Rivista di Scienza - Vol. II/Le origini del celibato religioso

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Edvard Westermarck

Le origini del celibato religioso ../La natura del processo di soluzione e la influenza del mezzo solvente ../Il bisogno di luce delle piante IncludiIntestazione 7 febbraio 2014 75% Scienze

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LE ORIGINI DEL CELIBATO RELIGIOSO



Noi possiamo riscontrare che presso molti popoli, e pure in differenti stadî di civiltà, sussiste l’opinione comune che le persone la cui funzione è di celebrare riti religiosi o magici debbano essere celibi. I Thlinkets credono che se un augure non osservasse la più rigida castità i suoi stessi spiriti custodi lo ucciderebbero. In Patagonia agli stregoni non era permesso il matrimonio e presso alcune tribù dei Guaranies, nel Paraguay, «le femmine Payes erano tenute a mantenersi caste, altrimenti perdevano ogni loro prestigio». Il celibato era obbligatorio per i sacerdoti in Chibchas in Bogota; ed i sacerdoti Tohil nel Guatemala erano votati a perpetua castità. Nell’Icheatlan il capo dei sacerdoti doveva vivere costantemente entro le mura del tempio, ed astenersi dall’aver rapporti con donna alcuna, qualunque fosse; e se egli mancava a questo dovere veniva fatto a pezzi e le membra sue ancor sanguinanti eran date, terribile monito, al suo successore. Delle donne occupate nei templi dell’antico Messico si narra che la loro castità fosse assai gelosamente custodita: durante le loro cerimonie esse dovevano tenersi ad una conveniente distanza dagli assistenti, ai quali non osavano neppure rivolgere lo sguardo: la morte era la punizione inflitta a quelle che infrangevano il loro voto di castità; mentre poi, se la loro infrazione rimaneva interamente segreta, speravano di placare la collera degli dèi col digiuno e col condurre una vita austera, paventando che in punizione del loro delitto la loro carne infracidisse. Nell’Yucatan c’era, connesso col culto del Sole, un ordine di Vestali, i membri del quale, generalmente, vi entravano di volontà propria e per un certo tempo, [p. 353 modifica] ma potevano poi lasciarlo e maritarsi: alcune di esse però rimanevano per sempre al servizio del tempio ed erano santificate. Il loro ufficio era di custodire il fuoco sacro e di mantenersi strettamente caste, quelle che rompevano i loro voti essendo messe a morte con le freccie.

Nel Perù c’erano similmente delle vergini che si consacravano al culto del Sole, le quali vivevano in perpetua clausura, dovevano mantenere intatta la loro verginità, e non potevano conversare od avere rapporti sessuali con uomo alcuno, e nemmeno vedere uomini e persino altre donne, salvo che non fossero delle loro; ed oltre queste vergini che così professavano la castità perpetua nei monasteri, vi erano altre donne, di sangue reale, che conci licevano la stessa vita nelle loro case avendo fatto simile voto di castità: «esse erano grandemente venerate per la loro purità e in segno di reverenza e rispetto erano chiamate Oello, nome tenuto per sacro secondo la loro fede»: ma se esse perdevano la loro purezza venivano bruciate vive o gettate nella fossa dei leoni.

Presso i Guanches delle isole Canarie vi erano delle vergini chiamate Magades o Harimagades che presiedevano al culto sotto la direzione di un sommo sacerdote, e vi erano altre vergini, altamente rispettate, la cui funzione era di versare l’acqua sul capo dei neonati, e che potevano abbandonare il loro officio e maritarsi quando a loro piacesse. Alle sacerdotesse di alcuni popoli della costa orientale dell’Affrica è vietato di contrarre matrimonio. In un bosco presso il capo Padron, nella Guinea meridionale, vive un gran sacerdote che non può nè abbandonare la sua casa nè toccare donna alcuna.

