Saggi (Algarotti)/Nota critico-bibliografica
| Questo testo è completo. |
| ◄ | Saggi | Nota filologica | ► |
NOTA CRITICO-BIBLIOGRAFICA
La composizione dei Saggi impegna l'Algarotti lungo gli anni centrali della sua avventura europea e giunge fino all'ultimo tempo della sua non lunga ma intensa esistenza. Essi si presentano quindi come la raccolta che più largamente si dischiude alle suggestioni e ai motivi di riflessione sollecitati dalla sua ricca esperienza di cultura, su di un quadro di interessi ben più ampio di quel Neutonianismo per le dame col quale era avvenuto l'ingresso dell'autore nella scena letteraria d'Europa.
L'operetta di divulgazione dei principî dell'ottica di Newton ha per oggetto quella parte della fisica newtoniana che nel Settecento esercitò un particolare fascino sulle menti dei più attenti e intelligenti interpreti della cultura europea; ma il suo primo disegno nasce in ambiente italiano, sotto la spinta di una ammirazione di letterato non ancora cosmopolita, sorge nella Bologna accademica dei Manfredi e degli Zanotti, secondo un progetto[1] portato a compimento con l'edizione del '37, due anni circa dopo che il giovane veneziano aveva varcato le Alpi. L’entusiasmo vivissimo con cui lo scrittore aveva partecipato in quel periodo alla vita culturale della corte e dei salotti francesi, rinvigorito dalle dispute a Cirey con Madame du Chàtelet e con Voltaire, pare per il momento, e solo in parte, attenuarsi. La possibilità di un inserimento nella struttura così mobile della cultura settecentesca si mostrava illusorio riguardo alla cerchia più ristretta dei cultori specializzati della scienza, e difficile, per il momento, anche nei confronti della semplice penetrazione negli strati della media cultura per le difficoltà che al lettore francese, secondo l'ammonimento di Voltaire, offriva la lettura di un'opera italiana.
Nel rapporto diretto, invece, con le persone e gli ambienti intorno ai quali si muovevano le idee e le dispute di provenienza ma non di tono accademico, l'Algarotti si trovava a suo agio, poteva avvertire tangibilmente il prestigio ancora vivo di un apporto italiano in terra straniera, trovava il luogo ideale e congeniale di informazione sui temi più attraenti della letteratura nuova.
Il tono «medio» della mente dell'Algarotti[2], l'attrazione verso esperienze nuove e plurime di vita, favorivano l'inclinazione, propria di tutta la schiera dei viaggiatori del Settecento, alla varietà più che all'approfondimento degli interessi, di maniera che il Neutonianismo pare veramente come un «manifesto» iniziale per una futura esplorazione delle cittadelle europee della cultura.
Il tipo stesso di vita che lo scrittore conduceva, le frequenti partenze e gli improvvisi ritorni determinati dalla mutabilità dei rapporti con Federico di Prussia, dopo il '40, e con Federico Augusto III di Sassonia, dopo il '42, contribuisce, assieme alla sua vocazione inestinguibile di inviato culturale, a tale meno teso impegno e partecipazione alle diverse dispute che si incrociavano nei ritrovi spesso impreziositi dalla volterriana presenza, secondo modi e forme proprie di una rinnovata cultura, orientata verso il momento dello scambio, della comunicazione, del «commerce des idées» più che verso quello della elaborazione metodica dei nuovi dati acquisiti. I viaggiatori, prima degli altri, si sentono cittadini del nuovo regno della ragione e più o meno tutti, anche i nostri, i Baretti, i Bianconi, i Gozzi, i Bettinelli, i Rezzonico, con umori e limiti diversi, avvertono l'esigenza di instaurare contatti frequenti e vivi.
Di questa schiera l'Algarotti è la punta forse più avanzata, proprio perché sente l'urgenza di toccare con mano e in loco la ricchezza della tematica illuministica e perché sconta di persona, più a lungo e vivamente, l'impossibilità di uno stabile inserimento presso quei centri di vita culturale ai quali guardava l'avanguardia intellettuale d'Europa. Della varia esperienza di vita e di cultura dell'Algarotti, i Saggi sono tra le testimonianze più significative, non soltanto per la varietà dei «temi» che, nella tipica forma settecentesca del «saggio», essi accolgono, ma anche per il tentativo di integrazione in essi presente tra l'esigenza di una unità di visione critica, non pienamente raggiunta, e il bisogno di una varietà di informazione e di agile partecipazione ai motivi di interesse culturale europeo, provocatori di impreviste suggestioni e atteggiamenti attraverso il contatto con i presupposti culturali nazionali dai quali lo scrittore muove.
* * *
Lo sviluppo della critica intorno ai Saggi algarottiani va «ritagliato» in buona parte dal contesto dei più generali giudizi sull'opera dello scrittore e solo in alcuni casi mostra un interesse specifico a interpretare il valore di queste pagine, o di una parte di esse, come problema a sé stante[3]; facilmente, d'altra parte, si ricava, seguendo tale sviluppo, che se la maturazione di un problema dei Saggi sembra delinearsi con più attenta coscienza presso la critica recente, essa rimanda, nelle sue istanze più penetranti, la presa di possesso di tale problema a un giudizio, non ancora del tutto approfondito, sul valore storico del rapporto tra la personale vicenda dello scrittore e la situazione della cultura italiana ed europea a metà del Settecento e al tempo stesso all'individuazione del chiarimento che di tale rapporto l'Algarotti ha tentato di fornire.
Va posto innanzi tutto in rilievo l'accento che gran parte della critica algarottiana fa cadere sui termini di un doppio dilemma: la profondità o la superficialità della cultura dello scrittore; la mancanza o la vivace presenza in lui di un sincero amore di patria. Implicito o esplicito presupposto di quest'ultima alternativa, la cortigianeria del letterato. Da questi loci estremi la critica algarottiana rimarrà determinata per gran parte della sua storia, anche in alcune sue più temperate interpretazioni.
Già il campo dei contemporanei appare diviso tra le opinioni genericamente denigratorie dello Zanetti, del Napione, del Formey, del Denina[4], secondo affermazioni che spesso non muovono dal diretto esame delle opere dello scrittore e talvolta mirano a colpire indiscriminatamente tutta la letteratura saggistica del tempo, e quelle altrettanto vagamente magnificatrici del Giovio, del Mazzucchelli, dell'Alberti, che toccano una punta appena più illuminata di comprensione storica in alcune brevi espressioni di ammirazione da parte di Alessandro Verri[5]. È nella critica degli anni successivi, verso gli inizi dell'Ottocento, che, mentre continuano i riconoscimenti della validità dell'opera algarottiana, come ad esempio nelle pagine del Moschini e del Gamba[6], e mentre anche il Leopardi, pur senza fornirci un suo giudizio complessivo sui Saggi, apprezza in modo significativo le osservazioni dell'Algarotti intorno alla lingua e al commercio[7], si leva, ripreso in parte dall'Ugoni, il giudizio critico del Foscolo, il quale attraverso l'Algarotti colpisce tutta la schiera dei letterati «più addomesticati coi loro studi che con le cose del mondo», negando allo scrittore, secondo i presupposti della critica romantica, serietà di intenti a causa della freddezza del cuore e accentuando l'accusa mossa alla sua adulazione verso i letterati stranieri[8]. In quegli stessi anni, intanto, ma per motivi diversi, e cioè soprattutto per il «contrasto spiacevole» che si avvertirebbe alla lettura di una prosa corretta ma intorbidata da barbarismi, le pagine dello scrittore venivano giudicate in maniera fortemente limitativa dal Lucchesini, che tuttavia non negava l'utilità dei suggerimenti forniti dall'Algarotti intorno alle arti in genere, mentre meno convincenti riteneva le ragioni particolari addotte dallo scrittore contro l'uso della lingua latina presso i moderni[9].
Il breve ma denso giudizio del Foscolo, che investe anche la «lambiccata leziosità» e lo «stile sempre stentato» delle pagine algarottiane, è in epoca romantica l'accusa più vibrante levata contro la mancanza di carità patria e si fonde interamente a quella di superficialità della cultura dello scrittore. Dopo di essa, esterofilia e amor di patria, profondità e superficialità di cultura, tornano a presentarsi contrapposte nelle pagine del De Tipaldo[10], e verranno in seguito variamente determinandosi nel loro reciproco rapporto, in relazione a più particolari e meno complesse considerazioni, come avviene nelle parole del Carrer, del Giordani, dell'Emiliani-Giudici, del Mayr, dell'Amat, del Masi[11], con un più serio invito, nel secondo di essi, ad approfondire il valore degli scritti del poligrafo veneziano. Per motivi analoghi ma opposti, la colpa di esterofilia viene risollevata, assorbendo in sé quasi ogni altro interesse critico, nei generici ma pur significativi giudizi del Desnoiresterre e del Tommaseo[12], il secondo dei quali la riaccosta, ma con accento ben più blando che nel Foscolo, a quella della superficialità dell'«ingegnino» dello scrittore.
Verso l'inizio del Novecento la critica algarottiana, dopo gli apprezzamenti sostanzialmente positivi, ma sorti da non puntuali interessi, dello Scafi, del Concari, del Beneducci[13], tende a riconoscere la presenza dell'«uomo nuovo» sotto la veste del «ciambellano» e si orienta verso affermazioni che, se non spostar o i cardini della doppia contrapposizione contenuta nello schema critico precedentemente descritto e ormai rinsaldato attraverso una sua tradizione, tentano di utilizzarli più agilmente col dare un articolato rilievo a pregi e difetti delle pagine dello scrittore entro i limiti di più circoscritte indagini[14].
Esempio di tale impegno a un giudizio meno ampio ma finalmente impegnato in una precisa «zona» d'indagine, è nel saggio della Siccardi del 1911[15] il cui discorso fermava l'attenzione sul trittico dei saggi d'argomento artistico (Pittura, Architettura, Musica) oltre che su quello dell'Accademia francese in Roma. Ne risultava una parziale riserva sulle doti dello scrittore come vero critico, l'apprezzamento per alcune intelligenti e originali intuizioni sull'opera di alcuni pittori, il giudizio di fondo secondo cui gli scritti suoi «hanno tutti un valore reale», e veniva nel contempo posta in primo piano, ormai non più avvertita come un elemento nettamente negativo, la mediocrità del tono e dello stile delle sue pagine critiche. La prospettiva storica di tale discorso rimaneva tuttavia compromessa dall'affermazione che il relativo disinteresse dell'autore per ciò che aveva vita al di fuori del circolo dei letterati, costituiva «una colpa che trova un’attenuante nelle condizioni e nelle usanze del suo tempo» (p. 97).
