Rime di Argia Sbolenfi/Libro secondo - Le decadenti/Sonetti mitologici

Da Wikisource.
Sonetti mitologici

../La ballata del cavalier discortese ../La rovina del Sasso IncludiIntestazione 19 settembre 2008 75% letteratura

Libro secondo - Le decadenti - La ballata del cavalier discortese Libro secondo - Le decadenti - La rovina del Sasso

I
ATTEONE

  (Dipinto ad olio)

Guardate! Atteone
        Osserva il prospetto
        Ignudo e perfetto
        Che Trivia gli espone.

La Dea, che suppone
        Gli perda il rispetto,
        Le corna e l’aspetto
        Di cervo gl’impone.

Fuggita è lontana
        Dal tempo presente
        La bella Diana,

Ma sono cresciuti
        In modo indecente
        Le corna e i cornuti.


II
     LEDA

Giove, padre degli Dei,
        Vide Leda e innamorato
        Ebbe il gusto depravato
        Di volerne gl’imenei

E l’aggiunse ai suoi trofei
        Con l’astuzia e con l’agguato,
        Poi che in cigno tramutato
        Si calò nel grembo a lei.

Donna Leda gli diè il covo,
        Ma con questo bel lavoro
        Fu gallata e fece l’ovo.

Già l’effetto è sempre quello
        Quando ruzzano fra loro
        Una donna ed un uccello.


III
    DANAE

Acceso il Tonante
        Per Danae d’affetto
        Ottenne l’effetto
        Mutando sembiante

E, splendido amante,
        Le cadde nel letto
        Prendendo l’aspetto
        Dell’oro sonante.

Da noi, siamo schietti,
        Ne andava in possesso
        Cambiato in biglietti;

Che in oro o in argento
        Ci avrebbe rimesso
        Il 5 p. %.


IV
ATALANTA

Atalanta giovinetta
        Alla corsa ognun sfidava
        E sì forte galoppava
        Che pareva in bicicletta.

Per passarla, una burletta
        Ippomène imaginava
        E, correndo, le gettava
        D’oro in palle una cassetta.

Adocchiandole sì gialle,
        Per volerle raccattare
        Ella uscìa dal ritto calle;

Il che serve per provare
        Che le donne per le palle
        Si farebbero pelare.


V
      PAN

Pane, cornuto Iddio
        Benchè non abbia moglie,
        Sul margine d’un rio
        S’appiatta in fra le foglie.

Assalta di scancìo
        Le Ninfe e poi le coglie,
        Facendone sciupìo
        Secondo le sue voglie.

Però fissa e solinga
        Ebbe una fiamma in core
        Per la gentil Siringa:

Dal che dedur conviene
        Che il povero signore
        Non orinasse bene.


VI
IO

Io, diventata vacca
        Per volontà di Giove,
        Fessa, dolente e stracca,
        Così diceva al bove:

"Come mi sento fiacca
        E rotta in ogni dove!
        Non valgo una patacca
        In queste forme nuove:

Il fieno m’è indigesto
        E i visceri m’annoda
        In modo disonesto.

L’utile sol ch’io goda
        Nel mutamento, è questo:
        Che guadagnai la coda."