Saggio sopra Cartesio (Laterza 1963)/Saggio
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SAGGIO
SOPRA IL CARTESIO
In tutte le contrade di Europa sursero nelle arti e nelle scienze alcuni ingegni sovrani, che dagli uomini di lettere di ciascuna contrada vengono posti come alla testa della propria nazione. Tennero appresso i Greci e tengono tuttavia il campo Omero e Platone, come Cicerone e Virgilio appresso i Romani. Gl'Inglesi si recano a gloria di seguir le bandiere del Miltono e del Neutono, gl'italiani di Dante e del Galilei; e i Francesi vantano, sopra tutti i grandi ingegni de' quali fu feconda la loro nazione, Cornelio e massimamente il Cartesio. Non ci è uomo di qualche dottrina che non sappia in quale altissimo onore sia tenuto in Francia quel filosofo; e quantunque egli non domini presentemente, come faceva per l'addietro, nelle scuole, pare nondimeno che conservi ancora nelle menti de' suoi compatrioti un'autorità eguale allo splendore del passato suo regno. A lui dicono essere stata riserbata la gloria di purgare la Filosofia dalle vane quistioni scolastiche, e di trarla fuori dalla confusione e dalle tenebre ov'era involta; lui dicono averci mostrato il vero metodo di ragionare, rese chiare e distinte le nostre idee; in somma avere totalmente per esso lui cangiato faccia il mondo filosofico. Talché al Cartesio si vuol sapere grado se presentemente la Chimica non va perduta dietro alla ricerca del Lapis, se la medicina più non si regola per punti di luna, se l’Astrologia non è più al dì d'oggi chiamata a consiglio ne' gabinetti dei principi. Lui predicano come un nuovo padre della Geometri, e vogliono che, mediante quello spirito geometrico da esso lui nelle menti degli uomini diffuso, si riducesse alla perfezion sua ogni arte, ogni genere di dottrina; e finalmente aggiungono che anche delle verità scoperte in questi ultimi tempi ne siamo in buona parte debitori a quel lume, che pur traluce negli stessi suoi errori: esagerazioni dell'amor nazionale, che è il primo ramo dell'amore di noi medesimi, le quali sarà forse il pregio dell'opera ridurre alla giusta espressione del vero.
Chiunque si farà a considerare come, per ben riuscire nelle cose d'ingegno e per ben condursi in quelle della vita, è necessario agli uomini di usar rettamente la ragione, la qual sola dimostra i principi della prudenza civile, d'ogni arte e d'ogni disciplina, non potrà così di leggieri persuadersi che gli uomini sieno stati per tanti secoli o così trasandati, o così infelici, che al solo Cartesio sia finalmente venuto fatto di trovare il vero metodo di pensare e di guidar, per così dire, essa ragione. E tanto meno se lo persuaderanno coloro che nella storia dello umano ingegno saranno più degli altri versati. Infatti egli pare che del buon metodo di pensare non fosse all'oscuro colui che fu anticamente giudicato dall'oracolo il più savio degli uomini. Liberatosi da ogni pregiudicata opinione, dubitando di tutto, di ciò ancora che più chiaro appariva, e andando sommamente a rilento nel fermare suo giudizio, non acquetavasi se non a quello che recava con sé il più vivo lume della evidenza; dalle cose più semplici e più facili a conoscersi andava per gradi alle più composte e alle più difficili; sminuzzava, tritava ogni cosa, sicché non gli restasse mai scrupolo alcuno; nulla non lasciava indietro in un così importante affare come si è quello della ricerca della verità. E in tale socratica maniera di procedere sono pur contenute quelle quattro regole fondamentali che servivano di norma alla logica particolare che si era venuto formando il Cartesio, secondo che espone egli medesimo nella celebre sua Dissertazione del Metodo, tenuta da esso lui come il filo di Arianna nel laberinto della Filosofia[1]. Anzi elle paiono ricavate in ogni loro parte dai dialoghi di Platone, nei quali Socrate è introdotto a parlare. E se giusta alle medesime regole non avessero indrizzato il ragionare Aristotele ed Ippocrate, già non sarebbono tuttavia opere classiche, come pur sono, i libri de' Governi, della Rettorica, della Poetica e della Etica dell'uno, e gli Aforismi dell'altro.
Che se in alcune particolari quistioni della fisica errarono gli antichi, ciò avvenne non tanto per difetto che avessero del buon metodo di pensare o di logica, ma per difetto piuttosto di strumenti e di mezzi, de’ quali sono ora forniti i moderni.
Bensì convien dire che fosse smarrito ogni buon metodo di pensare, quando tra le tante sottilità scolastiche, tra le vane loro quistioni e diffinizioni inintelligibili, quando tra quella nebbia di parole che tenevan luogo di cose, fu per tanti secoli travviata la ragione dei filosofi. Ma a dissipare tanta oscurità, che accecava il mondo, non fu già primo ad alzar la lumiera il Cartesio. Rogero Bacone, Niccolò da Cusa, Telesio, Campanella, il gran Copernico ed altri molti guidarono essi la schiera. Presero animosamente le armi contro agli scolastici; e se non venne lor fatto di riordinare la Filosofia, mostrarono almeno il disordine in cui ella era. E niuno certamente vorrà defraudare della tanta lode che gli è dovuta, quel vastissimo ingegno del Cancellier d'Inghilterra, Bacone di Verulamio, il quale fu come il direttore delle belle opere altrui, e disegnò ne' suoi scritti la pianta di tutti gli edifizî che furono dipoi nel mondo fisico realmente innalzati.
Ma perché il fare fu sempre di maggior pregio che il dire, sarà pur forza confessare che i primi lumi nella Filosofia sono veramente il Keplero e il Galilei, amendue maggiori di età dei Cartesio. Scoprì quel sagacissimo Tedesco, oltre alla vera teoria della visione, le leggi che osservano ne' loro movimenti i pianeti; e il nostro Linceo trovò la legge della caduta dei gravi e del moto dei proietti, fondò la scienza della resistenza dei solidi, fu l'inventore si può dire del telescopio, con cui discoprì la rotazione del sole, i satelliti di Giove tanto utili alla Geografia, le fasi di Venere, punto nell'Astronomia capitalissimo, discoprì in somma un nuovo cielo che la mercé sua volge, per così esprimersi, più bello e più benefico alla terra.
Al Galilei tutti i grandi uomini forestieri accordano ad una voce il titolo di grande: e se taluno in Francia, forse per non eclissare il suo compatriota, o lo trapassò con silenzio dove più bisognava parlarne, o ne fece meschinamente menzione, egli venne nel medesimo tempo quasi ricompensato da due chiarissimi Inglesi che non temettero dargli quella lode che gli si conviene. L'uno è David Hume, il quale nella sua storia dice come nel tempo che in Inghilterra Bacone mostrava le vie che conducono al vero, ci era già in Italia chi era entrato per esse, e fatto vi aveva di gran cammino; un uomo degno della ammirazione di tutte le nazioni, di cui, egli aggiugne gentilmente, pare non faccia il suo paese quel grandissimo conto che merita, forse per la gran copia di uomini grandi che in esso fiorirono[2]. L’altro è Colino Maclaurin: uno dei lumi della Matematica. Dopo avere nell'aureo suo libro della Filosofia esattamente dichiarate le scoperte fatte col telescopio dal nostro Linceo e mostrata la loro utilità, egli viene dipoi alle scoperte fatte da lui nella dottrina della gravità, le quali furono la base della teoria della gravità celeste e del vero sistema del mondo; intantoché egli espressamente qualifica il Galilei precursore e quasi padre del Neutono[3].
Dietro alla scorta della esperienza, con la Geometria sempre a' fianchi, egli seguì passo passo la Natura; e incominciando col metodo analitico, che dagli effetti risale a poco a poco alle cause, coltivando indefessamente la scienza dei particolari che soli possono fare scala agli universali, tentò di avanzare all'acquisto della verità. Il Cartesio all'incontro lasciando da banda la esperienza, e della Geometria non facendo uso niuno, nelle materie fisiche incomincia col metodo sintentico, cotanto pericoloso in Filosofia, se preceduto non è dall'analitico. Dalla natura e dagli attributi d'iddio, causa prima e di ogni cosa creatore, egli discende a render ragione delle cose create, dei fenomeni tutti che presenta l'Universo[4]. Confessava ingenuamente l'uno di essere pur lontano dal poter mettere insieme un sistema col picciolo numero di verità che aveva in capitale; l'altro non voleva che niuna cosa fosse in sé tanto astrusa, che il suo ingegno non valesse a distralciarla[5] e la maggiore difficoltà che in ciò fare egli trovasse era di trascegliere il più conveniente tra tutti i modi, onde da' suoi principi la spiegazione deducevasi della medesima cosa[6].