Legato al vagheggiamento delle glorie cittadine è, in quegli stessi anni, un articolo divulgativo dell'Ortolani le cui idee, riprese nel più tardo scritto del 1926[16], fornivano un affettuoso ritratto nel quale gli elementi della critica precedente miravano a comporsi assieme, senza tuttavia portare ad un avanzamento dell'indagine critica, tendente piuttosto ad un «assaggio» minuto, frammentario dell'opera. In maniera più impegnata e decisa il Calcaterra, quasi contemporaneamente[17], proponeva con convinzione l'idea dell'unità di un «mondo» algarottiano, muovendo dalla constatazione di una eccezionale esperienza di lingua e riportando il vario interesse dei Saggi, assieme a quello delle altre opere, alla varietà di una vita «anche intimamente molteplice e copiosa»; sicché le contraddizioni e le incertezze di questa e di quelle sono per il critico il segno di un laborioso travaglio letterario, attestante la fede nelle riposte energie del popolo italiano durante un momento di sosta del suo civile sviluppo. È questa più articolata delimitazione di un sentimento patrio che contribuisce a porre la critica del Calcaterra in una linea di reale rinnovata comprensione di un testo, anche se verso le ultime pagine di quella analisi la convinzione della difesa dell'opera algarottiana si appesantisce di un tono declamatorio.
La critica degli inizi del secolo prosegue in questa attenzione a precisare storicamente il posto da assegnare allo scrittore nello svolgersi della nostra letteratura, con acquisizioni critiche che si andranno sviluppando in seguito, ma che appaiono qui intuite validamente per la prima volta, in relazione a un concreto ripensamento anche dei rapporti algarottiani con la letteratura nazionale. Così il Padoa[18], che inserisce decisamente la posizione dell'Algarotti nella linea di svolgimento della nostra cultura dall'Arcadia al Parini, recuperando in tal modo i valori civili che nell'opera sua erano rimasti sempre sottovalutati, tanto quanto quelli patriottici sommariamente esaltati. Così anche la Treat, nella cui monografia[19], pur nell'incerto sceverare gli elementi che sembrano porre lo scrittore veneziano in una posizione intermedia tra i classici e i «novateurs», è colta la novità della sua figura di critico, libero nei propri pensieri, e del suo posto d’eccezione nel cosmopolitismo, nel quale «se résument si bien les aspirations italiennes du XVIII siècle naissant».
In un suo articolo del 1918 il Toldo, poi[20], ritornerà a un temperamento delle precedenti formule critiche, ma operandolo all'interno di ogni singola alternativa (Algarotti cortigiano, ma anche sinceramente amante della propria patria; superficialmente colto, ma più intelligente, in alcuni precetti d'arte, di altri scrittori del Settecento), ribadendo l'affermazione della mancanza di un superiore nesso che unisca insieme le idee del conte veneziano.
La critica algarottiana scadeva notevolmente d'impegno, ripiegando su assunti retorici e inconsistenti, con le formule definitorie dell'Ambrogio[21], complicate da confusioni teoriche e storiche e da accostamenti in qualche caso veramente assurdi. Più tardi il Natali avanzava l'idea di una generale posizione di compromesso «tra classicismo ed esotismo», ed anche il critico che vent’anni prima si era mostrato il più convinto assertore delle virtù letterarie dell’Algarotti, il Calcaterra, sembrava ripiegare, in uno scritto più occasionale, su posizioni di più temperata stima a causa delle «incongruenze» e dell'«eclettismo» teorico e pratico a cui, in sostanza, non saprebbe sottrarsi il poligrafo veneziano[22].
Tuttavia una valutazione, anche teorica, più attenta ai pregi dello scrittore come critico d'arte, si ritrova in uno scritto del Ludovici e più ancora nei due saggi della Gabrielli[23], nei quaii, al di là della valutazione particolare di alcune più vive pagine, specialmente sulla pittura, segno di approfondita lettura è il rilievo dell’uso incerto che l'Algarotti fa del concetto di «genio», nel tentativo di trovare un punto fermo su cui poggiare le sue analisi sulle scienze e sull'arte. Il limite di prospettiva storica di questi due saggi è tuttavia la convinzione che nelle condizioni del gusto e del pensiero del tempo «il programma conciliante dell'A. non poteva che avere buon gioco»: che è ancora una volta un rinvio dell'accusa nei confronti dell'autore a quella, sottintesa, contro il suo secolo.
Sembra dunque che intorno agli anni in cui il Mazzoni istituiva un nuovo parallelo tra l'Algarotti e il Baretti[24], ricavandone soltanto l'affermazione di una disposizione algarottiana a una verità «mediocre», la critica dei Saggi fosse giunta ad un punto in cui, per consunzione di un modulo intorno al quale essa si era quasi costantemente aggirata, si imponeva un approfondimento del rapporto tra le pagine del veneziano e la cultura del suo tempo; un'analisi che, ormai conscia del relativo valore delle pagine critiche dello scrittore, non ne puntualizzasse solo la storica vitalità entro i limiti di un particolare settore di problemi tecnici, come, pur con chiarezza, faceva il Ragghianti per l’architettura[25], ma istituisse nuovi legami, proponesse nuovi tracciati d'indagine per orientare la comprensione di un testo in modo più consono alla maturazione stessa del problema dell'evoluzione culturale europea. Tale esigenza si profila infatti con un contorno preciso in quanto connessa allo stimolo, sempre più libero da prevenzioni, a esaminare con l'intento di un complessivo bilancio il significato e il valore dell'Illuminismo in tutta Europa.
Già il titolo di un articolo del Bruno che appariva due anni dopo[26], poneva in primo piano il concetto di una «mente» dell'Algarotti da studiare, il quale si giustificava, secondo il critico, per la coscienza di una unità di problemi, se non di valutazioni, che non è possibile negare. Così, non solo la definizione di «invaghito della scienza», di innamorato di essa, intesa come idea più che come metodologia, mirava a trovare una nuova giuntura critica tra i termini antitetici della superficiale o della effettiva conoscenza di elementi essenziali della cultura europea nell'Algarotti, ma anche portava a recuperare certa «carica» della prosa sua, priva di immediatezza e di nuovo «spazio» espressivo, eppure mossa in un’«aurea temperanza», da cui traspare una sottile «ebbrezza d'esaltazione» che equivale, nei momenti migliori, a «un modo di superare nell'impegno morale dello stile» la mancanza di una unità di ispirazione e di concezione.
Un allargamento decisivo della prospettiva storico-letteraria sulla quale giudicare l'opera algarottiana si ha più tardi nel volume del Fubini del 1954[27], che, se non tocca in maniera esplicita il problema dei Saggi, investe nel giudizio, con fecondi spunti, tutta l'opera dello scrittore. In maniera chiaramente consapevole, anzi, il discorso del critico si oppone dialetticamente al giudizio del Foscolo, ritenendo che proprio in quella negatività che era divenuta un luogo comune della critica sia da cogliere anche un elemento positivo, consistente appunto nella forza che la «superficialità» e «leggerezza» dell'Algarotti ebbe nel far penetrare, e non solo tra i «nobili oziosi», nuovi elementi di cultura e interessi attualissimi verso la metà del Settecento. Rimaneva con ciò precisata più nettamente la posizione dello scrittore nei confronti dell'Arcadia. Da essa, anche l'Algarotti si distacca per la sua considerazione, comune a tutta la schiera degli innovatori, del fatto letterario non più in se stesso ma «nella connessione con tutta la vita», al fine di mostrare non tanto i difetti della nostra letteratura, ma le cause di quei difetti. Tutta l’opera dell'Algarotti veniva inserita, con sintetico giudizio, in quel ricco sviluppo di motivi che s'inarca dall’Arcadia al Romanticismo, e che porterà a maturare storicamente i fecondi concetti di «sentimento», di «natura», di «genio». Due anni dopo, nei due articoli dello Scaglione[28], ribadita la genuinità dell'interesse per la scienza nello scrittore, se ne constatava d'altra parte la marginalità e si sottolineava la mancanza in lui di un impegno militante e polemico, di una partecipazione alla cultura enciclopedista, a cui farebbe riscontro una preoccupazione continua di rinunzie a polemiche troppo vaste o troppo vive. L'Algarotti «autore intelligente ma pedestre», dunque: punto d’arrivo di un giudizio fortemente limitativo.
Ritornava in seguito, e in modo dettagliato, a meditare sulla figura dello scrittore il Fubini[29], insistendo non tanto sull'importanza che ebbero le idee dell’autore, quanto su quella della consapevolezza del suo vivere e del suo scrivere rispetto ai connazionali, sull'importanza dei suoi vari scritti come partecipazione italiana all'evolversi della cultura d'oltr'alpe. D'altra parte nelle pagine del critico si sosteneva decisamente che il cosmopolitismo degli illuministi non deve intendersi affatto in contrasto col loro patriottismo: acquisizione storico-critica importante del superamento dell’altro canone della critica precedente (l’opposizione amor di patria-cosmopolitismo) che veniva capovolto e recuperato in una nuova e ampia panoramica di indagine. Ciò non impediva che, rimarcata l'importanza dell'Algarotti come iniziatore, mediatore, stimolatore, si riconoscesse poi in lui l'amore per il quieto vivere e la mancanza di fervore polemico proprio dell'Illuminismo, che gli avrebbe permesso una organicità maggiore nell'esercizio del suo scrivere.
Lo sviluppo della critica algarottiana sembra dunque essere pervenuto, con queste affermazioni del Fubini, a una importante svolta. Neutralizzata ormai la polarità, che aveva magnetizzato un po' tutta la critica precedente, tra nazione ed Europa ostilmente contrapposte, anche gli elementi limitativi del valore dell'Algarotti trovavano una armonica interrelazione, in quanto risultavano ormai definitivamente svincolati dal contrasto superficialità - profondità scientifica, e le remore dello scrittore, i suoi atteggiamenti conservatori nella pratica della vita, le sue idee sprovviste di solido fondamento teorico, divengono non certo fenomeni da giudicare separatamente o da trascurare, ma aspetti da comprendere rispetto alle altre virtù sue più positive; ed anche, dell'Algarotti, era ormai puntualizzata la parte insostituibile, «ben sua», nel trapasso dall'Arcadia all'Illuuminismo, non più quasi soltanto per una eccezionale rapidità di assorbimento e di divulgazione di elementi culturali europei, ma per le precise e fondamentali connessioni della sua opera con lo svolgimento della cultura italiana.
Probabilmente da questo implicito invito a considerazioni più ampie e ad un giudizio attento anche alla realtà politico-culturale d'Europa, traeva origine il denso articolo del Lepre di due anni dopo[30], che esplicitamente muoveva dall'affermazione della necessità di analizzare a fondo i rapporti interni della società del Settecento, in quel periodo in cui, entrato già in crisi il cosmopolitismo tradizionale, l'Algarotti compie il suo sforzo per conciliare il vecchio col nuovo. Ma l'indagine di quei rapporti, che era un'occasione per il critico a tornare con maggiore ricchezza di idee sull'opera algarottiana, sembra accentrare in sé quasi completamente il peso del discorso. Se da una parte viene riproposto l'accento sul vivo amore per la scienza, sull'attenzione alle civiltà lontane, sul concetto più unitario della cultura, dall'altra ritorna l'affermazione della comprensione non profonda dello scrittore per l'Illuminismo, del legame suo con una corte ideale che si traduce, in realtà, in un colloquio con un pubblico ristretto di intellettuali. Il perno intorno al quale sembrano ruotare queste limitazioni è il presupposto storico che «alle spalle del Nostro non c'era, in realtà, una classe borghese», che «la borgesia non si è presentata ancora sulla scena politica» e che di conseguenza «priva di questo necessario appoggio anche molta polemica dell'Algarotti rischia di apparire sospesa per aria»[31]. Le pagine del critico, se da un lato avviavano direttamente un discorso impegnato a indagare la realtà politico-culturale in cui lo scrittore agiva, superando il preconcetto consistente nel far coincidere la sua vitalità unicamente con la sua varia attività di poligrafo, giungevano però a puntualizzare una fitta serie di limitazioni che, nella sostanza, venivano a ricadere appunto su di un dato di fatto unicamente politico, sull'assenza di una classe sociale che avrebbe potuto permettere alle sue élites un più intenso e responsabile apporto al rinnovamento della cultura. Ma il fatto che quella classe abbia una sua fisionomia solo un secolo più tardi, costituisce anche la ragione che da sola frena il tentativo di fare di quell'assenza un canone centrale per l'interpretazione di uno scrittore del Settecento. Tuttavia, l’esame in profondità dei presupposti sociali e ideologici dell'intera schiera dei letterati-viaggiatori, utile per comprendere in maniera non isolata anche la problematica dell'Algarotti, riceve in ogni caso, nell'articolo del Lepre, una spinta energica e necessaria, anche se forse essa è troppo preoccupata a ricondurre illusioni e atteggiamenti particolari dello scrittore a cause d'ordine storico-strutturale.
