Saggio di curiosità storiche intorno la vita e la società romana del primo trentennio del secolo XIX/Il Carnevale del 1809

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Il Carnevale del 1809

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Il carnevale del 1809.


Dopo i grandi avvenimenti della rivoluzione francese e e della repubblica romana le feste del carnevale, un giorno in Roma sì chiassose, erano cessate quasi d’un tratto; nel 1805 però, quando tutto il mondo tornò in pace, quando fu assicurata la supremazia della Francia e Roma tornò a rigurgitare dì italiani e stranieri, desiderosi di divertimenti, il carnevale risorse glorioso con tutto il suo fasto1 ma fu una semplice riapparizione. Tosto comparvero nuovamente all’orizzonte le lunghe guerre e tutti ritornarono muti nel pensiero dell’incerto e tenebroso domani. Nell’anno dopo le truppe francesi occupavano le Marche ed, avanzandosi sempre più, il 2 febbraio 1808 occupavano anche Roma, costringendo il Governo, che restava ancora in piedi per ischemo, ad imporre balzelli sopra balzelli per il loro mantenimento, e nessuno più in Roma, in tali tristi contingenze, poteva pensare a divertirsi. I Francesi, che vi si erano stanziati, certo avrebbero desiderato di assistere a quelle famose feste del Carnevale, di cui forse era giunto anche alle loro orecchie qualche eco lontana, ma il 20 febbraio e tutti gli altri giorni del Carnevale del 1808 passarono in quell’anno inosservati. Il generale Miollis, comandante delle truppe [p. 27 modifica]francesi, restò molto sconcertato ed, istigato dagli altri, cominciò ben presto ad ordinare solenni preparativi per il Carnevale dell’anno seguente. Il Cardinal Pacca, allora Pro-segretario di Stato, credendo sul serio che questo si potesse risuscitare con un ordine prefettizio, fece sapere al buon popolo di Roma che il Papa nella presente circostanza non intendeva autorizzare lo solite feste carnevalesche, e così, tra queste due opposte tendenze, passò comicamente adunque il Carnevale di Roma del 1809; trascrivo a questo proposito una relazione inedita, che trovasi nella Casanatense, la quale merita d’essere conosciuta nella sua integrità2.

«Un venditore di abiti da maschere, istigato da quei nemici decisi dell’ordine, che sebbene in piccol numero, esistono pure in questa città di Roma, si portò in decembre scorso dal Signor General Miollis, e domandò la sua mediazione perchè si accordassero le maschere nel futuro carnevale. S. Eccellenza, che altronde aveva ricevuti alcuni rimproveri da Milano, sino dallo scorso anno, per non avere in detta occasione rallegrata la popolazione, annuì alla richiesta, e la Gazzetta Romana fu autorizzata ad annunciare che il Carnevale nel solito antico modo avrebbe avuto luogo in detta città e nelle provincie. Non essendone fatta antecedentemente alcuna parola con il governo pontificio, e sembrando dall’articolo della Gazzetta, che ciò poteva essere con di lui intelligenza, S. Santità fece affiggere una Notificazione, mediante la quale, ed in seguito di altre rigorose note ministeriali, si protestava che l’assenso del Carnevale non era di sua volontà; ma che anzi si lusingava che i suoi diletti figli non avrebbero, in tempo di calamità della Chiesa e dell’epoca della prigionia del loro Padre, date dimostrazioni di giubilo con le Corse, le Maschere, ed i Festini.