Nell’Antica Persia vi erano delle sacerdotesse del Sole che avevano obbligo di astenersi da qualsiasi rapporto con uomini. Le nove sacerdotesse dell’oracolo di una divinità Gallica, in Sena, erano consacrate a perpetua verginità. Anche i Romani avevano le loro vergini Vestali, il cui ordine, secondo la tradizione, fu istituito da Numa. Esse erano tenute a rimanere nubili per trent’anni, durante i quali si occupavano di offrire sacrifici e di compiere altri riti ordinati dalle leggi; e se esse si lasciavano sedurre erano condannate ad una morte atroce, rinchiuse in una cella sotterranea, in acconciamento funereo, senza i soliti riti ed onori funebri, senza che una colonna sepolcrale le ricordasse. Trascorso il termine dei trent’anni esse potevano però contrarre matrimonio lasciando le [p. 354 modifica] insegne del sacerdozio. Ma pare che ben poche vi rinunciassero, poichè quelle che lo facevano andavano incontro a calamità che erano ritenute di cattivo augurio dalle altre e le inducevano a rimanere vergini nel tempio della dea fino alla morte. Non infrequentemente in Grecia le sacerdotesse avevano l’obligo della castità, se non per tutta la loro vita, certamente almeno per la durata del loro sacerdozio. Tertulliano scrive: — «Al culto di Giunone Achea in Aegium, è dedicata una vergine; e le sacerdotesse che delirano in Delfo non conoscono matrimonio. — Noi sappiamo che delle vedove officiano a Cerere Affricana: queste sacerdotesse, quando i loro mariti sono ancora viventi, non solo li abbandonano, ma anche presentano altre mogli ad essi, nella loro propria stanza; ogni contatto con uomini, persino il bacio dei figli, essendo loro interdetto.... Abbiamo anche notizie di uomini continenti, e fra gli altri i sacerdoti del famoso bove egizio». E c’erano poi sacerdoti eunuchi che attendevano al culto di Artemide di Efeso, di Cibele Frigia, e del Siriaco Astarte.

Presso i Todas delle colline di Neilgherry il «dairyman», o sacerdote, è costretto ad osservare il celibato; e fra gli Hindus, nonostante il grande onore in cui è tenuto il matrimonio, il celibato ha sempre imposto rispetto. Quelli fra i Sannyâsis che sono conosciuti per condurre vita in perfetto celibato, ricevono per questo riguardo attestazioni di speciale onore e di reverenza. Già la veneranda istituzione indiana dei quattro Asramas contiene il germe del celibato monastico, inquantochè il Brahmacarin, o allievo, era costretto ad osservare una rigida castità durante l’intiero corso dei suoi studi; idea che fu poi ulteriormente sviluppata nel Giainismo e nel Buddismo. Il monaco giaino doveva rinunciare a qualsiasi piacere sessuale «tanto con gli dei, che con gli uomini o con gli animali»; non abbandonarsi alla sensualità, non discutere argomenti riguardanti le donne; non contemplare le forme della donna. Il Buddismo considera la sensualità come affatto incompatibile con la saggezza e con la santità; è scritto che «un uomo saggio dovrebbe evitare la vita coniugale come si evita una fossa ardente di carboni accesi». Secondo la leggenda la madre di Buddha fu la migliore e la più pura delle donne, non ebbe altri figli, e la sua concezione fu dovuta a cause soprannaturali. Uno dei doveri fondamentali della vita monastica, violando il quale il colpevole viene inesorabilmente [p. 355 modifica] espulso dall’ordine di Buddha, è che «un monaco che di esso faccia parte deve astenersi dall’avere rapporti sessuali d’ogni genere foss’anche con animali». Nel Tibet a parecchie sette di Lama è permesso il matrimonio, ma quei monaci che non si ammogliano sono considerati più pii; e quanto alle monache, a qualunque setta appartengano, devono far voto di continenza assoluta. I preti buddisti di Ceylon sono totalmente segregati dalle donne; e la legge cinese impone il celibato a tutti i sacerdoti, siano essi taoisti o buddisti; e infine fra gli immortali del Taoismo si incontrano pure parecchie donne che condussero vita straordinariamente ascetica.