Rivolte a fornire ampie rassegne su tematiche estetiche e di varia cultura, le pagine del Caramella e del Marcazzan che interessano l'Algarotti[32] non portano, ovviamente, contributi specifici all'argomento dei Saggi e utilizzano sinteticamente e di scorcio i punti d'approdo meno discussi della critica d'inizio del secolo.
Alcune pagine più recenti del Bonora[33] attraverso una serie di perspicue considerazioni che involgono anche il presente problema, mostrano come il critico miri a collocare lo scrittore in un ambito di meno ampia proiezione ideologica, in quella «Arcadia di filosofia» che viene considerata distinta dalla corrente propriamente illuministica per il suo limite di profondità di pensiero oltre che per le sue radici affondate nel territorio nazionale. Essa si configura come una nuova categoria mirante a inserire meglio, nella trama storica della nostra letteratura, quei personaggi che a metà del Settecento più esorbitano dalla tradizione, eppure mostrano altrettanto chiaramente, sotto gli acquisti oltramontani, il proprio saldo vincolo con le premesse culturali italiane. Particolare accentuazione ha inoltre qui la chiarezza con cui è fissata dall'Algarotti la diversa storia della lingua italiana e francese, e l'idea dello scrittore che la lingua risponde al genio del popolo e l'uso è «il vero padrón delle lingue», secondo quella linea di riflessioni che porterà, in seguito, a una prima sintesi nel Saggio del Cesarotti.
Poco più tardi, oltre a ribadire alcuni tratti essenziali dei giudizi da lui precedentemente espressi, lo Scaglione, in uno scritto del '61[34], insiste utilmente sulla maestria che l'Algarotti rivela nel «saggio», che è il «genere» avviato a risultati sempre più fecondi nella seconda metà del 700, mentre in analogia con quelli indicati dal Bonora, e ancor più recentemente, il Romagnoli[35] pone in rilievo, a proposito dei Saggi, i pregi di chiarezza, di equilibrio, di acutezza che in essi sono presenti e riassume le sue note sulla figura dell'Algarotti affermando che egli deve essere considerato «l'esponente più rappresentativo dell'Illuminismo veneto».
I rilievi che il Bonora veniva svolgendo, sebbene non perdano di vista la caratterizzazione particolare di alcune opere, erano volti a fornire una visione d'assieme della figura dello scrittore veneziano in ottemperanza allo scopo per il quale quelle pagine erano scritte, cioè per una rapida e panoramica consultazione. Eppure da quelle parole si ricava facilmente il grado di attenzione al quale la lettura dei Saggi era giunta nel cogliere l'importanza di alcuni concetti e della funzione che essi hanno nell’opera dell'Algarotti nonché della coscienza della diversità esistente tra gli organismi nazionali, avvertita dall’autore con acuta sensibilità, anche se non sempre con estrema chiarezza.
Non è difficile ricavare dall'incrociarsi del dibattito critico gli elementi che sembrano più validamente aver favorito in vario modo un approfondimento del giudizio sui Saggi, e che si pongono come più vivaci integrazioni o più attraenti squarci di prospettive che rispondono alla maturazione storica degli elementi critici che siamo venuti esaminando. Liberato il campo dagli elementi più logori della critica ottocentesca, gli apporti sostanziali di quella più recente sembrano aver ben puntualizzato tre vitali dimensioni del problema interpretativo generale, nel quale rientra anche quello dei Saggi: l'ampiezza del contesto storico-culturale del quale l’Algarotti è vivamente partecipe; la coscienza della «funzionalità» del suo operare, della sua appassionata opera di «scambio» in relazione ailo sviluppo della cultura a lui contemporanea e a quella futura; l'attenzione alle diversità di alcune tradizioni nazionali, la cui problematica si arricchisce nello scrittore per l'esperienza di rapporti etico-politici direttamente sperimentati o intuiti.
Sottoscritto ormai come un dato decisamente acquisito il tono medio e filosoficamente non impegnato dell'Algarotti, rivalutata in una luce che a noi sembra più propria tale medietà come unico possibile mezzo di interpretazione delle idee nuove anche negli strati meno impegnati degli intellettuali italiani, sembra tuttavia rimanere meno chiaramente definito l'ambito entro il quale la preminenza della cultura d'oltr'alpe è sostenuta e difesa e oltre il quale invece essa viene respinta o circoscritta di fronte a un vigore presente o possibile di quella italiana. Così anche, se l'utilità, la ricchezza, il fervore, con il quale l'Algarotti svolse intensa opera di scambio culturale tra nazioni viventi in situazioni politiche diverse, ci trova ormai senza riserva concordi, sembra d'altra parte che non risultino sufficientemente valutati i rapporti con i personaggi con i quali, nell'area nazionale, tale scambio avveniva, al di là delle direttive ufficiali della circolazione delle idee. Infine, confermata nello scrittore la coscienza delle differenze storiche nazionali di cultura e di tradizione e lo stimolo pratico che ne deriva, la rinnovata proposta che si profila anche nell'ultima critica circa uno «scacco» del letterato nella contingenza della sua vita e nel suo atteggiamento su alcuni temi di meno tranquilla discussione, resta bilanciata in modo incerto tra l'idea di una freddezza di sentimento, rimossa tuttavia ormai dalla posizione di vero canone interpretativo, e l'affermazione di un desiderio di indipendenza del cosmopolita nei confronti di qualsiasi istituzione che possa impegnarlo in maniera vincolante. In realtà, anche l'analisi dei rapporti politicosociali tra la figura del letterato e le istituzioni dell'epoca, se arrichisce il panorama di una problematica generale, aiuta a capire solo parzialmente il significato storico-letterario degli scritti algarottiani e dei Saggi in particolare, quando da quell'analisi non si ritorni in modo specifico a meditare sull’opera dello scrittore.
* * *
Nei limiti del problema che qui interessa, i contributi più utili e convincenti della critica sembrano richiedere una precisa verifica dall'interno della trama dei Saggi, per «tentare» l'indagine di un nesso, nella materia pur così diversa delle loro pagine, che aiuti a spiegare più unitariamente e storicamente la loro consistenza e la singolarità della loro testimonianza.
Un gruppo di tipici temi illuministici si impone nettamente, in tal senso, alla nostra attenzione: il pensiero di Cartesio e la relativa revisione della sua validità (Saggio sopra il Cartesio); gli scambi commerciali e la loro importanza (Saggio sopra il Commercio); l'influenza che il «clima» esercita sulla vita dei popoli e la loro cultura; il sorgere, entro un ristretto spazio di tempo e in particolari condizioni storiche, di grandi «ingegni» nella storia dell'umanità (cfr. i due saggi relativi).
La polemica contro Cartesio non è spinta fino alla negazione del valore della sua filosofia, ma si tramuta in una occasione per innalzare Galilei e Newton al di sopra del filosofo francese, quasi come gli estremi di un arco che scavalca la mediazione della cultura di Francia: e Newton non sarebbe potuto sorgere «se la Italia non avesse avuto un Galilei» (p. 427).
Il quadro dei commerci europei, tanto esilmente ma nitidamente abbozzato, si popola di Danesi, di Russi, di Olandesi, di Inglesi, i quali contribuiscono con la loro attività nel campo commerciale a mantenere anche l'equilibrio politico in Europa. Ma il «genio del commercio», la tecnica e il gusto di quell'attività, sono passate anch'esse dall'Italia nel Settentrione (cfr. p. 439), dove hanno ricevuto un magnifico impulso, al quale in Italia si può contrapporre solo il ricordo di una supremazia perduta e di un indimenticabile passato.
Il tema del commercio, con tanto interesse affrontato come altrove anche in Italia nel Settecento, affiorava già nella discussione sul «clima», che è uno degli argomenti di più ricca propagazione in tutta l'area illuministica. Ma anche a questo proposito sembra utile al presente discorso, più che l'esposizione delle due tesi diverse (la maggiore importanza da attribuire al clima o alle leggi come fattori determinanti dell'indole di una nazione), rilevare il modo col quale è fatta giocare tutta una ricca trama di cultura classica (le citazioni da Livio, Floro, Strabone, Cesare, Tacito) allo scopo di ricollegare agli esempi degli antichi l'affermazione di un «genio» non modificabile nelle nazioni, che ci mostra i Francesi incapaci «di lunghe fatiche» e aventi di sé «la più grande opinione», gli Inglesi forniti di «quell'ardore che mostrarono sempre» per la libertà, i Tedeschi inclini alla guerra, gli Spagnoli «alla buona fede». Tra i due elementi contrapposti del clima e della legge, fattori determinanti dell'indole di una gente, resta inserito dunque, anche qui, il concetto di una virtù nativa che si presenta come un dato ineliminabile di remota origine.
La questione del clima è intimamente unita a quella del sorgere contemporaneo di «grandi ingegni» in determinati periodi storici, secondo la proposta offerta dalla trattazione dell’argomento nella pubblicistica settecentesca: basti pensare a Montesquieu e alla terza parte del suo Esprit des lois. Alla disputa l'Algarotti non aggiunge alcun apporto sostanziale in sede teorica. Ma la tesi del Racine che il genio trascina con sé per emulazione altri geni che operano in campi diversi, non convince l'Algarotti. Egli è ben cosciente che alle sue spalle sta tutto un processo di differenziazione della scienza, così come in Italia si era ormai consolidato tutto un processo di differenziazione politica. Perciò, non solo afferma che la riuscita di un grande ingegno rimane tendenzialmente circoscritta «dentro alla sfera degli studi che sieno consimili a quello in cui esso sia divenuto eccellente» (p. 355), ma sostiene anche chiaramente che la possibilità di uno scambio di fermenti nuovi tra settori diversi dell'attività umana sta nella unità del governo di «un principe solo» (p. 355). Da noi ciò non poteva avvenire: «Qual differenza nelle vane contrade della moderna Italia per essere il governo dove monarchico, dove repubblicano, là potere i soldati, qua i preti, una provincia avere un signor naturale nel proprio suo seno, l'altra averlo lontanissimo, di nazione e di lingua differente?» (p. 356). Al contrario nella capitale degli stati che sono uniti «si fa un continuo e scambievole traffico di cognizioni; il sapere circola, non vi è nuova riflessione, vita o pensiero, che si rimanga chiuso e stagnante in una mente sola» (p. 358). La disponibilità ad una «importazione» della cultura si offre per l'Algarotti secondo una successione che vede più rapidamente comunicabili la poesia, l'arte e infine la scienza. Anche l'Italia, che «nell'aureo secolo di Augusto» ha importato le arti e le scienze, non si è sottratta a tale legge; ma l'interesse dello scrittore è appuntato sul fatto che nel Settecento questo accade ai Francesi nei confronti degli Italiani, i quali «nel mondo moderno tengono il luogo che nello antico tenevano i Greci» (p. 363).
