Rime scelte di M. Cino da Pistoia/Innamoramento e amore

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Innamoramento e amore

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Dedica e indirizzo delle rime d'amore Contemplazione della bellezza
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INNAMORAMENTO E AMORE




XII


     Io non domando, Amore,
Fuor che potere il tuo piacer gradire;
Così t’amo seguire
In ciascun tempo, o dolce mio signore.
     E sono in ciascun tempo ugual d’amare5
Quella donna gentile
Che mi mostrasti, Amor, subitamente
Un giorno; chè m’entrò sì nella mente
La sua sembianza umìle,
Veggendo te ne’ suoi begli occhi stare,10
Che dilettare il core
Di poi non s’è veduto in altra cosa,
Fuor che quella amorosa
Vista, ch’io vidi, rimembrar tutt’ore.
     Questa membranza, Amor, tanto mi piace,15
E sì l’ho imaginata,
Ch’io veggio sempre quel ch’io viddi allora:
Ma dir non lo potrìa, tanto m’accora
L’imagine passata
C’ho nella mente: ma pur mi do pace.20
Che ’l verace colore
Chiarir non si porrìa per mie parole:
Amor, come si suole,
Dil’ tu per me là ’v’io son servidore.
     Ben deggio sempre onore25
Render a te, Amor, poi che desire
Mi desti ad ubbidire
A quella donna ch’è di tal valore.


(Corretta con la lezione dell’edizion giuntina, Rime di diversi autori toscani, 1527; dalla quale è male attribuita a Dante.)


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XIII


     L’uom che conosce è degno c’haggia ardire
E che s’arrischi; quando s’assicura
Vêr quello, onde paura
Può per natura o per altro avvenire.
5Così ritorno i’ ora; e voglio dire
Che non fu per ardir, s’io puosi cura
A questa crïatura,
Ch’io vidi in quel che mi venne a ferire;
Perchè mai non avea veduto Amore
10Cui non conosce ’l core se nol sente:
Che par proprïamente una salute
Per la vertute della qual si cria;
Poscia a ferire va via com’un dardo
Ratto che si congiunge al dolce sguardo.
     15Quando gli occhi rimiran la beltate
E trovando piacer destan la mente,
L’anima e il cor si sente,
E miran dentro la proprïetate.
Stando a veder senz’altra volontate:
20Se lo sguardo s’aggiunge, immantenente
Passa nel cor ardente
Amor, che pare uscir di claritate.
Così fu’ io ferito risguardando;
Poi mi volsi, tremando ne’ sospiri;
25Nè fia più ch’io rimiri a lui già mai
Ancor ch’omai io non possa campare:
Che se il vo’ pur pensare, io tremo tutto;
E ’n tal guisa conosco il cor distrutto.
     Poi mostro che la mia non fu arditanza,
30Per ch’io rischiassi il cor nella veduta.
Posso dir ch’è venuta
Negli occhi miei drittamente pietanza;
E sparto ha per lo viso una sembianza
Che vien dal core, ov’è sì combattuta
35La vita, ch’è perduta.
Perchè ’l soccorso suo non ha possanza.
Questa pietà vien come vuol natura,

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Poi dimostra ’n figura lo cor tristo
Per farmi acquisto solo di mercede;
La qual si chiede, come si conviene,40
Là ’ve forza non viene di signore
Che ragion tegna di colui che more.
     Canzone, udir si può la tua ragione
Ma non intender sì che sia approvata
Se non da innamorata45
E gentil alma dove Amor si pone:
E però tu sai ben con quai persone
Dèi gire a star per esser onorata:
E quando sei guardata,
Non sbigottir nella tua opinione,50
Che ragion t’assicura e cortesìa.
Dunque mettiti in via chiara e palese;
Di ciaschedun cortese, umil servente,
Liberamente, come vuoi, t’appella;
E di’ che sei novella d’un che vide55
Quello signor che chi lo sguarda uccide.

(Confrontata e corretta su l’edizion giuntina citata, che l’attribuisce ad incerto autore, e su la lezione che ne dà il Fraticelli nelle Rime apocrife di Dante; Canzoniere, Barbèra, 1861.)