Una limitata classe di Ebrei considerava lo stato matrimoniale come impuro. «Gli Esseni» dice Giuseppe, «respingono il piacere come un male, stimano la continenza, e ritengono alta virtù il saper dominare i propri sensi. Non si curano di matrimonio». Se questa dottrina non esercitò alcuna influenza sul Giudaismo probabilmente invece ne esercitò molta sul Cristianesimo. S. Paolo considerava preferibile il celibato al matrimonio: «Chi marita la figlia fa bene, ma chi non le dà marito fa meglio»: «Sarebbe bene per l’uomo non toccare donna. Pur tuttavia, per evitare la dissolutezza, abbia ogni uomo la propria moglie, ed abbia ogni donna il proprio marito». Se i celibi e le vedove non possono adattarsi alla continenza, che si sposino; «è sempre meglio sposarsi che andare all’inferno». Questi ed altri passaggi del Nuovo Testamento spirano dunque un generale entusiasmo per lo stato verginale. Commentando le parole dell’Apostolo, Tertulliano fa notare che non è necessariamente bene tutto ciò che è meglio. È meglio perdere un occhio che due, ma è bene non perdere nè l’uno nè l’altro. Così quantunque sia meglio sposarsi che andare all’inferno, è ancora meglio nè sposarsi nè andare all’inferno. Il matrimonio «consiste in ciò, che esso è l’essenza del fornicare»; mentre la continenza «è un mezzo per operare santamente». La spoglia mortale di Cristo nella quale egli sopportò le lotte della vita sulla terra nacque da una santa vergine, e Giovanni Battista e Paolo e gli altri «i cui nomi sono scritti nel libro della vita» tenevano in onore ed amavano lo stato di verginità. La verginità produce miracoli: Maria, la sorella di Mosè, conducendo l’esercito di donne passò a piedi attraverso le distese del mare, e Tecla ebbe reverenti perfino i leoni, tanto che le affamate belve si [p. 356 modifica] sdraiarono ai piedi di quella che doveva essere la loro preda e si sottomisero ad un digiuno santo, senza menomamente fare alcun male alla vergine con gli acuti artigli e senza nemmeno atterrirla con lo sguardo. La verginità è come un fiore di primavera dolcemente esalante l’immortalità dai suoi petali candidi. Il Signore stesso apre il regno dei cieli agli eunuchi. Se Adamo avesse osservato obbedienza al Creatore, sarebbe vissuto per sempre in uno stato di vergine purezza, e solo una vegetazione di piante ed erbe non nocive avrebbe abbellito un paradiso unicamente popolato da esseri innocenti ed immortali. Vero è però che, quantunque la verginità sia la via più breve per giungere a Dio, anche la via del matrimonio vi conduce, sebbene per più lungo giro. Tertulliano stesso combattè i Marcioniti che proibivano il matrimonio nella loro tribù, e costringevano coloro che già fossero ammogliati a separarsi prima di essere ricevuti col battesimo nella comunità. E nella prima metà del quarto secolo il Concilio di Gangra condannò esplicitamente l’opinione che il matrimonio impedisse ad un buon cristiano di meritare il regno dei Cieli. Ma alla fine dello stesso secolo un altro Concilio scomunicò il monaco Gioviniano perchè negava che la verginità fosse più meritoria del matrimonio. Esso era invero permesso all’uomo soltanto come un espediente necessario alla conservazione della specie umana, e come un freno, quantunque imperfetto, alla naturale licenziosità del desiderio. La procreazione dà la misura dell’abbandono del cristiano al dominio del senso; similmente l’agricoltore che getta la semente sulla terra, attende il raccolto, senza più seminare su di essa.

Queste opinioni condussero gradualmente al celibato obbligatorio del clero regolare e secolare. La convinzione che un secondo matrimonio di un prete, oppure il matrimonio di un prete con una vedova fossero illegali, pare sia esistita fin dai primordi della Chiesa: e fin dal principio del quarto secolo un Sinodo tenuto ad Elvira, in Ispagna, insistette sulla necessità di un’assoluta continenza da parte degli ecclesiastici di più alto grado. Ma il celibato poi del clero come norma generale fu prescritto da Gregorio VII il quale «vedeva con orrore contaminato dai rapporti sessuali il santo carattere dei sacerdoti, avessero questi anche appartenuto agli infimi gradi della gerarchia». Ma in molti paesi a questa prescrizione si [p. 357 modifica] oppose una sì ostinata resistenza, ch’essa non vi potè essere applicata se non nel tredicesimo secolo.

Varie sono le fonti della pratica del celibato religioso, alle quali noi possiamo risalire. In parecchi casi la sacerdotessa è considerata come sposa del Dio che essa serve, ed è per questo che le è vietato di maritarsi. Nell’antico Perù il Sole era ritenuto marito delle fanciulle che si dedicavano al suo culto: ed esse dovevano essere dello stesso sangue dei loro consorte, vale a dire, figlie degli Incas. «Poichè quantunque fosse credenza che il Sole avesse figli, si pensava che non dovessero essere bastardi, di sangue misto divino ed umano. Così le vergini dovevano essere necessariamente prole legittima di sangue reale che era lo stesso scorrente nelle vene del dio Sole»; e la violenza alle vergini dedicate al culto del Sole era delitto parimenti grave e punito della violenza che si facesse alle donne degli Incas.