Questa misura sconcertò il sistema dei nemici del Governo avendosi fin dall’allora potuto rimarcare, che la popolazione avrebbe amato piuttosto di non divertirsi, che allontanarsi dalle paterne istigazioni del di lei ben amato Sovrano; e, senza le [p. 28 modifica]continue sollecitazioni di costoro, fomentate dal Sig. Cavaliere Alberti, incaricato degli affari del Regno d’Italia, la di cui Casa è stata anche in questo nuovo complotto lesivo alla sovranità di Pio VII, il Sig. Generale avrebbe desistito dal di lui impegno. Ma il dado era gettato ed il Cielo voleva in mezzo alle continue tribolazioni che circondano il cuore del Santo Padre, accordarle (sic) mediante i suoi nemici un raggio di consolazione nell’invariabile, generosa ed universale fedeltà dei suoi sudditi. (!!) Si domandarono dunque i Pallii, che già esistevano sin dallo scorso anno, ai Conservatori di Roma e si dettero tutte le disposizioni necessarie per il Carnevale, ma i Francesi ed i loro fautori trovarono ad ogni passo ostacoli tali che per superarli dovettero sempre far ricorso alla forza. Con la forza furono dunque rapiti i Pallii dal Campidoglio, con la forza furono presi i soliti legnami per fame i noti Palchi alla Mostra ed alla ripresa, con la forza furono obbligati i Falegnami, ed i Muratori ad innalzarli; con la forza soltanto i carrettieri si prestarono a fare codesti carreggi, e quelli della solita arena, che si sparge per la strada, con la forza gli ebrei finalmente consegnarono i consueti Arazzi, che a titolo di subbordinazione al Campidoglio sono obbligati annualmente a prestare per adornare le Presidenze dei Giudici, essendosi tutte queste persone negate asseverentemente di aver la minima parte a queste infrazioni dei Sovrani desideri, che avendo accompagnata le loro negative con tratti tali che faranno stupire la Posterità, (!) e per dime una fra tante, gli operai hanno rifiutato di ricevere il pagamento del loro lavoro, dicendo che i Forzati non si pagano, e che non volevasi in alcun modo ricevere da essi il prezzo di un’azione indegna consumata malgrado loro. Una tale fermezza dimostrava un torbido ed un malcontento spiacevole, anzi il Sig. Generale Miollis credè bene di tentare con S. Santità una transazione, mediante la quale sarebbero sospese lo maschere, che forse esso cominciava a temere e domandare che il S. Padre autorizzasse le corse ed i festini, e dietro la negativa di qualunque componimento, si continuò nel progetto, contando per la tranquillità nelle forze Francesi, e per il numero degli Attori in quella instabiltà, in cui si caratterizzavano le popolazioni, e che veniva aumentata [p. 29 modifica]dai discorsi dei Fanatici, nemici del Governo, in quella principalmente di Roma. Per non aumentare l’urto del popolo progredendo con il mezzo della Forza si esclusero dall’esecuzione tutte quelle persone che vi avrebbero dovuto aver parte e vi si sostituì quanto di più infame e di peggio racchiudesse Roma. Furono dunque fissati i Festini al Teatro Comunale di Tordinona, avendo l’impresario di quello di Aliberti negato di farli; non più colla forza ma con insinuazione si fece sentire ai Venditori di oggetti di Maschere che l’esponessero nelle loro botteghe alla vendita, ma ad eccezione del primo fautore del Carnevale, che pure pochi giorni dopo le levò persuaso da alcune voci vaghe del popolo, non si vide esposta una Maschera, schermendosi tutti, chi con una, chi con un’altra ragione dal farlo e, non avendo un primario Negoziante, chiamato dal Comandante Francese, creduto di poter negare d’averne, piuttosto che contribuire che si dìssubbidisse al Suo Sovrano, lo pregò di accettarle in dono, e gli le fece portare alla sua abitazione.