XIV


     Gli occhi vostri gentili e pien d’amore
Ferito m’hanno col dolce guardare,
Sì ch’io sento ogni mio membro accordare
A doler forte perch’io non ho ’l core;
     Chè volentieri ’l farei servidore5
Di voi, donna piacente oltre al pensare.
Gli atti e sembianti e la vista che appare
E ciò ch’io veggio in voi mi par bellore.
     Come potea di umana natura
Nascere al mondo figura sì bella10
Com’ sete voi? Maravigliar mi fate!

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     E dico nel mirar vostra beltate
— Questa non è terrena creatura:
Dio la mandò dal ciel; tanto è novella! —



XV


     In sin che gli occhi miei non chiude morte,
Mai non avranno dello cor riguardo;
Ch’oggi si miser fisi ad uno sguardo,
Che ne li fur molte ferite porte:
     Ond’io ne son di già chiamato a corte5
D’Amor, che manda per messaggio un dardo;
Il qual m’accerta che, senz’esser tardo,
Di suo giudizio avrò sentenza forte;
     Però che di mia vita potestate
Dice ch’egli ha, di sì altero loco10
Che dir mercè non vi potrà pietate:
     Or piangeranno li folli occhi il gioco.
Ch’io sento per la lor gran vanitate
Appreso già dentro la mente il foco.



XVI


     Lo fin piacer di quello adorno viso
Compose ’l dardo che gli occhi lanciaro
Dentro dallo mio cor, quando giraro
Vêr me che sua biltà guardava fiso.
     Allor sentii lo spirito diviso5
Da quelle membra che se ne turbaro;
E quei sospiri che di fore andaro
Dicean piangendo che ’l core era anciso.
     Lasso!, di poi mi pianse ogni pensiero
Nella mente dogliosa, che mi mostra10
Sempre davanti lo suo gran valore:

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   Ivi un di loro in questo modo al core
Dice — Pietà non è la virtù nostra,
Che tu la trovi. — E però mi dispero.


(Confrontato e corretto su l’edizion giuntina citata, ov’è attribuito a Dante, e su la lezione che ne dà il Fraticelli nelle Rime apocrife di Dante, ed. cit.)



XVII


     Poscia ch’io vidi gli occhi di costei,
Non ebbe altro intelletto che d’amore
L’anima mia, la qual prese nel core
Lo spirito gentil che parla in lei
     5E consolando le dice — Tu dèi
Esser allegra, poi ti faccio onore,
Ch’io ti ragiono dello suo valore. —
Onde son dolci gli sospiri miei;
     Per che in dolcezza d’esto ragionare
10Si muovono da quella, ch’allor mira
Questa donna gentil che ’l fa parlare;
     E vedesi da lei signoreggiare
Ch’è sì valente, ch’altro non desira
Ch’alla sua signoria soggetta stare.




XVIII


     L’alta speranza, che mi reca Amore,
D’una donna gentil ch’i’ ho veduta,
L’anima mia dolcemente saluta
E falla rallegrar dentro allo core:
5Per che si face, a quel ch’ell’era, strana,
E conta novitate,
Come venisse di parte lontana;
Che quella donna piena d’umiltate
Giugne cortese e piana,
10E posa nelle braccia di pietate.

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     E son tali e’ sospir d’esta novella,
Ch’io mi sto solo perchè altri non gli oda;
E ’ntendo Amor, come madonna loda
Che mi fa viver sotto la sua stella.
Dice ’l dolce signor — Questa salute15
Voglio chiamar laudando
Per ogni nome di gentil vertute;
Che propriamente tutte ella adornando,
Son in essa cresciute,
Ch’a buona invidia si vanno adastando.20
     Non può dir nè saver quel ch’assimiglia
Se non chi sta nel ciel, ch’è di lassuso:
Per ch’esser non ne può già cor astioso;
Chè non dà invidia quel ch’è meraviglia,
Lo quale vizio regna ove è paraggio.25
Ma questa è senza pare;
E non so essempio dar, tanto ella è maggio:
La grazia sua a chi la può mirare
Discende nel coraggio,
E non vi lassa alcun difetto stare.30
     Tant’è la sua vertute e la valenza,
Ched ella fa meravigliar lo sole;
E, per gradire a Dio in ciò ch’ei vôle,
A lei s’inchina e falle riverenza.
Adunque, se la cosa conoscente35
L’ingrandisce et onora,
Quanto la de’ più onorar la gente?
Tutto ciò ch’è gentil se n’innamora:
L’aer ne sta gaudente,
E ’l ciel piove dolcezza u’ la dimora. — 40
     Io sto com’uom che ascolta e pur disìa
D’udir di lei, sospirando sovente;
Però ch’io mi riguardo entro la mente,
E trovo pur ch’ell’è la donna mia:
Onde m’allegra Amor e fammi umìle45
Dell’onor ch’ei mi face;
Ch’io son di quella ch’è tutta gentile,
E le parole sue son vita e pace;
Ch’è sì saggia e sottile.
Che d’ogni cosa tragge lo verace.50