Qual fine facessero i sistemi, o vogliam dire le ipotesi, di questo cotanto animoso filosofo è superfluo il domandarlo; e a tutti è oggimai nota la prova che han dato i vortici, che sono la molla maestra, lo ingegno dominante in ogni parte del mondo cartesiano. Per quanto abbiano sudato i geometri francesi, per quanta tortura abbiano dato ai calcoli i più grandi geometri forestieri invitati dai premi della Accademia di Francia, per assestare colla teoria de' vortici i moti reali dei pianeti, vani riuscirono tutti i loro sforzi. Per mantenergli in cielo avrebbe bisognato ammettere le più strane cose del mondo, le più contrarie tra loro. A segno che uno de' più celebri difensori che abbiano avuto, l'illustre Bulffingero, ebbe a confessare ch'egli si aspettava che coloro che gli negavano, gli avrebbono negati più che mai atteso appunto la maniera onde da esso lui venivano difesi[7]. E quasi tutto ciò non avesse bastato a torgli del mondo e a finirgli, vennero anche le comete, come ben sa ognuno, in aiuto. Movendosi liberamente per ogni verso e in qualunque direzione intorno al sole, mostrarono senza tanti calcoli e quasi al senso la insussistenza di quella vastissima mole di materia che secondo il Cartesio muove da occidente in oriente intorno al sole, e dovrebbe sforzare tutti i corpi che nuotano dentro ad essa a rigirarsi per lo medesimo verso. Così le comete dopo aver liquefatto o mandato in pezzi i cieli adamantini degli aristotelici, hanno fatto svanire i vortici del Cartesio, e quando hanno cessato di essere malaugurose per le vite de' principi, lo son divenute per gli sistemi de' filosofi.
Non è da dire quanto dalla rovina dei vortici rimanesse oppressa quella parte dell'Accademia di Francia che veniva da' più riputata la più sana, come quella che sosteneva le dottrine del suo filosofo con virtù patriotica, che niente per ciò lasciava da banda, e per meglio riuscirvi avrebbe voluto inframmettere nelle dispute filosofiche l’autorità del ministero e la ragione di stato[8]. E considerando la guerra ch'ella faceva alle dottrine inglesi, che pur da' giovani introdur si volevano a quel tempo nell'Accademia, si direbbe che come alla conservazione dell'antico pomerio di Roma vegliavano altre volte gli auguri, lo stesso facevano in Francia quei vecchi Druidi perché il pomerio della Filosofia non si estendesse al di là dei termini che vi avea posto il Cartesio, tenuto da esso loro come fondatore di quella.
Della causa poi della gravità, dedotta anch'essa dal giro dei vortici, accenneremo soltanto come dall'Ugenio fu posto fuori di ogni controversia che in somigliante ipotesi i corpi spinti dalla materia moventesi per cerchi paralleli all’equatore cascherebbero perpendicolarmente all'asse della Terra, non al centro di essa[9]. Ed altri con prove di fatto hanno messo in chiaro come i corpi più densi, in luogo di essere, giusta la supposizione del Cartesio, dalla materia eterea rispinti all'ingiù, andrebbono all'incontro all'insù ad occupare le parti più alte del vortice[10]. Ma generalmente parlando, della causa della gravità così poco ne intese quel per altro acutissimo ingegno, ch'egli si persuase che una palla di artiglieria sparata dirittamente verso il Zenith e cacciata lontano su in aria, non ricascherebbe altrimenti in terra, perché ivi sarebbe trasportata via dalla corrente del vortice; e diede agevolmente fede al suo scudiere in filosofia, al Padre Mersenno, che lo assicurava della verità della cosa messa al cimento della sensata esperienza[11]; quando si sa, per dimostrazione certissima, che la palla ricascherebbe in terra quand'anche dal pezzo di artiglieria fosse cacciata così in alto come è il cielo della luna. Anzi cascherebbe in terra la luna medesima, quando venisse a perdere il moto suo proiettile, come accaderebbe in poco d’ora, s'ella si movesse nel pieno del Cartesio.
Lungo sarebbe lo andar dietro a tutti i particolari, notando gli abbagli che nelle differenti provincie della scienza fisica ha presi il filosofo di Francia. La cagione della durezza dei corpi egli la fa dipendere dalla semplice quiete delle minime loro particelle; quando ella richiede un principio più efficace, e diciam pure positivo, troppo manifesto rendendosi lo sforzo che fanno esse particelle di tenersi come abbracciate insieme, e l'una con l'altra ristrette, se uno faccia opera di distaccarle e di disgiugnerle. Per dar ragione della origine delle fontane egli immaginò non so che sotterranei sifoni, non so che lambicchi, che dal letto del mare succhian l'acqua, la portano alle più alte cime dei monti, e nello stesso tempo hanno virtù, Iddio sa come, di spogliarla dell'amarezza e del bitume di cui è pregna, di purificarla, di raddolcirla. Dove nulla badò a quello che pure non isfuggì la vista degli antichi; la evaporazione cioè, che mediante il calor del sole manda fuori quotidianamente il mare, esser dessa la grande operazione chimica con che la Natura trasmuta le sue acque di salse in dolci, e fornisce di umore più ancora che non è bisogno, le vene delle fontane e dei fiumi[12].
Nella ghiandola pienale, parte del cervello ignobile, corticale, escretoria, che talvolta ne' cadaveri è mancante, ripose il seggio e il trono dell’anima, donde ella regna sulle parti tutte della persona che informa. Di modo che come si ha egli a dire che stieno nel corpo umano quelle anime meschinelle alle quali ha negato la Natura la propria fede e il domicilio, o lo ha loro demolito del tutto una qualche malattia? Su tali cose non giova fermarsi, né su altre a queste somiglianti; abbagli pur troppo chiari e palpabili di cotesto grandissimo ingegno.
Della sua Ottica nemmeno, celebre per altro per la facilità con che pare che spieghi certi fenomeni della luce e per le lunghe controversie di che fu cagione, non faremo parola, come di una immaginazione filosofica, convinta in ogni sua parte dalla giornaliera esperienza, si può dire, di falsità[13]; quantunque in Francia abbiano fatto quanto hanno saputo per sostenerla, e ci sia ancora chi per amore di lei non cessi di combattere e di armeggiare.
Né meglio ci colse il Cartesio nella soluzione delle quistioni più generali della Fisica. La qual soluzione pareva più facile il dedurla dalla causa prima, a cui si trovano essere in certa maniera più d’appresso. Le leggi di moto che osservano i corpi nello urtarsi tra loro e che vennero nel medesimo tempo discoperte dal Wallis, dal Wrenio e dall'Ugenio, furono uno de' principali obbietti delle ricerche del Cartesio, come quelle che sono uno de' principali fondamenti della scienza delle cose naturali.
Come egli in così fatta ricerca riuscisse, non si può meglio darlo a divedere che servendosi delle parole medesime del Signor Montucla, il quale per niente accecato dall’amore del proprio Paese, tiene la bilancia giusta, e adempie in ogni parte l'uffizio di storico di quelle scienze che hanno unicamente per iscopo la verità. «Ben vorrei io», egli dice, «per la gloria del Cartesio, a cui come compatriota io pur debbo prender parte, potere egualmente lodare le regole che per la comunicazione del moto egli ha preteso di stabilire. Ma qui si mostra più chiaro che mai, come lo aver egli sposato certe idee metafisiche, il volere stare attaccato a un male fondato sistema, lo abbiano indotto in una moltitudine di errori da non potersi in niun modo scusare. Trovansi di fatto in quelle regole difetti di ogni generazione, principi in aria, contraddizioni, mancanze di connessione e di analogia; sono in una parola una infilzatura di errori, che senza la celebrità del nome del loro autore non meriterebbono né meno di esser chiamati ad esame[14]. Quella tanto decantata sua asserzione che nell'universo ha sempre da conservarsi la medesima quantità di moto, né più né meno, fondata nello essere Iddio in se stesso immutabile e nell’operare ch'ei fa nella maniera la più costante e la più immutabile[15], è contraddetta da ciò che esige per sentenza de' più sottili matematici, la varia natura dei corpi che si urtano tra loro, e da quanto avviene nella composizione e nella risoluzione del moto. Siccome dal considerare quanto sarebbe per avvenire nel mondo è contraddetta quell'altra fondamentale sua asserzione, che dalla sola modificazione delle parti della materia, che in tutti i corpi è perfettamente la stessa cosa, dipenda la differente loro natura e qualità; lo che ha molta analogia coi colori ch'egli forma essi pure colla sola modificazione della luce. Ma se ciò fosse, e se l'oro per esempio non differisse essenzialmente nelle sue parti primigenie dal ferro, il pioppo dalla rovere, e così discorrendo, l'una cosa potrebbe non così difficilmente trasmutarsi in un’altra; e ne verrebbe in conseguenza l'alterazione delle specie e la distruzione del mondo.
