Rugantino (appunti)
| Questo testo è completo, ma ancora da rileggere. |
RUGANTINO.
Un giornale-criticante-politicone-ficcanaso,[1] che si pubblicava in Roma nel settembre del 1848, intitolato Er Rugantino, così incominciava la sua introduzione: «Cor cappello a du’ pizzi, cor grugno lungo du’ parmi, co ’na scucchia rivortata ’nsu a uso de cucchiaro, co’ no spadone che nun ce la po’ quello de sor Radeschio, e co’ le cianche come l’arco de Pantano, se presenta, Signori mia, Rugantino er duro, nato ’nsto piccolo castelluccio, e cresciuto a forza de sventole, perchè ha avuto sempre er vizio de rugà e ’arilevacce» e più oltre dice «ficcherò er naso dove nu sta bene a metteccelo, a costo puro si me l’avessero d’acciaccane. Le botte nun me fanno paura perchè so’ avvezzo a pijalle e dà pe’ ricevuta tant’antre chiacchiere».
Da ciò risulta chiaro che Rugantino è un personaggio nato dall’immaginazione beffarda dei nostri popolani per rappresentare il guappo (direbbero i napoletani) che grida grida, ma poi ha sempre la peggio.
Rugantino è lo spadaccino di ottant’anni fa; grande attaccabrighe, smargiasso e millantatore all’eccesso, ma soprattutto poltrone. Talvolta fa il capo degli sbirri, e quando viene ad arrestare qualcuno, se il colpevole gli sfugge, prende per il petto un innocente; e se qualcuno si attenta ad impedirglielo, minaccia allora di colpire e carcerare tutti alla rinfusa. La scena termina per il solito con un tafferuglio generale, da cui Rugantino scampa sempre in uno stato compassionevole, esclamando con quel po’ di arroganza che gli è rimasta: «Me n’hanno date, ma je n’ho dette!»[2]
Anche Zanazzo, che nel 1884 rappresentò la maschera di Rugantino nel carnevale romano, narrando un episodio della sua gita a Milano[3] si esprime così: «..... er sor Ardighiella,[4] lo possino scannallo, nun me dava gni tanto fastidio a Checca mia! Abbozza, abbozza, era ’n pezzo ch’abbozzavo. Quanto quela sera l’agguantai, gnente de meno, che stava a dà un bacio a Checca: capite? Come, dico, un rippresentante de Roma se l’ha da pijà’ in saccoccia accusì? No: mannaggia Ggesso, no! Arreggéteme; che sta sera a quer rodomonte, je vojo mette le bbudella in mano! Agusto e Peppe, fortunatamente, m’areggerno co’ tutto e otto le mano, sinnò quer bojaccia me... me feniva addirittura. Quante me ne dette! ma tante; ma tante! che... eh ma io puro, nun fo ppe’ dillo, ma je ne dissi, quante jé ne potevo dì.» E anche qui è Rugantino che le busca.
Rugantino fu anche un personaggio del celebre impresario di marionette conosciuto in Roma col nome di Ghetanaccio. Anche su quella scena di burattini il nostro Rugantino era uno spavaldo e si agitava sempre gridando sangue d’un dua; ma poi sempre se le prendeva di santa ragione.
Ghetanaccio, di cui già parlò ampliamente il nostro amico Filippo Chiappini,[5] rappresentava veramente al suo tempo il potere, allora sì compresso in Roma, della opinione pubblica. Egli parlava ed era inteso più di un giornale; questo si straccia e si dimentica, ma le parole dei burattini di Ghetanaccio risonavano sempre nelle orecchie di chi le udì . Questo autore-attore non la perdonava a nessuno con la sua satira, e spesso andò in prigione per adoperar troppo liberamente la lingua. Ma torniamo a Rugantino.
Alcuni credono che questo personaggio debba farsi discendere dal Miles gloriosus di Plauto,[6] perchè appunto in questa commedia si trovano delle scene che si adatterebbero forse al nostro Rugantino. Nel Miles gloriosus di Plauto trovasi adunque Pirgopolinice, un soldato spaccone, che con un soffio disperde i nemici «quasi ventus folia, aut panniculam tectoriam» (at. I), che con un pugno spezza una zampa ad un elefante e che in Cilicia uccide settemila uomini. È da notarsi che se la sua spada non avesse rintuzzato, in Cappadocia avrebbe stesi sul terreno 500 soldati ad un colpo; insomma di Pirgopolinice «omnes mortales sciunt, egli solo «in terra vivere virtute, et forma, et factis invictissimis» (at. I), e le donne gli corron dietro dimandandosi se sia Achille; cosicchè egli tediato di tante dolci vessazioni esclama: «Nimia est miseria pulchrum esse hominem nimis!» (at. I). Tuttavia il suo servo, Palestrione, sa per prova che il suo padrone è un «gloriosus impudens, stercoreus, plenus perjurii atque adulterii», e per di più è da tutti deriso per dove egli vada (at. II). A questa spudorata impudenza Pirgopolinice unisce la massima credulità, dimodochè è aggirato facilmente dal suo servo, il quale gli invola una ragazza, che amava il suo antico padrone, e lo conduce da una donna che gli fa credere amarlo svisceratamente. In questa casa trova il marito della pretesa amante che lo bastona di santa ragione (at. V), e sarebbe ucciso a colpi di coltello se un tal Carione non gli salvasse la vita proponendo all’offeso marito di bastonarlo ancora un altro poco, e poi lasciarlo libero: alle quali parole lo spavaldo soldato, a cui eran già state tolte le armi, in ginocchioni esclama, volgendosi al suo liberatore: «Dii tibi benefaciant semper, cum advocatus mihi bene es!» (at. V).