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     Sta nella mente mia, com’io la vidi,
Di dolce vista et umile sembianza:
Onde ne tragge Amor una speranza,
Di che ’l cor pasce e vuol che ’n ciò si fidi.
In questa speme è tutto ’l mio diletto;55
Ch’è sì nobile cosa,
Che solo per veder tutto ’l suo effetto
Questa speranza palese esser osa;
Ch’altro già non affetto
Che veder lei che di mia vita è posa.60
     Tu mi pari, canzon, sì bella e nova,
Che di chiamarti mia non haggio ardire:
Di’ che ti fece Amor, se vuoi ben dire.
Dentro al mio cor che sua valenza prova,
E vuol che solo allo suo nome vadi,65
A color che son sui
Perfettamente, ancor ched ei sian radi,
Dirai — Io vegno a dimorar con vui,
E prego che vi aggradi
Per quel signor da cui mandata fui. — 70

(Confrontata e corretta su la edizion giuntina citata e su la lezione che ne dà il Fraticelli nelle Rime apocrife di Dante, ecc.)



XIX


     Madonna, la beltà vostra infollìo
Sì gli occhi miei, che menaro lo core
Alla battaglia, ove l’ancise Amore
Che di vostro piacere armato uscìo,
     Sì che nel primo assalto l’abbattìo:5
Poscia entrò nella mente, e fu signore,
E prese l’alma che fuggìa di fore
Piangendo per dolor che ne sentìo.
     Però vedete che vostra beltate
Mosse quella follìa ond’è il cuor morto;10
Et a me ne convien chiamar pietate,

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   Non per campar, ma per aver conforto
Della morte crudel che far mi fate.
Et ho ragion, se non vincesse il torto.



XX


AD AGATON DRUSI DA PISA


     Signore, io son colui che vidi Amore,
Che mi ferì sì ch’io non camperoe;
E sol però così pensoso voe,
Tenendomi la man presso lo core:
     Ch’io sento in quella parte tal dolore,5
Che spesse volte dico — Ora morroe; —
E gli atti e gli sembianti ch’ïo foe
Son come d’un che ’n gravitate more.
     Io morrò ’n verità; ch’Amor m’ancide,
Che m’assalisce con tanti sospiri10
Che l’anima ne va di fuor fuggendo;
     E, s’io la ’ntendo ben, dice che vide
Una donna apparire a’ miei desiri
Tanto sdegnosa, che ne va piangendo.



XXI


     Madonne mie, vedeste voi l’altr’ieri
Quella gentil figura che m’ancide?
Quella, se solo un pochettin sorride,
Quale il sol neve, strugge i miei pensieri;
     Onde nel cor giungon colpi sì fieri.5
Che della vita par ch’io mi diffide.
Però, madonne, qualunque la vide,
O per via l’incontrate o per sentieri.
     Restatevi con lei; e per pietate
Umilemente fatenela accorta10
Che la mia vita per lei morte porta.

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     E se ella pur per sua mercè conforta
L’anima mia piena di gravitate,
A dire a me — Sta’ san — voi la mandate.