L'equivalenza instaurata in questa e in simili analogie, sembra mostrare come la coscienza delle diversità storiche nazionali, così viva nell'autore, tenda ad appiattirsi quando egli sia impegnato a giustificare teoricamente una «attuale» situazione italiana, quando si sforza di sostenere la diiesa dell'ingegno italiano in una sfera metapolitica, quasi in risposta all'accusa di un assopimento di esso. Ma, nel tempo stesso, quella difesa contiene il rinvio all'altro idolo che idealmente si contrappone all’esaltazione del «genio», cioè l'unità politica, e, con essa, l'istituzione di organismi che possano difendere e tramandare e rinnovare un patrimonio di cultura.
È l'argomento esplicitamente toccato nel Saggio sopra l'Accademia di Francia che è in Roma, il quale, scritto per ultimo, occupa il primo posto della raccolta. L'istituto francese fondato per consiglio del Le Brun dovrebbe, nel pensiero dell'Algarotti, moltiplicarsi nelle maggiori città d’Italia, «e tra esse Venezia, Bologna, e Fiorenza», per offrire ai giovani francesi desiderosi di perfezionare i loro studi, la più larga possibilità di apprendimento diretto dalle opere dei grandi maestri, di Bramante, di Raffaello, di Michelangelo, ma anche del Sansovino, dello Scamozzi, del Palladio, del Tiziano, del Bassano, dei Carracci, di Donatello, del Cellini; non perché le Accademie «possano far sorgere alcuno grandissimo ingegno, che illumini veramente la età sua» ma perché «possono bensì tenere in vita e nutrire quelle facoltà che loro son date in cura, mantenere e promuovere i migliori metodi di studiare» (pp. 26-27).
Il «genio», come virtù dei popoli portati naturalmente a coltivare le arti e le scienze, e l'«organizzazione» della cultura, prerogativa delle nazioni che hanno unità di governo, sono i due strumenti ideologici con i quali l'Algarotti interpreta la realtà politico-culturale del suo tempo. La loro contrapposizione tuttavia non esclude, come si è visto per il saggio precedentemente citato, la possibilità che il secondo elemento si inserisca là dove il primo non si sviluppi agevolmente a causa del mancato raggiungimento di una struttura politica unitaria. Di fronte ai vantaggi di coordinazione e di espansione, propri delle nazioni che hanno compattezza e organicità istituzionali, stanno i pregi, non valorizzati o dimenticati, delle genti che manifestarono nel passato, per lunga tradizione, l'eccellenza delle proprie virtù. Così, in epoca di ormai avanzata crisi della supremazia culturale italiana in Europa, l'Algarotti crede sinceramente che una funzione di guida, una utile «presenza» sia per l'Italia ancora possibile, in quei settori di attività spirituale in cui la gloria passata è stata coralmente e incontestabilmente riconosciuta.
Il Saggio sopra l'Architettura, quello sopra la Pittura, quello sopra l'Opera in Musica[36], vanno intesi appunto in appoggio a tale convinzione. Se in essi lo scrittore si sofferma su esemplificazioni particolari in maniera più diffusa che per altri di questi scritti, ciò nasce dal lungo e amoroso studio, dalla consuetudine quasi quotidiana coi quadri, coi palazzi, con le costruzioni di ogni tipo: è questa che fa scattare alcune pagine felici per la rapidità di un giudizio o per il tattile gusto del colore e dello spazio. Ma, se per il tema dell'architettura l'attenuazione delle tesi lodoliane sembra assorbire quasi esclusivamente il pensiero dell'Algarotti, se la dissertazione sulla pittura lo porta a teorizzare sui princìpi e sui modi che l'artista, a suo avviso, dovrà osservare nella pratica della sua arte, se la meditazione sull'opera musicale si accentra specialmente intorno ad alcune intuizioni e intelligenti proposte di natura tecnica, il modulo mentale sul quale poggia tutto il suo discorso resta sempre quello a cui si è accennato: quel rapporto concepito in maniera così tenace, e che la storia mostra così vario, tra il «genio» e l'«organizzazione» delle maestranze della cultura. La convinzione dello stretto legame tra i due elementi giunge, anzi, fino al tentativo di dialettizzare il loro rapporto, immaginando fornito di una futura valenza politica il primo di essi. Non solo le Accademie possono favorire la piena maturazione dei grandi ingegni di ogni singola nazione, ma questi ultimi, se grandi e vigorosi, imponendosi nonostante l'impedimento di una «situazione» nazionale, dovranno poter provocare l'avvento di grandi mecenati, di grandi politici della cultura: «Surgano anche una volta gli Apelli, i Raffaelli, i Tiziani; e non mancheranno gli Alessandri, i Carli, i Leoni» (p. 144). E quando ciò non avvenisse sarà «per istrana malignità della fortuna», e all'«artefice» allora basterà «quell'onore che della virtù è legittimo figliuolo». L'illusione, qui trasparente e in pochi punti sostenuta in modo così aperto, sulla validità della cultura a smuovere, con la sua sola diffusione, una pregiudiziale sociale e ad esprimere, si badi bene, la figura di un principe illuminato, è il segno del limite degli strumenti di analisi dell'Algarotti ed anche il riflesso del più complesso limite della pratica intelligenza dell'Illuminismo nei confronti del contesto sociale del Settecento.
Se esiste un processo per cui Voltaire, D’Alembert e i maggiori illuministi si accorgeranno del limite da imporre alla speranza che la nuova cultura potesse far nascere veramente la figura del principe ideale, e nel contempo non potranno mai del tutto spegnere questa illusione, e se amplissimo è l'arco che segue tale speranza e ricchissima e laboriosa l'esperienza che lo determina, la curva dell'illusione algarottiana racchiude, a questo riguardo uno spazio ben più limitato, ma appare perfettamente analoga. Certo meno cosciente. Poiché meno cosciente è in lui il bisogno di chiarire i rapporti tra le idee, la cultura, la libertà del pensiero, e gli istituti politici, i presupposti reali di essa. L'Algarotti, ci sembra, non rimane propriamente alla superficie dell'Illuminismo, ma piuttosto non si impegna a elaborare o ad affinare quei dati critici che per l'Illuminismo erano già divenuti patrimonio accolto e corrente. Il rapporto non chiarito tra «genio» e unità politico-culturale, è appunto un segno tipico del limite storico dell'esperienza dell'Algarotti e di molti altri nostri scrittori del primo Settecento. Poco più tardi, come nel «saggio» del Bettinelli del 1769[37] si farà già sentire coscientemente l'esigenza di ritrovare nel «genio» elementi d'ordine sentimentale-fantastico, di intenderlo come concretizzazione dell'entusiasmo, secondo una spinta che già prelude a motivi preromantici.
Il dialettico binomio a cui si è accennato, si ripresenta in modo variamente accentuato anche negli altri Saggi. In maniera più varia, meno schematica, attenta ai fenomeni particolari dell'uso, esso è presente anche nelle pagine che interessano il problema della lingua. Con ferma convinzione, nel Saggio sopra la necessità di scrivere nella propria lingua si difende l'uso della lingua viva nazionale ai fini del raggiungimento dell'efficacia espressiva, anche se lo scambio delle idee, in epoca moderna, ci costringe ad «apprendere le varie lingue» delle altre nazioni. Non possono essere che tentativi di approssimazione nell'uso, le prove rivolte a imitare la lingua dei Latini oppure quella degli scrittori stranieri contemporanei. La virtù nativa di una lingua appare incomunicabile con il semplice studio, poiché «il genio, o vogliam dire la forma di ciascun linguaggio, riesce specificamente diversa da tutti gli altri, come quella che è il risultato della natura del clima, della qualità degli studi, della religione, del governo, della estensione dei traffici, della grandezza dell'imperio, di ciò che costituisce il genio e l'indole di una nazione» (p. 231)[38].
Nel Saggio sopra la lingua francese l'illustrazione dei vantaggi istituzionali ritorna in primo piano. Svolto il parallelo tra la Crusca e l'Accademia francese e indicati i motivi dei diversi risultati ottenuti, quasi in risposta alla meraviglia nascente dalla constatazione che la lingua francese, così «regolata» e «ristretta» sia tanto viva e animosa quando viene parlata, si afferma che «sarà questo per avventura uno de' più illustri esempi della forza che ha la legislazione di vincer la natura» (p. 258). Nel Saggio sopra la Rima, se l'elencazione dei difetti che essa può provocare e l'invito a bandirla dai componimenti eroici, dai poemi didattici, dalle epistole, dai sermoni, a conservarla invece nel sonetto e nella canzone, rivestono un preciso interesse tecnico, va notato più ancora, ai fini del presente discorso, come il criterio di una adozione si differenzi in funzione delle due diverse unità linguistico-strutturali, a formare le quali «genio» e «legislazione» hanno in entrambi i casi, ma non in uguale misura, cooperato: nella lingua francese, contraddistinta dalla clartè, la rima è tanto necessaria nei componimenti poetici che senza di essa «la poesia si viene a confondere con la prosa» come affermarono il Bouhier, Fénelon, Voltaire; mentre «a così fatta necessità non va già sottoposta la lingua italiana», fornita di «varia sonorità di parole», di una «prosodia non muta, ma espressa», di «libertà di sintassi non picciola», ricca «di vocaboli e di maniere» e di «un dizionario tutto poetico» (p. 268).
Il Saggio sopra la durata de' Regni de' Re di Roma, steso per primo in età giovanissima e ripreso più tardi nel 1745, e il Saggio sopra la giornata di Zama, composto nel ’49, sono i due scritti di più antica composizione. In essi non si trovano gli elementi dell'esile trama ideologica che si è tentato di rintracciare, appunto perché la loro composizione cade in epoca in cui quegli elementi non erano stati ancora assimilati; cosicché è presente soltanto, nel primo di essi, l'utilizzazione delle osservazioni di Newton sulla cronologia della monarchia romana e la polemica, nel secondo, contro le osservazioni del Folard sulla tecnica militare di Scipione. E tuttavia anche queste pagine vanno intese nel loro valore di singolare testimonianza del largo interesse verso le cose romane che attraversa tutto il Settecento e si era andato sviluppando in Francia coi lavori cronologici e storici del Rollin, di Nicolas Fréret, proseguendo poi fino alla fine del secolo con quelli di Charles De Brosses e Louis De Beaufort, in Inghilterra aveva trovato fin dalla fine del '600, con Newton, un cultore quasi occasionale ma autorevolissimo, giungendo poi alla vasta sitemazione storica del Gibbon, e da noi vanterà il suo rappresentante più autorevole, sebbene quasi interamente rivolto alle vicende medievali, nel Muratori.