Questo non può esser certo il padre del nostro Rugantino, primieramente perchè di bulli, come si dice a Roma, ve ne sono stati in tutti i tempi e in tutti i luoghi,[7] in secondo luogo perchè il miles gloriosus non va in cerca di avventure, ma ne racconta di immaginarie, e finalmente perchè di Pirgopolinice Rugantino non ha che lo sciabolone, il quale poi con tutto il suo vestiario, compreso il codino, appartiene al secolo XVIII, epoca a cui deve risalire l’origine di Rugantino. Il Pulcinella[8] e l’Arlecchino mantengono il capo raso e quello il camice e questo la spatula di legno, tutti ricordi dei personaggi delle antiche commedie osche; ma Rugantino non ha nulla di bizzarro, e veste un costume identico a quello dei birri della fine del secolo XVIII; sicchè può dirsi la satira dei soldati del Bargello,[9] i quali facean di molte parole e prendevano di molte busse, come può rilevarsi da varî tratti della vita di Benvenuto Cellini, e meglio assai dal brano che riferisco qui appresso, tolto dalle Lettere romane di Girolamo Amati, laddove parla del Giuoco del pallone:[10] «Il giorno di berlingaccio del 1508 fecero uscire il pallone da casa Martegli, che stavano rasente alla postierla di S. Maria, alcuni fanciulli della stessa casa, e di altre non meno buone casate, tutti vestiti da mercatanti levantini. Sembrava che la contrada dell’Orso andasse a rumore. Per la qual cosa il Soldano di Tordinona, fattosi incontro con sua gente, voleva che quei del pallone non venissero più oltre; ma che voltassero da S. Salvatore in Lauro ed entrassero in Banchi per la via di Torsanguigna. Le erano novelle. Al Soldano ed ai suoi toccarono alcune delle gagliarde; si era per venire ai ferri corti, quando ser Lorenzone da Tivoli, Bargello del Governatore, corse con grossa squadra.»
Il Rugantino adunque non è forse che una caricatura de’ soldati del Bargello, temuti così dai popolani di Trastevere, che si divertirono parecchie volte a gittarli nel Tevere dall’alto di Ponte Sisto.
Note
- ↑ Il Rugantino diretto da Odoardo Zuccari, e che avea per epigrafe questa terzina:
Nel 1871 si pubblicò in Roma un altro Rugantino, ma non attecchi. L’editore Perino nel 1886 ne pubblicò, sotto la direzione di Giggi Zanazzo, un terzo che ancor vive, benchè molto trasformato, e non più rispondente al tipo della maschera da cui trae il nome.Dite quer che volete, sor ber fio,
La vojo spiferà’ come la sento;
Largo, sangue d’un dua, che ce so’ io! - ↑ Cfr. Maes, Curiosità romane, III, 13.
- ↑ Cfr. Zanazzo, Rugantino a Milano, p . 19.
- ↑ Maschera palermitana.
- ↑ Volgo di Roma, I, 11.
- ↑ Cfr. Mezzabotta, Il congresso delle maschere a Roma, p. 18. Anche il Ferrigni (Yorick) nella sua Storia dei Burattini (p. 57), dice: «... e il vecchio Manducus che digrignava i denti e minacciava di mangiar vivo vivo il suo interlocutore esterrefatto, non è altri che il nostro Rugantino, alle cui terribili spavalderie tremano oggi i fanciulli sulle ginocchia della balia, come a tempo di Giovenale tremavano i bimbi romani in grembo alla mamma.»
In gremio matris formidat rusticus infans.
- ↑ Cfr. il Capitan Fracassa e Matamoros.
- ↑ Cfr. un mio articolo su Pulcinella nel Roma Antologia, 1885, n. 7.
- ↑ Le maschere romane son tutte satiriche: Meo Patacca è smargiasso che va alla difesa di Vienna quando i Turchi sono stati disfatti, mentre Cassandro è la caricatura dei damerini dalla fine del secolo XVII.
- ↑ P. 200
- Testi SAL 75%
- Testi-R
- Testi senza argomento in Intestazione
- Testi di Francesco Sabatini (filologo)
- Testi del 1890
- Testi del XIX secolo
- Testi con versione cartacea a fronte
- Testi in cui è citato Giggi Zanazzo
- Testi in cui è citato Costantino Maes
- Testi in cui è citato il testo Gaetanaccio
- Pagine con link a Wikipedia
- Testi in cui è citato Filippo Chiappini
- Testi in cui è citato Pietro Coccoluto Ferrigni
- Testi in cui è citato il testo Miles gloriosus
- Testi in cui è citato Tito Maccio Plauto
- Testi in cui è citato Benvenuto Cellini
- Testi in cui è citato Girolamo Amati
- Testi in cui è citato Francesco Sabatini (filologo)