Rivista di Scienza - Vol. II/Il Pithecanthropus erectus e l’origine della specie umana

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Vincenzo Giuffrida-Ruggeri

Il Pithecanthropus erectus e l’origine della specie umana ../Chimica e Biologia ../La dinamica della divisione cellulare mitotica IncludiIntestazione 16 febbraio 2014 100% Scienze

Il Pithecanthropus erectus e l’origine della specie umana
Chimica e Biologia La dinamica della divisione cellulare mitotica
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IL PITHECANTHROPUS ERECTUS

E L’ORIGINE DELLA SPECIE UMANA


La somiglianza fra l’organismo umano e quello degli antropoidi non si può comprendere che come l’espressione di una reale parentela. Parentela vuol dire comunità di origine certamente; ma quanto a precisare a che livello dell’albero genealogico si trovi l’origine comune, non si può che fare delle ipotesi. Possiamo pensare che da una forma scimmiesca primitiva, mentre si differenziano i diversi rami dei primati, si svolga contemporaneamente un prothomo, direbbe il prof. Morselli, forma dapprima indifferenziata, che in seguito si comincierà a differenziare in tre o quattro direzioni che condurranno poi alle principali branche attuali. Il Keane difatti ammette, teoricamente, un precursore al pliocene e parecchi al pleistocene; e anche noi crediamo che bisogna mettere molto indietro, il che vuol dire molto in basso, l’inizio del differenziamento umano, che realmente è tale da includere un lungo spazio di tempo. Ciò anche per ragioni anatomiche, perchè — a parte gli ossicini accessorî del cranio sui quali il Maggi faceva forse troppo assegnamento — , vi sono delle particolarità morfologiche, ad esempio il terzo trocantere, che si trovano nell’uomo e nelle scimmie inferiori, mentre mancano negli antropoidi. Infine altresì per tutte quelle divergenze morfologiche, ad es. il diverso sviluppo degli arti, che ci impediscono di credere che l’uomo sia un’evoluzione diretta degli antropoidi, i quali sono già troppo specializzati per loro conto e quindi non più adatti a dare origine a una nuova direzione, secondo la ben nota legge di Cope. È necessità dunque ammettere che siano esistiti prima dell’uomo degli esseri meno specializzati degli antropoidi, ma pure gerarchicamente allo stesso livello e anche più in alto. [p. 298 modifica] La paleontologia non ci fornisce tutti i documenti desiderabili, come essa fa, ad es., per i precursori degli Equidi. Sinora non ci ha fornito che il P. e. e molto incompleto; ciò nonostante risponde ai requisiti desiderati, se come afferma lo Schwalbe è appunto una forma meno specializzata, o secondo egli dice più generalizzata, mentre gerarchicamente è più elevata degli antropoidi.

Il fatto più assodato relativamente al P. e. si può ritenere questo, che l’insieme del cranio è certamente scimmiesco, e che è tale anche per diversi dettagli morfologici, specialmente per la presenza della cresta occipito-temporale, cioè la cresta occipitale che si continua nella cresta sopramastoidea, il che indica un’estensione di impianto dei muscoli nucali molto maggiore che nell’uomo: difatti sulla linea mediana viene raggiunto il punto occipitale massimo, ciò che è un carattere essenzialmente scimmiesco. Specialmente i crani di giovani scimpanzé, in cui lo sviluppo encefalico non è ancora nascosto e deturpato dall’esuberante sviluppo muscolare, presentano le maggiori analogie. Ciò non vuol dire che il P. e. abbia realizzato allo stato adulto, come crede il Manouvrier, una forma giovanile di un altro antropoide. Si tratta invece di coincidenze dovute al fatto che nel P. e. manca il differenziamento raggiunto dagli antropoidi in quel loro stadio evolutivo ultimo che è caratterizzato dall’eccessivo sviluppo delle mascelle e dalle immense impronte muscolari: tutto ciò manca nel P. e. perchè è appunto la qualità delle forme ancestrali questa di non essere ancora differenziate. Questa sembra che sia anche l’opinione del prof. Schwalbe, che ha fatto uno studio notevole sulla calotta di Trinil, o almeno si può dedurre dal fatto che non ammette le proposte rassomiglianze ristrette all’Hylobates, ma trova che il P. e. presenta delle rassomiglianze con tutti i gruppi di Primati, comprese le scimmie platirrine. Sebbene lo Schwalbe lo ritenga una forma ancora generica o indifferente, ad ogni modo sta il fatto che il punto di partenza della sua evoluzione, e quindi dell’evoluzione umana, dato che il P. e. sia il precursore, si può trovare eventualmente anche a livello delle scimmie platirrine, o, meglio, si può ritenere emergente da un fondo comune a tutte quante le scimmie, comprese le americane.