Sosteneva il Cartesio che il Galilei per non avere rimontato sino alle cause prime, ma cercato solamente le ragioni di alcuni effetti particolari avea posto la fabbrica senza fondamento[16]. Egli al contrario davasi vanto di avere, mercé del suo metodo, tanto profondamente scavato, che era giunto al terreno più sodo, al sasso vivo per piantar quivi la fabbrica sua[17]. Ma ben crederei che si dovesse dire piuttosto come, atterrato ch'ebbero amendue il barbaro edifizio degli scolastici, il Galilei construsse in luogo di quello una casa non così ampia, ma solida per modo che nulla aveva da temere dalla lunghezza del tempo, e il Cartesio vi sostituì una scena da teatro, che era per isparire e dileguarsi ben presto dalla vista.
Era quella scena condotta con tutte le regole della prospettiva e bravamente dipinta, benché non fondata sopra una buona pianta di architettura. Non è però maraviglia ch'ella tenesse rivolti in sé gli occhi delle persone e levasse di grandi applausi. Se mancavano di solidità i principi del Cartesio, del che pochi erano atti a giudicare, egli seppe in contraccambio entrare nelle menti dei più coll'ordine che diede a' suoi pensamenti, ne dilettò la fantasia colle belle similitudini onde gli ornò mostrando qua e là quello ingegno poetico che sino dalla fanciullezza tralucea in esso lui. Oltre di che i creatori di sistemi, che per via de' più semplici principi promettono di svelare all’uomo il magistero della Natura, sono fatti per trarsi dietro la gente non meno che quegli altri che con operazioni semplicissime promettono di arricchire in un subito le nazioni. Egli è vero che le loro promesse si risolvono da una banda in cedole di niun valore, e dall'altra in pure idee, in moti della materia globulosa, della striata e in simili false monete della Filosofia. Ma egli è anche vero che, così gli uni come gli altri, trovano chi dà loro agevolmente orecchio; mentre quasi tutti gli uomini vorrebbono con poca opera farsi ricchi e scienziati.
Di somiglianti monete già non ispacciò il Cartesio, né poteva altrimenti farlo nella Geometria i cui avanzamenti egli promosse di tanto, di quanto ritardò quelli della Filosofia. Dove finirono gli antichi, quivi incominciò il Cartesio, dicono i suoi compratioti[18], facendo allusione al celebre problema denominato delle quattro linee, dove arenarono gli antichi, ch'egli sciolse analiticamente, e la cui soluzione geometrica, quale gli antichi la cercavano, era riserbata al Neutono[19]. Ma lasciando andar questo, tutte le nazioni dovranno esaltare sommamente il Cartesio, non che i suoi compatrioti, per aver egli applicato l'analisi alla Geometria più sublime, dopo che l'Oughtredo l'aveva applicata alla Geometria elementare, e per avere il primo spiegato colle equazioni algebraiche la natura delle curve. Se non che niuno potrebbe meglio celebrare i di lui trovati geometrici di quello che ha fatto egli medesimo. Del metodo ch'egli dà per le tangenti, non temette di dire esser questo non solo il più utile e il più generale problema di quanti ne sapesse sciogliere, ma di quanti ancora nella Geometria avesse mai desiderato di saperne sciogliere[20]. «La mia Geometria», egli scrive al suo Mersenno, «è tale e sì fatta, che io non vi desidero nulla di vantaggio; ed ella è tanto al di sopra della ordinaria Geometria, quanto al di sopra dello abbiccì è la Rettorica di Cicerone»[21]. E scrivendo a un altro suo amico egli qualifica una sua regola, e anche qui intende senza dubbio del metodo delle tangenti, come il più bel trovato di quanti ne fossero mai stati sino allora nella Geometria: «E forse come tale», egli aggiugne, «si manterrà per più secoli, se già io non prendo la pena io medesimo di cercarne di somiglianti»[22]. Non è possibile certamente esaltare i trovati geometrici del Cartesio con più energia e magnificenza di parole. Le quali potrebbono parere ad alcuni sentir troppo della iperbole e del poetico, considerando come ai tempi suoi, e medesimamente in Francia, ci avea tal geometra che camminava del pari con esso lui, se forse non gli metteva il piede innanzi. Io dico il Fermazio, il quale col metodo dei massimi e de' minimi, del quale per altro pareva farsi beffe il Cartesio[23], contribuì quanto il cogl'indivisibili ad aprire alla Geometria le porte dell'infinito. E già pare ad alcuni altri, non senza qualche color di ragione, che il Cartesio non riuscisse totalmente nelle cose geometriche a suo onore. Egli avea pronunziato, nel libro secondo della nuova sua scienza, che rettificare una curva era cosa impossibile[24]. E appena uscito l'oracolo, ecco due geometri inglesi, quasi che la Inghilterra dovesse trovarsi sempre in opposizione con la Francia, che ti rettificano due curve. La prima è una delle parabole cubiche, e ciò fu per opera del Neil; e la cicloide la seconda per opera del Wrenio. Lo Tschirnhaus similmente diede la rettificazione delle famose sue caustiche purché siano prodotte da curve geometriche, come l'Ugenio delle sue evolute; e ciò senza gli aiuti del calcolo infinitesimale trovato dipoi dal Neutono, che parve venuto al mondo per oscurare in ogni cosa la gloria del Cartesio.
Vogliono ancora che nelle cose geometriche egli non vada esente della taccia di plagiario. Dalla pratica dell'arte analitica dell'Hariotto, uscita in luce alcuni anni prima della sua Geometria, è molto verisimile ch'egli copiasse l'aritmetica letterale colle regole dell'algebra che in quel suo libro sono contenute, o ricavasse almeno alcune cose dal Vieta, suo compatriota, che portò tanto innanzi la scienza analitica nata da prima e cresciuta in Italia. E ciò tanto più sembra verisimile, quanto che del rivestirsi delle penne altrui egli non si fece mai certo scrupolo; sebbene, domandato da non so chi che mostrar gli dovesse la sua biblioteca, non altro gli fece vedere che uno animale sparato e una sega anatomica. La stessa Regina di Svezia, non ch'altri, si accorse che le dottrine del Cartesio non erano tutte erba dell'orto suo, e nel mentre che stava udendo le sue lezioni non dubitò di dirglielo in faccia[25]: del così celebre argomento, (per quanto penso) tanto concludente quanto egli è conciso, ne è autore non Plauto, come quasi per ischerzo dissero alcuni[26], ma Santo Agostino. Del che reso avvertito il Cartesio, rispose francamente che molto si compiaceva di essersi riscontrato con un Santo Agostino[27]. E si riscontrò parimente con non so quale autore scolastico, quando dalla idea che ha l'uomo di un essere infinitamente perfetto e necessariamente esistente, egli conchiude che un tale essere attualmente esista, cioè Iddio; argomento del quale menava si gran vampo. Largo campo di discorso ne aprirebbe una tale materia chi la volesse in ogni sua parte percorrere. Noi non insisteremo nel mostrare come nei principi di Democrito, o nei mondi di Giordano Bruno, egli trovasse la pianta de' suoi vortici, come le sue idee innate, contrarie ad Aristotile e distrutte dal Lockio, abbiano la più stretta parentela con le reminiscenze di Platone, come quel bizzarro pensamento intorno alle bestie, ch'esse sieno prive affatto di sentimento, è farina di uno spagnolo. Ma non possiamo oltrepassare come nel Saggiatore del Galilei, la più bella opera polemica di cui forse si vanti l'Italia, si trova copiosamente disputata e solidamente stabilita quella dottrina del Cartesio, che meglio per altro si direbbe de' più antichi filosofi, che la qualità sensibile, il colore, il gusto e somiglianti non risiedano altrimenti nei corpi, ma in esso noi. Il bello e capitalissimo teorema del medesimo nostro accademico, che gli spazi percorsi dai gravi in cadendo stanno fra di loro come i quadrati dei tempi, come anche l'isocronismo de' pendoli o delle corde che vibrano, il Cartesio avrebbe voluto fargli credere invenzioni sue proprie. «Mi pare», scrive egli al Mersenno, «di avervi altre volte scritto di aver trovato queste medesime cose io»[28], ancoraché in un'altra sua lettera egli protesti non avere niente veduto nei libri del Galilei che lo movesse a invidia, e quasi niente ch'egli avesse voluto riconoscere per suo[29]. Da un'opera del celebre Antonio De Dominis stampata in Venezia sull'entrare dell'andato secolo, ricavò la spiegazione ch'egli dà nelle Meteore, del come si formi quel bello e maraviglioso fenomeno dell'arco celeste da esso lui però emendata, dice il Neutono, per quanto si spetta la formazione dell'arco esteriore o secondario[30]: ed egli non fece una difficoltà al mondo di spacciare per suo il bel trovato della proporzione costante tra i seni dell’angolo refratto e dell'angolo d'incidenza, che è il fondamento della Diottrica, quantunque lo ricavasse da una operetta dello Snellio, ch’egli aveva veduta, come testifica l'Ugenio[31], manoscritta in Ollanda. E per farlo credere suo, se mai quella operetta si fosse resa pubblica, gli pose in certo modo la maschera sul viso col sostituire alla proporzione delle secanti, di cui erasi servito lo Snellio, la proporzione dei seni[32]. Il Leibnizio, suo grande difensore e seguace, gli dà un gran biasimo per la sua mala fede sopra tal punto, ed anche per avere usurpato al Keplero l'onore a lui dovuto della scoperta tra le altre della causa della gravità nelle forze centrifughe; piccioli artifizi, dic'egli, che molto gli hanno fatto perdere di vera gloria dinanzi a coloro che se ne intendono[33] Ma qui potrebbono forse rispondere i suoi fautori, che se egli si è alcuna volta rivestito delle penne altrui, ha anche saputo, massimamente nelle cose matematiche, così bene mescolarle colle proprie, che ne è riuscito un tutto insieme che par tutto suo. E ad ogni modo non hanno da vergognarsi, giusta la espressione di un nobile scrittore[34], di pigliare talvolta ad imprestito coloro i quali, come il Cartesio, restituiscono con usura aumentando la comun massa del sapere.
