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Ricordi storici: i fatti delle Calabrie nel Luglio ed Agosto 1860/XVIII

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XVIII


Ma il soccorso alla città dovea recarlo la truppa scaglionata da Villa San Giovanni a Bagnara, perchè più vicina al punto d’attacco. — Errore imperdonabile, se non malignità del Ministro Pianell si fu quello di lasciare due uffiziali dello stesso grado al comando di due brigate, ciascuno indipendente, lo che portava, che ognuno operasse per conto suo, senza nemmeno accordo su ciò, che dovea eseguirsi. E se pure quei due generali Melendez e Briganti, avessero avuta buona volontà, con tal procedere non poteano ottenere alcun lodevole risultato. Ma di fronte al nemico, e quando gli ordini reiterati e pressanti del Maresciallo Vial imponevano al secondo di marciare in avanti sopra Reggio, all’altro di cooperarlo, è colpa di Melendez, più antico di grado, se non assunse il comando della divisione, se non prescrisse a Briganti i movimenti da eseguire, se non tentò egli stesso di penetrare in Reggio, quando Briganti non volle tentarne l’impresa. Vigliaccheria, incapacità e malvolere portarono la dissoluzione d’un corpo d’esercito, non degno della sorte a cui fu destinato. Briganti, da pochi giorni promosso al [p. 81 modifica]grado di generale di brigata (4 Agosto) era situato colla sua truppa a Villa San Giovanni, e invece di accorrere a Reggio, quando Garibaldi sbarcò a Melito, rimase, ove si trovava, scusandosi sulla debolezza delle sue forze, ed anzichè rafforzare Dusmet lo indebolì richiamando a se un battaglione sui due, che quel colonnello comandava.

All’entrata di Garibaldi in Reggio, premurato, da più messi, e dagli ordini pressanti del Maresciallo Vial, fe per poco sperare, che avrebbe adempito al suo dovere, di fatti marciò in avanti colla sua brigata, benchè assai lentamente, fermossi a Catona, ove lasciò, come inutile l’artiglieria, a Gallico fece alto di nuovo, e accettò una refezione nella casina Tripepi, posta sulla via consolare, trattenendosi a tavola con gente, che certo non desiderava il trionfo delle armi regie. Ma la strada era breve, e qualunque studiata lentezza avesse adoperata nella marcia, pure all’ora in cui giunse al ponte dell’Annunziata, a mezzo miglio dalla città, era a tempo per decidere le sorti della giornata. Invece di marciare risolutamente in avanti, superando quei deboli ostacoli più debolmente difesi, innalzati all’entrata della città, al principio delle strade S. Lucia e marina, egli fece alto, e senza neppure scendere da carrozza stette per alcun tempo irresoluto sul ponte. Finalmente si decise a tentar qualche cosa, e spinse sulla sua [p. 82 modifica]sinistra due compagnie di cacciatori, coll’ordine di accorrere sulle alture di Condera in soccorso d’una compagnia del battaglione di Dusmet, colà postata fin dalla notte, e fin dall’alba alle prese, con forze superiori garibaldine. Anelanti quei bravi di soccorrere i loro compagni si spinsero animosi in avanti, salendo pel punto detto dei tre mulini, ma sulle pianure di Condera dovettero contro lor voglia arrestarsi, avendo incontrata una non prevista resistenza.

Garibaldi sul far dell’alba era penetrato in città col resto dei suoi, scendendo dallo Spirito Santo, e raggiunto da pochi del paese si diresse sulle pianure di Condera alla parte del camposanto sia per tirare da quelle collinette, specialmente del Belvedere contro i difensori del castello, sia per sopraffare quella compagnia di truppa colà postata fin dalla notte innanzi. Quei del 14° di linea si difesero per poco contra i sopravvegnenti garibaldini, ma sopraffatti dal numero si rinchiusero nel camposanto, perchè protetti da quelle mura avessero potuto più a lungo protrarre la difesa. In questo punto apparvero sulle pianure di Marianazzo poco più indietro del camposanto, le due compagnie di cacciatori spedite dal Briganti, le quali incontratesi coi garibaldini, tennero testa. Garibaldi riparatosi in una casa rurale dirigeva di là i suoi militi, e sia per la resistenza spiegata dai cacciatori, sia perchè credette, che fossero avanguar[p. 83 modifica]do di forze maggiori spedì taluni dei suoi ufficiali in città, altri sulla strada da lui battuta, quelli per recargli soccorso di quanti militi e cittadini potevano raccogliere, questi per affrettare la marcia dei volontarî, rimasti indietro.

Ma più che la loro virtù, provvide alla salvezza dei garibaldini la fellonia del Generale Briganti, il quale rimasto in carrozza sul ponte dell’Annunziata, distribuì la truppa, parte sul ponte, parte sotto l’arcata della chiesa, parte nel piccolo convento dei domenicani. Però quasi vergognando della sua inerzia, e per meglio colorire le cose, spinse innanzi due compagnie del 14.° di linea per impadronirsi della barricata di S.a Lucia. Quei soldati domandavano l’artiglieria, ma egli, che l’avea lasciata nel torrente di Catona gridò bruscamente = andate a farvi ammazzare. I soldati si avanzarono al grido di viva il re, ma ricevuti a fucilate dalla barricata si fermarono, e senza tentare d’impadronirsene a viva forza, rimasero irresoluti a tiragliare contro i difensori di essa.