XXII


     Gentil donne valenti, or m’aitate
Ch’io non perda così l’anima mia;
E non guardate a me qual io mi sia,
Guardate, donne, alla vostra pietate:
     Per dio, qualora insieme vi trovate,5
Pregatela che umìl verso me sia;
Ched altro già il mio cor non disìa,
Se non che veggia lei qualche fïate;
     Chè non è sol de’ miei occhi allegrezza,
Ma di quei tutti c’hanno da Dio grazia10
D’aver valor di riguardarla fiso;
     Ch’ogn’uom che mira il suo leggiadro viso
Divotamente Iddio del ciel ringrazia,
E ciò ch’è tra noi qui nel mondo sprezza.



XXIII


     Come non è con voi a questa festa,
Donne gentili, lo bel viso adorno?
Perchè non fu da voi staman richiesta
Che ad onorar venisse questo giorno?
     Vedete ogn’uom che si mette in inchiesta5
Per vederla girandovi d’intorno;
E guardan qua, u’ per lo più s’arresta;
Poi miran me, che sospirar non storno.
     Oggi aspettavo veder la mia gioia
Stare tra voi, e veder lo cor mio10
Che a lei, come a sua vita, s’appoia.
     Or io vi prego, donne, sol per dio,
Se non volete ch’io di ciò mi muoia,
Fate sì che stasera la vegg’io.

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XXIV


     Or dov’è, donne, quella ’n cui s’avvista
Tanto piacer che ancor voi fa piacenti?
Poi non v’è, non ci corrono le genti,
Chè reverenza a tutte voi acquista.
     Amor di ciò nello mio cor s’attrista,5
Che voi con la. . . . . . . . . .
Per raffrenar di lei li maldicenti;
Ed io sol moro d’amorosa vista.
     Ch’è sì per Dio e per pietà d’Amore,
Ch’allegrezza a vederla ogn’uom riceve;10
Tant’è avvenante e di tutto dolciore.
     Ma non curaste nè Dio nè preghiera:
Di ciò mi doglio, e ognun doler si deve;
Chè la festa è turbata in tal maniera.



XXV


     Io son chiamata nuova ballatella,
Che vegno a voi cantando
Per contarvi novella
D’un vostro servo che si muore amando.
     5Io posso dir parole
Così vere di lui,
Come colei che vien dalla sua mente.
Madonna, egli si duole
E muor chiamando vui
10Ne’ sospiri del cor celatamente.
Quando il lasciai, piangea sì fortemente
Che forse egli è già morto,
Se alcun buono conforto
Non gli ha donato Amor di voi parlando.
     15Amor con lui parlava
Del vostro grande orgoglio,
Che voi d’ogni valor rende compita:

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E di ciò si laudava
Tanto, che ’l suo cordoglio
20Fors’è alleggiato sì che ancora ha vita.
Ma egli ha dentro al cor sì gran ferita
Che non ne può scampare,
Se nol volete aitare
Voi che ’l feriste e non sapete quando.
     25Il giorno che da pria
Gli donaste il saluto
Che dar sapete a chi vi face onore,
Andando voi per via,
Come d’un dardo acuto
30Subitamente gli passaste il core:
Allora il prese la virtù d’amore.
Che ne’ vostri occhi raggia;
Poi gli siete selvaggia
Fatta sì, che mercè non vi addimando.
     35Non vi chero mercede,
Madonna, per paura
Ch’i’ haggio che di ciò non vi adiriate:
Ma questo dico in fede,
Sapendo che in figura
40Angel del ciel diritto assimigliate
. . . . . . . . .
. . . . . . . . .
Più non vi dico avante,
Se non che l’alma sua vi raccomando.


(Fu pubblicata, come di Dante, dal dottor Alessandro Torri nelle illustrazioni alla Vita nuova, Livorno, 1843; ma pel color dello stile e per l’allusione a Selvaggia dee rendersi a Cino: così pensa anche Pietro Fraticelli.)



XXVI


     Giovine bella, luce del mio core,
Perchè mi celi l’amoroso viso?
Tu sai che ’l dolce riso
E gli occhi tuoi mi fan sentire amore.

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     5Sento nel core... tanta dolcezza
Quando ti son davante,
Ch’io veggio quel ch’amor di te ragiona.
Ma poi che privo son di tua bellezza
E de’ tuoi be’ sembianti,
10Provo dolor che mai non mi abbandona.
Però chiedendo vo la tua persona,
Disïoso di quella cara luce
Che sempre mi conduce
Fedel soggetto dello tuo splendore.