Della Geometria per altro, di cui tanto faceasi bello, e a ragione, pare non avesse quel sentimento che si conviene. Le verità geometriche o eterne ebbe a dire non esser niente più necessarie delle cose create. Iddio non ha già voluto che i tre angoli di un triangolo fossero eguali a due retti, che il tutto fosse maggior della parte, perché sapeva ciò non potere altri- menti stare; ma i tre angoli di un triangolo sono necessariamente eguali a due retti, il tutto è maggior della parte perché tale è la volontà d'iddio[35]. Di così fatta asserzione del Cartesio saranno non poco scandalizzati i matematici, come il saranno, per avventura, i moralisti di quelle altre sue: non essere il medesimo per tutti gli uomini il regolo della giustizia[36] non dover perire per l'amore della società un uomo, s'egli vaglia solo la società intiera[37]; opinione che sarà sempre abbracciata dall'amor proprio contra il ben pubblico, e che fu solennemente condannata dalla dottrina e più ancora dallo esempio di Socrate, il quale non volle fuggire di carcere e togliersi a morte benché ingiusta, per non sottrarsi all'autorità delle leggi.
Bensì pare, da un'altra banda, che della Medicina egli avesse un troppo alto concetto, là dove dice potersi non solo per essa prolungare la vita dell'uomo, ma rendere ancora gli uomini più ingegnosi e più savi[38]; il che importerebbe che per noi si potessero rimpastare o rifondere le opere della Natura. Né minore era il falso concetto che aveva della Fisica, riputandola atta ad inframettersi delle cose più alte della Religione, a dichiarare i misteri della Fede, a por bocca in Cielo. Egli pensava potere co' suoi principi render conto delle qualità incomprensibili dei corpi gloriosi, e rendere chiaramente ragione senza alcuna entità di accidenti del mistero della Eucaristia[39]; se non che è da credere che ciò egli dicesse per dar più voga alla sua filosofia in un tempo che quella degli Scolastici si era intrusa nelle più alte scuole, e avea come tradotto nel suo linguaggio le quistioni della Teologia. Egli è certo almeno che non cessava di corteggiar coloro che più dominavano le menti degli uomini, ch'era vago di aura popolare, e assai più che non si conviene a filosofo faceva pratiche e partiti perché prendesse piede la sua filosofia, a quel modo che per far riuscire una loro commedia fanno i poeti di teatro[40]. Né qui è da farsi maraviglia che tali cose egli facesse, poco degne di un filosofo irritato per così dire dalla contraddizione degli avversari suoi e nel calore della età, quando, dopo aver predicato la tranquillità dell'animo come il sommo bene e il ritiro[41] tantoché avea pigliato per propria impresa bene vixit bene qui latuit, andò a cercare, venuto già innanzi cogli anni, lo strepito della corte sin nell'ultimo Settentrione; e quivi miseramente morì, vittima della particolar sua medicina non meno dell'ambizione.
Ma se poco fedele egli si mostrò a' suoi propositi nella condotta della vita, assai meno ancora lo fu nella condotta, dirò così, della medesima filosofia. Egli ha da parere assai strano che, avendo ricavato il sistema dello Universo dalla natura d'iddio, considerato come la suprema causa efficiente, egli siasi poi cotanto inveito, come fatto ha, contro alla ricerca delle cause finali che nel creare l'Universo si può essere proposto esso Iddio presumendo bensì da una banda di poter dedurre da una qualche notizia che ha l'uomo, come egli dice, degli attributi d'iddio la ragione dei fenomeni tutti della natura; ma non volendosi tanto arrogare dall'altra, ch’egli si credesse in qualche modo partecipe degli altissimi consigli di lui[42]. Condotta opposta pur assai a quella del Neutono, il quale, benché dagli effetti particolari rimontasse alla suprema cagione, e non pigliasse un così gran terreno come ha fatto il Cartesio, pure non temette di scorgere i consigli d'iddio nelle opere di lui che più manifestamente gli rivelano all'uomo; e grandemente si compiaceva che alla considerazione delle cause finali avesse ricondotto le menti pensatrici la sua filosofia[43]. Per quanto il Cartesio abbia inculcato doversi incominciare dal dubitare di ogni cosa, doversi prima di nulla asserire andare co' piè del piombo nel cammino della verità, egli finisce collo spiegare ogni cosa[44], ed egli ammette come materiale del sapere, dice un acuto scrittore inglese, un certo sentimento interiore di evidenza, il quale potrebbe assai volte non altro significare che quella evidenza apparente per cui le nozioni e l'opinioni entrano nella mente di un uomo senza essere accompagnate con la medesima evidenza, né ricevute nella medesima maniera nella mente di un altr'uomo; e in tal caso il sentimento interiore del Cartesio non è altra cosa che quella forte persuasione per cui un fanatico immagina di vedere e non vede, di udire e non ode, di conoscere e non conosce[45]. Faceva le maraviglie il Gassendo come un così grande geometra, quale era il Cartesio, avesse dato per dimostrazioni tante chimere. Ma cessa la maraviglia se uno consideri che quantunque egli asserisca che col solo mezzo delle ragioni matematiche si può giugnere a scoprire la verità nelle materie fisiche, e lodi per questo capo il Galilei[46], ne' principi del suo filosofare egli abbandona dipoi la scorta fedele della Geometria per darsi in braccio alla immaginazione; artefice eccellente in fabbricare organi, come fu detto di un altro filosofo, ma indotto nel sapergli sonare[47].
Le quali cose stando pur così, come è mai che possano dire i Francesi essere stato il Cartesio la principalissima cagione dello stato felice a cui si trova presentemente condotta la Filosofia, e sopra tutto che senza il Cartesio non sarebbe stato il Neutono? Niuno buon principio di ragionare fu da esso lui introdotto nella Filosofia che non fosse noto agli antichi, e da' migliori fra essi seguito; egli ha errato nel metodo di voler conoscere la natura, andando dalle cause agli effetti e non dagli effetti risalendo alle cause; e si può ben dire che navigando arditamente per lo gran mar dell'essere alle cagioni prime delle cose ha dato in iscoglio e rotto la nave. Il che avvenne in parte grandissima per non aver avuto la mano alla Geometria e l'occhio alla sperienza; l'una quasi timone e l'altra quasi bussola nel filosofare. Ha composto in somma una filosofia tutta speculativa e fantastica; dove quella del Neutono è tutta esperimentale e matematica. Che più? Nella Geometria medesima, se è possibile, erano discordanti cotesti due capiscuola; l'uno della antica geometria sfatatore, l'altro ammirator solenne. E voglion dire a ogni modo che il Neutono abbia come seguito le vie e i passi del Cartesio; quasi un altro Ariosto che ha continuato il Boiardo. Del Galilei sì bene, niente corrivo ad asserire, nimico giurato delle ipotesi, modesto e paziente trovatore, mercé gli aiuti sperimentali e geometrici della dottrina del moto, chiamata la chiave della natura, e che mediante le celesti sue osservazioni ne ha descritto la vera mappa dello Universo, si ha da dire ch'egli ha seguito il metodo e la strada: ed egli è da credere che se la Italia non avesse avuto un Galilei, forse la Inghilterra mancherebbe del suo Neutono.