Ma il rapporto dei due elementi ideologici di cui si è detto, si ripresenta nel Saggio sopra l'Imperio degl'Incas e nel Saggio sopra il Gentilesimo. Sulla suggestione del mito del «buon selvaggio», le considerazioni intorno all'antico popolo americano sono volte a esaltare quasi ogni aspetto di una società fornita di prerogative che gli stati moderni possiedono soltanto parzialmente e in maniera frazionata, non unitaria. Ammirata la saggezza, i criteri d'educazione, la disciplina militare, la fusione tra casta sacerdotale e governativa, si dichiara utile la mancata propagazione della cultura in quel popolo, in quanto la limitata partecipazione delle idee impedisce «i disordini che si vedono in Europa» (secondo la tipica aporia illuministica tra l'esaltazione dei «lumi» e quella dei popoli primitivi) e si ammirano gli Incas come esempio luminoso dei «miracoli che può operare la legislatura» (p. 336), della forza che ha in noi l'abitudine «di formare in grandissima parte il genio e di ammanierar la natura» (p. 339). La stessa esemplare fusione tra inclinazioni native di una gente e le norme che possono rinsaldarle, contemplate in un popolo geograficamente remoto rispetto alla civile Europa, si dichiara realizzata anche presso le popolazioni pagane più famose dell'Europa, remote nel tempo. Nei Romani, soprattutto, è da apprezzare la fusione fra le tradizioni, la forza militare e la religione, che è «il vincolo e il supplimento degli altri ordini dello stato» (p. 398), il cibo spirituale adatto al popolo, poiché a lui «non si confà l'ambrosia [...] della filosofia» (p. 390). La religione, di cui l'Algarotti non sembra avvertire la spiritualità, presenta dunque il suo aspetto positivo come instrumentum regni quando venga diffusa con saggia misura, e mostra di possedere in questo una funzione simile, ma su di un piano e un'area sociale diversa, a quella della cultura, nel promuovere l'unità delle istituzioni e nel determinare le caratteristiche del «genio» della stirpe. Così in due quadri diversi, l'Algarotti schizza rapidamente il volto di una unità politico-culturale che la realtà storica europea del Settecento, specialmente nel settore nazionale italiano, praticamente smentiva. Anche il timido accenno al cristianesimo contenuto nelle parole finali del secondo saggio, sembra pertanto appena avanzato non unicamente per il timore di affrontare un argomento di delicata trattazione, quanto piuttosto perché solo fino all'avvento del cristianesimo, e non dopo, quell'unità si dimostra raggiunta.
Il Saggio sopra Orazio, poeta «caro ai principi, ma libero», è il medaglione che chiude la raccolta. In esso, attraverso una trasparente e vagheggiata analogia con elementi di natura autobiografica, il rapporto tra «genio» e «organizzazione» culturale si traduce pienamente in una idealizzazione letteraria. Le idee sull'arte, sulla lingua, sulle condizioni favorevoli all’attività degli ingegni, ritornano qui e si integrano in una sognata armonia, appunto in virtù di tale idealizzato rapporto. Anche al poeta sembra assegnata una propria funzione egemonica e pratica, e Mecenate «dovette pur credere essere attissimo Orazio», e le Muse in genere, ad allontanare sempre più «l'animo di Ottavio dallo spargimento del sangue civile» (p. 462). Rispetto ai Greci, i Romani furono più animosi perché «sia che il genio bellicoso, che per antichissimi istituti allignava nella nazione, desse lor maggiori spiriti, sia che il clima più freddo gli mettesse in agitazione maggiore, la verità si è che a più cose varie tra loro molti di essi rivolsero lo ingegno» (p. 481). Anche per il secolo di Ottaviano, il quale «rassomigliava a questo nostro», vale la convinzione del cosmopolita Algarotti che «nelle grandi città solamente, dove comune si fa la scienza, dove gli spiriti si urtano insieme, per così dire, e si poliscono l'un l'altro» (p. 509), può regnare quella «urbanità» che è propria dei centri in cui le forze dell’arte, della scienza, dello stato si fondono in armonia. Orazio si trovò a vivere «ne' tempi più favorevoli [...] quando in Italia era giunto al colmo il raffinamento della pulitezza» (pp. 509-510), in un momento, insomma, in cui il «genio» si trova per coincidenza storica immesso in un ensemble sociale che ne accoglie e ne favorisce la presenza.
Entro il vario argomentare dei Saggi è dunque possibile rintracciare un itinerario lungo il quale si muove il vario tentativo algarottiano di interpretare la comunicabilità dei valori culturali intorno alla metà del XVIII secolo. Tale opera di informazione e di stimolo critico avviene, in questo caso, mediante la forma del «saggio», che è genere letterario di circolazione europea di cui l'autore si impadronisce d'istinto e nel tempo arricchisce e perfeziona[39]; esso appare a lui, accanto a quello della «lettera» (ma con il vantaggio, su questa, di una tradizione più radicata alle sollecitazioni culturali illuministiche e di una struttura necessariamente meno labile e aperta), come lo strumento più idoneo e quasi ormai ovvio per diffondere quello «spirito filosofico» che «ha penetrato in ogni parte del sapere»[40]: uno strumento che va inteso già come risultato della metodologia illuministica, volta ad esercitare una critica agile ed essenziale, e nello stesso tempo è tramite vitalissimo della propagazione e dell’esercizio di essa. La stesura del saggio avviene spesso mediante un atto della memoria che, di quanto lo scrittore «avea pensato» spreme «il sugo in poche carte»[41], secondo uno scarto significativo, perché cosciente, tra la materia complessiva del pensiero e l’utilizzazione parziale («filosofica» — direbbe l'Algarotti — cioè critica) di esso. In tale senso, le parole con le quali l'autore presenta il Saggio sopra il Commercio («E perché pochissimi sono tra noi quelli che, avendo il potere in mano, dieno qualche parte del tempo alla lettura dei libri, ho creduto dover singolarmente studiare in questa operetta la brevità, acciocché dalla picciolezza del volume fossero invitati a legger quello che gli avrebbe forse atterriti presentato loro sotto mole maggiore»[42], se hanno un preciso significato innanzi tutto in riferimento all'esilità materiale di questo scritto, esse valgono anche quale generale annotazione sulla funzionalità pratica del «saggio» in genere come letterario veicolo, come schema selettore di idee, che si avvale presso i lettori, e non tra gli ultimi suoi pregi, della gradita maneggevolezza del formato e dell'agilità dell'interna struttura.
* * *
Si è lasciata di proposito da parte, nella ricostruzione dell'itinerario dei temi sopra ricordati, ogni più diffusa considerazione di carattere letterario od estetico (che non rientra del resto nelle tradizioni di questa collana di testi), anche perché risultasse sufficientemente chiaro il rilievo di alcuni nodi critici al cui confronto il problema dei Saggi sembra ricevere una più attenta, complessiva verifica, la quale ci sembra contenga elementi utili anche per un giudizio sull’intera opera algarottiana.
Così, infatti, le convincenti affermazioni paradigmatiche di una parte della critica intorno alla mancanza di contraddizione, per i letterati cosmopoliti del Settecento, tra il sentimento patrio e quello di una appartenenza a una collettività culturale europea, è verificabile, secondo la linea tracciata, in concreti elementi di pensiero e precisi rilievi testuali. Non pare vi sia difficoltà, infatti, a riconoscere che l'espressione di un sentimento patrio vivamente, polemicamente dichiarato, resta in parte «bloccata» dalla teorizzazione dei rapporti tra cultura europea e cultura nazionale, proprio nella misura in cui quel nesso teorico affascinò la mente dello scrittore per la novità stessa dei termini con i quali gli illuministi lo stavano ancora discutendo e per la varietà dei corollari esemplificatorì a cui le loro idee sembravano prestarsi in ambito nazionale.
Così pure, la coscienza della vitalità della cultura italiana nei settori in cui essa accampava ancora proprie prerogative (pittura, architettura, letteratura) viene a precisarsi e a graduarsi più compietamente proprio attraverso la mediazione di quell’avance teorica, i cui termini erano già terreno di deposito della corrente più viva dell'Illuminismo e avranno in tutta Europa feconda rielaborazione in epoca futura. E così, infine, la cautela imputata allo scrittore nell'affrontare l'analisi del rapporto tra politica e cultura, sembra ridimensionarsi appunto perché l'interpretazione di quel rapporto rimane limitata dagli stessi termini critici in cui l'Algarotti la trovava posta, i quali da una parte hanno per lui la forza avvincente di uno strumento critico nuovo e dall'altra costituiscono il vincolo che la sua intelligenza non ha la forza speculativa di superare o di intuire entro una più larga rete di storiche e teoretiche incidenze.
Ciò equivale a dire che l'Algarotti comprese molto bene le diverse situazioni storiche nazionali come dati di fatto commensurabili, ma non fu «disposto» ad uno sforzo volto ad approfondire con chiarezza il concreto processo storico che porta alla formazione delle strutture nazionali. Perché esso venisse inteso, tutta una schiera di pubblicisti, di pensatori, di scrittori, dovrà verso la fine del secolo verificare in concreto, nell'ambito della propria nazione e dell'esperienza della propria vita, la possibilità di instaurare o di innovare gli organismi che permettano una partecipazione più diretta delle forze nazionali alla vita del proprio paese, in cui anche il letterato senta di non essere soltanto il demiurgo, ma il convinto milite della cultura.
Nel preludio a tale sviluppo della coscienza nazionale, nei limiti della reale condizione storica e delle ideologie che ad essa sono connesse, l'Algarotti operò già molto, anche con le sue contraddittorie o approssimative soluzioni critiche, perché l'amoroso suo sforzo di integrazione e di reciproca illuminazione di elementi culturali diversi si affianca, per la sua larga tematica, all'azione degli altri nostri innovatori, anche di quelli provvisti di un vigore critico maggiore del suo.
Per un impegno carico di nuovi umori polemici, che si traducano in sostanziale forza operante, occorreranno i nuovi ideali, i nuovi risentimenti che sono propri di un'altra età. Ma intanto, nel tentativo, soggetto ad evidenti perplessità, di ricollegare ad alcuni cardini teorici la realtà delle nuove culture nazionali, tutta una ricca messe di dati culturali, di innovazioni linguistiche, di fermenti concettuali, passa, attraverso l'Algarotti, negli strati della nostra compagine sociale. E se questa cultura non trova subito pronta una borghesia operante e decisa a metterne in atto i chiari stimoli a innovare gli istituti nazionali, è pur vero che queste pagine giungevano tra le mani di uomini appartenenti ai ceti più diversi, di coloro che dello scrittore apprezzarono l'amicizia e gli scritti e che non erano tutti «nobili oziosi», né sempre svolgevano nelle Accademie un'azione soltanto ossequiosa delle anguste convenienze locali o delle mode letterarie. Non solo presso un Bettinelli, un Gozzi, un Maffei, ma anche presso gli Zanotti, l’Ortes, Giovanni Poleni, Giovanni Lami, Clemente Sibiliato, Giuseppe Pecis, Carlo Bianconi, Antonio Conti, Aurelio Bernieri, Paolo Frisi, Alessandro e Domenico Fabri, Gregorio Bressani, Giuseppe Santarelli, Giovanni Emo, Lorenzo Guazzesi, Claudio Pasquini, Cesare Malvasia, Giovan Maria Mazzucchelli, Jacopo Stellini, le pagine dei Saggi ebbero ammirata accoglienza. Uomini, in qualche caso, dal nome quasi oscuro, soggetti a un vario limite di capacità morali e mentali. Ma, accanto al gruppo impegnato e pugnace degli illuministi lombardi e napoletani, sono anch'essi nel campo dell'arte, della letteratura, della scienza, della pubblica amministrazione, i custodi o gli artefici minori di una coscienza che, nella direzione dei prossimi ideali romantici, è già disposta ad accogliere nell'Italia settecentesca i fermenti di un rinnovamento civile.
