Ricordi storici: i fatti delle Calabrie nel Luglio ed Agosto 1860/XXXII
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XXXII
La causa delle continue agitazioni in Italia, sempre represse, derivava dal sentito bisogno di indipendenza, dal sentimento di nazionalità. I governi, e specialmente il napolitano, nel 1848 assecondarono per necessità le aspirazioni popolari, e lasciarono trascinarsi dall’intemperanza eccessiva dei partiti, che non seppero frenare. Ferdinando nel 15 Maggio oppresse un partito diffidente, incontentabile per qualunque concessione ottenuta, e salvò il suo trono, ma deviando dalla via tracciata e confuse eccesso con moderazione. — Gli aspiranti ad una giusta libertà assomigliò ai repubblicani eccessivi, e volle governare con un sistema di reazione impossibile, sedendo un Bonaparte sul trono di Francia. Dimenticati gli eccessi del 1820 i popoli non aveano che aspirazioni più o meno esigenti, dalle riforme amministrative alle moderate riforme politiche. — Egli vincitore volle punire i suoi nemici, e suscitò persecuzioni e vendette, sovente inutili, perciò nocive, di conseguenza il regno fu diviso, e il governo diventò partito. — Ha scritto Guizot »lo spirito di reazione, ch’è malattia dei partiti vincitori, fomenta continuamente lo spirito di rivoluzione. Anche il retrocedere per far ragione ai diritti violati ha limiti, che il buon senso addita sì alla potilica dei governi, come agl’interessi dei partiti. — Non si ripara all’ingiustizia coll’ingiustizia, non si pone un termine alle rivoluzioni colle provocazioni e colle vendette.» Ferdinando comprendeva bene tal verità, ma egli si credette forte nel suo regno, e lo era, indipendente per carattere rifiutò i consigli dell’inglese insidiatore, e di Napoleone, dispotico più che lui in casa propria, rispondendo alle loro insistenze, con tale energia, come mai ha saputo nessun ministro del regno d’Italia a pressioni straniere.
Egli comprese che suo naturale nemico in Italia era il Piemonte, che accogliendo gli emigrati, favoriva le aspirazioni d’indipendenza per raggiungere il possesso del tradizionale carciofo di casa Savoia, e s’appoggiò all’Austria, credendola forte, e lo era da se sola contro i popoli inermi d’Italia, ma non più quando Napoleone dopo la guerra del 1854 avea saputo isolarla dalla Russia potente contro il piccolo Piemonte, ma non più quando questo, rappresentante le aspirazioni italiane avea saputo acquistarsi l’alleanza francese, a prezzo di Nizza e Savoia alla Francia, della figlia del Re al cugino dell’imperatore. Contrastare la politica nazionale al Piemonte vide Ferdinando che non potea, e volle resistere alle aspirazioni del secolo, senza badare al danno, che gli derivava da una politica impopolare perchè antinazionale.
Interpetri severi, ma non fedeli della volontà sovrana gli agenti governativi trascendevano a basse persecuzieni, senza bisogno per la sicurtà dello Stato, e accrescevano il numero dei malcontenti, non ostante le miti tasse, ed una saggia e ben regolata amministrazione, da ciò tolleranza d’abusi in chi era delegato a punirli, e quindi corruzione.
L’accelerata fine di Ferdinando dette le redini del governo in mano del giovane re Francesco, che si trovò accerchiato di traditori, e in momenti di forti commozioni politiche. — »Sciagurato il re, dice a ragione Cesare Cantù, che arriva quand’è sullo scocco una rivoluzione, ch’egli non cagionò, ma che non può reprimere, nè sa guidare.»
La costituzione cacciò dal potere gli uomini devoti alla dinastia, per farli sostituire da quelli, che aveano lavorato, e aspiravano al trionfo della rivoluzione, indettati da un Liborio Romano, negazione d’ogni onestà, traditore d’un Re, che s’affidava ai suoi consigli.
