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Ricordi storici: i fatti delle Calabrie nel Luglio ed Agosto 1860/XXXI

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XXXI


La ritirata delle regie milizie, manifestava la loro impotenza a combattere il Dittatore, che progrediva trionfante e plaudito dalle popolazioni, meravigliate ed attonite per tanto inaspettato successo. Ma egli non si arrestava a riposare sui facili allori, libero verso la colonna in ritirata per la non conchiusa convenzione, mandava suoi emissarî nelle due provincie di Catanzaro e Cosenza a far insorgere le popolazioni per contrastare con tutt’i mezzi possibili ai napoletani la via, onde costringerli a deporre le armi, e mentre ingiungeva ai sindaci di negar loro i viveri, egli con quanti avea potuti raggranellare dei suoi seguiva d’appresso le milizie regie. Il cotronese Stocco, capitano nella spedizione dei mille, allora generale, organizzava masse nel catanzarese, coadiuvato dal canonico Ferdinando Bianchi, e da quelli, che perseguitati dal governo assoluto, s’aveano influenza maggiore nei singoli paesi. Richiamate in Monteleone le compagnie del 2.° di linea, che presidiavano Catanzaro, questa era guardata da una sola compagnia di gendarmi, sufficiente a mantener l’ordine nei tempi normali, ostacolo di niun conto in quei momenti, che Garibaldi pro[p. 157 modifica]grediva senza ostacoli, e le napoletane milizie si ritiravano per lasciargli incontrastate le Calabrie.

Cammarota, che reggeva la provincia, visto da che lato piegavano le cose si mostrò assai più condiscendente che a Reggio, e lasciò fare senza però volersi compromettere personalmente. Organizzata un’imponente dimostrazione si propose ai gendarmi di cedere le armi, questi ubbidirono, e si sbandarono, la notte del 27 dopo aver mandate a Tiriolo, dodicimila razioni a secco, acciò i soldati non fossero scesi a Catanzaro per provvedersi di viveri, Cammarota lasciò segretamente il paese per recarsi a Napoli, e l’ex Canonico Antonio Greco reduce dal Piemonte, si proclamò prodittatore.

Con egual faciltà il governo dittatoriale fu proclamato negli altri punti della provincia, non che a Cotrone, ove una compagnia di veterani con corrispondenti artiglieri, era di presidio nel castello. Questo era atto a resistenza, armato, e ben munito durante l’occupazione militare poche milizie napoletane e partigiani lo difesero, e per più mesi contro le agguerrite schiere francesi. Ma allora lo comandava onorato uffiziale nel 1860 il maggiore Luigi Tagliaferri, il quale non avea di soldato, che la divisa, possedeva i vizï della caserma, nessuna qualità militare, una mal compresa pietà dei capi di corpo, cancro dell’esercito, l’avea fatto durare al servizio. — Pubblicata la costituzione fu eletto Sindaco di Cotrone il Signor [p. 158 modifica]Gaetano Cosentino, ricco proprietario, il quale profittando del suo posto si adoperava a far proseliti per Garibaldi, e a facilitargli l’impresa da quelle parti. Saputosi lo sbarco del Dittatore a Melito, e poscia il suo trionfante procedere egli persuase facilmente il comandante Tagliaferri a cedere il castello alle guardie nazionali, ma quando costui fece proposta di resa il presidio s’ammutinò, parecchi sott’uffiziali s’avanzarono a vie di fatto, e certo l’avrebbero ucciso se non fossero stati solleciti ad adoperarsi in suo favore taluni colà relegati. Ma non per questo si smarrì, egli mirava a negoziarsi le munizioni da bocca, all’annunzio della ritirata delle truppe da Monteleone, già disarmate le brigate di gendarmeria sparse nel distretto, fece introdurre le guardie nazionali nel castello, e ad esse lo consegnò.

I veterani furono mandati a Reggio, ed egli il Tagliaferri, volendo trarre profitto dal suo procedere s’appropriò le munizioni da bocca, esistenti nei magazzini, ma pagò cara la sua ingordigia, perchè il nuovo governo, l’obbligò non solo a pagare i viveri a secco, ch’egli aveva venduti a suo profitto, ma anche la polvere mancante nelle riserve, che i garibaldini aveano barattata a proprio vantaggio.