Qual obbligo poi aver possa questo filosofo cogli altri del tempo nostro agli stessi errori del Cartesio, come pur vanno dicendo, io non lo so; se per avventura quegli errori non fecero scala allo scoprimento della verità in quella guisa che i vizi dei nostri Secentisti misero sulla buona via di poetare i Lazzarini e i Manfredi, o come rendeva Montagna buon cavallerizzo il vedere un veneziano, come dic'egli stesso, o un uomo di toga a cavallo[48].
Non sono da un'altra banda mancati di quegli che hanno asserito gli errori del Cartesio in Fisica essere stati cagione dei massimi errori che col più grande apparato di raziocinio sieno stati dipoi sostenuti in Metafisica e in Teologia. Dallo avere il Cartesio riposta la essenza della materia nella sola estensione, egli diede occasione allo Spinosa di fare essa materia infinita, eterna, necessariamente esistente, non potendosi da noi concepire come lo spazio o la estensione possa essere ridotta al nulla, ovveramente concepire un tempo in cui la estensione stata non sia. Agli attributi d'infinità, di eternità, di necessaria esistenza, egli aggiunse agevolmente quelli di indivisibilità e di una unità. E così con la materia cartesiana venne lo Spinosa a formare empiamente Iddio[49]. A così fatti errori non potrà mai dare occasione la filosofia neutoniana, la quale riguarda come qualità primordiale della materia la impenetrabilità non meno che la estensione, e mediante le leggi che osservano nei loro movimenti i pianeti dimostra la esistenza dello spazio voto di corpi. Talmente che dall'acutissimo Clarke viene fondato uno de' capitali argomenti contro ai materialisti e allo Spinosismo sul vacuo neutoniano[50].
Noi per altro non vorremo mai imputare al Cartesio l'abuso che altri fece delle sue dottrine; e tempo perduto sarebbe quello che si spendesse a mostrare contro a' suoi nemici come dell'Ateismo non poteva essere mai legittimo padre un filosofo che si dava vanto di avere più che matematicamente dimostrata la esistenza d'iddio[51]. Ma siccome non siamo per imputargli le colpe altrui, così non gli daremo né manco merito delle altrui virtù; e però tempo egualmente perduto si dovrebbe riputar quello che altri spendesse in confutare quella asserzione dei fautori suoi, che mercé la certezza e fecondità dei principi della di lui filosofia si condussero le buone arti alla perfezion loro. La quale opinione ha la principal sua radice in questo, che il Cartesio ha preceduto in Francia il Cornelio, il Pussino e quegli artefici francesi ch'ebbero in esse il maggior grido, e che dalla luce degli liberali studi poco o nulla prima dei tempi di lui era fatto ridente il cielo di Francia. Ma da chi disappassionatamente considera, non si vorrà mai reputare uno accidentale effetto come una vera causa, e non si vorrà mai riguardare un solo paese come tutta Europa.
Da tutto ciò non sarà difficile rilevare quale si fosse il Cartesio; il quale, tanto per la realità quanto per la opinione che se ne ha in Francia, conviene in più cose col Cornelio, con quell'altro sovrano ingegno che viene al pari di lui onorato in quel paese col titolo di grande. Dicono che l'uno ha introdotto le tre unità di azione, di luogo e di tempo nel Teatro, di cui è il fondatore; l'altro le idee distinte e il vero metodo nella Filosofia, ch'egli creò; e però essere gli uomini debitori a quello de’ più raffinati piaceri dello ingegno, e a questo della retta maniera del pensare; quasi che prima di ogni altro e nella più profonda notte d'ignoranza fosse venuto tutto a un tratto il Cartesio ad illuminare il mondo, cieco per lo addietro, e come se cento e più anni avanti il Cornelio, non fosse stata dal Trissino composta la Sofonisba, la prima regolare tragedia moderna, e dal Segretario fiorentino la Mandragola, di cui non ci è forse la più bella commedia tra gli antichi. Assai chiaro apparisce che non iscrupoleggiarono più che tanto né il poeta francese, né il filosofo nel pigliare dai forestieri ciò che loro tornava; e tanto l'uno quanto l'altro meglio conobbe le regole dell'arte sua, che non le seguì, avendo in amendue quasi che dispoticamente dominato la fantasia. E in effetto la poesia dell'uno è a un dipresso una fedele pittura dell'uomo, come la fisica dell'altro è una immagine dell'Universo. Del Cornelio, quantunque tanto risuoni il suo nome, non si rappresentano in Francia se non pochissimi de' tanti suoi componimenti di teatro; oltre le opere matematiche, poco altro vi si legge del tanto decantato Cartesio: e forse accresce di molto la venerazione il conoscere poco quegl'idoli che si sono presi a venerare.
Non è, per tutto questo, che da noi si voglia gettare alcuna ombra sul chiarissimo nome di quel filosofo. Si dovrà sempre avere in grande ammirazione il Cartesio per quel vastissimo suo ingegno che dietro si trasse una così numerosa scuola, per aver lui di tanto ampliato i confini dell'Algebra e singolarmente per l'applicazione ch'ei ne fece alla Geometria; e con tutte le sue macchie si avrà pur da riguardare come uno de' luminari del mondo filosofico. Di maestrevoli tocchi d’ingegno sono sparsi per tutti gli scritti di lui, e la Dissertazione del Metodo, non ostante alcune picciole eccezioni, è un capo d'opera e quasi l'occhiata di un'aquila sopra le differenti provincie del mondo scientifico. Ché se la più parte non converranno ch'egli sia stato il confidente della Natura, che abbia insegnato agli uomini a pensare[52], e che quell'ordine che Iddio ha posto ne' cieli e tra le stelle, lo ha posto nella mente e tra i pensieri di lui, come sono scappati a dire alcuni suoi devoti[53], tutti però dovranno confessare che tra i maestri del genere umano egli tiene uno dei più onorati luoghi; e i filosofi dovranno fare col Cartesio come gli eruditi fanno con Giove, che noi depongono dall'Olimpo dove fu assunto dai poeti, se non se per rimetterlo sul trono di Creta, dove è posto dagli storici.
Note
- ↑ «Atque ut legum multitude saepe vitiis excusandis accomodatior est, quam iisdem prohibendis; adeo ut illorum populorum status sit optime constitutus, qui tantum paucas habent sed quae accuratissime observantur: sic pro immensa ista multitudine praeceptorum, quibus Logica referta est, sequentia quatuor mihi suffectura esse arbitratus sum, modo firmiter et constanter statuerem, ne semel quidem ab illis toto vitae meae tempore deflectere. Primum erat, ut nihil unquam veluti verum admitterem nisi quod certo et evidenter verum esse cognoscerem; hoc est, ut omnem praecipitantiam atque anticipationem in iudicando diligentissime vitarem; nihilque amplius conclusione complecterer, quam quod tam clare et distincte rationi meae pateret, ut nullo modo in dubium possem revocare. Alterum, ut difficultates quas essem examinaturus, in tot partes dividerem, quot expediret ad illas commodius resolvendas. Tertium, ut cogitationes omnes quas veritati quaerendae impenderem certo semper ordine promoverem: incipiendo scilicet a rebus simplicissimis et cognitu facillimis, ut paulatim et quasi per gradus ad difficiliorum et magis compositarum cognitionem ascenderem; in aliquem etiam ordinem illas mente disponendo, quae se mutuo ex natura sua non praecedunt. Ac postremum, ut tum in quaerendis mediis, tum in difficultatum partibus percurrendis, tam perfecte singula enumerarem et ad omnia circumspicerem, ut nihil a me omitti essem certus»: in Dissertatione de Methodo, [II].
- ↑ «The great glory of literature in this island, during the reign of James, was My Lord Bacon. Most of his performances were composed in Latin tho' he possessed neither the elegance of that, nor of his native tongue. If we consider the variety of talents displayed by this man, as a public speaker, a man of business, a wit, a courtier, a companion, an author, a philosopher; he is justly the object of great admiration. If we consider him merely as an author and philosopher, the light, in which are view him at present, tho' very estimable, he was yet inferior to his contemporary Galileo, perhaps even to Kepler. Bacon pointed out at a distance the road to true philosophy: Galileo both pointed it out to others, and made, himself, considerable advances in it. The Englishman was ignorant of geometry; the Florentine revived that science, excelled in it, and was the first who applied it, together with experiment, to natural philosophy. The former rejected with the most positive disdain the system of Copernicus; the latter fortified it with new proofs derived both from reason and the senses. Bacon's style is stiff and rigid; his wit, tho' often brilliant, is sometimes unnatural and far-fetcht; and he seems to be the original of those pointed similies and long-spun allegories, which so much distinguish the English authors; Galileo is a lively and agreeable, tho' somewhat a prolix writer. But Italy, not united in any single government, and perhaps satiated with that literary glory, which it has possessed both in ancient and modern times, has too much neglected the renown, which it has acquired by giving birth to so great a man. That national spirit, which prevails among the English, and which forms their great happiness, is the cause, why they bestow on all their eminent writers, and Bacon among the rest, such praises and acclamations, as may often appear partial and excessive» : The History of Great Britain under the House of Stuart, vol. I, Appendix to the reign of James I.
