Ritrattazione de La Cortona convertita

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Francesco Moneti

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RITRATTAZIONE

O SIA

LA CORTONA

NUOVAMENTE CONVERTITA

Per la Missione fatta in detta Città dai
RR. PP. Paolo Segneri, e Ascanio
Simi Gesuiti l’Anno 1708.



I.


IO che già spinto da furore insano
     Con satirici carmi, e stil non buono
     Contro de vili altrui armai la mano
     Di maledica cetra al tristo suono,
     Con miglior genio, e con giudizio sano,
     Da me stesso diverso oggi ragiono;
     Perchè d’ogn'odio già spogliato il cuore
     Venga corretto ogni passato errore.

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II.


La Musa oggi non più tanto odiosa
     Vibri le rime, come la corrente;
     Nè più si mostri a chi si sia nojosa,
     Nè più ministra di sdegnata gente:
     Ma se fu con Democrito sdegnosa,
     Veder si faccia pur oggi dolente;
     E con più grave, e più modesto Canto
     D’Eraclito più tosto imiti ii pianto.

III.


Dei falli altrui cantando io dissi male;
     Giacchè del male mai si può dir bene;
     Ma poi conobbi il dirlo a farlo uguale,
     Perchè dir mal del mal non sempre è bene:
     Talìa però non più si mostri tale
     Nell’impiegare il Canto in opre oscene;
     Ma onesta Musa d’Ippocrene al fonte
     Dal già macchiato onor lavi la fronte.

IV.


All’intelletto mio, e a’ suoi difetti
     Soccorri dunque tu benigna Clio,
     E con il suggerirmi altri concetti
     Seconda pure in me questo desio;
     Mentre a curare i già percossi oggetti
     Corre la penna coll’inchiostro mio;
     Ed in virtù del riformato ingegno
     Fa con i versi miei Canto più degno.

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V.


Frena, o Momo la tua lingua mordace,
     Nè più voglia ti venga di tentarmi:
     Lo stesso Apollo, s’io fui troppo audace,
     Spezzi lo stil de miei pungenti carmi;
     Che se la penna fu per me fallace,
     Con essa pure il vanto voglio darmi,
     Che in ferire, e sanar ben più di mille
     Divenga oggi per me l’asta d’Achille.

VI.


Non sempre segno è d’animo incostante
     Diversa aver dall’opera la mente;
     Per correttivo d'ogni umor peccante
     Spesso il mutar parere è da prudente:
     Tra nuove frondi fan frutto le piante,
     Lascia la vecchia spoglia anco il serpente;
     E si stima un pensier troppo fissato
     D’uomo costante nò, ma d’ostinato.

VII.


Pubbliche Confessioni io già cantai
     Da giovenil follia mosso, e guidato;
     Con troppa libertà troppo scherzai
     Di persone di grado, e d’ogni stato;
     E de costumi ancora io dissi assai
     Di chi allor di Cortona era Prelato,
     Pien di bontà; ma trapassare il segno
     D’ogni difetto fe l’ira, e lo sdegno.

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VIII.



Se l’irrisione fu così possente,
     Che scherzando in Cortona, al riso espose
     Il Clero, i Regolari, e l’altra gente
     Nel fare udire altrui rime giocose,
     La convertita Musa oggi si pente,
     E tra le spine a coglier va le rose,
     Per far degna corona a chi sprezzato
     Dal Mondo fu, mediante il suo peccato.

IX.


Con un’assai licenziosa rima
     Troppo la Patria mia cantando offesi
     Nell’avvilire, ed abbassar la stima
     De miei compatrioti Cortonesi,
     Che per contrario a ciò ch’io dissi prima
     Hanno per naturale esser cortesi;
     E facili gli mostra ogni occasione
     Ad esser persuasi all’opre buone.

X.


Tali gli mostra già compunto il cuore
     Al predicar de’ Padri Gesuiti,
     Che poco fa col lor santo fervore
     Si feron poi veder tutti contriti:
     Onde per emendarsi d’ogni errore
     Corsero tutti pronti ai loro inviti:
     E per tale Mission sì fruttuosa
     Fatta è Cortona in oggi più gloriosa.

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XI.


Malignità d’alcune relazioni
     Poco sincere, e men degne di fede,
     Ad alcune poetiche finzioni
     Con troppa libertà motivo diede,
     E per il genio pronto all’invenzioni
     Che spesse volte alla menzogna cede;
     Di quel sì tristo parto, e figlio indegno
     Madre l’ira ne fu, padre lo sdegno.

XII.


D’altri adultera penna (Oh gran delitto!)
     Macchiò il candore d’onorato oggetto,
     Che sotto il nome mio restò trafitto,
     Per cui fu spinto da nefando affetto;
     Altri nel copiare il Manoscritto,
     Nella lettera scarso d’intelletto,
     per colpa d’ignoranza che lo scusa,
     Eretica apparir fece la Musa.