L’esercito, unico ostacolo al progredire della rivoluzione avea a capo il ministro Francesco Salvatore Pianell intelligente e capace. Di fronte al nemico non avrebbe calpestata la sua riputazione militare per dare la vittoria all’avversario, che proclamava la libertà, lo dimostrò nel 1848, quand’egli siciliano, capo d’un battaglione si distinse nel combattere a Messina i suoi compatriotti. Fu egli, che aderì alle combinazioni diplomatiche pel ritiro delle regie truppe dalla Sicilia Cesare Cantù fu egli, che mise in difficile posizione le milizie napoletane in Calabria, richiamando gli uffiziali zelanti del loro dovere in sostituzione di altri vigliacchi, inetti, o traditori, e tanto era certo del trionfo di Garibaldi, che non ostante le ripetute sue dichiarazioni, non volle mai venire in Calabria ad assumere il comando di quelle milizie, egli ambizioso di gloria militare. — Fu egli che dissuase il Sovrano dalla resistenza a Salerno d’onde fece ritirare le truppe per darvi adito a Garibaldi, e quando i suoi compagni si raggranellavano dietro il Volturno intorno al giovane Re, egli ministro e generale lasciava il re, da cui tanti beneficî avea ottenuti, e i suoi commilitoni per correre a Torino, ed inchinarsi al Conte di Cavour, onde ottenere quel grado, a cui la munificenza del Re Francesco l’avea elevato, e a far parte d’un esercito, che veniva a combattere la bandiera, ch’egli dovea difendere, il Re, a cui avea giurato fede.
Con questi uomini al potere Garibaldi, che individuava la rivoluzione dovea trionfare. Egli s’è trovato a fronte di gente corrotta, inetta per comprendere il proprio dovere, la sua missione, avvilita dalla pubblica opinione, che non seppe signoreggiare colla virtù dell’abnegazione, o la costanza dei sagrifizï. La macchina governativa era guasta, la tolleranza degli abusi non puniti, portò la rovina, che l’esercito calcolatamente tradito, non seppe evitare.
Giammai il regno di Napoli ricorda soldati così fedeli alla bandiera, così tenaci nella guerra, ma tali soldati non ebbero un uomo, che avesse saputo guidarli alla vittoria, o morire, e perciò il regno cadde. — Ritucci fu titubante non ebbe fiducia nè in se, nè nella truppa, che comandava, volea ordinarla ed agguerrirla pria di avventurarsi ad un fatto decisivo. — Dopo il 1.° Ottobre non volle più cimentarsi, intento unicamente nella cerchia delle sue operazioni militari, non guardò alla politica d’Europa, assonnata da Napoleone, per persuadersi, che bisognava vincere per essere aiutati, non seppe comprendere che il Piemonte non potea restarsi a mezza strada, nè perdere il frutto dell’oro profuso, e del sangue versato, quindi non seppe decidersi a ritentare la sorte contro Garibaldi, e quando lo volea già quarantamila piemontesi aveano invasi gli Abbruzzi..... che restava all’esercito?.... nessuna speranza di vittoria, combattere per resistere, e pure al Garigliano i napoletani pugnarono da bravi, e quel pugno d’uomini privi di tutto, financo la speranza di un risultato, videro le spalle dei piemontesi, eroi di Palestro e San Martino inorgogliti dal facile successo di Castelfidardo.
Gaeta fu difesa d’onore, protesta di sangue all’invasione, non altro. — Il giovane re si mostrò soldato cavalleresco e bravo, e benchè tradito cadde non umiliato, come il Sire di Francia a Sedan, ma dignitosamente e da re, egli scendendo dal trono di Carlo 3.° potè ripetere le parole di Francesco 1.° tutto è perduto fuorchè l’onore.
Garibaldi era il solo, che per la sua attitudine personale, il prestigio del suo nome, potea tentare con isperanza dį buon risultato la preparata impresa, a cui s’accinse. — Col devoto Digitized by Google popolo napoletano, egli sprezzatore d’ogni credenza si mostrò devoto, e entrando a Napoli volle visitare la cattedrale, per essere benedetto, se non altro, dallo sfratato fra Pantaleo, il giorno 8 Settembre si recò a Piedigrotta, e si genuflesse all’altare, come soleano i Re di Napoli. Il popolo avvezzo alla magnificenza dei suoi re, ammirò nella sua modestia il popolano guerriero. — Pei vinti uffiziali napoletani ebbe parole di conforto, spesso di lode, mentre con essi i piemontesi si mostrarono boriosi e sprezzanti, disprezzo che non tutti meritavano.