- ↑ «Il ne rendit pas un moindre service, en traitant d'une manière claire et géométrique, la doctrine du mouvement, qui a été justement appellee la clef de la Nature... Il démontra le premier, que les espaces parcourus par les corps pesans depuis le commencement de leur chute, sont comme les quarrés des tems, et qu'un corps jetté dans toute direction, qui ne soit pas perpendiculaire à l'horison, décrit une parabole. Ce sont là les commencemens de la doctrine du mouvement des corps pesans, qui a été depuis portée si loin par M. Newton»: Exposition des Découvertes philosophiques de M. le Chevalier Newton, Liv. I, chap. III, [6].
- ↑ «Iam vero, quia Deus solus omnium, quae sunt aut esse possunt, vera est causa; perspicuum est optimam philosophandi rationem nos sequuturos, si ex ipsius Dei cognitione rerum ab eo creatarum explicationem deducere conemur, ut ita scientiamperfectissimam, quae est effectuum per causas, acquiramu»: Princip., p. I, parag. XXIV.
- ↑ «Deinde animo revolvens omnia obiecta quae unquamsensibus meis occurrerant, dicere non verebor me nihil in iis observasse, quod satis commode per inventa a me principia explicare non possem»: in Dissertatione de Methodo, [VI].
- ↑ «Sed confiteri me etiam oportet, potentiam Naturae esse adeo amplam ut nullum fere amplius particularem effectual observem, quem statini variis modis ex iis <pricipiis> deduci posse non agnoscam; nihilque ordinario mihi difficilius videri, quam invenire quo ex his modis inde dependent»: in Dissertatione de Methodo, [VI].
- ↑ Vedi Maupertuis, Figure des astres, chap. III.
- ↑ «Cependant cette secte <le Cartésianisme> qui n'est pas aujourd'hui trop nombreuse, est volontiers intolérante comme bien des sectes opprimées ou négligées: peu s'en faut qu'elle ne décrie ses adversaires, comme de mauvais citoyens insensibles à la gloire de leur Nation»: M. D'Alembert, dans l'Éloge de M. l'Abbé Terrasson, [p. XVI], «Il est vrai que le Cartésianisme n'est plus interdit aujourd'huy ni persécuté comme autrefois; il est souffert; peut-être est-il protégé, et peut-être faut-il qu'il le soit à certains égards»: M. De Mairan, dans l'Éloge de l'Abbé de Molieres, [p. 221].
- ↑ De Causa Gravitatis.
- ↑ Mém. de l’Acad. Royale des Sciences, années 1714, 1715 et 1716.
- ↑ «Et enfin si l’expérience que vous m'avez mandé vous mesme avoir faite, et que quelques autres ont aussi escrite, est véritable, à sçavoir, que les baies des pièces d'artillerie tirées directement vers le Zénith, ne retombent point, on doit juger que la force du coup les portant fort haut, les éloigne si fort du centre de la Terre, que cela leur fait entièrement perdre leur pesanteur»: t. I, Lettre LXXIII, au R. M. Mersenne, [p. 408]. «Je vous remercie aussi de celle <expérience> de la baie tirée vers le Zénith, qui ne retombe point, ce qui est fort admirable»: t. II, Lettre CXI, au même, [p. 529]. Voyez aussi t. II, Lettre LXXVI et Lettre CVI, au même.
- ↑ «A ventis autem, quocunque feruntur, humores conglobati ex fontibus et fluminibus et paludibus et pelago, cum tepore solis continguntur, exhauriuntur, et ita tolluntur in altitudinem nubes: eae deinde cum aeris unda nitentes, cum perveniunt ad montes, ab eorum offensa, et procellis propter plenitatem et gravitatem, liquescendo disperguntur, et ita diffunduntur in terras»: Vitruv., Lib. VIII, cap. II.
- ↑ «La lumière de Descartes n’est donc pas la lumière du monde»: Encyclopédie art. Cartésianisme, [t. II, p. 723].
- ↑ «Nous voudrions bien pour la gloire de Descartes, à laquelle nous devons nous intéresser, comme compatriote, pouvoir en dire autant des règles qu'il prétendit établir pour la communication du mouvement. Mais c’est ici que sa trop grande confiance en certaines idées métaphisiques, et un esprit sistématique mal dirigé, l'entraînèrent dans une foule d'erieurs trop peu excusables. Nous trouvons effectivement dans ces règles toutes sortes de défauts, principes hazardés, contradictions, manque d'analogie et de liaison; c'est, pour le dire en un mot, un tissu d'erreurs qui ne mériteroient pas d'être discutées sans la célébrité de leur Auteur»: Hist. des Mathématiques, part. IV, Liv. V, art. VI, [t. II, p. 287].
- ↑ Princip., part. II, art. XXXVI.
- ↑ «Je trouve en général qu'il philosophe <Galilei> beaucoup mieux que le vulgaire, en ce qu'il quitte le plus qu'il peut les erreurs de l'École, et tâche à examiner les matières physiques par des raisons mathématiques. En cela je m'accorde entièrement avec luy, et je tiens qu'il n'y a pas d'autre moyen pour trouver la vérité. Mais il me semble qu'il manque beaucoup, en ce qu'il ne fait que des digressions, et ne s'arreste point à expliquer suffisamment aucunes matières; ce qui monstre qu'il ne les a point toutes examinées par ordre, et que sans avoir considéré les premières causes de la Nature, il a seulement cherché les raisons de quelques effets particuliers, et ainsi qu'il a bâti sans fondement»: au R. P. Mersenne, Lettre XCI, t. II, [p. 391].
- ↑ «Et quemadmodum iîeri solet, cum in arenoso solo aedificatur, tain alte fodere cupiebam, ut tandem ad saxum vel ad argillam pervenirem: atque hoc satis féliciter mihi succedere videbatur»: in Dissertatione de Methodo, [III].
- ↑ «Pour ne parler que des Mathématiques, dont il est seulement ici question, M. Descartes commença où les Anciens avoient fini, et il débuta par la solution d'un problème, où Pappus dit qu'ils étoient tous demeurés»: L'Hopital, Analyse des infiniment petits, dans la Préface, [p. VI], «Descartes commença sa Géométrie par un problème, où les anciens s'étcient arrêtez»: M. De Mairan, dans l'Éloge de Halley, p. 112.
- ↑ «Atque ita problematis veterum de quatuor lineis ab Euclide incepti et ab Apollonio continuati non calculus, sed compositio geometrica, qualein veteres quaerebant, in hoc corollario exhibetur»: Newtoni Princip., Lib. I, lemma XIX.
- ↑ «Nec verebor dicere, problema hoc, non modo eorum, quae scio, utilissimum et generalissimum esse, sed etiam eorum, quae in Geometria scire unquam desideraverim»: Geom., Lib. II, [I].
- ↑ «Mais pour ce qu'il y a peu de gens qui puissent entendre ma Géométrie, et que vous désirez que je vous mande quelle est l'opinion que j'en ay, je crois qu'il est à propos que je vous dise qu'elle est telle que je n'y souhaite rien davantage... Après cela ce que je donne au second livre touchant la nature et les propriétez des lignes courbes et la façon de les examiner, est, ce me semble, autant au delà de la Géométrie ordinaire, que la Réthorique de Ciceron est au delà de l'a, b, c des enfants»: t. III, Lettre LXXIII, au R. P. Mersenne, [pp. 427 e 428].
- ↑ «Mais la règle ne pourrait pas aisément se rencontrer si courte ny si élégante. Et j'ose dire que celle j'ai donnée est la plus belle, et qui a esté sans comparaison la plus difficile à trouver de toutes les choses qui on ésté inventées jusques à présent en Géométrie, et qui le sera peut-estre encore cy-après en plusieurs siècles, si ce n'est que je prenne moy-même la peine d'en chercher d’autres»: t. III, Lettre LXXVII, a M. de Carcavi, [p. 449].
- ↑ «... et autres du nombre desquels il faut mettre aussi, M. votre Conseiller de Maximis et Minimis»: t. III, Lettre LXXIII, au R. P. Mersenne, [p. 428].