Parlando delle sacerdotesse di alcuni popoli della Costa d’Oro, il maggiore Ellis osserva che la ragione della loro comune condizione di nubili sembra essere questa, che cioè «una sacerdotessa appartiene al dio che adora e quindi non può divenire proprietà di un uomo, come sarebbe il caso se ella si maritasse». Così altri popoli della Costa degli Schiavi considerano le donne dedicate ad un dio, come sue mogli. Si narra che nel grande tempio di Giove Belo una sola donna dormisse, prescelta dal dio stesso fra tutte quelle della contrada, ed era credenza che egli discendesse in persona a dormire accanto a lei. «Questa storia» commenta Erodoto, «assomiglia a quella raccontata dagli Egizi di quanto accade nella loro città di Tebe, dove una donna passa sempre le notti nel tempio del Giove Tebano. In entrambi i casi è interdetto alla donna, qualsiasi rapporto cogli uomini». Nei testi Egizi si ritrovano frequenti i riferimenti ad una «consorte divina» neter hemt, onore generalmente assunto dalla regina regnante; ed il re stesso era considerato progenie divina. Secondo quanto afferma Plutarco gli Egizi credevano alla possibilità per una donna di concepire per opera di qualche spirito divino, quantunque al contrario negassero che un uomo potesse avere rapporti con una dea. Nè il concetto di una possibile relazione nuziale fra una donna, e la divinità fu estraneo ai primi cristiani. S. Cipriano parla di donne che non avevano altro marito e signore che Cristo, col quale esse vivevano in matrimonio spirituale; che [p. 358 modifica] si erano «dedicate a Cristo» e che «abborrendo ogni lussuria, si erano votate corpo ed anima a Dio»: e nelle parole seguenti egli condanna la coabitazione di queste vergini con ecclesiastici celibi: — «Se un marito trova sua moglie giacere con un altro uomo non sarà egli colto da indignazione e da furia, non brandirà egli forse la spada spinto alla violenza dalla gelosia? E che? Quanto indignato e furente non deve dunque essere Cristo, nostro Signore e Giudice, quando Egli veda una vergine votata a Lui stesso, giacere con un uomo? E quale punizione non deve Egli minacciare per tali impuri contatti?..... Colei invero che si è resa colpevole di un simile delitto è un’adultera verso Cristo». Secondo il Vangelo del pseudo-Matteo, Maria si era così votata come Vergine a Dio. L’idea che la divinità sia gelosa della castità dei suoi fedeli, può fors’anche ritrovarsi come substrato dell’usanza greca per cui all’Ierofante, ed agli altri sacerdoti di Demetrio, era interdetto ogni rapporto coniugale, e d’obbligo di lavarsi il corpo con una essenza di cicuta al fine di mortificare le loro passioni, — come pure della norma per cui i sacerdoti di certe dee dovevano essere eunuchi.

Il celibato religioso va inoltre connesso con l’opinione che i rapporti sessuali siano contaminatori. In Efate, nelle nuove Ebridi essi sono reputati come qualche cosa di impuro. I Taitiani credevano che astenendosi da qualsiasi relazione sessuale con le donne per qualche mese prima di morire, si passasse immediatamente alla eterna dimora senza che fosse necessaria alcuna purificazione. Erodoto scrive: — «Ogni qual volta un Babilonese ha avuto rapporti con sua moglie egli si siede dinanzi ad un braciere dove brucia dell’incenso, e la donna siede di fronte. All’alba essi fanno delle abluzioni: poichè finchè essi non si siano purificati col bagno non possono toccare alcuna loro stoviglia; e questa pratica è pure osservata dagli Arabi». Fra gli Ebrei tanto l’uomo che la donna dovevano bagnarsi nell’acqua, e si consideravano «impuri fino alla sera».

L’idea che il rapporto sessuale sia impuro implica che vi sia un pericolo soprannaturale in relazione con esso e, come ha notato il Crawley, la nozione di pericolo può svilupparsi in quella di peccato. La donna è spesso ritenuta un essere impuro e in questo caso è ovvio che i rapporti con essa siano considerati contaminatori: ma questa non è spiegazione [p. 359 modifica] sufficiente dell’idea dell’impurità dell’atto sessuale. Il carattere di contaminatore gli è piuttosto ascritto, ad ogni buon scarico, senza dubbio a cagione della misteriosa propensione a commetterlo e del velo di mistero che circonda l’intera natura sessuale dell’uomo.