XIII.


Oh quanti in farsi onor d’altrui scrittura
     Senza saperne render le ragioni,
     E con i versi ancor fuor di misura
     Si spacciano per Tassi, e per Catoni:
     Ma poi caduti setto alla censura
     Rimangono pelati cornacchioni;
     Che delle penne altrui già rivestiti
     Sono d’ingegno, e di cervel puliti.

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XIV.


L’altrui malizia dunque, e l’ignoranza
     Scusa al Poeta in qualche parte fanno,
     E di tal fatto indegno, ed arroganza
     Addosso a chi lo fa ricade il danno:
     La Musa poi dell’altrui mancanza
     Per lo scandolo sol si prese affanno;
     E per frutto del seme in quest’arena
     Sopra dell’impostor cade la pena.

XV.


Lettera poi ancor mi viene in mano
     Poco fa di Scrittor col nome finto,
     Che un Demonio lo stimo in corpo umano
     O pur che fu da Satanasso spinto;
     Uomo però, se pur’egli è Cristiano,
     Che *ol di bestia ha il natural’istinto;
     Anzi da me, benchè non conosciuto,
     stimat’è per un gran B.... F....

XVI.


Per nuova Mission, che s’attendeva
     In breve ai Cortonesi già inviata
     Trovar pronta la Musa egli credeva
     A poetici scherzi, e preparata
     Alle satire, a cui ei persuadeva
     Con sua temerità troppo sfacciata;
     Di mente prava, e volontà non pia
     A scriver mal, tentò la Poesia.

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XVII.

XVIII.


Lungi da me ( diss’io ) questi pensieri
     Di soddisfare al temerario ardire
     Di sì fatti, e maligni consiglieri,
     E loro indegne brame oggi aderire;
     Ami pretendo assai più volentieri
     Di giustìzia le parti anco adempire,
     Col palesare il mio segreto inferno
     Contro il desìo di un tentator d’Averno.

XVIII.


Oh quanto mal colui, che al male induce
     Spesso a mortali in questo mondo apporta;
     Chi per la via di qnalche vizio è duce,
     Ad altri dell’abisso apre la porta;
     Se il cieco guida un ch’è privo di luce,
     Al precipizio gli diviene scorta;
     E chi cagione è dell’altrui peccato
     Fassi del peccator più scellerato.

XIX.


Molti ch’hanno per genio in odio il bene
     Il ben che fanno gli altri, hanno per male;
     Uomo accorto da questi oggi si tiene
     Chi per natura suol mostrarsi tale:
     Ma degno è d’esser cinto di catene
     Chi concetto ritien così bestiale;
     Tra i vizzi poi l’aver lubrico il piede
     Dimostra il falso cuor, Greca la fede.

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XX.


Qual custode latrante, che nell’orto
     Mangiar non lancia l’erbe, ch’ei non vuole
     Così colui che ala virtù già morto
     Sol per il vizio esser vivente suole |
     Della natura mostruoso aborto,
     Gode del mal’altrui, del ben si duole;
     Poichè in tal’uomo di malizia pieno
     Il senso pose alla ragione il fieno.


XXI.


Or quel che io scrissi, fu dagli altri detto,
     E dalla bocca loro in parte udito
     Da me già fu, e in parte a me ridetto
     Da chi mostrar solea i falli a dito;
     Tutto alla verità però rimetto,
     Se un fatto fosse poi troppo abbellito
     Con qualche falsità, che adombra il vero
     A chi suole spacciar per bianco il nero.


XXII.


Ma perchè gli Ecclesiastici trattai
     Con poco onore ne giocosi Canti,
     Ora confesso che cantando errai
     Nell’onte fatte a religiosi manti:
     Se del rispetto i termini passai
     Gli prego a perdonarmi per quei Santi,
     Che furo in Terra Patriarchi loro
     Della Chiesa di Dio sommo decoro.

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XXIII.


A tutti quei gran Padri gloriosi
     Domenico, Francesco, ed Agostino,
     Con Benedetto, e ai Figli religiosi.
     Che in qualche parte offesi, oggi m’inchino
     E parimente agli altri Eroi famosi
     Già fatti Autori per voler Divino
     Di Religioni, ed Istituti santi,
     D’Ecclesiastico Ciel novelli Atlanti.

XXIV.


D’avanti a loro in già mutata veste
     Si fa vedere la pentita Musa,
     E con levrime sue tutte modeste
     L’opre mal fatte del Poeta accusa;
     Quindi con supplichevoli proteste
     La gioventù propon per qualche scusa;
     Poichè, come il timon regge il battello,
     Così matura età frena il cervello.

XXV.


Io prego intanto tutti a compatire
     Della mia penna i già trascorsi errori,
     E de’ pensieri il troppo vasto ardire,
     Che nacque da poetici furori;
     Poichè la vena mia voglio addolcire,
     E per figure usar altri colori,
     Altra penna, altro stil,ed altri modi
     Nel convertir tutte le beffe in lodi.