Nel cosentino il movimento insurrezionale era meglio preparato, che altrove, a Cosenza funzionava un comitato, che avea diramazione in tutta la provincia, e i componenti ne erano — [p. 159 modifica]Barone Guzzolino — Pietro Campagna — Donato Morelli — Carlo Campagna — Domenico Frugiele — Oltre le guardie nazionali della provincia tutte apertamente pronunziate per Garibaldi, il comitato avea assoldati circa otto migliaia d’uomini, che nel distretto di Cosenza doveano obbedire ai cenni di Donato Morelli, e in quel di Castrovillari, che forniva più gente, agli ordini di Giuseppe Pace, elevato a colonnello. Il comitato operava senza riserva, chè l’intendente Giliberti, interpetre delle intenzioni del ministro Romano, favoriva anzichè no il movimento. Ma l’ostacolo non veniva certamente dalle autorità politiche, scelte fra gli avversari al governo costituzionale di re Francesco, ma dal militare, e il generale Giuseppe Caldarelli, che comandava a Cosenza, aveva ai suoi ordini forza sufficiente da affrontare le masse insorgenti, un reggimento carabinieri a piedi, due squadroni di lancieri, e la batteria N.° 8 oltre i gendarmi. Costui godeva nell’esercito opinione di uffiziale onorato, si vantava che il Sovrano l’onorava di sua particolare corrispondenza, e non tralasciava occasione per esternare pubblicamente la sua devozione alla dinastia. O che egli avesse ubbidito alle pressioni di Nunziante, a cui era intimo e devoto, o che ebbe paura credendosi non in forza, nè capace di combattere il movimento insurrezionale, o dissimulatore com’era, finse, per poi giungendo a Napoli tradire la ri[p. 160 modifica]voluzione, il certo è ch’egli si mostrò ligio ai voleri del comitato non solo quando Garibaldi si avvicinava trionfante a Monteleone, ma anche prima che avesse invaso il continente. — Testimone del lavorio, che si preparava a suo danno colla tacita anuenza delle autorità governative locali, egli nulla rapportò nè a Vial, nè al ministro della guerra, ne al re. — All’annunzio delle facili vittorie di Garibaldi, e più del suo procedere per Monteleone, i cosentini mostravano apertamente la volontà d’insorgere per agevolargli la via, tanto più che a Paola s’era già proclamato il governo dittatoriale, e un Giuseppe Valitutti avea assunto il comando delle bande raccolte, e delle guardie nazionali. Il colonnello Donati, comandante il reggimento carabinieri a piedi, cercava di mantenere forma la disciplina tra’ suoi, e nel mattino del 27 nell’atrio del Liceo, arringò ai soldati inculcando la disciplina e l’obbedienza perchè non disonorassero la bandiera del corpo, e la sua vecchiaia, ma Caldarelli aveva altrimenti deciso. In mezzo ai componenti del comitato nel 22 assistè alla Giostra, luogo di pubblico passeggio, ad una forte dimostrazione per Garibaldi, nel 27 capitolò, e la sera stessa partì.

In tanta gara di trista ignomia Caldarelli non volle uscire dalla schiera dei suoi compagni, venendo a patti col comitato, s’assicurava senza molestia la ritirata sino a Salerno, ma a prez[p. 161 modifica]zo della più bassa vigliaccheria, che mai militare avesse potuto compiere. — Egli si obbligò di non più combattere contro Garibaldi, i suoi soldati, e le guardie cittadine del regno, non che di Sicilia — di non prendere parte in niuna spedizione, che anche indirettamente potesse nuocere alla causa dell’Unità Italiana sotto Vittorio Emmanuele — lasciava il materiale superfluo, non che trecento fucili. — Contro i patti anzichè a Salerno condusse la sua brigata a Nocera, ove giunse la sera del 6 Settembre, marciando per via in mezzo ai garibaldini per timore che i soldati non l’avessero ucciso. — Egli con molti uffiziali aderì al governo della Dittatura, la brigata si sciolse, dei soldati la più parte tornarono alle loro case, gli altri traversarono il Volturno per seguire la sorte dei loro compagni.