L’idea della contaminazione sessuale è particolarmente radicata in rapporto ai doveri religiosi. Si trova come regola comune che chi celebra un atto sacro, o entra in luogo santo, debba essere puro per la cerimonia, e nessuna specie di impurità si deve evitare più accuratamente della polluzione sessuale. Fra i Chippewyans, «se un Capo vuol conoscere le disposizioni del suo popolo verso di lui, fa annunciare la sua intenzione di aprire la sua «valigia delle medicine» e di fumare nella sua sacra pipa di canna.... Nessuno può esimersi dall’intervenire, in simili occasioni; ma una persona, pur intervenendo, può essere esentata dal prestar assistenza alla cerimonia con la scusa di non aver sottostato alla necessaria purificazione: ora il fatto di aver avuto rapporti, con la propria moglie, o con qualsiasi altra donna, nelle ventiquattro ore precedenti la cerimonia, lo rende impuro e conseguentemente egli viene dispensato dal rappresentarvi una parte qualsiasi». Erodoto ci racconta che gli Egizi, come i Greci, «ritennero inderogabile principio religioso il non avere alcuna famigliarità con donne nei luoghi sacri e il non entrarvi, dopo aver avuto tali rapporti, senza preventivamente aver fatto delle abluzioni purificatrici»; e questa asserzione ci è confermata da un passo del Libro dei Morti. In Grecia ed in India chi voleva prender parte a certe feste religiose doveva per qualche tempo preventivamente mantenersi puro ed ogni atto di culto era preceduto da abluzioni. Prima di entrare nel santuario di Men Tyrannos, il cui culto era professato in tutta quanta l’Asia Minore, i fedeli dovevano astenersi dal mangiare aglio e carne di porco e dall’avere rapporti con donne, ed era obbligo fare abluzioni al capo. Le leggi di purificazione costituiscono l’argomento della maggior parte del Vendidad, e riguardano non soltanto gli atti di culto, ma la vita di ogni giorno. Fra gli Ebrei era un dovere che non ammetteva eccezione l’essere mondi prima di entrare in un tempio, — mondi da impurità sessuale e da lebbra, dall’aver toccato cadaveri, o carogne d’animali non permessi come cibo, o di quelli permessi ma che fossero morti di morte naturale [p. 360 modifica] o fossero stati uccisi da belve; ed il mangiare il pane consacrato era interdetto alle persone che non si fossero preventivamente serbate continenti per un certo tempo. Secondo l’Islam ogni fedele deve essere pulito, come pure la stuoia, il tappeto o qualsiasi altra cosa sulla quale egli si prostri a pregare. Un maomettano si leverebbe qualsiasi indumento, se fosse contaminato, prima d’incominciare la sua preghiera, oppure si asterrebbe addirittura dal pregare; non oserebbe avvicinarsi ad un luogo santo in uno stato di impurità sessuale, ed infatti ogni rapporto sessuale è interdetto ai fedeli che vanno in pellegrinaggio alla Mecca.

I Cristiani ingiungevano la più stretta continenza come preparazione al battesimo ed all’eucaristia; e inoltre prescrivevano che nessuna persona coniugata potesse partecipare a qualsiasi delle grandi feste della Chiesa, se la notte antecedente avesse giaciuto col coniuge; e nella Visione di Alberico, che data dal XII secolo, è detto che nell’inferno vi è un luogo di speciale tortura, un lago di piombo fuso mescolato con pece e con resina, a punizione dei coniugati che abbiano avuto rapporti sessuali la domenica, e nei giorni di festa per la Chiesa e di digiuno. Gli stessi coniugati non toccavano il letto nuziale anche tutte le altre volte che volevano spontaneamente disporsi alla preghiera, e gli sposi novelli erano ammoniti di praticare la continenza durante il giorno delle nozze e nella notte seguente, in segno di reverenza pel sacramento compiuto; anzi in parecchi casi la loro astinenza durava persino tre o quattro giorni.

