salita Amalfitano salì al castello, altri riuscirono allo stesso punto marciando per la strada della porta piccola del Duomo, altri, poco meno d’una compagnia, sbandatisi presero la via di Gallico, e poi si unirono alla brigata Briganti, altri rimasti a loro stessi restarono a tiragliare ancora nel largo del Duomo, finchè accortisi della ritirata l’eseguirono anch’essi in disordine e alla spicciolata, benchè non seguiti dalla massa dei garibaldini, ma molestati solamente da quei pochi, che si erano appostati nelle case laterali al corso, e più nella vecchia casa Melissari alla salita del castello. Per tal ritirata rimasero abbandonati i feriti, abbandonato il colonnello Dusmet, che i suoi soldati aveano trasportato a braccia nel palazzo arcivescovile, abbandonati i cannoni. Il capitano d’artiglieria, che con i suoi pezzi avea fatto risentire molto danno al nemico, lasciato dalla fanteria, vide, che non potea da solo sostenersi, per cui attaccò i muli ai cannoni, e cercò anch’egli una ritirata. La strada, che mena al castello troppo ripida non gli permise per allora di potersi unire alla truppa, errò pel corso, scese alla marina e riflettendo, che se attaccato, solo com’era sen[p. 75 modifica]za fanteria, potea perdere i pezzi, per altra strada ragiunse, verso l’alba i suoi compagni.

I soldati s’erano ritirati non vinti, tanto che il nemico, mai accostatosi dappresso in quella notte, non osò di seguirli, o molestarli, sorpresi nel sonno pugnarono ciascuno per se, disordinati dal principio della mischia, riuscì quindi impossibile al buio ricomporre le ordinanze, per eseguire evoluzioni d’attacco. Un combattimento notturno, quando si può sorprendere l’inimico, riesce sempre vantaggioso per chi assale, che se non altro ottiene la confusione negli avversarî. I soldati, che leggerissimo danno aveano sofferto, giacchè soli otto cadaveri lasciavano sul largo del duomo, si ritirarono senz’essere astretti dalle forze nemiche, che in quella sorpresa, credettero numerose, e nella speranza di riprendere la dimane il combattimento coll’aiuto di nuove forze, qual’era l’atteso arrivo della brigata Briganti. I garibaldini, anzichè molestare la truppa, si ritirarono anch’essi nella piazza San Filippo, distendendo un cordone lungo la strada Sant’Eligio, e molti appostati nelle case, che sorgono da quella parte lateralmente al Corso, rimasero nei balconi, d’onde aveano tirato sui soldati durando ancora il combattimento. Anche essi attendevano il giorno per sostenere l’attacco della soldatesca coi compagni, che guidava Garibaldi. Gallotti non volle aprire le porte del castello alla truppa, dimodochè dovette accampar[p. 76 modifica]si sulla spianata attendendo il giorno per entrarvi, decisa ad una lotta accanita, nella speranza di rinnovare con vantaggio la pugna, e vendicare i compagni uccisi, o feriti.