Nelle fazioni guerresche tenne la tattica del sorprendere, profittando d’ogni minimo vantaggio, ardito fino alla temerità, dimenticò spesso, che lui morendo, la rivoluzione sarebbe finita, e massime al 1.° Ottobre fu primo tra i primi combattenti. — Inebbriato dagl’inaspettati successi, se solo vantò vincitore, senza ricordarsi, che Cavour l’avea spinto all’impresa dandogli i mezzi, e quel ch’è più gli avea preparata la via, che senza l’idea della connivenza piemontese non avrebbe avuto l’appoggio del partito liberale moderato, che l’abbandonò, capo Liborio Romano, suo ministro, quand’egli a Napoli mostrava velleità d’indipendenza dal gabinetto di Torino. È vero che molti animosi giovani egli contava tra’ suoi volontarî, ma molti erano soldati piemontesi in congedo illimitato. — Il suo trionfale procedere s’arrestò sotto Capua, e al 1.° Ottobre compiè sforzo gigantesco respingendo le assalitrici milizie napoletane. — A un altro assalto meglio combinato certo non potea resistere, e se Cialdini non fosse apparso negli Abruzzi forse il regno di Napoli non sarebbe caduto. — Ad Aspromonte mostrò quanto valgono le masse raccogliticce contro milizie, guidate da uffiziali devoti al proprio dovere.
Chi legge queste pagine mi giudicherà severo, ma senz’odio, severo contro quegli uomini, che hanno calpestato l’orgoglio nazionale, che pel trionfo d’un principio adottarono mezzi indegni e disleali, e la slealtà, dice un accreditato pubblicista vivente, »io non la stimọ strumento utile nè alla patria, nè alla società, la condanno quindi nelle sette incontentabili, la condanno nei partiti, che ne fanno argomento di governo» e per conseguenza un regno secolare, forte, e fiorente dettero, senza condizioni al Piemonte.
Noi napoletani i piemontesi trattarono quasi come popoli conquistati, distruggendo tutto ciò, che v’era di buono senza nulla creare, e col concorso degli emigrati, che inesorabili vi prestarono la mano, come se avessero voluto vendicarsi delle patite sventure, pensando solo, col titolo di martiri a sperperare a loro vantaggio i tesori dai Borboni accumulati.
Il governo, che seguì il transitorio governo dittatoriale si proclamò, riparatore, ma gli effetti non corrisposero alle pompose promesse. — Dopo la morte del conte di Cavour i ministri succedentisi non hanno più avuto un programma certo, non hanno saputo tracciare una via per calcarla risolutamente, distruggendo quanto si fa dai predecessori, hanno sempre tentennato sotto la pressione dei partiti, »e chi governa con un partito, dicea Napoleone 1.°, tosto o tardi cade sotto la dipendenza di esso.»
L’indipendenza per l’Italia era necessità vitale, aspirazione di tutt’i popoli, sentimento ereditato dalla lotta secolare, che i nostri padri sostennero contro la prepotenza austriaca, che per altro dopo Solferino, capiva che il suo dominio era precario, nè per ottenere l’agognata indipendenza era d’uopo distruggere tante memorie, tant’interessi, nè urtare il sentimento religioso, ben radicato nell’universalità degli italiani. — Dopo che apparve in Europa il romanzo di Ernesto Rénan si predicò di voler ridurre alla semplicità evangelica clero e Pontefice, e intanto si sciuparono i beni tolti alla chiesa senz’alcuna utilità per le mal governate finanze dello Stato. — Tentando l’impossibile impresa d’una guerra al culto, col propagare in Italia le idee germaniche, qual bene ne deriva alla nazione? — Sarebbero ben troppo infelici i popoli se per ragiungere un progresso indefinito, dovessero rinnegare la fede dei loro padri. — Non è così, che si forma la generazione, che viene, ma con leggi savie e moderate a seconda le credenze ed i costumi dei popoli, che solo in tal modo possono rigenerarsi alla severa virtù dei padri nostri. — Colla guerra al sentimento religioso, coi ricordi del passato non ancora in oblìo, carezzando i partiti ben apertamente intolleranti, scusa la scioperata amministrazione, quale avvenire si prepara a quest’infelice patria nostra? — Ringraziamo la sapienza di Dio, ha scritto Thiers, che ha chiuso agli uomini il libro dei destini.
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