La santità è ritenuta una qualità tanto delicata da essere facilmente distrutta se alcunché di impuro viene a contatto con la persona o con l’oggetto santi. I Mori credono che se alcuno sessualmente impuro entra in un granaio il grano perde la sua barakà, cioè la santità sua. Ed un’analoga idea costituisce il substrato della credenza, che troviamo presso molti popoli, che l’incontinenza, e specialmente l’amore illecito, danneggino i raccolti. In Efate il namin ossia l’impurità, in cui si incorreva per molti modi, era specialmente evitata dai sacerdoti, perche si credeva essa dovesse distruggere il loro carattere sacro.

Il tabù del quale il Frazer ha dato un’esauriente descrizione nella «Fronda d’oro», ha indubbiamente una origine simile. Anzi sembra che la impurità non soltanto privi la [p. 361 modifica] persona santa della sua santità, ma è anche supposizione che l’offenda in modo più positivo. Quando, una volta, il supremo pontefice nel regno del Congo lasciò la sua residenza per visitare altri luoghi entro la sua giurisdizione, tutte le persone coniugate dovettero osservare la più stretta continenza per tutto il tempo in cui egli rimase in giro e si credeva che qualsiasi infrazione sarebbe stata fatale per lui. In propria difesa perciò dèi e santi cercano di evitare che individui contaminati si avvicinino a loro, e naturalmente i seguaci fanno il possibile per imitarli. Ma inoltre, indipendentemente dal risentimento che l’essere sacro proverebbe contro il contaminatore appare che la santità si suppone reagire quasi automaticamente, si direbbe, contro l’impurità e tendere alla distruzione o al castigo dell’individuo contaminato. Tutti i Mori sono convinti che chiunque osasse visitare la tomba di un santo in uno stato di impurità sessuale, sarebbe subito colpito dalla sua vendetta, e gli Arabi di Dukkala, nel Sud del Marocco, credono anche che se una persona impura va a cavallo qualche accidente lo coglierà, per quella barakà o santità che si attribuisce al corsiero.

Si deve inoltre notare che a causa dei perniciosi effetti della impurità sulla santità un atto generalmente ritenuto sacro, mancherebbe, se celebrato da un individuo impuro, di ogni sua efficacia. Maometto rappresentava la purezza del cerimoniale come una metà della fede e la chiave della preghiera. Il filosofo siriaco Giamblico ci parla della credenza che «gli dei non ascoltino l’invocazione di chi è impuro per contatti con donne». Ed una credenza simile si ritrova presso i primi Cristiani, secondo un passo della prima Epistola dei Corinziani. Tertulliano osserva che l’Apostolo aggiunse la raccomandazione di una temporanea astinenza per accrescere efficacia alle preghiere. Allo stesso ordine di idee appartiene la credenza che la vittima da sacrificare debba essere pura e senza macchia; così i Chibcas di Bogota ritenevano che il più prezioso sacrificio che essi potessero offrire fosse quello di un giovane che non avesse mai avuto rapporti con donna alcuna.

Se la purità di chi compie atti rituali è richiesta perfino nei fedeli comuni, è tanto più indispensabile trattandosi di un sacerdote. I sacerdoti shintoisti giapponesi prima di fare le offerte sacre o di cantare le strofe liturgiche, si bagnavano ed indossavano nuove vesti pulite e solevano anche tenere [p. 362 modifica] sulla bocca un foglio di carta per evitare che il loro fiato contaminasse le offerte. I santoni della Siberia fanno abluzioni obbligatorie una volta all’anno e talora perfino una volta ogni mese e sempre del resto quando si ritengono corrotti dal contatto con cose impure. Erodoto ci narra della purità osservata dai sacerdoti Egizî quando dovevano celebrare agli dei; la impurità sessuale in particolar modo doveva essere evitata. Qualche volta l’ammissione al sacerdozio è preceduta da un periodo di continenza. Nelle isole Marchesi nessuno poteva farsi sacerdote senza aver prima vissuto per parecchi anni in castità. Presso i popoli che parlano lo Tshi (Costa d’oro), uomini e donne per divenire membri del clero dovevano sottostare ad un lungo noviziato, generalmente di due o tre anni durante i quali essi vivevano preclusi dal mondo, ed erano istruiti dai sacerdoti ai segreti della fede: ed il popolo «credeva che durante questo periodo di segregazione e di studio i novizi dovessero mantenere i loro corpi puri ed astenersi da qualsiasi rapporto con persone d’altro sesso». Gli Huichols del Messico ancora ritengono che un uomo che voglia diventare un santone debba essere fedele a sua moglie per cinque anni e che, se egli manca al patto, cadrà sicuramente ammalato e perderà il potere di risanare le piaghe.