Note
- ↑ Tale proposito fu confidato successivamente a Martin Folkes della Royal Society di Londra, conosciuto dall'Algarotti al momento del suo passaggio per Roma.
- ↑ Già il Trompeo faceva dell'Algarotti il tipico rappresentante della «media umanità del suo secolo» (cfr. la Prefazione ai Viaggi di Russia, Roma, Leonardo da Vinci, 1924, p. 3)
- ↑ Oltre agli scritti che in maniera specifica interessano l'argomento, si citano qui anche quei lavori di carattere generale che meglio sembrano aver contribuito, in vario modo, a far progredire di riflesso anche la critica dei Saggi.
- ↑ Girolamo Zanetti, Memorie per servire all'Istoria della Inclita Città di Venezia, [pubblicate da] Federico Stefani, in «Archivio veneto», a. XV, t. XXIX, 1885, pp. 93-148. Francesco Galbani Napione, Ragionamento intorno al saggio del Conte Algarotti sopra la durata de' regni de' re di Roma..., in Torino, MDCCLXXIII, nella Stamperia Mairesse: è una replica al saggio dell’Algarotti in cui era difesa la cronologia newtoniana. Samuel Formey, Souvenirs d'un Citoyen, Berlin, 1789, t. II, p. 216; l'accusa di «fausseté» allo scrittore veneziano è coperta in parte dal riconoscimento di una condotta «sage» alla corte di Prussia. Carlo Denina, Vicende della letteratura, Torino, 1792-93, presso la Società de' libraj, pp. 24-25.
- ↑ Battista Giovio, Elogio del Conte Algarotti..., in Elogi italiani, impressi in Venezia da Piero Marcuzzi, s. d., t. V, pp. 5-48. Giammaria Mazzucchelli, Gli scrittori d'Italia etc., in Brescia, 1753, presso Giambatista Bossini, vol. I, pp. 479-486; è apprezzata nelle operette algarottiane «una certa novità, ed una scelta di non comuni notizie» (p. 486). Vincentius Camillus Albertus, De vita et scriptis Francisci Algarotti. Commentarius, Lucae, MDCCLXXI, Typis Johannis Riccomini, pp. 47. Alessandro Verri, Saggio di Storia d'Italia (inedito: si veda il brano riportato dal Fubini nel suo articolo Dall'Arcadia all'Illuminismo: Francesco Algarotti, citato qui più avanti a p. 529, n. 1).
- ↑ Giannantonio Moschini, Della letteratura veneziana del secolo XVIII fino a' nostri giorni, in Venezia, dalla Stamperia Palese, 1806, tomo II, pp. 105-238. L'Algarotti è considerato tra i «viaggiatori utili al progresso del sapere» (p. 237) e se ne parla come di un «filosofo teoreo» per le sue Lettere e per il suo Saggio sopra la Pittura, «tradotto pur anco in francese dal Sig. Pingeron» (tomo III, p. 60) e per quello «sopra l'Accademia di Francia»: i vari saggi, che in parte vengono citati, appaiono al Moschini tutti sparsi «di filosofici pensamenti» (t. III, p. 171). Bartolomeo Gamba, Francesco Algarotti, in Galleria dei letterati artisti illustri delle provincie veneziane del secolo decimottavo, Venezia, Tipografia di Alvisopoli, 1824, tomo I; l'Algarotti, nel primo «medaglione» del tomo, viene definito «amabile filosofo cortigiano» che volle abbracciare «tutte le vie del sapere senza talvolta molto penetrarvi per entro».
- ↑ Si vedano le osservazioni contenute nello Zibaldone (ed. a cura di F. Flora, Milano, Mondadori, 1945). Il Leopardi concorda con l'Algarotti sulla eccessiva regolarità della costruzione nella lingua francese e sull'opera di trasformazione dell'antica natura di tale lingua operata dagli Accademici di Francia; egli sottolinea, inoltre, parlando del saggio relativo, l'opportunità di chiamare «commercio» e non «mercatura» la realtà moderna di un fatto che è cosa ben diversa dalla mercatura antica (cfr. rispettivamente vol. I, pp. 136, 706, 949). Colpirono il Leopardi, inoltre, le osservazioni algarottiane sulla scrittura degli Incas (cfr. vol. II, p. 792).
- ↑ Ugo Foscolo, Sulla tradizione dell'Odissea, in Lezioni. Articoli di critica e di polemica (1809-1811), ed. critica a cura di Emilio Santini, Firenze, Le Monnier, 1933, pp. 225-228 e Saggi di letteratura italiana, Ediz. nazionale delle Opere, vol. XI, a cura di C. Foligno, parte I, Firenze, Le Monnier, 1958, pp. 260-261 (lezione XIII). Camillo Ugoni, Della letteratura italiana nella seconda metà del secolo XVIII, Brescia, per Nicolò Bettoni, 1820, vol. I, pp. 95-127.
- ↑ Cesare Lucchesini, Della illustrazione delle lingue antiche e moderne e principalmente dell'italiana procurata nel secolo XVIII dagl'italiani, Parte I, Lucca, presso Francesco Baroni stampatore reale, MDCCCXIX. Per il giudizio sopra le considerazioni algarottiane sull'arte si veda p. 141; per le riserve relative alla parziale purezza della prosa algarottiana, le pp. 104-105 e 131. Si riferiscono poi direttamente al Saggio sopra la necessità di scrivere nella propria lingua le considerazioni che il Lucchesini fa a pp. 22 e 23, nelle quali è espressa la meraviglia che l'Algarotti, «dotato di gusto squisito e intendente della lingua latina come egli era», potesse chiamar centonisti coloro che «egregiamente in versi e in prosa scrissero nella lingua del Lazio nel secolo decimosesto».
- ↑ Emilio De Tipaldo, Algarotti Francesco, in Biografia degli italiani illustri nelle scienze lettere ed arti del secolo XVIII etc., Venezia, Tipografia di Alvisopoli, 1838. t. VI, pp. 170-174, dove accanto alla difesa dall'accusa di esterofilia, è posta nuovamente in rilievo la limitatezza delle doti della mente dello scrittore, mentre non è persa di vista l'importanza dell'azione di diffusione della cultura da lui svolta.
- ↑ Luigi Carrer, Cenni sulla letteratura e sul dialetto veneziano, in Venezia e le sue lagune, Venezia, 1847, vol. II, pp. 455-456; di fronte alla riconosciuta superficialità è difesa la dottrina e l'acume dell'Algarotti al punto da desiderare «che siavi tra i letterati di chi lo somigli» (p. 455). Così la Nouvelle biographie general, curata dallo Hoefer (Paris, 1854, tome deuxiòme) riconosce che nello scrittore «ses idces sur l'esthetique, si elles ne sont pas aussi profondes qu'on pourrait le désirer, sont néanmoin très-ingénieuses» (col. 76), e Pietro Giordani, nella Lettera del 23 gennaio 1846 ad Antonio Gussalli, in Opere, VII, Milano, Borroni e Scotti, 1855, scriveva: «vedrai se non è vergogna ignorare tutto quello ch'egli c'insegna». Nello stesso anno usciva la Storia della letteratura italiana di Paolo Emiliani-Giudici, in cui rispunta l'accusa all'Algarotti uomo di corte «vano, ma astuto», fusa a quella di una «libidine letteraria» che lo avrebbe portato a «scrivere d'ogni cosa» sempre con leggerezza (cfr. la «quinta impressione», vol. secondo, Firenze, Successori Le Mounier, 1887, pp. 325 e 326). Simone Mayr, Francesco Algarotti, in Biografie di scrittori e artisti musicali etc., Bergamo, dalla Tipografia Pagnoncelli, 1875, pp. 1-20: l'interesse del Mayr è limitato al Saggio sopra l'Opera in Musica, per il quale ricorda che l'autore «meritamente viene annoverato fra gli scrittori musicali da Forfel nella sua Letteratura musicale, da Lichtenthal nel suo Dizionario bibliografico, da Blankemburg nelle aggiunte alla Teoria delle Belle Arti di Sulzer, nonché da Gerber, da Choron e Fayolle ne' loro Dizionari biografici, da Bellini, da Ortega ecc.» (p. 3). P. Amat di S. Filippo, Biografia dei viaggiatori italiani colla bibliografia delle loro opere, Roma, alla Sede della Società, 1882, vol. I, pp. 500-501. Ernesto Masi, Gli avventurieri, in La vita italiana nel Settecento. Conferenze tenute a Firenze nel 1895..., Milano, Fratelli Treves editori, 1896, pp. 94 e segg.; riaffiora qui l'accusa contro il «gergo gallicizzante» dello scrittore.
- ↑ Gustave Desnoiresterre, Voltaire et Frédéric, Paris, Librairie académique Didier et C.ie, Libraires-Editeurs, 1870; le rare facoltà e l'amore per la scienza si accompagnano nell'autore, secondo il critico, a «une onction tout italianne» (p. 70). Niccolò Tommaseo, Storia civile nella letteraria, Roma-Torino-Firenze, E. Loescher, 1872: «il contino Algarotti era un ingegnino di quelli che [... ] nel secol passato e nel nostro fecero l'Italia pedantescamente serva alle esotiche leggerezze» (p. 345).
- ↑ Arduino Scafi, Algarotti Francesco, in Dantisti e dantofili dei secoli XVIli e XIX, ed. da G. L. Passerini, Firenze, 1901, pp. 8 nn. Tullo Concari, Il Settecento, Milano, Maliardi, 1900, pp. 216-217. Francesco Beneducci, L'Algarotti critico, in Scampoli critici, serie seconda, Oneglia, Tip. Eredi G. Ghilini, 1906, pp. 91-110, in cui, con l'invito a una rilettura seria delle opere dello scrittore, è rimarcata particolarmente l'acutezza delle osservazioni del Saggio sopra l'Opera in Musica e la speditezza di tono del Saggio sopra la Rima, composto però, secondo il critico, unicamente per il desiderio dello scrittore di «acquistar credito ai suoi fiacchi sermoni» (p. 104). Significativo è il fatto che anche il Carducci, che pure non si sofferma in modo particolare sull'opera dell'Algarotti, collochi la figura del letterato veneziano in un capitolo intitolato Del Risorgimento italiano (cfr. Opere, Bologna, Zanichelli, 1903, vol. XVI, pp. 147-148); entro i limiti di un sintetico cenno, affiora in termini espliciti nel giudizio del Carducci la comprensione per l'aspetto nuovo e tipico della figura dell'Algarotti: «l'Algarotti e il Conti, che svolgonsi e operano nella tradizione dell'antichità e nell'aspirazione alla novità, rappresentano tipicamente il contrasto che è la molla di tutta quasi la letteratura italiana del secolo decimottavo» (p. 148).
