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Ricordi storici: i fatti delle Calabrie nel Luglio ed Agosto 1860/XVII

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XVII


A giorno ricominciò la pugna, Gallotti allora aprì le porte del castello, ed i soldati vi entrarono prendendo posto sulle batterie, e dietro i parapetti. I garibaldini da parte loro s’erano situati sulle alture, che stanno a cavaliere della città, per controbbattere il fuoco della truppa, dai balconi dalle terrazze, dagli angoli, dagli svolti delle strade si tirava contro i difensori del castello, che rispondevano con fuoco nutrito, ma con più effetto, che gli aggressori, e le grida di — Viva il re — ripetute di tratto in tratto da quella guarnigione erano segno dell’atterramento d’un nemico. L’artiglieria però non otteneva alcun risultato dai suoi spari, perchè gli artiglieri abbandonati dai loro uffiziali tiravano a caso, e quei proiettili cadevano per lo più in mare o nel letto del fiume.

Gli uffiziali anzichè secondare l’ardore dei soldati li abbandonarono a loro stessi. Il generale Gallotti, che avea lasciata la famiglia in città in pegno di sua fellonia, se ne stava sdraiato su d’un materasso nella camera del custode. Il [p. 77 modifica]comandante del forte maggiore Jannuzzi intelligente uffiziale ma timido, non si arbitrava di dare da se un ordine credendo di dover dipendere dal generale. Gli uffiziali d’artiglieria tenente colonnello Masono, e capitano Barca, invece di dirigere gli artiglieri, che di ciò solo difettavano, s’erano ritirati in un magazzino di viveri, insieme al commissario di guerra Bozza, e al maggiore Renner del genio. — I Padri Gesuiti, che fin dalla nuova dello sbarco di Garibaldi in Melito, s’erano ricoverati in castello, allora nel momento dell’attacco, mentre colla voce incoraggiavano i soldati a resistere, prestavano ogni cura possibile ai feriti.

Ma non al solo castello, erano dirette le mire degli aggressori. All’estrema parte meridionale della città trovasi costruita una batteria a mare, detta forte nuovo, o forte a mare. È un piccolo castello, cinto di un fosso, con ponte a levatoio, armato di sette cannoni, con parapetti per la fucileria, fu costruito sotto il regno di Murat. In tali condizioni, quel piccolo castello poteva essere ben difeso dal pugno d’uomini, che lo guardava contro la debole aggressione garibaldina. Ma esso era comandato da un uffiziale devoto al generale Gallotti, il tenente Luigi Avena, il quale fece vedere, che avea missione di consegnarlo agli aggressori, non già di difenderlo. Di fatti al primo apparire di pochi garibaldini, e fu verso l’alba, egli l’arrese senza bru[p. 78 modifica]ciare una sola cartuccia, facendo anche consegnare le armi ai soldati. Questi raggiunsero in castello i loro compagni, e il racconto di tanta viltà crebbe il dispetto, e la diffidenza, che essi già nutrivano contro i loro superiori.

Il carcere provinciale detto di S. Francesco era custodito da forza mista di guardie nazionali e truppa. Quelle erano comandate dal Signor Domenico Genoese Zerbi, questa dal tenente Della Noce, giovane ed inesperto uffiziale, di fresco promosso. All’ora in cui i garibaldini stavano per penetrare in città, i comandanti di quella guardia Genoese Zerbi, e Candeloro avvertirono l’uffiziale di dividere dalle guardie nazionali i soldati, per evitare qualsiasi dispiacevole incidente, così fu fatto, i soldati di sentinella furono richiamati dall’interno delle prigioni, e tutt’insieme stettero nel numero di diciotto nell’androne del carcere. Verso l’alba comparvero dalla parte delle Sbarre inferiori un centinaio di garibaldini, comandati da un maggiore, che le guardie nazionali accolsero fraternamente, la truppa stette al suo posto. All’invito di ceder le armi quel giovane uffiziale si diniegò, ma vista l’impossibilità di resistere accondiscese a togliere le baionette dai fucili, e consegnare le munizioni. Ciò fatto, quei soldati furono condotti come prigionieri nel quartiere di S. Agostino.

Gli altri garibaldini rimasti al carcere dettero la muta alle guardie nazionali, che quel [p. 79 modifica]maggiore invitò a postarsi agli angoli delle strade per tirare contro i difensori del castello, ma ben pochi ubidirono.

Ricominciato il fuoco la squadra forte di sette legni, comparve in atto minaccioso di fronte alla città, stette alquanto inoperosa, e poi come se avesse voluto coadiuvare la truppa, accostatasi al lido lanciò diversi colpi, innocui per gli aggressori, chè la più parte di quei proiettili caddero nell’alveo del torrente Calopinace. Ma poi come se quei legni avessero avuto altro mandato, sotto aspetto d’impedire altri sbarchi lasciarono il lido reggino e si dispersero pel faro. Eppure lontani dal luogo del combattimento avrebbero potuto giovare alla causa regia, se avessero voluto esser fedeli alla propria bandiera. Alla guarnigione della cittadella di Messina s’erano chiesti mille uomini, per soccorrere più prontamente i difensori della città, e quelli alla prima notizia dell’attacco di Reggio, erano già pronti a volare in aiuto dei loro compagni, sotto gli ordini del Colonnello Cobianchi. Con tale aiuto potevano quei del castello respingere gli assalitori, anche senza la cooperazione del generale Briganti, ma indarno dalla cittadella si chiamavano quei vapori fellonescamente erranti nel faro, nessuno di essi volle accostarsi ad imbarcar quella truppa, che per mancanza di trasporto dovette rimanere inoperosa, e contemplar da lontano il sagrifizio, che si compiva a Reggio, ove [p. 80 modifica]giunta a tempo avrebbe forse decise favorevolmente le sorti del reame.