Ricordi storici: i fatti delle Calabrie nel Luglio ed Agosto 1860/XXII
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XXII
Il primo atto del governatore Plutino, che chiamò a suo segretario il Sig. Andrea Vollaro, si fu la pubblicazione dello statuto piemontese, l’ordine che le pubbliche casse stessero a sua disposizione, indi la destituzione in massa di tutti gl’impiegati appartenenti alle varie amministrazioni, residenti in Reggio, e l’ordine alle famiglie, che s’erano allontanate, perchè temevano tristi conseguenze dalla guerra civile, di rientrare fra ventiquattr’ore in città, comminando pene pei trasgressori. Ad occupare gl’impieghi, chiamò quelli, che aveano sofferte persecuzioni sotto il passato regime, e coloro, che più aveano lavorato pel buon successo dell’insurrezione, molti dei vecchi impiegati richiamò al loro posto, ma per molti altri, che aveano fama d’affezionati al caduto regime, e specialmente per gl’impiegati all’ufficio di pulizia, fu severo. Tra quelli, ch’erano più in fama di liberali, specialmente avvocati e che perciò erano mal guardati dal passato governo, scelse i giudici della gran Corte Criminale, e del Tribunale Civile.
Ma mentre che così il governatore Plutino cercava d’organizzare il nuovo governo, d’altra parte trascese a troppo rigorose misure, non contentandosi delle destituzioni, con un suo decreto esiliò ben trentasei individui, e tra questi v’erano distinti cittadini per cariche occupate, per nobiltà di natali, per patrimonio vistoso, ed anche per reale patriottismo. E a questa prima lista stava già per tenerne dietro una seconda, ma ne fu sospesa l’esecuzione, dando luogo a più saggi, e più serî consigli. La lista, pria che fosse presentata al governatore, era stata concertata in una bottega sul corso, quando fu pubblicata molti onesti cittadini rimasero indegnati di quell’atto d’inutile vendetta, e un gentiluomo, fra gli altri, di carattere indipendente e franco incontrandosi quella sera in un caffè col segretario del Plutino, gli disse a voce alta = dimmi quali assassini hanno scritta quella nota = e quegli rispose in aria da protettore = contentatevi di questi, che di 132 nomi l’abbiamo ridotți a 36, allora restavi tu e lui, ripigliò il primo, alludendo al governatore, ma quel galantuomo finse di non ascoltare, e andò via.
Condiscendendo a queste inutili persecuzioni il Signor Plutino cercò di rendersi popolare e volle nel tempo stesso vendicare le persecuzioni sofferte dalla sua famiglia, e dal partito, che allora trionfava. Egli cedendo a triste insinuazioni, rese se solo responsabile di quell’atto odioso, che gli procurava una tarda vendetta, o una persecuzione senza scopo. Egli avrebbe dovuto invece accarezzare questi uomini partigiani del passato, anzi cercare di comprometterli pel nuovo ordine di cose e non già proscriverli. Il nuovo governo non avea nulla a temere da loro, perchè avendo essi perduta ogni protezione, aveano certamente perduta ogni influenza. La sua fu dunque una disposizione non giustificata da alcuna necessità, e tanto più odiosa, in quanto chè nella lista dei proscritti comprese cittadini, che da più anni, s’erano allontanati dalla provincia.
E come se ciò fosse poco, la pubblica vendetta servì di sprone ed esempio alla vendetta privata, la quale si compì a Fiumara di Muro, piccolo paese a poche ore da Reggio — Nella notte del 21 Agosto di quello stesso giorno, in cui Garibaldi era entrato in Reggio, si presentarono in casa dei Signori Imerti tre fratelli Morgante, seguiti da altri individui armati, sotto sembianza di togliere i fucili, che questa famiglia, essi diceano, tenea nascosti. La loro visita riuscì infruttuosa, ma non per tanto arrestarono tutti gli uomini della famiglia, colla scusa di doverli condurre in Reggio presso il governatore Signor Plutino.
Ma invece li condussero nella casa del comune, ove poco dopo furono raggiunti da altri due arrestati, ivi passarono la notte severamente custoditi, e al buio per qualche ora, sinchè la pietà d’un cittadino non li provide di lume. I prigionieri erano — Francesco Imerti ex Sindaco, capo della sua famiglia, e figli Felice, ammogliato con due figli, e Rocco giovane scapolo a 25 anni, D. Rocco Sacerdote, fratello di Don Francesco, sessagenario — Don Matteo Carlo ex capo Urbano, Francesco d’Agostino calzolaio.
I Signori Morgante aveano sofferta la prigionia per ragione politica, e un loro fratello era morto nelle carceri, per rissa avuta con altri detenuti, essi ritenevano Imerti Don Francesco, e Matteo Carlo come causa delle loro sventure, e allora cercarono di vendicarsene, e barbaramente, contro tutti della famiglia. All’alba del giorno 22 avvertirono i prigionieri, i quali per nulla sospettavano la tragica fine cui stavano per soggiacere, che doveano condurli in Reggio, e all’uscita del paese, passando sotto la casa degli Imerti, permisero al prete di salirvi per vestirsi dell’abito telare, a tutti d’andare a cavallo. Li condussero per la fiumara di Catona, e giunti al passo Salice li fecero scavalcare, licenziarono i mulattieri, allora passavano per la consolare gli uomini della brigata Briganti, che ripiegava sopra Villa San Giovanni. I prigionieri, ignari della loro sorte, rimasero in mezzo a quegli armati sotto i raggi del sole, e quando gli ultimi soldati di Briganti erano ben lontani, Morgante Raffaele gridò ai suoi = fate corona, e immantinenti quegl’infelici si trovarono stretti dai loro carnefici, i quali con una scarica a bruciapelo li resero tutti cadaveri. A quell’eccidio sfuggì il solo sacerdote Don Rocco Imerti, che al comando del Morgante, come per istinto si svincolò da quella cerchia e si salvò fuggendo. I corpi degli uccisi rimasero più giorni insepolti, a testimonianza dell’atroce vendetta.
Questa catastrofe, mentre da una parte portò il terrore tra la gente pacifica, d’altra banda servì d’eccitamento perchè altri facessero lo stesso. In Gallico, mentre in una riunione di cittadini si discuteva del modo come sbazzarsi dei retrivi, sopraggiunse Morgante Raffaele, e disse — imitate noi, piacque il consiglio, e già si declinavano i nomi di coloro che dovevano essere arrestati, quando arrivò a tempo Plutino Don Agostino, fratello del governatore per dissuaderli a desistere dalla barbara impresa.
Nel 1864 però s’istituì regolare processo contro i Signori Morgante per l’assassinio della famiglia Imerti, Carlo, e d’Agostino, ma la Sezione d’accusa di Catanzaro ritenne che tal reato era assoluto da un decreto di Garibaldi, che amnistiava ogni crimine consumato in aiuto della rivoluzione, e tal sentenza venne convalidata da un arresto della Cassazione di Napoli, che feco eco allo stesso principio.