- ↑ «Car encore qu'on n'y puisse reçevoir aucunes lignes qui semblent à des cordes, c'est à dire qui deviennent tantost droites et tantost courbes à cause que la proportion qui est entre les droites et les courbes n’estant pas conniie et même je crois ne le pouvant estre par les hommes, on ne pourroit rien conclure de là qui fust exact et assuré»: Liv. II de la Géométrie, [pp. 46-47].
- ↑ Mémoires concernant Christine Reine de Suède, t. I, p. 345.
- ↑ Nell'Anfitrione Sosia, messo per così dire alla tortura da Mercurio, che ha preso la figura di lui, dice: «Sed quom cogito, equidem certo idem sum qui semper fui» [447].
- ↑ «Vous m'avez obligé de m'avertir du passage de S. Augustin, au quel mon "je pense donc je suis" a quelque rapport. Je l'ay été lire aujourd'huy en la Bibliothèque de cette ville, et je trouve véritablement qu'il s'en sert pour prouver la certitude de notre estre, et ensuite pour faire voir qu'il y a en nous quelque image de la Trinité, en ce que nous sommes, nous sçavons que nous sommes, et nous aymons cet estre et cette science qui est en nous: au lieu que je m'en sers pour faire connoître que ce moy qui pense est une substance immatérielle, et qui n'a rien de corporel; qui sont deux choses fort différentes. Et c'est une chose qui de soy est si simple et si naturelle à inferer, qu'on est de ce qu'on doute, qu'elle auroit pû tomber sous la plume de qui que ce soit; mais je ne laisse pas d'estre bien ayse d'avoir rencontré avec S. Augustin, quand ce ne seroit que pour fermer la bouche aux petits esprits qui ont tâché de regabeler sur ce principe»: à Monsieur... Lettre CXVIII, t. II, [p. 563].
- ↑ «Je n'ai pas laissé d'y remarquer par ci par là quelques-unes de mes pensées, comme entre autres deux que je crois vous avoir écrites, à sçavoir que l'espace que parcourent les corps pesans qui descendent, sont l'un à l'autre comme les quarrez des tems qu'ils employent à descendre» etc. «La seconde est que les tours et les retours d'une même corde se font tous à peu près en pareil tems, encore qu'ils puissent estre beaucoup plus grands les uns que les autres»: t. II, Lettre LXXVII, au R. P. Mersenne, [p. 355].
- ↑ «Et premièrement touchant Galilée, je vous dirai que je ne l'ai jamais vû, ny n'ay eu aucune communication avec luy, et que par conséquent je ne sçaurois en avoir emprunté aucune chose; aussi ne vois-je rien en ses livres qui me fasse envie, ny presque rien qui je voulusse avouer pour mien. Tout le meilleur est ce qu'il à de musique; mais ceux qui me connoissent peuvent plutost croire qu'il l'a eu de moy, que moy de luy; car j'avois écrit quasi le mesme il y a dix-neuf ans, auquel temps je n'avois encore point esté en Italie et j'avois donné mon écrit au Sr. N. qui, comme vous sçavez, en faisoit parade, et en écrivoit ça et là comme de chose qui étoit sienne»: t. II, Lettre XCI, au R. P. Mersenne, [p. 397].
- ↑ «Intellexerunt hoc etiam Antiquorum nonnulli: inter recentiores autem plenius id invenit uberiusque explicavit celeberrimus Antonius De Dominis Archiepiscopus Spalatensis in libro suo De radiis Visus et Lucis, quem ante annos amplius viginti scriptum, in lucem tandem edidit amicus suus Bartolus, Venetiis anno 1611. In eo enim libro ostendit vir celeberrimus, quemadmodum arcus interior binis refractionibus radiorum solis singulisque reflexionibus inter binas istas refractiones intervenientibus, in rotundis pluviae guttis effingatur: exterior autem arcus, binis refractionibus binisque itidem reflexionibus interiectis, in similibus aquae guttis efficiatur. Suamque is explicandi rationem experimentis comprobavit in phiala aquae plena, et globis vitreis aquae plenis, in Sole collocatis; quo duorum arcuum istorum colores, in illis se exhibèrent contemplandos. Porro, eandem explicandi rationem persecutus est Cartesius in Meteoris suis; eamque, quae est de areu exteriori, insuper emendavit»: Opt., Lib. I, part. II. prop. IX, [Prob. IV]. Vedi ancora M. Montucla, Hist. des Mathématiques, part. III, Liv. V, art. II, ed il P. Boscowich nella annotazione 26 al poema De Iride del P. Noceti.
- ↑ «Haec autem omnia, quae de refractionis inquisitione volumine integro Snellius exposuerat, inedita mansere; quae et nos vidimus aliquando, et Cartesium quoque vidisse accepimus, ut hinc fortasse mensuram illam, quae in sinibus consistit, elicuerit»: Hug., in Dioptr., [De refractione radiorum, p. 2]. «Cartesius in Dioptrica, quae principiis Philosophiae subiungi solet, veram refractionis legem a Snellio inventam, sed suppresso inventoris nomine, affert... et praxin poliendi vitra ita docet, ut in ea non satis versatum iudicent experti»: Wolfius, De [praecipuis] Scriptis Mathemat., cap. VIII, art. 7.
- ↑ «Harum attractionum haud multumdissimiles sunt lucis retiexiones et refractiones, factae secundum datam secantium rationem, ut invenit Snellius, et per consequens secundum datam sinuum rationem, ut exposuit Cartesius»: Newtoni Princip., Lib. I, prop. XCVI, theor. L, in scholio. «Inter alia vero praeclara, quae reliquit <Snellius)> monumenta, supersunt quoque tres libri optici, quorum usuram superiori hyeme concessit mihi filius eius. Quoniam illi necdum prodierunt in lucem, dignissimi tarnen qui prodeant, adponam hic theorema, quo nullum in tota Optica nobilius, et utilius extat. Sic vero se habet. Radius incidentiae verus ad adparentem in eiusdem generis medio, rationem semper habet eandem» etc.: Isac. Vossius, De Lucis natura et proprietate, cap. XVI.
- ↑ «Dogmata eius metaphysica, velut circa ideas a sensibus remotas, animae distinctionem a corpore, et fluxam per se rerum materialium fidem, prorsus platonica sunt. Argumentum pro existentia Dei, ex eo, quod ens perfectissimum, vel quo maius intelligi non potest, existentiam includit, fuit Anseimi, et in libro contra insipientem inscripto inter eius extat opera, passimque a scholasticis examinatur. In doctrina de continuo pieno, et loco Aristotelem noster secutus est; Stoicosque in re morali penitus expressit, fioriferis ut apes in saltibus omnia libans. In explicatione rerum mechanica Leucippum et Democritum praeeuntes habuit, qui et vortices ipsos iam docuerant. Iordanus Brunus easdem fere de magnitudine universi ideas habuisse dicitur, quemadmodum et notavit vir clarissimus Stephanus Spleissius; ut de Gilberto nil dicam, cuius magneticae considerationes turn per se, turn ad systema universi applicatae, Cartesio plurimum profuerunt. Explicationem gravitatis per materiae solidioris reiectionem, in tangente, quod in phisica Cartesiana prope pulcherrimum est, didicit ex Keplero, qui per similitudinem palearum motu aquae in vase gyrantis ad centrum contrusarum rem explicavit primus. Actionem lucis in distans, similitudine baculi pressi iam veteres adumbravere. Circa Iridem a Marco Antonio De Dominis non parum lucis accepit. Keplerum fuisse primum suum in Dioptricis magistrum, et in eo argumento omnes ante se mortales longo intervallo antegressum, fatetur Cartesius in epistolis familiaribus; nam in scriptis, quae ipse edidit, longe abest a tali confessione aut laude: tametsi illa ratio, quae rationum directionem explicat, ex compositione nimirum duplicis conatus perpendicularis ad superficiem, et ad eandem paralleli, diserte apud Kepleriani extat, qui eodem, ut Cartesius, modo aequalitatem angulorum incidentiae et refìexionis bine deducit. Idque gratam mentionem ideo merebatur, quod omnis prope Cartesii ratiocinatio huic innititur principio. Legem refractionis primum in venisse Willebrordum Snellium, Isaacus Vossius patefecit, quamquam non ideo negare ausim Cartesium in eadem incidere potuisse de suo. Negavit in epistolis, Vietam sibi lectum, sed Thomae Harrioti Angli Libros analiticos posthumo anno MDCXXXI, editos vidisse, multi vix dubitant; usque adeo magnus est eorum consensus cum calculo Geometriae Cartesianae. Sane iam Harriotus aequationern nihilo aequalem posuit, et hinc derivavit, quomodo oriatur aequatio ex multiplicatione radicum in se invicem, et quomodo radicum auctione, diminutione, multiplicatione aut divisione variari aequatio possit, et quomodo proinde natura et costitutio aequationum et radicum cognosci possit ex terminorum liabitudine. Itaque narrat celeberrimus Wallisius, Robervalium, qui miratus erat unde Cartesio in mentem venisset palmarium illud, aequationem, ponere aequalem nihilo ad instar utrius quantitatis, ostenso sibi a Domino de Cavendish libro Harrioti exclamasse, il l'a veu, il l'a veu, vidit, vidit. Reductionem quadrato = quadraticae aequationis ad cubicam superiori iam saeculo invenit Ludovicus Ferrarius, cuius vitam reliquit Cardanus eius familiaris. Denique fuit Cartesius, ut a viris doctis dudum notatum est, et ex epistolis nimium apparet, immodicus contemptor aliorum, et famae cupiditate ab artificiis non abstinens, quae parimi generosa videri possunt»: Hist. Leg. et stat. a Chr. Thomasio edita. Vedi ancora Fontenelle dans l'Éloge de Leibnitz.
