Saggio d'una versione di Petronio

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latino

Petronio Arbitro I secolo L 1863 Luigi Carrer Indice:Satire di Tito Petronio Arbitro.djvu satira letteratura Saggio d’una versione di Petronio
(Cap. I) Intestazione 14 marzo 2012 100%

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SAGGIO D’UNA VERSIONE


DI PETRONIO


PER


L. C A R R E R.


(Cap. i)


Promisi, è sì gran tempo, di raccontarvi quanto mi accade, che quest’oggi (da che opportunamente ci troviamo adunati, non solo a ragionare di scienza, ma sì a condire i giocondi colloquj di ridevoli novellette) ho deliberato attenervi la mia parola:

Fabricio Veientone argutamente narrò non ha guari gli abusi religiosi, e con che maschera di profetica invasazione i sacerdoti dichiarino sfrontatamente misteri che spesso ignorano egli stessi. Ma forse non sono esagitati da un’altra specie di furie i declamatori che gridano: queste ferite le ho tocche per la pubblica libertà, per voi ci misi quest’occhio; datemi cui m’appoggi per venirne a’ miei figli, che i piedi storpiati non possono più reggere queste mie membra?

E sarebbe tollerabile tutto questo, se agevolasse il cammino a coloro che studiano eloquenza; ma la turgidezza de’ pensieri, e il vanissimo strepito delle sentenze riescono solo a far sì che appena entrati nel foro, si trovino come in un altro mondo. S’io stimo che i ragazzi inasiniscano nelle scuole, egli è perchè nulla veggono e ascoltano de’ fatti nostri; ma pirati con [p. 221 modifica]catene sul lido; tiranni che compilano editti, pei quali s’ingiunga a’ figliuoli di mozzare il capo a’ parenti, responsi in tempo di pestilenza di tre o più vergini da sagrificare; giri lusinghevoli di parole; detti e fatti, ogni cosa, come a dire, insaporato di sesamo e di papavero.

A chi s’alleva di tal maniera tanto è possibile addottrinarsi, quanto gettar buon odore chi bazzica per cucine. Foste voi primi, portatelo in pace, a mandarne a male l’eloquenza; da che gonfiando con voti e inetti vocaboli non so che bolle, toglieste al corpo dell’orazione il nerbo e la vita.

Non ancora esercitavansi i giovani nelle declamazioni, quando Sofocle o Euripide trovarono parole appropriate al discorso. Non ancora il pedante zoticone aveva alloppiati gl’ingegni, quando Pindaro e i nove Lirici non s’arrischiarono di cantare omerici versi. E per non citare soli poeti, certo nè PlatoneDemostene sonosi dati, ch’io sappia, a siffatto genere d’esercizj. La nobile, e, a così dire, pudica orazione, non è imbellettata nè tronfia ma per naturale avvenenza grandeggia.

Testè questa ventosa e importabile garrulità tragitossi dall’Asia in Atene, e spirò nel petto de’ giovani meglio disposti quasi un influsso pestilenziale; onde che l’eloquenza perduta la buona direzione, rimase e si tacque.

Da indi chi gareggiò con Tucidide, chi con Iperide? Nè pure un verso spiccò per sano colore; ma tutti nudriti d’uno stesso latte, impediti furono di giugnere a canuta attempatezza. Fu il somigliante della pittura, da che bastò l’animo agli Egiziani di ridurre sì grande arte a compendio.

Così a un dipresso declamava già tempo; ed ecco Agamennone accostarcisi, e sguardato di chi s’ascoltassero tanto attentamente i chiacchieramenti, gli seppe male ch’io declamassi più a lungo ne’ portici di quello [p. 222 modifica]sudasse lui nella scuola; e, giovinotto, mi disse, poichè discorri fuor del comune, e (rara cosa!) ami il retto giudizio, t’introdurrò nell’arte secreta. In questi esercizj non è de’ maestri la colpa, costretti ch’e’ sono ad impazzare co’ pazzi. Si provino a non andar a versi degli scolari; toccherà loro, come disse già Cicerone, insegnare alle panche. Come gli adulatori provetti, ucceltando le cene de’ ricchi, nulla più mirano che a dar nel genio della brigata, nè d’altra maniera otterrebbero il loro intento che tendendo, quasi dissi, lacciuoli agli orecchi; similmente chi insegna eloquenza, se all’uso de’ pescatori non inescasse gli ami di ciò che meglio appaticono i pesciatelli, se ne starìa sullo scoglio a desiderare la preda.

Che monta? Dovrebbesi attaccarla ai parenti, che non vogliono e’ loro figliuoli sieno ammaestrati severamente. Sulle prime assoggettano all’ambizione, come tutto, le proprie speranze; di poi, impazienti di venirne agli effetti, cacciano al foro oratori in erba, e come che confessino eglino stessi nulla avervi più grande dell’eloquenza, lasciano professarla a’ fanciulli col guscio in capo. Che se sofferissero si andasse passo passo, acciocchè i giovanetti studiosi con severe letture si temperassero, a’ precetti della sapienza gli animi componessero, stornassero con inesorabile stilo il già scritto, a lungo udissero ciò ch’indi imitare, nulla avendo a magnifico di quanto allucina i ragazzi, l’alta orazione ricovererebbe la primitiva importanza. Ora i fanciulli si danno bel tempo alla scuola, i giovani sono beffati nel foro; e, ciò ch’è peggio, nessuno, invecchiato, vuol confessare di non aver nulla appreso.