Ricordi storici: i fatti delle Calabrie nel Luglio ed Agosto 1860/XX
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XX
Cessato il fuoco in sul mezzogiorno e sparsa appena nella città la notizia, che la truppa s’era arresa, i più curiosi s’affacciarono nelle strade fin’allora deserte, che a poco a poco, come la gente s’assicurava del fatto, divennero affollate, specialmente il corso. Individui, ch’erano stati nascosti, durante la lotta, comparvero su e facendo mostra delle loro armi, decantavano immaginate bravure, e sognati pericoli, altri delle vicine campagne, uomini rozzi all’aspetto, arrollati più per far numero, che per combattere, e che da lontano aveano inteso il rumore delle fucilate, camminavano gonfi e pettoruti, come se a loro fosse dovuta la conseguita vittoria. A questa gente, che popolava le strade, sembrò strano, che caduto il Governo dovesse rimanere sul piedistallo, nel largo dei Gigli, ora Vittorio Emmanuele la statua d’un Borbone, Ferdinando 1.°, la sola, che ornasse la città, innalzatagli dal Comune dopo la restaurazione per aver elevato a capoluogo di provincia Reggio, e mentre taluni proponevano di domandarne l’abbattimento, un giovane sedicenne propose di spararla, accettato il consiglio, un gruppo di contadini armati scaricarono contro la statua i loro fucili, ma taluni uffiziali garibaldini, a cui sembrava barbaro quell’atto li obbligarano a desistere. — Nella notte la statua fu rovesciata dal suo piedistallo. — Quasi nel tempo stesso gli alunni dell’Orfanotrofio provinciale trascinavano pel corso attaccato ad una fune un mezzo busto in bronzo, situato nell’atrio dello stabilimento rappresentante Ferdinando 2.°
Ma non tutti stettero contenti ai gridi, allo schiamazzo, alle contumelie contro il partito già vinto, molti volevano qualche cosa a loro prò, e allontanatisi dal corso invasero il castello, che il Governo avea abbondantemente provvisto di viveri e munizioni. — I primi arrivati cercarono di metter freno a questo saccheggio, anzi pretendevano di vendere quelle provigioni, e di fatti barattarono per pochi carlini, salami riso, farina, biscotti, ec. ma gli altri sopravvenuti dopo non vollero riconoscere come padroni quei venditori, sicchè senza badare ad alcuno si appropriavano e trasportavano via ciò, che in quella confusione potevano di meglio. — Nè a ciò contenti, invasero il Colegio fino allora tenuto dai Padri Gesuiti e interamente lo saccheggiarono, indi nel modo stesso invasero l’Ospedale militare, che dovea ricevere gli uffiziali feriti, e di tutto lo spogliarono. Questi primi atti non repressi neanche da un avviso, incoraggiarono taluni, che elevandosi ad autorità di fatto, e col seguito di gente armata, eseguirono varie visite domiciliari in case di persone tenute in fama di legittimisti, da cui pretendevano armi nascoste, e financo cannoni.
La città dava in quel momento un aspetto pittoresco e gaio, quei del partito garibaldino in brio per l’ottenuta vittoria, taluni perchè vendicati dalla lunga oppressione, altri perchè speranzosi d’ottenere compensi, il popolo naturalmente allegro, pronto a salutare il vincitore, che applaudiva a Garibaldi, fidente nelle promesse strombazzate dal partito, che sarebbero aboliti i dazi e la leva, garibaldini in mille foggie vestiti, a braccetto coi, popolani, soldati, e sottuffiziali napoletani disertati dalle file, e in premio promossi, vestiti dell’antica divisa col berretto rosso, che faceanno mostra del nuovo grado ottenuto, pochi preti, qualche frate con coccarda tricolore, o ciarpa a bandoliera, in segno di adesione al nuovo ordine di cose, e qualche donna del volgo. A queste spiccate varietà aggiungi il P. Gavazzi in camicia rossa, ex bernarbita, e ministro di religione protestante.
Egli fece erigere una tribuna nel largo del Duomo, ed ivi nel dì seguente arringò al popolo affollatissimo, parlò di Roma e Venezia, di Garibaldi e del Re, del potere temporale del Papa, e di Vittorio, con voce costantemente sonora, con gesti marcati, e con argomenti non sempre in accordo col buon senso e colla logica, e fu applaudito. In ultimo criticò il bando, che avea esiliati tanti cittadini, come retaggio e fomite di vendette, misura non degna di popolo civile, si mostrò sorpreso del numero dei proscritti, mentre, diceva, che in tutta Toscana due soli erano stati espulsi, e finì il suo dire dando al popolo un saggio consiglio, cioè che avessero profittato di quel momento per abbattere il castello, altrimenti ordinandosi il governo non l’avrebbe più permesso.
Era questo il desiderio di tutti, la gente accorse in massa a domandarlo al governatore, il quale promise, che si sarebbe cooperato ad accontentare il popolo, e che intanto avrebbe dati provvedimenti per togliere la polvere ivi depositata. Passò quella foga, e il castello non fu diroccato, in quei momenti anarchici era questo il più gran bene, che il Sig. Plutino potea fare al paese.