Tale irresolutezza giovò agl’insorti, i quali per una stradella accorciatoia fecero uscire incontro alla truppa un tal Casciano vecchio settagenario, il quale domandato dal Capitano quanti fossero i garibaldini entrati in Reggio, rispose = son più delle mosche.... Questa notizia scoraggiò l’uffiziale, che senz’altro tentativo si riti[p. 84 modifica]rò, abbandonando pochi feriti tra’ quali il tenente De Simone, che poi morì, e pure per altra strada erano penetrati in città circa quaranta soldati con due uffiziali, i quali perchè non sostenuti, anzichè retrocedere ripararono in castello. Se quel capitano, anzichè prendere notizia sul numero dei garibaldini, avesse pensato ad assaltare militarmente la barricata, come dovea, o di girarla per la stessa stradella, per cui gli era venuto incontro il vecchio Casciano, Briganti, suo malgrado, avrebbe dovuto entrare in città. Invece non riuscito perchè non tentato l’assalto della barricata, Briganti ebbe la scusa di ordinare la ritirata, col pretesto, che egli non potea sopraffare i garibaldini numerosi e vincitori. Quindi invece di soccorrere le due compagnie di cacciatori già impegnate col nemico a breve distanza da lui, suonò a raccolta. Queste appena giunte sulle pianure di Condera s’erano spiegate in ordine aperto, e coll’aggiustatezza dei loro tiri tennero per qualche tempo in rispetto il nemico. Al primo tocco di tromba quei cacciatori ritrocedettero, ma postatisi dietro una siepe di fichi d’india continuarono la pugna con maggior sicurezza perchè riparati, e con maggior danno dell’avversario, che era obbligato di battersi allo scoverto, e benchè superiore di numero non osò assalirli, e si limitò ad un semplice fuoco di tiragliatori. [p. 85 modifica]

Mentre che una trentina di militi della guardia nazionale, e parecchie altre centinaia di garibaldini raggiungevano per altre vie il Dittatore, i soldati ricevevano anch’essi un debole aiuto.

All’ospedale civico giacevano leggermente infermi una cinquantina di soldati di diversi corpi, all’arrivo di Briganti, tenendo certa la sua entrata in città, vollero accorrere ad unirsi ai loro compagni. Di fatti armatisi completamente costrinsero un ufficiale dei cacciatori, anch’egli infermo a comandarli, e benchè pochi, per vie accorciatoie riuscirono sulle pianure di Marianazzo. Questo diversivo contro i garibaldini giovò momentaneamente ai cacciatori, ma non potea menare a nessun positivo risultato, se Briganti non si fosse deciso a raggiungerli con tutta la sua brigata, o a penetrare colla stessa in città.

A che giovava il valore dei soldati quando erano adoperati in picciol numero contro forze superiori? Non pertanto quei pochi resistevano, ma insistendo Briganti a richiamarli dovettero abbandonare quel posto, che con bravura aveano difeso, e da cui il nemico non avea nemmeno tentato di scacciarli, come non li molestò nella ritirata. Questo tentativo che non ebbe altro risultato, se non quello di metter fuori combattimento una cinquantina d’uomini al nemico, servì sempre più a dimostrare la fellonia del Briganti, che in quel giorno, arbitro delle sorti del regno l’abbandonò alla rivoluzione a discapito del suo [p. 86 modifica]onore, dei suoi doveri, e d’un sovrano, a cui egli personalmente tutto dovea, dando argomento sì agli stranieri, che ai propri concittadini di scagliare il marchio di vigliaccheria a quei soldati che nol meritavano, perchè furono sempre traditi, non vinti.

Adunque Briganti radunati i suoi distaccamenti, marciò in ritirata sopra Villa San Giovanni. All’ordine di ritirata nessuna rimostranza da parte dei capi di corpo, mentre i soldati davano manifesti segni di malcontento, e faceano giungere fino alle orecchie degli uffiziali la parola tradimento; lo che li facea sospettare di tutto e di tutti, distruggeva quella fiducia, che necessariamente debbono nutrire i subordinati in chi li comanda, e per conseguenza rallentava positivamente la disciplina, che tiene forti e compatte le masse.

Ad ogni modo Garibaldi s’era liberato da un nemico, che potea fargli costar troppo cara la sua audacia, e gli fu quindi facile sbarazzarsi di quei pochi soldati accorsi dall’ospedale, i quali inseguiti fino ad un certo punto si ritirarono per quelle stesse vie, che un’ora innanzi con altro animo aveano calcate. Essi s’erano battuti con coraggio fino all’audacia, aveano resistito con pertinacia al nemico, ma la più parte rimasero sul terreno morti o feriti, vittime della loro audacia protesta della codardia, e del tradimento dei loro capi.