- ↑ Rimane al di fuori di questo orientamento della critica il breve accenno nell'Enciclopedia italiana (1929, voi. II, p. 420) riguardante i Saggi alla voce Algarotti, curata da Luigia Maria Tosi per la parte artistica e da Rafia Garzia per la parte letteraria.
- ↑ Margherita Siccardi, L'Algarotti critico e scrittore di belle arti, Asti, Tip. Paglieri & Raspi, 1911, pp. 140. Il Saggio sopra l'Opera in Musica viene considerato come la più intelligente ed impegnata prova delle capacità critiche dello scrittore e collegato alla importanza pratica che esso ebbe, oltre che alle discussioni teoriche alle quali si riallaccia. Di quello sull'Architettura si riconosce l'importanza storica per il nesso che parzialmente lo lega alla teoria del padre Lodoli, estremo assertore dell'architettura in funzione verso la metà del Settecento. Il punto più valido del Saggio sopra la Pittura è individuato nella convinzione della serietà dell’arte e nella serietà con cui l'uomo si deve accostare ad essa; di questo saggio è indicato anche lo spunto, quasi certo, da cui prese l'avvio e la fortuna che esso ebbe in Francia. Il Saggio sopra l'Accademia di Francia ha qui un primo puntuale riconoscimento per le pagine «forti e vibranti» che contiene, le quali mostrano anche la comprensione della possibilità che hanno le Accademie di «tenere in vita e svolgere quelle facoltà che sono ad esse affidate» (p. 67).
- ↑ Giuseppe Ortolani, Francesco Algarotti, nella «Gazzetta di Venezia», 11 dicembre 1912, p. 3 e Francesco Algarotti e l'epistola al Voltaire, in Voci e visioni del Settecento veneziano, Bologna, Zanichelli, 1926, pp. 135-155.
- ↑ Carlo Calcaterra, Nel secondo centenario della nascita di Francesco Algarotti, in «Aurea Parma», nov.-dic. 1912, fasc. 5 e 6, Parma, Unione Tipografica Parmense, 1912, pp. 3-153
- ↑ Marco Padoa, Francesco Algarotti nel secondo centenario della sua nascita, Venezia, Off. graf. Vittorio Callegari, 1913; sono ricordati qui i Saggi sopra le belle arti e in particolare è apprezzato quello sulla Pittura (cfr. p. 7). Un cenno allo stesso saggio, ma senza un giudizio su di esso è in Emilio Milani-Corniani degli Algarotti, Francesco Algarotti nel secondo centenario della nascita, in «La Serenissima», a. II, n. I, fase. 8, 4 marzo 1913, pp. 175-184.
- ↑ Ida Francés Treat, Un cosmopolite italien du XVIII siècle - Francesco Algarotti, Trévoux, J. Jeannin, 1913. Il volume contiene una ricca bibliografia dei manoscritti, dei documenti, delle edizioni, degli studi, ma è cosparso anche di vari errori. Dei Saggi si tratta nel capitolo XIII: di essi si apprezzano più particolarmente quelle pagine dalle quali traspare il legame dell'Algarotti con la cultura francese.
- ↑ Pietro Toldo, L'Algarotti oltr'alpe, in «Giorn. stor. della lett. ital.», 1918, LXXI, fasc. I, pp. 1-48. Cenni ai Saggi sono contenuti alle pp. 8, 13, 17, 34, 36, 38-41; in particolare, utile è l'accenno alla storia del dibattito sul «clima» da Montaigne fino ai romantici tedeschi (cfr. il saggio sopra l'influsso del clima). È posto in luce qui il fatto che nel Saggio sopra l'Accademia di Francia più viva è nello scrittore la «carità del natio loco» quando egli istituisce un confronto tra il genio d'Italia e quello di Francia. Interessa i Saggi, ma quasi esclusivamente per la storia della dedica di alcuni di essi e per il loro invio in Inghilterra (quello sulla Pittura, sull'Opera in Musica, sull'Accademia di Francia, sull'influsso del clima) il lavoro di Francesco Viglione, L'Algarotti e l'Inghilterra, in «Studi di letteratura italiana», 1923, vol. XIII, pp. 57-190.
- ↑ Aldo Ambrogio, L'estetica di F. Algarotti, Siracusa, Stab. tip. Cav. S. Santoro, 1924, pp. 154. Dell'Algarotti l'Ambrogio trattò anche nello scritto Intorno all'Algarotti, Catania, 1924.
- ↑ Giulio Natali, Il Settecento, Milano, Vallardi, 1929, parte seconda, pp. 1127-1131; è additato qui l'interesse del Blanqui per il Saggio sopra il Commercio, segno di un'attenzione per questo scritto, in ambiente francese, intorno ai primi decenni dell'Ottocento. Carlo Calcaterra, «Nicolino» e l'Algarotti, in «Il Marzocco», 29 maggio 1932, pp. 3-4; il giudizio riportato è riferito al Saggio sopra la Pittura.
- ↑ Guido Ludovici, Algarotti e la critica, in «Ateneo veneto», ottobre 1939, n. 4, pp. 198-203. Annamaria Gabrielli, L'Algarotti e la critica d'arte in Italia nel Settecento, in «La critica d'arte», Firenze, Sansoni, III (1938), pp. 155-169 e IV (1939), pp. 24-31; nel secondo articolo è sostenuta la derivazione del saggio del Milizia (Vile de' più celebri architetti precedute da un saggio sopra l'architettura, Roma, 1768) da quello dell'Algarotti sullo stesso argomento.
- ↑ Guido Mazzoni, Algarotti e Baretti, in Italiani nel mondo, a cura di Jolanda De Blasi, G. C. Sansoni, Firenze, 1942, pp. 339-358: si osserva come il Saggio sopra l’Opera in Musica e il Saggio sopra la Pittura «seguitano ad esser tenuti in onore» (p. 348). Solo per completezza di indicazione si ricorda qui l’opuscoletto di Bice Rosselli Del Turco Crespi, Francesco Algarotti, Firenze, Cianferoni, 1943, pp. XXI + 38, in cui, accanto a brevissimi e vacui cenni riassuntivi dei Saggi, si succedono affermazioni lontane da ogni fondamento critico o anche solo da ogni minimo buon senso (l'Algarotti si sarebbe acquistato il nome di «padre della letteratura popolare», p. 2; egli rammenterebbe «in qualche cosa la genialità di Leonardo», p. 2).
- ↑ Carlo Ludovico Ragghianti, L'architettura in funzione e F. Algarotti, in Commenti di critica d'arte, Bari, Laterza, 1946, pp. 284-293. In queste pagine si addita nei saggi sull'Architettura e sulla Pittura uno dei precedenti culturali delle moderne teorie sulle nuove possibilità di costruzione architettonica, e viene colto entro la posizione antibarocca dell'Algarotti il legame che unisce la sua cultura illuministica con alcuni princìpi dell'estetica antica. Basterebbe sostituire alla materia a cui l'Algarotti attribuisce «l'unica, esclusiva e propria possibilità di bellezza», il legno, «gli altri termini, cemento, ferro o vetro, per riconoscere qui qualcuna delle tanto simili materialistiche e illuminate proposizioni odierne sull'arte architettonica: che peraltro non possono più giustificarsi» (p. 290).
- ↑ Giovanni Bruno, Mente dell'Algarotti, in «Convivium», racc. nuova, 1948, n. 4, pp. 536~543; nel Saggio sopra la Pittura e nel Saggio sopra la necessità di scrivere nella propria lingua stanno, secondo il Bruno, le due punte di massima intelligenza critica dell'autore. Per quanto non interessino direttamente il problema dei Saggi è utile ricordare qui anche la breve puntualizzazione del cosmopolitismo italiano nel Settecento fatta da Antonio Gramsci in Gli intellettuali e l'organizzazione della cultura, Torino, Einaudi, 1949, p. 39, e l'attenta analisi di Maria Vittoria Setti, Francesismi trecenteschi nella lingua di F. Algarotti, in «Lingua nostra», XIV (1953), pp. 8-13, dalla quale risulta chiaramente la tendenza dello scrittore ad eliminare in parte, nell'ultimo periodo della sua vita, i francesismi meno assimilabili e ad accettare quelli che trovavano una conferma in termini italiani già acquisiti nella nostra lingua fin dal Trecento e consacrati dalla Crusca.
- ↑ Mario Fubini, Dal Muratori al Baretti, Bari, Laterza, 1954. Appena da ricordare è il brevissimo cenno che, l'anno dopo, veniva fatto dal Dizionario enciclopedico italiano, Istituto della Enciclopedia italiana, Roma, 1955, vol. I, alla voce Algarotti, circa l'importanza del Saggio sopra l'Opera in Musica.
- ↑ Aldo Scaglione, L'Algarotti e la crisi letteraria del Settecento, in «Convivium», XXV (1956). n. 2, pp. 176-196, e Il pensiero dell’Algarotti: i Saggi sul Cartesio, sul Triumvirato e sugli Incas, in «Convivium», 1956, n. 4, pp. 404-426. Nel primo scritto è possibile avvertire una frattura tra la definizione dell'Algarotti come «enciclopedista» genuino e l'altra secondo la quale il suo enciclopedismo consiste «essenzialmente nella sua capacità di poligrafo» (cfr. pp. 177 e 181); ma sono notevoli le ossevazioni sul periodare dello scrittore e in particolare quelle intorno al Saggio sopra la Pittura (p. 188). Discutibile invece è la limitazione posta alla capacità critica dell'autore per non aver egli sentito la necessità di una lingua e letteratura popolare. Nel secondo scritto le penetranti osservazioni sul Saggio sopra il Cartesio, nel quale rimane testimoniato il rifiuto (ma solo parziale, bisogna aggiungere) di «una delle basi dell'Illuminismo francese», la ciarle, e le altre annotazioni intorno al Saggio sopra l'Imperio degl'Incas, si organizzano intorno a un parziale «pentimento» della prospettiva avanzata nel primo articolo. Così, ad esempio, si afferma qui che l'autore non sente il problema della storia (cfr. p. 416) mentre nel primo scritto il senso del tempo, dello spazio e delle differenze storiche e geografiche era detto in lui vivo e rilevante (cfr. p. 193). Lo Scaglione ritornerà più tardi su questi temi col suo articolo Montesquieu e Algarotti. Nota storiografica settecentesca, in «Studi francesi», 1958, pp. 249-253. In esso, per quanto sia presente un certo recupero in sede critica del rapporto tra un «primitivismo» dell'Algarotti e la sua ammirazione per le istituzioni di Roma antica da un lato, e dall’altro del legame culturale con l'opera di Montesquieu come spiegazione di certa «cautela» intorno al tema degli Incas, il giudizio sullo scrittore rimane sostanzialmente negativo, in quanto la posizione algarottiana risponderebbe a «quel conformismo opportunistico che ci si può aspettare nell'ambiente dell'assolutismo illuminato» (p. 253)
- ↑ Mario Fubini, Dall'Arcadia all'Illuminismo: Francesco Algarotti, in La cultura illuministica in Italia, Torino, Edizioni Radio Italiana, 1957, pp. 69-86. Nello stesso volume interessano di passaggio la prosa dell'Algarotti le affermazioni di Mario Puppo, L'Illuminismo e le polemiche sulla lingua, a pp. 222-232. Sui pregiudizi nazionalistici intorno al Settecento italiano si vedano anche, sempre nel volume citato, le utili osservazioni di Franco
Venturi (Illuminismo italiano e Illuminismo europeo, a pp. 13-22).