Non mancano altri argomenti a favore di tale ipotesi, alcuni forniti dalla paleontologia, altri dall’anatomia comparata. L’importantissima mandibola dell’Anthropops perfectus [p. 299 modifica] notevole per la forma parabolica dell’arcata, l’altezza e la larghezza della sinfisi, la continuità della serie dentale, la piccolezza del canino, tutti caratteri umani, presentava la formula dentaria dei Cebidi attuali, cioè nella dentizione permanente un premolare di più che l’uomo. Ciò dimostra l’esistenza di un fondo comune antichissimo con caratteri che adesso troviamo nella gerarchia più alta e perciò chiamiamo superiori, sebbene per sè stessi non indichino alcuna superiorità. Ugualmente il Nesopithecus del Madagascar — altro esempio riferito dal Morselli nella sua «Antropologia generale», opera che io molto utilizzo per questo riassunto — un simiade di alta statura, che Forsyth-Major, suo scopritore, ritiene un antropoide, almeno pel cranio, con dentatura di lemuride, è messo dal Gaudry fra i Cebidi. Le pretese distinzioni gerarchiche dei primati attuali, trasferite nella paleontologia, risultano molto precarie e confuse, e ciò si comprende per la maggiore vicinanza del fondo comune, dal quale sono derivati direttamente i varî rami.

Dal punto di vista poi dell’anatomia comparata le moderne teorie, svolte specialmente dal Klaatsch, sulla origine comune del gruppo dei primati da un fondo primatoide — all’inizio dell’era terziaria — armonizzano a meraviglia con l’ipotesi, sostenuta dallo stesso Klaatsch, che le scimmie americane abbiano conservato, molto meglio delle scimmie catarrine, le antiche caratteristiche comuni anche all’uomo. Alcune piatirrine, gli Ateles ad es., hanno un peso encefalico molto elevato rispetto al peso del corpo, e il cervelletto ricoperto dagli emisferi, ciò che dà una bella curva al cranio, mentre il forame occipitale viene portato in avanti, e si ha una certa attitudine a tenere dritta la testa, e la deambulazione è pure quasi eretta. Gli Ateles possono percorrere un certo tratto di strada col dorso eretto, con le gambe leggermente piegate, tenendo le braccia distese sui lati del corpo affinchè servano all’equilibrio, come fa il Gibbone, che del resto ha nel capo molta rassomiglianza con le scimmie americane, secondo il prof. Klaatsch — dal quale tolgo queste notizie — , e mentre si avvicina alle platirrine, rassomiglia in questo — cioè nel cranio — all’uomo stesso più degli altri antropoidi. Ciò che è molto eloquente per il concetto che questi caratteri cosidetti umani vengono molto di lontano, vengono dal fondo primatoide e sono distribuiti un po’ dapertutto.

[p. 300 modifica]Non è necessario dunque, e nemmeno probabile, che il P. e., e l’uomo siano passati per uno stadio di pithecus, nonostante la formula dentaria comune. Niente ci vieta di pensare che tale dentatura, come fu acquistata dai piteci, sia stata pure acquistata, indipendentemente da un nesso filetico, dagli antropoidi e dal precursore dell’uomo, tanto più che da alcune Anaptomorphidae, i noti lemuri fossili dell’America, era stata pure acquistata, vale a dire sin dall’eocene. Si tratta di una diminuzione numerica semplicissima, che non è nemmeno assolutamente costante: casi eccezionali di 3° premolare sono stati riscontrati nell’uomo, nell’orango e in un cynocephalus; nell’uomo accade anche di trovare un 4° molare. Non bisogna dimenticare che l’illustre paleontologo americano, Cope, sosteneva nientemeno che la discendenza diretta degli antropomorfi, col qual nome riuniva l’uomo e gli antropoidi, dai lemuri saltando le scimmie inferiori. Lo Schlosser, così competente, fa venire l’uomo direttamente dallo stesso progenitore, un Cebus primitivo, dal quale derivano i Cebidi attuali. Tutto ciò prova che il P. e. e l’uomo stesso possono essere derivati anzichè da una scimmia catarrina da quel fondo molto primitivo e indeterminato nei suoi caratteri, che è alla base di tutte le linee divergenti dei primati: la paleontologia e l’anatomia comparata sono piuttosto favorevoli che contrarie a tale concetto.