Nell’antico Messico i sacerdoti, per tutto il tempo in cui erano al servizio del tempio, si astenevano dall’aver rapporti con donna alcuna che non fosse la propria moglie «ed ostentavano talmente la modestia e la riservatezza che, incontrando una donna abbassavano gli sguardi a terra per non vederla. Qualsiasi incontinenza fra i preti era severamente punita. Così il sacerdote, a Teohuacan, reo di impurità, era consegnato dai suoi compagni stessi al popolo e massacrato di notte col sistema del bastinado». Fra i Kotas di Neilgherry Hills i sacerdoti, i quali contrariamente ai «dairymen» dei loro vicini Toda non sono celibi, non possono però durante le grandi feste in onore di Kamataraya aver rapporti di qualsiasi genere con le loro mogli e sono quindi perfino costretti a cuocere da sè stessi i loro alimenti. Sembra che, secondo la religione degli Anatoli, gli hieroi ammogliati avessero obbligo di separarsi dalle loro mogli durante il periodo in cui dovevano officiare nel tempio. Il prete ebreo doveva evitare qualsiasi forma di libertinaggio: egli non poteva sposare nè una prostituta, nè [p. 363 modifica] un’infedele, nè una divorziata, ed al gran sacerdote era anche vietato di sposare una vedova. Anzi anche nelle figlie del prete era severissimamente punita ogni infrazione alla castità, poichè si pensava che, se invereconde, profanassero il padre; e le figlie colpevoli erano condannate al rogo.

Così, ulteriormente sviluppata, l’idea che costituisce il substrato di tutte queste regole e di tutte queste pratiche condusse alla nozione che il celibato è meglio accetto a Dio che non il matrimonio e che esso è un vero e proprio dovere religioso per quei membri della comunità che hanno lo speciale ufficio di celebrare il culto. Per un popolo come l’ebreo la cui ambizione era di affermarsi e di crescere, il celibato non potè mai costituire un ideale; ma per i cristiani che professavano la più completa indifferenza per tutte le cose terrene, non vi fu alcuna difficoltà a glorificare uno stato che, quantunque opposto agli interessi della razza e del popolo, rendeva gli uomini tanto meritevoli di avvicinare il proprio Dio. E invero, lungi dall’essere stato un bene per il regno di Dio con la moltiplicazione dei fedeli, il rapporto sessuale era stato al contrario di detrimento ad esso, poichè era stato il grande trasmettitore del peccato dei nostri progenitori. Quest’argomento pertanto ha un’origine molto tarda. Pelagio stesso quasi rivaleggiò con Sant’Agostino nelle sue lodi della castità che egli considerava come la più grande testimonianza di quella forza di libera volontà che asseriva non essere stata che menomata dal peccato di Adamo. Il celibato religioso è dunque prescritto o comandato sia come un mezzo di automortificazione che si suppone abbia la virtù di placare un Dio irato, sia con l’intento di rialzare la natura spirituale dell’uomo combattendo uno dei più forti fra gli istinti. Così noi troviamo in varie religioni il celibato a lato di altre pratiche ascetiche professate con intendimenti analoghi. Fra i primi cristiani, le giovani che facevano voto di castità «non consideravano per nulla la verginità se questa non era accompagnata dalla mortificazione della carne, dal silenzio, dalla segregazione, dalla povertà, dal lavoro, dal digiuno, dalla veglia, e da continua preghiera. Non erano ritenute vergini quelle che non avessero rinunciato a qualsiasi distrazione terrena, anche la più innocente». Tertulliano cita la verginità, la vedovanza, o la continenza nel segreto del letto coniugale fra le offerte meglio accette a Dio al quale la carne [p. 364 modifica] rappresenta le sue stesse sofferenze. Finalmente si argomentò che il matrimonio fosse di ostacolo al servir Dio con perfezione di intenti perchè induceva il suo ministro ad occuparsi troppo delle cose terrene. Quantunque non contrario alla carità e all’amore di Dio, dice San Tommaso d’Aquino, esso è loro indubbiamente di ostacolo. E questa fu un’altra causa, sebbene certamente non la sola, del celibato obbligatorio imposto dalla Chiesa Cristiana al suo clero.


Professore all’Università di Londra

e di Helsingfors (Finlandia).


Note