Rivista di Scienza - Vol. I/Les antagonismes économiques

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Giovanni Vailati

../La théorie phisique ../Problemi della scienza IncludiIntestazione 1 dicembre 2013 100% Scienze

La théorie phisique Problemi della scienza
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Otto Effertz - Les antagonismes économiques. Paris, Giard et Brière, 1906.

Non credo fare cosa inutile ai lettori di questa importante pubblicazione segnalando loro in essa alcuni punti ai quali faranno bene di rivolgere anzitutto l’attenzione, per non correr pericolo di venire disgustati o contrariati dall’apparente prolissità, o dalla forma talvolta troppo paradossalmente schematica, dell’esposizione.

Ecco come l’A. caratterizza quella che egli ritiene essere la « prima grande differenza » tra il suo sistema e quello degli economisti delle varie scuole:

« Per gli economisti contemporanei la trasformabilità generale di tutte le produzioni è un’assioma tanto triviale e banale che essi non si sono ancora neppur dati la pena di enunciarlo espressamente. Su questo soggetto i borghesi e i socialisti si accordano in un modo commovente. Le frasi più usate sono, per i borghesi: «si ritira un capitale da una produzione e lo si investe in un’altra»; e, per i socialisti: «si incorpora un lavoro, che fino allora era incorporato in un prodotto, in un prodotto di un altro genere». Nè per gli uni, nè per gli altri c’è alcuna difficoltà a trasformare, per esempio, la produzione dei diamanti o dei pizzi in produzione di salciccie o di birra. Per gli economisti, ancora [p. 157 modifica]più volgari, non c’è neppure alcuna difficoltà a trasformare, non solo tutto le produzioni, ma anche tutti i prodotti l’uno nell’altro, per es. i diamanti in pane o i pizzi in birra. Queste transustanziazioni si fanno, secondo loro, mediante il processo misterioso della vendita e della compera. Si vendono i diamanti e i pizzi, e, col prezzo ricevuto, si compera del pane; o si mettono lo somme a interesse, e si compera il pane con ciò che rendono. Questo errore è uno dei più gravi nell’economia politica contemporanea. Tutto ciò che vi è di ottimismo utopico presso gli autori che vogliono migliorare la società; tutto ciò che vi è di pessimismo esagerato presso i conservatori, si basa, in ultima analisi, sulla ignoranza della non trasformabilità delle produzioni o dei prodotti. Si vedono dei ricchi ornati di gioielli o di pizzi, o delle statue di santi, ornate di pietre preziose, e si denuncia questo lusso come barbaro di fronte ai poveri affamati. Gli entusiasti vorrebbero correggere immediatamente questa ingiustizia trasformando i prodotti, cioè tali pietre o tali pizzi, in pane, col procedimento misterioso sopra accennato. Questo non è solamente il consiglio dei socialisti rivoluzionarli contemporanei ma è altresì il ritornello di una quantità di moralisti o di predicatori, dopo l’apostolo che ha detto: «Perchè non si rendono questi unguenti preziosi distribuendone il prezzo ai poveri?» Questi uomini di buona volontà dimenticano che la vendita suppone uno che comperi e che se è male usare d’una data merce, è un male più grande ancora il venderla; poichè con ciò si induce uno dei propri simili a commettere lo stesso peccato».

I socialisti arrivano a causa di tale ignoranza a negare perfino la possibilità d’un eccesso di popolazione. Se con un dato lavoro si produce una data quantità di pane essi ritengono che per produrne mille volte di più basti solo un lavoro mille volte più grande.

L’A. si domanda quale sia la condizione che deve essere soddisfatta perchè due quantità, equivalenti in valore di scambio, di due diverse merci, possano ritenersi come trasformabili l’una nell’altra, perchè cioè si abbia ragione di credere che la produzione dell’una possa essere ottenuta col solo rivolgere a tale scopo il lavoro che direttamente o indirettamente era diretto alla produzione dell’altra.

La risposta da lui data a questa domanda consiste nel dire che perchè ciò abbia luogo, occorre che, per le due merci, si abbia una stessa proporzione tra la quantità di lavoro e la quantità di «terra», che sono richieste alla loro rispettiva produzione, intendendo con «terra» l’insieme delle risorse naturali, limitate in quantità, di cui (come appunto della terra nel caso dei prodotti [p. 158 modifica]agrarii) è necessario poter disporre per procedere alla produzione loro.

Tra le merci alla cui produzione la «terra» ha la massima parte in confronto al lavoro, egli pone in primo luogo gli alimenti di prima necessità, mentre il tipo delle merci che si trovano nella condizione opposta è costituito da quelli che egli chiama «mezzi di cultura» (libri, opere d’arte ecc.).

I perfezionamenti tecnici e, in generale, i miglioramenti nei processi di produzione sono dall’A. distinti in varie categorie a seconda che essi implichino un’economia di lavoro o un’economia di «terra». Sostituendo al lavoro dell’uomo, che si impiega ancora nell’Estremo Oriente, il lavoro degli animali, come si fece in Europa, si effettuò un’economia di lavoro, ma uno spreco di terra. Col sostituire gli animali da lavoro alle macchine, come si fece in America, si effettuò un’economia, nello stesso tempo, di terra e di lavoro. La sostituzione del carbone al legno, per il riscaldamento, rappresenta un risparmio di terra enorme, ma forse uno spreco di lavoro. La maggior parte degli aumenti di produttività nel secolo passato, che è stato il secolo delle invenzioni, sono in sostanza delle economie di lavoro. Le invenzioni che ci permettono di risparmiare della «terra» sono infinitamente più rare. (pag. 95-6).