Che si tratti di un fondo molto primitivo non sembrerà strano se non a coloro che credono i primati molto evoluti in tutto il loro organismo, ciò che è erroneo. È oramai assodato che i primati, anche i più alti, sono tuttora più prossimi allo stipite, cioè all’ideale Promammale, e anche ai rettili, a preferenza che altri ordini di mammiferi. Fu la condizione in cui si trovarono i progenitori dei primati e i loro discendenti, di essere, cioè, sprovvisti di efficaci mezzi di offesa o di difesa, che costituì la causa principale di un loro progresso unilaterale, essendo nella necessità di dover sviluppare e perfezionare precocemente — e il P. e. stesso ne è la prova — il loro encefalo, che è quanto dire la loro intelligenza; mentre conservavano, ad es., nelle estremità degli arti e nell’apparato dentale caratteri assolutamente primitivi. Il P. e., nonostante il grande sviluppo del suo encefalo, che si calcola a circa 800 gr. — vale a dire poco meno di quello che si trova nelle razze umane inferiori (1100 gr. nel sesso maschile) — , fa [p. 301 modifica] l’impressione di un organismo, che abbia subìto minori trasformazioni in confronto delle scimmie più elevate viventi e anche di certe fossili. Questa è pure l’opinione del Klaatsch, sebbene l’anatomico di Heidelberg — oggi professore di antropologia a Breslavia — non creda che si tratti del precursore dell’uomo, fornito di stazione eretta, come vorrebbe la denominazione. Egli dice che il femore è troppo diritto, manca anche di quella leggiera incurvatura che è tipicamente umana, e fa pensare piuttosto ai femori dei giovani gibboni, e anche a quelli delle scimmie americane, e con ciò si accorderebbe, secondo lui, la forma dell’articolazione del ginocchio. Però il Manouvrier, che studiò accuratamente questo femore, non notò nulla di tutto ciò. Virchow poi lo dichiarò assolutamente umano, mentre attribuiva a un altro essere, cioè a una scimmia, la calotta. La controversia è difficile a decidere, non essendo stati fatti modelli in gesso del femore, come è stato fatto per la calotta.

Un altro punto che dà maggiormente adito al dubbio è l’assenza degli arti superiori, poichè se questi si trovassero molto lunghi, in modo da servire d’appoggio all’animale nella stazione eretta o semieretta, allora si tratterebbe di un vero antropoide, e l’antropoide non può essere il precursore dell’uomo, poichè egli è già su una linea di sviluppo differente. Bisogna considerare come cosa certa l’opinione del Mahoudeau che gli antenati comuni dell’uomo e degli antropoidi non presentavano nè la preponderanza degli arti inferiori propria oggi dell’uomo, nè la preponderanza degli arti superiori caratteristica degli antropoidi, ma erano così conformati da poter prendere l’uno o l’altro adattamento. All’uomo e al suo precursore toccò di rafforzare i membri inferiori per circostanze probabilmente uniche; agli antropoidi invece, per altre circostanze più frequenti, toccò irrobustire gli arti superiori. Non è da credere dunque che l’uomo nella sua genealogia abbia mai avuto degli arti superiori eccessivamente lunghi; e siccome quelli del P. e, non li conosciamo, non possiamo perciò decidere se esso entra o no nella genealogia dell’uomo.