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XXVI.


Prima conviene, che con voi ragioni
     Di Benedetto nobili seguaci,
     Che tra l'antiche, e sante Religioni
     Siete del Mondo luminose faci;
     Sono di penitenza, e d’orazioni
     I Monasteri vostri orti vivaci,
     In cui la solitudine c’addita
     Dell'alme in Terra una celeste vita.

XXVII.


Di porre in fuga maledette schiere
     D’Averno, un Benedetto ebbe l’onore,
     Opposte a loro le milizie intere
     Di santi Eroi uniti al suo valore;
     Mostrando egli d’aver forza, e potere
     Da domar l’empietà, l’ira, e furore,
     Armato di fervente, e santo zelo
     Contro chi volle fare guerra al Cielo.

XXVIII.


Quindi in ombrose valli, ed oliveti
     II monastico seme assai fecondo,
     Più che di pini, e di frondosi abeti,
     Frutti di santità produsse al Mondo:
     Per un Gualberto, e pe Francesco lieti
     Molti sprezzando ogni piacere immondo
     Per conservare in petto il cuor sincero
     Dieder la vita loro al Monastero.

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XXIX.


Del gran Bernardo poi allo splendore
     Chiara una Valle in santità risplende,
     Ed il Cisterciense Osservatore
     Con più rigore all’osservanza attende:
     In un Silvestro, ed in un Pietro il cuore
     De suoi seguaci nuovi lumi accende;
     L’uno Duce si fa dei Silvestrini;
     L’altro Celeste Duce ai Celestini.

XXX.


Alcuni poi, che in solitarie celle
     Abitatori son d’alpestri monti,
     Chiamar potrei già tramontate stelle
     Sotto i climi terreni, ed orizonti;
     Che del Mondo in fuggir l’empia Babelle
     L'orme seguir di Romualdo pronti,
     Per introdursi nell’empirea Sala
     Per lunga sì, ma fortunata scala.

XXXI.


Da Bruno ancora scorgo esser già nato
     D’abito, e di costumi il bel candore,
     Tra i Padri ch’hanno in solitario stato
     Alle contemplazioni affisso il cuore,
     E di Brunone, il Santo a Dio sì grato,
     D’esser fatti seguaci ebber l’onore;
     E una Certosa a Religiosi aperta
     Mostra del Cielo a lor la via più certa.

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XXXII.


Un altro luogo ancora dimostrato
     A un santo Institutor fu da Maria,
     Da cui l'abito bianco a lui fu dato,
     Segno dell’alma sua candida, e pia:
     Fu quell’Ordine suo a molti grato
     Per trovare del Ciel la retta via;
     Ed ivi poi per mezzo d’un Norberto
     Posson vedere allor l’Empireo aperto.

XXXIII.


Di Domenico i figli poi chiamare
     Nuovi germogli dell’antica Atene,
     Poco sarebbe al merto lor ch’appare
     Fra i Fedeli più degno; onde conviene
     Per maggior gloria lor quegli appellare
     Con la dottrina, che da lor si tiene,
     Del Cristian Firmamento Astri lucenti,
     Nati nel Mondo a illuminar le genti.

XXXIV.


Del Patriarca suo ben degna prole,
     Già come tali ognuno oggi gli ammira;
     Forza nei lor sermoni han le parole
     Più che non ebbe già l'Ispana lira:
     Con un Tommaso aperte hanno le scuole
     Per ciascheduno che alle scienze aspira;
     Colonne sono in cui la Chiesa il piede
     Ritien posato in sostener la Fede.

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XXXV.


Degli eruditi, e saggi dicitori
     Dell’Istituto loro oggi s’attende
     La correzione de' commessi errori,
     Mentre alla penitenza il cor s’accende;
     E per gli insigni lor Predicatori
     In tante Chiese il pulpito risplende
     Nel ridur peccatori a mutar vita,
     Ed è per loro ogni Eresia sbandita.

XXXVI.


Di poi da così degni Religiosi
     Pastori usciti son di santa Chiesa,
     E intanto uomini illustri, e gloriosi
     La fama il merto lor oggi palesa,
     Che per dottrina, e santità famosi
     La cattolica Fede hanno difesa;
     Con Mitre in testa, e Pastorali in mano,
     Con Porpore, e Camauri in Vaticano.

XXXVII.


Ma per imprese gloriose, e sante
     Veggio nuovo campion dal Ciel mandato.
     Che in petto, nelle mani, e nelle piante
     Di un Serafin si vede esser piagato;
     D’un Crocifisso Dio tiene il sembiante,
     Mentre nel corpo suo stimatizzato;
     Come di Redenzion celesti pegni
     Porta di Cristo i sacrosanti segni.

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