In tali condizioni, e così preparato il terreno la colonna Ghio dovea eseguire la sua ritirata sopra Salerno, attraversando non solo la provincia di Cosenza insorta, ma anche il potentino, dove s’era già proclamato il governo dittatoriale. — Ma bisogna dirlo, le masse raccolte dall’insurrezione non erano atte a contrastare il passo a quella milizia, la quale, più che gli avversarî, aveva a temere il proprio condottiero. Di fatti al passo di Bevilacqua, dopo l’Angitola bastò il solo avanguardo a sgombrare la via da quelli, che pretendevano contrastarla, e [p. 162 modifica]al ponte delle Grazie presso Maida, un pelettone di lancieri fugò la gente di Stocco, che si rifugì sulle alture, e Ghio non ne tenne conto, passò coi suoi a suon di musica, le armi alla spalla. — Il 28 la colonna era a Tiriolo, e dopo breve riposo seguì la via per Soveria-Mannella, dove entrò la notte del 29, e Ghio la trattenne sino al 30 a compiere la più atroce perfidia, che mai soldato avesse potuto ideare. Giace Soveria in aperta campagna, lambita da un torrente, ma oltre a due miglia dal paese s’elevano erte montagne, che formano una gola, in cui facilmente può essere soggiogata una truppa da quei, che occupano le alture, se ha l’imprudenza di fermarvisi. Quivi Ghio a disegno accampò i suoi soldati, tenendoli a scioperato riposo senz’alcuna precauzione militare richiesta delle ordinanze, e dalla difficile posizione, mentre a breve distanza da Soveria per chi viene da Tiriolo poteva occupare vasta pianura, atta a difesa, specialmente per chi, come lui, disponea d’artiglieria, di fanti e di cavalli. Alla chiamata di Garibaldi, che seguiva da vicino le truppe napolitane tutt’i dipendenti dai comitati, omai liberi per la ritirata delle regie milizie accorsero in armi quei del cosentino, già partito Caldarelli, s’erano radunati ad Acrifoglio, non lungi da Soveria, sotto gli ordini di Morelli, e Pace — erano essi, che doveano contrastare la strada alla co[p. 163 modifica]lonna Ghio, coadiuvati dai garibaldini, che la seguivano alle spalle.

Sin dal mattino del 29 le creste dei monti al di là di Soveria Mannelli, erano occupate da uomini in arme dai cappelli alla calabrese, quasi sapessero che non altrove, ma in quelle gole Ghio dovea fare alto colla sua gente. Di fatti la sera quando giunse in quel luogo fermò la colonna al riposo, e in disordine, nè gran guardia, nè fiancheggiatori, nè esploratori, nè retroguardia, nemmeno avamposti per guardare il campo, la più colpevole oscitanza. Coll’alba la posizione delle regie truppe si fa più chiara, i calabresi appaiono numerosi, e verso Soveria cominciano a comparire le camicie rosse, è Garibaldi, che arriva cogli uomini di Cosenz, Medici, Sacchi, e i volontari del catanzarese. In tale trista posizione Ghio non si scuote, anzi ordina la distribuzione dei viveri, e maggiormente cresce il disordine nel campo perchè i soldati si sperperano in busca dell’occorrente per cuocere quei cibi. Alle 8 a. m. la chiamata degli uffiziali superiori riunisce tutt’i capi dei corpi presso il generale, il quale con un cinismo imprudente, che rivela tutta la bassezza dell’animo suo, manifesta a quegli uffiziali la difficile posizione della truppa, a cui, egli dice, è chiuso ogni scampo perchè circondata da preponderanti forze nemiche, impossibile la ritirata perchè rotti i ponti, guaste le strade, mancanti i viveri, avverse le popolazio[p. 164 modifica]ni, ma non per tanto chiede i loro voti pria di decidersi ad un partito. Il colonnello Koënig pel primo dice ch’egli declina qualunque responsabilità, perchè sul suo reggimento non può contare, lo stesso ripete Guerini aggiungendo ch’egli intende però marciare nelle fila dei soldati, Marquez e Marselli fanno eco a quanto ha detto Koënig, ma il tenente colonnello De Lozza comandante l’11.° cacciatori non può resistere a sì vigliacche dichiarazioni, e dichiara di trovarsi a capo di oltre a mille uomini disciplinati e bravi, coi quali è al caso di affrontare il nemico e aprirsi il varco colla forza — lo stesso ripetono i maggiori Armenio, Capasso, De Liguori, e i comandanti le batterie, ma Ghio li accomiata senza esternare la sua risoluzione, egli l’avea già presa. — Dalle circostanti alture si vede scendere un individuo, alto con barba rossa, mantello bianco, seguito da due uomini, come lui, completamente armati, perchè il campo non è custodito da avamposti vi accede facilmente, ma non sapendo, ove dirigersi, si rivolge al primo uffiziale, che incontra, è un capitano, dell’11.° cacciatori Ferdinando Campanino a cui, dietro sua domanda dice d’essere il capo dello stato maggiore di Garibaldi; e chiede di voler parlare col generale. — Il capitano dietro sue premure l’accompagna, sulla strada incontrano il Ghio, a cui il garibaldino, che all’accento sembrava inglese, dopo averlo saluta[p. 165 modifica]to dice = Generale nello scendere i monti i soldati hanno gridato viva Garibaldi — Questo non può essere, rispose Ghio — Glielo assicuro ripete il garibaldino, additando colla mano le alture, di là ove noi stiamo ... ma, interrompe il generale, là voi non dovete sta.... e tronca a mezzo la parola accorgendosi, che stavano intorno a lui dei soldati ad ascoltare quel dialogo, e bruscamente dice loro. — Signori miei, se volete farci parlare!... [1] tutti s’allontanarono.