(Dal volume I delle Poesie italiane inedite di dugento autori, raccolte da F. Trucchi; Prato, Guasti, 1846.)



XXVII


     Gli atti vostri li sguardi e ’l bel diporto
E ’l fin piacere e la nuova beltate
Fanno sentir al cor dolce conforto,
Allor che per la mente mi passate.
     5Ma riman tal ch’è via peggio che morto
Poi, quando disdegnosa ve n’andate;
E, s’io son ben della cagione accorto,
Gli è sol per lo desìo che ’n lui trovate.
     Lo qual già non si può senza la vita
10Da me partir; ben lo sapete omai:
Però forse v’aggrada mia finita:
     Et io ne vo’ morire, anzi che mai
Faccia del cuor, quant’ei vive, partita;
In tal guisa da voi pria l’acquistai.



XXVIII


     Il mio cor, che ne’ begli occhi si mise
Quando sguardava in voi molto valore,
Fu tanto folle che, fuggendo Amore,
Davanti alla saetta sua s’assise

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     5Ferrata del piacer, che lo divise
Sì che per segno li stava di fore;
E la temprò sì forte quel signore,
Che dritto quivi traendo l’ancise.
     Morto mi fu lo cor, sì com’ vo’ udite,
10Donna, a quel punto; e non ve n’accorgeste,
Così di voi la vertù non sentite:
     Poscia pietate che di me si veste
Lo v’ha mostrato; onde fiera ne gite,
Ne mai di me mercede aver voleste.



XXIX


     Madonna, la pietate
Che v’addimandan tutti i miei sospiri
È sol che vi degnate ch’io vi miri.
     Io sento sì il disdegno
5Che voi mostrate contr’al mirar mio,
Ch’a veder non vi vegno;
E morronne; sì grande n’ho il desìo.
Dunque mercè, per dio!
Di mirar sol, ch’appaga i mei desiri.
10La vostra grand’altezza non s’adiri.



XXX


AMANTE


     La dolce innamoranza
Di voi, mia donna, non posso celare:
Conviemmi dimostrare
Alquanto di mia gio’ per abbondanza.
     5Così come non può tutto tenere
Lo pomo lo suo frutto c’ha incarcato
Dell’amorosa sua dolce stagione;
Non posso tanta gioia meco avere,

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Nè tanto ben tutto tener celato,
5Che fora in me perduto; e di ragione;
Se io più d’altro amante
Non dimostrassi l’amoroso stato,
Ove Amor m’ha locato
Con voi, madonna di tutt’onoranza.

DONNA

     10Gentil mio sir, lo parlare amoroso
Di voi sì in allegranza mi mantene,
Che dirvel nol porìa: ben lo sacciate.
Perchè del mio amor sete gioioso,
Di ciò grand’allegria e gio’ mi vene;
15Et altro mai non haggio in volontate,
For che ’l vostro piacere
Tutt’ora fare e la vostra voglienza.
Aggiate providenza
Voi di celar la nostra disïanza.



XXXI


     Io prego, donna mia,
Lo cuor gentile ch’è nel vostro core,
Che da Morte e d’Amore
Mi campi stando in vostra signorìa.
     5E per sua cortesìa
Lo può ben fare senza uscirne fuore;
Chè non disdice onore
Sembiante alcun che di pietate sia.
     Io mi starò, gentil donna, di poco
10Ben lungamente in gioia;
Non sì che tutta via non arda in foco:
     Ma standomi così, pur ch’io non moia,
Verrò di rado in loco
Che dello mio veder vi facci noia.