Fatte queste riserve, dobbiamo però affermare che il P. e., come forma gerarchicamente elevata e nello stesso tempo poco specializzata, presenta appunto i due caratteri essenziali che si possono desiderare per un precursore; poichè concorda con la legge comune della paleontologia che le forme organiche [p. 302 modifica] più differenziate siano come preannunziate da forme organiche indecise, quasi abbozzi o tentativi. È noto a tutti che i caratteri morfologici dei rettili si trovano disseminati in molti animali preistorici, anteriormente all’esistenza di veri rettili; lo stesso dicasi degli uccelli, dei mammiferi, e dei singoli ordini: ruminanti, carnivori, scimmie, ecc. Abbiamo già detto che perfino nel primo periodo del terziario, nei lemuridi dell’eocene della Patagonia, si trovano abbozzati dei caratteri umani. Nessuna meraviglia dunque di trovare alla fine del terziario un precursore dell’uomo, per quanto ancora non ben differenziato, nonostante i suoi caratteri di superiorità. Alla fine del terziario erano apparsi i generi più elevati in organizzazione e per intelligenza: il cane, ad esempio; un vero antropoide, probabilmente una forma ancestrale del gorilla, il Dryopithecus Fontani, era apparso già al miocene. L’uomo nel terziario ancora non è stato trovato, e probabilmente non sarà esistita che una forma ancestrale di esso: provvisoriamente possiamo contentarci del P. e., se non altro come un’approssimazione a quella forma di precursore che, teoricamente, dev’essere ammessa da tutti gli evoluzionisti.

Da quanto abbiamo detto si deduce che, scartati gli antropoidi come una linea divergente, considerati i piteci come un’altra linea autonoma, considerato altresì il P. e. come il risultato di un’evoluzione distinta, cominciata a un livello molto inferiore, per quanto non determinabile precisamente, la conclusione è che tutti questi rami, come anche quello delle platirrine, sono indipendenti l’uno dall’altro, e che l’albero monofiletico dell’Haeckel — al quale albero del resto nessuno più crede nemmeno in Germania — non ha ragione di esistere nel campo dei primati. Questi sembrano più naturalmente disporsi in serie polifiletica, come tanti rami convergenti in una forma comune indifferenziata: ciò spiega perchè i cosidetti caratteri di superiorità si trovano variamente distribuiti, e un ramo si avvicina più all’uomo per certi caratteri, un altro ramo per certi altri; ciò dipende dalla parentela originaria, non già da una discendenza filetica.

Certamente le maggiori rassomiglianze dell’uomo sono con gli antropoidi; ma ciò non vuol dire altro se non che questi sono su una linea più vicina, ma non sulla stessa linea. Flower, Broca, Cope, Morselli li riuniscono con l’uomo in una stessa famiglia o sottordine; Huxley, Topinard e altri invece li [p. 303 modifica] separano. Si tratta di apprezzamenti, che in fondo hanno un valore personale e subiettivo, e variano anche per uno stesso scienziato — è noto che Hunley cambiò la sua classificazione a pochi anni di distanza — : a noi interessano di più i fatti. E i fatti dimostrano che gli antropoidi sono una branca differenziata delle scimmie, nella quale certi caratteri si sono accentuati nel senso del genere di vita che loro è proprio, e altri si sono abbozzati in rapporto al raddrizzamento occasionale del tronco. La conseguenza è che essi presentano un miscuglio di caratteri scimmieschi esagerati, ad es. la funzione di prensione estesa agli arti inferiori, e di caratteri nuovi, ad es. l’adattamento più completo dell’arto superiore alla prensione e le incurvature della colonna vertebrale, del resto poco accentuate. Questi ultimi li avvicinano all’uomo, mentre i primi li allontanano. Però i caratteri nuovi in dipendenza del raddrizzamento del tronco non si devono imputare come acquisiti in seguito alla stazione eretta, la quale è affatto eccezionale e non libera neanche gli arti superiori, ma in seguito al raddrizzamento del tronco nella stessa vita arboricola, raddrizzamento che non si fonda sulla verticalità molto precaria degli arti inferiori, anzi si avvera meglio stando l’animale assiso. Diguisachè nella rassomiglianza dell’uomo con gli antropoidi bisogna far parte anche ad un certo numero di coincidenze, così chiamando alcuni risultati analoghi non dovuti alle stesse cause ma conseguiti per vie differenti.

Questo per giustificare la nostra conclusione — che da molto tempo abbiamo sostenuto — contraria alla filogenesi Haeckeliana, conclusione che del resto si giustifica anche per considerazioni d’indole generale: abbiamo accennato già alla legge di Cope, the law of the unspecialized.

Università di Napoli.

Note