Per le idee dell'Algarotti sulla lingua, anche in relazione ai Saggi, sono sempre da consultare le pagine (32-36) del Puppo (nel volume, da lui curato, Discussioni linguistiche del Settecento, Torino, UTET, 1957), nelle quali è dato il dovuto risalto all'amore per «la spontaneità e la naturalezza dell’espressione» e alla correlazione fra «genio della lingua» e «genio della nazione», sentite dallo scrittore in un organico rapporto. - ↑ Aurelio Lepre, Nota sull'Algarotti, in «Società», 1959, I, pp. 80-99. Per il Lepre il processo di avvicinamento dello scrittore all'Illuminismo è tutto intellettualistico. Anche la concezione più globale della cultura che egli ebbe rispetto al suo maestro Manfredi, non gli permise di «trarne tutte le conseguenze in essa implicite, avendola ricevuta di riflesso, dagli illuministi, e non assorbita dalla società nazionale» (p. 87). È sottolineato in queste pagine il ritorno dello scrittore alla tradizione con spirito critico e aperto, ma si afferma anche che in alcune parole del Saggio sopra Orazio, ad esempio, c'è la riprova che l'Algarotti cercava di tenersi ad una certa distanza non soltanto da una data corte, ma anche da una ideologia che potesse impegnarlo troppo a fondo (cfr. p. 96). L'interesse del Lepre per l'aspetto politico-istituzionale della realtà settecentesca si è esercitato anche recentemente in maniera specifica con intelligenti e attente osservazioni, più ricche di forza di convinzione forse perché libere dall'impegno di verifiche d'ordine letterario, nell'articolo Federico il Grande e l'Algarotti (in «Belfagor», 1961, n. 3, pp. 284-297), in cui, accogliendo anche alcuni spunti del Venturi, è tracciata una rapida storia dei legami fra i due uomini, assunta a tipica rappresentazione dei rapporti fra cosmopoliti e principi illuminati.
- ↑ Cfr. le pp. 84 e 99.
- ↑ Santino Caramella, L'estetica italiana dall'Arcadia all'Illuminismo, in Momenti e problemi di storia dell'estetica, parte seconda, Milano, Marzorati, 1959, pp. 913-915. Nello scritto del Caramella l'impegno in sede teorica è maggiore. In alcuni saggi si rivela, secondo il critico, la povertà iniziale dei concetti critici del Sensismo: la «specie» artistica è considerata dall'Algarotti come produzione che ha lo scopo di «ingannare», mentre, in merito alla lingua, egli assume una posizione radicale, per cui il genio di essa deve essere l'unica regola che governa lo scrivere. Ma alcune affermazioni del Caramella, come quella secondo la quale l'Algarotti negherebbe il fatto che i grandi ingegni sorgono in certi periodi contemporaneamente e sosterrebbe che l'affollarsi di manifestazioni culturali in alcuni periodi corrisponde a condizioni di servitù politica e spirituale (cfr. p. 915), risultano imprecise se verificate con una lettura attenta dei Saggi. Lo scritto di Marto Marcazzan a cui si allude è La letteratura e il teatro, in La civiltà veneziana del Settecento, Firenze, Sansoni, i960, pagg. 189-211.
- ↑ Ettore Bonora, Francesco Algarotti, in Dizionario biografico degli Italiani, Istituto della Enciclopedia italiana, Roma, i960, pp. 356-360. Ancora una volta viene considerato estremamente importante il Saggio sopra la Pittura per la chiara impostazione che vi è in esso del problema estetico. Viene sottolineato anche il legame che unisce le proposte di riforma teatrale dell'Algarotti (cfr. Saggio sopra l'Opera in Musica) con i propositi di A. Zeno e del Metastasio. Di alcuni altri saggi è dato in queste pagine un rapido sunto e un breve giudizio di valore.
- ↑ Francesco Algarotti in Letteratura italiana. I minori, III, Milano, Marzorati, 1961, pp. 1959-1971. II critico, insistendo sulla posizione intermedia dell'Algarotti fra gli estremi del conservatorismo e «dell’intemperanza innovatrice», ravvisa l'apporto più sostanziale dello scrittore alla cultura del suo tempo nell'«equilibrato e aureo buon senso» che si accompagna a una «varia e solida informazione». Tra l'altro, dopo un accenno al saggio relativo alla questione del «clima», il critico rimarca specialmente l'importanza del Saggio sopra l'Opera in Musica, poiché è in tale materia, oltre che in quelle della pittura e dell’architettura, che si trovano a suo avviso nelle pagine algarottiane le cose «più giuste e intelligenti che si scrivessero nel Settecento» (p. 1969).
- ↑ Illuministi settentrionali, a cura di Sergio Romagnoli, Rizzoli editore, Milano, 1962 (specialmente le pp. 13-14). Il Romagnoli, in riferimento ai pregi suddetti, addita particolarmente il Saggio sopra l'Opera in Musica di cui riporta un brano (pp. 1101-1114 del volume).
- ↑ In quest'ultimo, la situazione del teatro italiano agli inizi del Settecento è denunciata con tutta chiarezza; ma si prospetta la possibilità di una sua ripresa feconda mediante un più solido e armonico uso degli elementi architettonici, librettistici, musicali.
- ↑ Analisi dell'entusiasmo delle belle arti, in Opere dell'Abate Saverio Bettinelli, Venezia, Zatta, 1780, tomo II, pp. 381-403.
- ↑ Si noti in questo passo l'incertezza nell'uso del concetto stesso di «genio», ma anche l'importante corrispondenza tra il «genio nazionale e quello della lingua.
- ↑ Significativo è il passaggio dalla primitiva denominazione di «discorso», nella redazione del '55, a quella di «saggio», in quella del '57 e nelle successive, per ognuno di questi scritti.
- ↑ Saggio sopra l'Architettura, p. 31.
- ↑ Saggio sopra quella quistione perchè i grandi ingegni a certi tempi sorgano tutti a un tratto e fioriscano insieme, p. 345.
- ↑ Saggio sopra il Commercio, p. 433.
- Testi in cui è citato il testo Il Newtonianismo per le dame
- Testi in cui è citato Isaac Newton
- Testi in cui è citato Émilie du Châtelet
- Testi in cui è citato Voltaire
- Testi in cui è citato Giuseppe Baretti
- Testi in cui è citato Giovanni Lodovico Bianconi
- Testi in cui è citato Carlo Gozzi
- Testi in cui è citato Saverio Bettinelli
- Testi in cui è citato Carlo Gastone Della Torre di Rezzonico
- Testi in cui è citato Girolamo Francesco Zanetti
- Testi in cui è citato Carlo Denina
- Testi in cui è citato Giovanni Battista Giovio
- Testi in cui è citato Giammaria Mazzuchelli
- Testi in cui è citato Alessandro Verri
- Testi in cui è citato Giannantonio Moschini
- Testi in cui è citato Bartolommeo Gamba
- Testi in cui è citato Giacomo Leopardi
- Testi in cui è citato Camillo Ugoni
- Testi in cui è citato Ugo Foscolo
- Testi in cui è citato Cesare Lucchesini
- Testi in cui è citato Emilio Amedeo De Tipaldo
- Testi in cui è citato Luigi Carrer
- Testi in cui è citato Pietro Giordani
- Testi in cui è citato Paolo Emiliani Giudici
- Testi in cui è citato Pietro Amat di San Filippo
- Testi in cui è citato Ernesto Masi
- Testi in cui è citato Niccolò Tommaseo
- Testi in cui è citato Giuseppe Ortolani
- Testi in cui è citato Giuseppe Parini
- Testi in cui è citato Santino Caramella
- Testi in cui è citato Melchiorre Cesarotti
- Testi in cui è citato Cartesio
- Testi in cui è citato Galileo Galilei
- Testi in cui è citato Tito Livio
- Testi in cui è citato Floro
- Testi in cui è citato Strabone
- Testi in cui è citato Gaio Giulio Cesare
- Testi in cui è citato Publio Cornelio Tacito
- Testi in cui è citato Montesquieu
- Testi in cui è citato Jean Racine
- Testi in cui è citato Augusto
- Testi in cui è citato Charles Le Brun
- Testi in cui è citato Donato Bramante
- Testi in cui è citato Raffaello Sanzio
- Testi in cui è citato Michelangelo Buonarroti
- Testi in cui è citato Vincenzo Scamozzi
- Testi in cui è citato Andrea Palladio
- Testi in cui è citato Tiziano
- Testi in cui è citato Donatello
- Testi in cui è citato Benvenuto Cellini
- Testi in cui è citato Jean Baptiste Le Rond d'Alembert
- Testi in cui è citato Accademia della Crusca
- Testi in cui è citato Jean Bouhier
- Testi in cui è citato Fénelon
- Testi in cui è citato Charles Rollin
- Testi in cui è citato Nicolas Fréret
- Testi in cui è citato Charles de Brosses
- Testi in cui è citato Louis de Beaufort
- Testi in cui è citato Edward Gibbon
- Testi in cui è citato Ludovico Antonio Muratori
- Testi in cui è citato Gaio Cilnio Mecenate
- Testi in cui è citato Quinto Orazio Flacco
- Testi in cui è citato Scipione Maffei
- Testi in cui è citato Francesco Maria Zanotti
- Testi in cui è citato Giovanni Poleni
- Testi in cui è citato Giovanni Lami
- Testi in cui è citato Clemente Sibiliato
- Testi in cui è citato Giuseppe Pecis
- Testi in cui è citato Antonio Schinella Conti
- Testi in cui è citato Paolo Frisi
- Testi in cui è citato Domenico Fabri
- Testi in cui è citato Gregorio Bressani
- Testi in cui è citato Lorenzo Guazzesi
- Testi in cui è citato Carlo Cesare Malvasia
- Testi in cui è citato Jacopo Stellini
- Testi in cui è citato il testo Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura
- Testi in cui è citato Francesco Flora
- Testi in cui è citato Antonio Gussalli
- Testi in cui è citato Peter Lichtenthal
- Testi in cui è citato Johann Georg Sulzer
- Testi in cui è citato Giuseppe Lando Passerini
- Testi in cui è citato Giosuè Carducci
- Testi in cui è citato Michel de Montaigne
- Testi in cui è citato Auguste Blanqui
- Testi in cui è citato Francesco Milizia
- Testi in cui è citato Leonardo da Vinci
- Testi in cui è citato Antonio Gramsci
- Testi in cui è citato Apostolo Zeno
- Testi in cui è citato Pietro Metastasio
- Testi in cui è citato il testo Dell'entusiasmo delle belle arti
- Testi SAL 75%