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XXXII


     Amor che ha messo ’n gioia lo mio core
Di voi, gentil messere,
Mi fa ’n gran benignanza sormontare:
Et io nol vo’ celare,
5Come le donne per temenza fanno.
     Amor mi tiene in tanta sicuranza,
Ch’in fra le donne dico ’l mio volere,
Come di voi, messer, so ’nnamorata;
E come ’n gioia mia consideranza
10Mostro, che per sembianti il fo parere
A voi, gentil messere, a cui son data.
E s’altra donna contr’al mio talento
Volesse adoperare,
Non pensi mai con altra donna gire;
15Et io lo fo sentire
A chi di voi mi volesse far danno.
     Non ho temenza di dir com’io sono
Allo vostro piacer sempre distretta.
Sì la baldanza d’Amor m’assicura;
20E quando con altrui di voi ragiono.
Lo nome vostro nel cor mi saetta
Una dolcezza che lo cor mi fura.
E non è donna che me ne riprenda;
Ma ciascheduna pare
25Che senta parte dello mio desìo:
E questo è quel per ch’io
Temo di perder voi per loro inganno.



XXXIII


     Quando Amor gli occhi rilucenti e belli,
C’han d’alto foco la sembianza vera,
Volge ne’ miei, sì dentro arder mi fanno,
Che per virtù d’Amor vengo un di quelli
5Spirti che son nella celeste sfera,

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Ch’amor e gioia ugualmente in lor hanno:
Poi, per mio grave danno
S’un punto sto che fisso non li miri,
Lagriman gli occhi e ’l cor tragge sospiri.
  10Così veggio che in sè discorde tene
Questa troppo mia dolce e amara vita
Chi ’n un tempo nel ciel trovasi e ’n terra:
Ma di gran lunga in me crescon le pene,
Perchè, cherendo ad alta voce aita,
15Gli occhi altrove mirando mi fan guerra.
Or, se pietà si serra
Nel vostro cor, fate ch’ogn’or contempre
Il bel guardo che ’n ciel mi terrà sempre.
     Sempre non già; poscia che nol consente
20Natura, ch’ordinato ha che le notti
Legati sien; non già per mio riposo;
Perciò ch’allor sta lo mio cor dolente,
Nè sono all’alma i suoi pianti interrotti
Del duol c’ho per fin qui tenuto ascoso.
25Deh, se non v’è noioso
Chi v’ama, fate al men, perch’ei non mora,
Parte li miri della notte ancora.
     Non è chi imaginar non che dir pensi
L’incredibil piacer, donna, ch’io piglio
30Del lampeggiar delle due chiare stelle;
Da cui legati ed abbagliati i sensi,
Prende ’l mio cor un volontario essiglio
E vola al ciel tra l’altre anime belle:
Indi di poi lo svelle
35La luce vostra ch’ogni luce eccede,
Fuor di quella di quel che ’l tutto vede.
     Ben lo so io; che ’l sol tanto già mai
Non illustrò col suo vivo splendore
L’aer quando che più di nebbia è pieno,
40Quanto i vostri celesti e santi rai.
Vedendo avvolto in tenebre ’l mio core,
Immantenente fêr chiaro e sereno;
E dal carcer terreno
Sollevandol talor, nel dolce viso
45Gustò molti dei ben del paradiso.

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   Or perchè non volete più ch’io miri
Gli occhi leggiadri u’ con Amor già fui,
E privar lo mio cor di tanta gioia?
Di questo converrà ch’Amor s’adiri,
50Che un core in sè, per vivere in altrui.
Morto, non vuol ch’un’altra volta moia.
Or, se prendete a noia
Lo mio amor, occhi d’Amor rubegli,
Foste per comun ben stati men begli!
   55Agli occhi della forte mia nemica
Fa’, canzon, che tu dica
— Poi che veder voi stessi non possete,
Vedete in altri al men quel che voi sete. —




XXXIV


   Nelle man vostre, o dolce donna mia,
Raccomando lo spirito che muore,
E se ne va sì dolente, che Amore
Lo mira con pietà che ’l manda via.
   5Voi lo legaste alla sua signorìa,
Sì che non ebbe poi alcun valore
Di potergli dir altro che — Signore,
Qualunque vuoi di me, quel vo’ che sia. -
   Io so che a voi ogni torto dispiace:
10Però la morte che non ho servita
Molto più m’entra dentro al core amara.
   Gentil madonna, mentre ho della vita,
Acciò ch’io mora consolato in pace.
Non siate agli occhi miei cotanto avara.