Un secondo carattere che dall’A. è indicato come di importanza fondamentale nella sua dottrina, è costituito dalla distinzione che egli stabilisce tra i processi propriamente «produttivi» e i processi aventi per risultato semplicemente un aumento di reddito, cioè l’arricchimento di chi li compie, sia pure a spese d’altri che vi partecipano o che li subiscono. È la distinzione espressa dal Rodbertus coll’opporre le imprese di carattere «produttivo» (produzirend) a quelle di carattere semplicemente «redditizio» (rentirend). Come esempio caratteristico della differenza tra le une e le altre l’A. cita il caso del commerciante monopolista che ha interesse a distruggere una parte della sua merce quando il rialzo dei prezzi, che può cosi provocare, gli permetta di ottenere, dalla vendita della parte rimanente, un vantaggio maggiore di quello che avrebbe ricavato dalla vendita dell’intera partita al prezzo determinato dalle condizioni anteriori del mercato.

Un’altro esempio di «distruzione redditizia» di merci è fornito dagli scioperi per aumento di salario, in quanto il lavoro è una tal specie di merce che non può essere ritirata dal mercato senza che per ciò stesso cessi di esistere, precisamente come una merce deperibile che, se non è comperata e consumata entro un dato tempo, cessa affatto di poter essere usufruita in seguito.

Tra i contrasti di interessi, derivanti dal fatto che, in date [p. 159 modifica]circostanze, dei processi «produttivi» cessano di essere «redditizii», o viceversa dei processi che hanno cessato di essere «produttivi» continuano ad essere «redditizii» per qualche classe sociale, occupano un posto importante gli antagonismi tra gli operai e gl’inventori, o introduttori, di macchine risparmiatrici di lavoro: antagonismi che hanno talvolta perfino condotto a stabilire, contro questi ultimi, leggi severe interdicenti loro come un delitto l’applicazione pratica delle loro scoperte. L’A. cita il noto caso del Papin che, per aver precorso di due secoli l’invenzione dei battelli a vapore, vide bruciato e distrutto quello che aveva fabbricato per navigare sull’Elba. Ricorda anche a questo proposito la scena in cui Shakespeare ha rappresentato un capo di operai in rivolta che condanna a morte un individuo «per avere introdotto un molino a vento con gran danno della povera gente». A quel tempo, osserva l’A., gli operai lottavano contro i mulini a vento con miglior ragione che non Don Chisciotte.

Anche attualmente l’odio degli operai contro le macchine continua a sussistere, pur manifestandosi sotto forme diverse. Le leggi non proteggono più le distruzioni di macchine, proteggono anzi piuttosto la loro introduzione; ma molte macchine difficili e delicate non possono essere introdotte perchè gli operai le guastano, apparentemente per negligenza, in realtà per malvolere. Gli agricoltori sopratutto sono testimoni di questo fatto (pag. 459).

Ad antagonismi che, come quelli sopraindicati dànno luogo a limitazioni artificiali dell’offerta e della produzione di merci, se ne contrappongono altri di tendenza contraria, come ad esempio i contrasti tra l’interesse privato e quello pubblico nello sfruttamento delle miniere, nel regime delle foreste e delle acque, nella scelta di metodi di cultura tendenti più o meno a una progressiva depauperazione del suolo, ecc.

La più importante e fondamentale delle distinzioni che l’A. crede di potere stabilire tra le diverse specie di lotte e di antagonismi che si presentano nelle diverse forme di organizzazione economica, è quella da lui espressa col contrapporre la lotta di «distruzione» a quella di «dominazione» o di «sfruttamento».

«Un commerciante vuol «rovinare» il suo concorrente, il fabbricante invece vuol «dominare» e sfruttare i suoi operai, come l’usuraio il suo debitore. La morte dell’avversario che è il sogno del nostro mercante, sarebbe fatale invece al fabbricante o al creditore. Si può asserire che queste armonie tra individui che si trovano nello stato di reciproca dominazione o sfruttamento sono tra le più sincere e più intense di tutte. Il migliore amico che si abbia — più fedele talvolta di quello che si è colmato di regali — è certamente il proprio creditore. Nessuno amerebbe di incontrare, disarmato e solo, il proprio [p. 160 modifica]concorrente in una foresta oscura, ma se ciò succedesse si sarebbe felici di aver vicino a sè il proprio creditore. (pag. 255)».

Ciascuna delle suddette due specie di antagonismi dà luogo a una reazione speciale. La dominazione economica dà luogo a una contro-lotta per l’emancipazione economica. La distruzione economica dà luogo a una contro-lotta per l’esistenza economica. Il proletariato contemporaneo lotta per la sua emancipazione e non per la sua esistenza; la piccola industria, invece, lotta per la sua esistenza e non per la sua emancipazione. (pag. 261).

L’intensità di tutte queste lotte può essere molto differente. Il cannibalismo rappresenta solo una «dominazione», e tuttavia finisce colla morte di uno degli avversari. La concorrenza leale invece è una «distruzione», e tuttavia non comporta spargimento di sangue. Non bisogna confondere le «dominazioni» di grande intensità, colle «distruzioni»; e neppure le «distruzioni» di piccola intensità colle «dominazioni». La confusione tra le une e le altre caratterizza la maggior parte delle applicazioni del Darwinismo alle scienze sociali. (pag. 262).

Tutte queste varie specie di lotte possono manifestarsi direttamente, o sotto forma indiretta, cioè attraverso a una serie più o meno lunga di ripercussioni e di rimbalzi. Alla considerazione delle varie specie di antagonismi indiretti ai quali possono così dar luogo le varie forme di organizzazione sociale, attuali o immaginabili — quella socialista inclusa — sono dedicati alcuni dei capitoli più interessanti del volume. Il contenuto di essi, appunto per la sua densità, non si presta a un breve riassunto quale qui solo sarebbe possibile.

Roma.