In questo mentre dalle alture, occupate, da garibaldini e calabresi, parte una scarica di fucilate — un’indescrivibile confusione succede nel campo, i soldati in iscompiglio corrono alle armi, e ritrocedono disordinati verso il centro del bivacco — nessuno si fa innanzi a trattenerli per comporre le ordinanze, la posizione occupata li convince d’esser traditi, e la parola tradimento è il segnale della dissoluzione — immantinenti il campo è sciolto. — Si ripetono le scene del Piale, i soldati spezzano le armi, guastano i loro arnesi, e poi a drappelli, imprecando al nome di chi li avea ridotti a subire tanta ignominia s’allontanono da quel luogo di si tristi ricordi. — Garibaldi raggiante di gioia, si [p. 166 modifica]fa in mezzo agli uffiziali, che umiliati e confusi non osavano risolversi a nulla, cerca incoraggiarli con generose parole, dichiara ch’egli non li ritiene per vinti, e l’invita a seguire la sua bandiera, rifiutono tutti, ed egli li accomiata liberi d’andar dove credono. — I garibaldini, padroni del campo abbandonato, raccolgono armi, munizioni, muli, cavalli, e dodici cannoni, oltre le casse di ciascun corpo. Sono questi i trofei dell’incontrastata vittoria, che Garibaldi nell’ebbrezza di tanto inaspettato successo, quel giorno stesso enfaticamente annunziava ai suoi amici. — Dite al mondo, che con i miei bravi calabresi ho fatto depositare le armi a quattordicimila uomini. La sua marcia fu un trionfo, questi incredibili risultati eccitavano in modo le fervide fantasie calabresi, che in quella sera fu accolto in Cosenza con frenetiche grida di gioia. Egli dal balcone della Prefettura disse al popolo affollato poche parole con quel suo stile forte ed incisivo — il giorno appresso partì per Castrovillari lasciando Donato Morelli a governatore della provincia.

Il risultato ottenuto da Garibaldi a Soveria Mannelli non è una vittoria, è l’effetto del tradimento più indegno — è d’uopo confessarlo, non sono state le masse garibaldine, che col loro valore hanno obbligate le regie milizie a deporre le armi, è stato Ghio, che ha condannato all’ignominia le sue truppe. — Egli senza necessità [p. 167 modifica]ha abbandonato Monteleone, ove se non avea cuore, a mantenere saldo l’onore della bandiera nazionale, potea ottenere di condurre a Napoli intatte le sue truppe, ma egli mirava a tutt’altro scopo, si chiuse a disegno in una gola, ove fecesi pacificamente circondare dal nemico, senza nemmeno tentare la resistenza, e perciò ripudiato da tutt’i partiti ha saputo acquistarsi la celebrità dell’infamia. Il suo nome ha posto il suggello alle basse viltà militari consumate nel 1860 in Calabria.

Ma quei soldati, ch’egli ha traditi, soffrendo la calunnia, l’ingiuria, la fame, trapazzi di ogni sorta, sono giunti sfidando mille pericoli, a valicare il Volturno, a rifornirsi d’un’arma per protestare col loro sangue dell’ingiuria patita, ma egli Giuseppe Ghio che nè garibaldini, nè piemontesi hanno accettato nelle loro fila, altro premio non ha ottenuto, che dagli avversari il disprezzo, dai suoi compagni la maledizione.

  1. ↑ Memorie d’un Veterano — dichiarazione del capitano Campanino.