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XXXV


  Quand’io pur veggio che se ’n vola ’l sole
Et apparisce l’ombra,
Per cui non spero più la dolce vista,
Nè ricevuto ha l’alma, come suole,
5Quel raggio che la sgombra
D’ogni martìro che lontano acquista;
Tanto forte s’attrista e si travaglia
La mente ove si chiude il bel desìo,
Che l’ardente cor mio
10Piangendo ha di sospiri una battaglia,
Che comincia la sera
E dura in sino alla seconda sfera.
   Allor ch’io mi ritorno alla speranza
Et il desìo si leva
15Col giorno che riscuote lo mio core;
Mi muovo e cerco di trovar pietanza,
Tanto ched io riceva
Dagli occhi il don che fa contento Amore,
Ch’egli ha già, per dolore e per gravezza
20Del perduto veder, più avanti morti.
Dunque ch’io mi conforti
Sol con la vista e prendane allegrezza
Sovente in questo stato,
Non mi par esser con ragion biasmato.
   25Amor, con quel principio onde si cria,
Sempre ’l desìo conduce;
E quel per gli occhi innamorati vene:
Per lor si porge quella fede in pria
Dall’una all’altra luce,
30Che nel cor passa e poi diventa spene:
Di tutto questo ben son gli occhi scorta.
Chi gli occhi, quando amanza dentro è chiuøa,
Riguardando non usa,
Fa come quei che dentro arde e la porta
35Contro al soccorso chiude:
Debbesi usar degli occhi la vertude.

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   Vanne, canzone mia, di gente in gente,
Tanto che la più gentil donna trovi,
E prega che suoi nuovi
40E begli occhi amorosi dolcemente
Amici sian de’ miei,
Quando per aver vita guardan lei.




XXXVI


   Se conceduto mi fosse da Giove,
Io non potrei vestir quella figura
Che questa bella donna fredda e dura
Mutar facesse dell’usate prove:
   5Adunque il pianto che dagli occhi piove
E ’l continuo sospiro e la rancura
Con la pietà della mia vita oscura
Neente è da ammirar se lei non move.
   Ma, se potessi far come quel dio,
10’Sta donna muterei in bella faggia
E mi farei un’ellera d’intorno;
   Et un ch’io taccio, per simil desìo,
Muterei in uccello, che ogni giorno
Canterebbe su l’ellera Selvaggia.




XXXVII


   Amor, la dolce vista di pietate,
Ch’è sconsolata in gran desìo, sovente
Meco si vene a doler ne la mente
Del mio tormento e dell’atto sdegnoso
5Di quella bella donna, a cui son servo:
E nato è in questa vertute il desìo
D’ornar il suo bell’aspetto vezzoso.
Lo qual adoro più ch’io non osservo:
Ella non degna, o dolce signor mio.
10Deh spandi in lei la tua vertù sì ch’io
Con pietà veggia tua stella lucente,
E spenga l’atto che mi fa dolente.



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XXXVIII


     La bella donna, che ’n virtù d’Amore
Per gli occhi mi passò dentro la mente,
Irata e disdegnosa spessamente
Si volge nelle parti ’v’è lo core,
     5E dice — S’io non vo di quinci fore,
Tu ne morrai, s’io posso, tostamente. —
E quei si stringe paventosamente,
Che sente bene quant’è il suo valore.
     E l’anima che intende este parole
10Si lieva trista per partirsi allora
Dinanzi a lei che tant’orgoglio mena:
     Ma vien dinanzi Amor, che glie ne duole,
E dice — Tu non te ne andrai ancora; —
E tanto fa ch’ei la ritiene a pena.



XXXIX


     Una donna mi passa per la mente
Ch’a riposar se ’n va dentro nel cuore;
Ma trova lui di sì poco valore,
Che della sua virtù non è possente;
     5Sì che si parte disdegnosamente,
E lasciavi uno spirito d’amore;
Ch’empie l’anima mìa sì di dolore,
Che viene agli occhi in figura dolente
     Per dimostrarsi a lei, che conoscente
10Si faccia poscia degli miei martìri;
Ma non può far pietà ch’ella vi miri;
     Per che ne vivo sconsolatamente;
E vo pensoso negli miei desiri.
Che son color che levano i sospiri.