La Nobiltà, le persone agiate e le Brillanti della Città, che più avvicinano i Francesi, avevano ancor esse dimostrato la loro renitenza di approfittare del Carnevale, ma l’andare settimanalmente in folla nelle feste da Ballo faceva restare indecisi sul partito che avessero preso. Una felice combinazione dette loro campo di calare la visiera. Il General Miollis non aveva mai dato festa di Venerdì. Il giorno 20 gennaio, sebbene venerdì, fu un giorno prescelto, ed ebbe la mortificazione dì ritrovarsi solo, ed attornato soltanto dall’Ufficialità Francese, da poche loro mogli e da alcune famiglie Oltramontane, le quali furono tanto sensibili a questa combinazione che per ripararvi e dimostrare la loro divozione al Sovrano territoriale (non debbo dire il capo della Chiesa, essendo la maggior parte protestanti) si rifiutarono di continuare nei giorni del solito carnevale di Roma alcune rappresentanze Teatrali, che nell’interno delle loro abitazioni per lo innanzi facevano. Questo subitaneo allontanamento della Nobiltà, del Mezzo Ceto e perfino delle donne brillanti dette luogo ad alcune lagnanze dalla parte del generale e da quelle degli Ufficiali dello stato maggiore massime con quelle Dame, che godono un’opinione più generale, le quali tutte francamente risposero che quanto [p. 30 modifica]erano contente e pronte di fare la corte a! Sig. Generale in tutte le circostanze, la pregavano altrettanto di disimpegnarle in alcuni giorni che la pratica religiosa glie lo impedisse, e nell’epoca, principalmente del Carnevale, dove il S. Padre aveva esternato i Sovrani suoi desideri, per non essere obbligate a corrispondere incivilmente ai di lui graziosi inviti. Non più alle ore 19 ma al mezzo giorno del dì 4 febbraio primo di Carnevale avrebbero potuto sortire le Maschere, e si era scelto questo punto fisso per evitare di atterrare le porte di Campidoglio onde suonare la solita campana, che secondo il costume indicava negli anni addietro il permesso delle sortite delle medesime, non avendo voluto alcun subalterno dei Conservatori di Roma prestarsi a suonarla e prevedendo che sarebbero state chiuse le porte, come di fatti furono. Giunse finalmente questo giorno e quel Corso di Roma che nei feriali e più piovosi è sempre popolato, quella strada più lunga d’un miglio, dove per lo meno centomila persone diverse capitano giornalmente per qualche istante, che è uno dei primi oggetti, che colpisca la vista di ognuno che nasce, e dove vanno in pompa, ed attorniati di folla i cadaveri di quelli che muoiono, al suono del mezzogiorno cominciò a spopolarsi, continuando sempre finché al punto in cui i Dragoni Francesi portarono in mostra gli otto Pallii a guisa di conquistata bandiera sopra il nemico, si poteva dir quasi vuoto. Le fenestre senza apparati e chiuse; le botteghe o chiuse o deserte, niun palco lungo le abitazioni ad eccezione dell’antica Accademia di Francia, niuna sedia ai giardini di Ruspoli e di Fiano, niuna Maschera, la semplice sola carrozza del Bargello, 40 persone incognite e fedeli esploratori di una condotta, che interessava ciascuno e che se ne andavano tranquillamente per la loro strada, più di 1800 Francesi e 100 Birri sotto le armi che facevano doppia ala, onde evitare i sognati disordini, sette cavalli, che corsero senza alcuno applauso e senza che l’interno delle abitazioni se ne accorgessero, formarono il gaudio di sei ore di tempo e della prima giornata di quello spettacolo, che doveva formare contro la propria volontà il divertimento del popolo di Roma. — Questa universale condotta che non è per niente esagerata, che non fu smentita da alcuno, perfino dalle persone vili e [p. 31 modifica]consacrate al vizio, avvilì i fautori del Carnevale e fece apertamente conoscere al comando militare Francese quello che avrebbero potuto prevedere. Nella notte seguente dei torsi di cavolo furono attaccati ai palchi con l’epigrafe «Posto preso» delle iscrizioni alle Chiaviche con V altra «ingresso per le Maschere» dei fogli sparsi in più luoghi della città con i motti «Si piange, ma non si canta per forza, Torso e non Tuomo balla con il bastone», «Vi è stata la corsa e chi ha vinto I ha vinto il Papa» e cento e cento frizzi diversi fecero più che mai toccar con mano al Signor Generale Miollis, che troppo si era fidato nelle promesse dei suoi partitanti i quali pure all’occasione l’avevano secondo il solito abbandonato non avendo ardito essi stessi di comparire, per non dichiararsi talir e dopo varie deliberazioni fissò di sospendere in via di fatto il Carnevale, facendo sparare ed in seguito atterrare i palchi come ebbe luogo in parte nella sera della susseguente domenica giorno in cui indipendentemente dall’accaduto non vi sarebbe stato corso e doppo di aver veduto in tal giorno una prodigiosa quantità di carrozze in giro ed una folla esorbitante di pedoni che faceva il più terribile contrasto con ciò che era il giorno avanti accaduto. Mille fatti si potrebbero aggiungere comprovanti sempre più la fedeltà, ed il disinteresse di questa popolazione, che formerebbe di troppo il volume di questa relazione, ma da questo si calcolino gli altri. Nel dopopranzo del sabato circa 100 carrozze e vetture erano ferme nella piazza di Monte Citorio contigua al Corso, come al solito a comodo dei passeggieri, ma interpellati appositamente i vetturini si rifiutarono condurre i viandanti per il Corso, disponendosi a servirli per qualunque altra strada come di fatti eseguirono.

Cosi è finito nel suo nascere il Carnevale di Roma dell’anno 1809 che sarà nella storia un’epoca gloriosa per il nome Romano.» (!!)3


Note

  1. II nostro Diarista ci ha lasciato una lunga relazione delle feste di questo carnevale ma non credo opportuna riportarla; chi ne desideraste una descrizione, legga a questo proposito: SilvagniLa corte pontificia e la società romana nei secoli XVIII e XIX — vol. 2° pag. 49 e segg.
  2. Biblioteca Casanatense — Relazione del Carnevale di Roma dell’anno 1809 — Ms: 4350.
  3. Bisogna perdonare all’anonimo relatore il tono enfatico di generale vittorioso, egli, in questo piccolo incidente, vedeva una gran vittoria riportata dal Papa contro i Francesi e da buon Romano ne gioiva.