- ↑ «Whilst the fame of this great man was fresh, and his works were in every learned hand both at home and abroad, Des Cartes arose, another luminary of the philosophical world: and I could easily suspect that my lord Bacon's writings were not unknown to him; for as little as it is pretended he used to read, he did not disdain to borrow from authors of inferior note, of the same country: and they who repay with ample interest, like Des Cartes, into the common stock of learning, need not be ashamed to borrow sometimes»: Works of Lord Bolingbroke, vol. II, Essay the second, [p. 127].
- ↑ «Les véritez mathématiques, lesquelles vous nommez éternelles, ont été établies de Dieu, et en dépendent entièrement comme le reste des Créatures»: tom. II, L[ettre] CIV, au R. P. Mersenne, [p. 478]. «La <vérité> est au moins selon mon opinion que non seulement... mais même que ces véritez qu'on nomme étemelles, comme que totum est maius sua parte etc. ne seraient point véritez, si Dieu ne l'avoit ainsi établies, ce que je crois vous avoir déjà autrefois écrit»: t. III, L[ettre] LXVIII, au même.
- ↑ «La Justice entre les Souverains a d'autres limites qu’entre les particuliers; et il semble qu'en ces rencontres Dieu donne le droit à ceux ausquels il donne la force»: t. I, Lettre XIII, à la Princesse Palatine, [p. 64].
- ↑ «Totius autem, cuius pars sumus, bonum privato bono debet anteponi: attamen cum modo et ratione; insipienter enim se magno malo quis exponeret exiguum tantum cognatis aut patriae bonum conciliaturus; et si quis per se solus reliqua sua civitate praestantior esset, nulla esset ratio, cur illius salutem sui iactura redimeret»: Pars I, Epist. VII, ad Elisabetham Principem Palatinam, [pp. 16-17].
- ↑ «Confido... hominesque ab infinitis tam corporis quam animi morbis immunes futures, immo etiam fortassis a senectutis debilitatione, si satis magnam causarum a quibus mala ista oriuntur, et omnium remediorum quibus Natura nos instruxit, notitiam haberent»: in Dissertatione de Methodo, [VI]. «Animus enim adeo a temperamento et organorum corporis dispositione pendet, ut si ratio aliqua possit inveniri quae homines sapientiores et ingeniosiores reddat quam hactenus fuerunt, credam illam in Medicina quaeri debere»: [ibid., VI].
- ↑ «Vous me mandiez dans votre précédente que les Prédicateurs sont contraires à ma Philosophie, a cause qu'elle leur fait perdre leurs belles comparaisons touchant la lumière; mais s'ils y veulent penser, ils en pourront tirer de plus belles de mes Principes, pour ce que les mêmes effets demeurans, desquels seuls ces comparaisons sont tirées, il n'y a que la façon d’expliquer ces effets qui est différente, et je pense que la mienne est la plus intelligible et la plus facile. Ainsi pour expliquer les qualitez des corps glorieux, ils peuvent dire qu'elles sont semblables à celle de la lumière, et tâcher de faire bien concevoir quelles sont ces qualitez, et comment eiles se trouvent en elle; sans pour cela que les rayons sont des corps, car ce seroit dire une fausseté; et sans vouloir persuader que les corps glorieux ont les qualitez qu’on leur attribue, par la seule force de la Nature, ce qui seroit faux aussi; mais il suffit que les rayons soient corporels, c'est à dire que ce soit des propriétez de quelques corps, pour persuader que d’autres semblables propriétez peuvent être mises par miracle dans les corps des Bien-heureux. On m’a dit qu’il y a un Ministre à Leyde qui est estimé le plus éloquent de ce païs et le plus honneste homme de sa profession que je connoisse, il se nomme Hay, qui se sert souvent de ma Philosophie en Chaise, et en tire des comparaisons et des explications qui sont fort bien receuës; mais c'est qu'il l'a bien estudiée, ce que n’ont peut-estre pas fait ceux qui se plaignent qu’elle leur oste leurs vieilles comparaisons, au lieu qu’ils devroïent se réjouir de ce qu’elle leur en fournira de nouvelles»: t. III, Lettre LXXXIX, au R. P. Mersenne, [p. 569]. «La lettre du Père Varier n'est que pour m’obliger, car il y témoigne fort estre de mon parti, et dit qu'il a desavoué de coeur et de bouche ce qu’on avoit fait contre moy et adjoûte encore ces mots: je ne sçaurois m'empêcher de vous confesser, que suivant vos Principes vous expliquez fort clairement le mystère du Saint Sacrement de l'Autel sans aucune entité d'accidens»: ibid., Lettre CXIII, au même, [p. 607]. Voyez aussi t. II, Lettre CIII.
- ↑ «Car m'estant mêlé d'écrire une Philosophie; je sçai que votre Compagnie seule peut plus que tout le reste du monde pour la taire valoir ou mépriser»: t. III, Lettre XXIII, à un R. P. Jesuite, [p. 111]. «Et omnino profiteor me nihil scienter contra Prudentiorum consilia vel Potentiorum voluntatem esse facturum. Cumque non dubitem quin ea pars in quam societas tua se flectet alteri debeat praeponderare, summo me beneficio afficies, si tuae tuorumque sententiae monere velis, ut quemadmodum in reliqua vita vos semper praecipue colui et observavi, sic etiam hac in re quam alicuius momenti esse puto, nihil nisi vobis faventibus suscipiam»: ad Pat. Dinet, Soc. Jesu, [pp. 211-212].
- ↑ «Quamvis enim immodice gloriam non appetam, aut etiam (si id efiari liceat) ab illa abhorream, quatenus ipsam contrariami esse iudico quieti, quam supra omnia magni facio» etc.: in Dissertatione de Methodo, [VI].
- ↑ «Nullas unquam rationes circa res naturales, a fine, quem Deus aut Natura in iis faciendis sibi proposuit, desumemus; quia non tantum debemus nobis arrogare, ut eins consiliorum participes nos esse putemus. Sed ipsum ut causam efficientem rerum omnium considerantes, videbimus, quidnam ex iis eius attributis, quorum nos nonnullam notitiam voluit habere, circa illos eius effectus, qui sensibus nostris apparent, lumen naturale quod nobis indidit, concludendum esse ostendat»: Princip., part. I, art. XXVIII. «Alterum, ut etiam caveamus, ne nimis superbe de nobis ipsis sentiamus. Quod fieret non modo, si quos limites, nobis nulla cognitos ratione, nec divina revelatione, mundo vellemus affingere, tanquam si vis nostrae cogitationis, ultra id quod a Deo revera factum est, ferri posset; sed etiam maxime, si res omnes propter nos solos, ab ilio creatas esse fingeremus; vel tantum, si fines quos sibi proposuit in creando universo, ingenii nostri vi comprehendi posse putaremus»: ibid., part. III, art. II.
- ↑ Exposition des Découvertes philosophiques de M. le Chevalier Newton par M. Maclaurin, Liv. I, chap. II.
- ↑ «S'il a fini par croire fout expliquer, il a du moins commencé par douter de tout»: Discours préliminaire de l'Encyclopédie, [p. XXVI].
- ↑ «Besides clear and distinct ideas, he admits a certain inward sentiment of clearness and evidence. The word sentiment is applied in the French language so variously and so confusedly, that it becomes often equivocal. But since it is distinguished, on this occasion, from idea, it must be meant either to signify that immediate perception, which the mind has of some self-evident truth, in which case it is not a principle of knowledge, but knowledge itself, intuitive knowledge; or else it must be meant to signify that apparent evidence wherewith notions and opinions enter into the mind of one man, that are not accompanied with the same evidence, nor received in the same manner, in the mind of another. Now in this case, the lively inward sentiment of Des Cartes is nothing better than that strong persuasion, wherewith every enthusiast imagines that he sees what he does not see, hears what he does not hear, feels what he does not feel, and, in a word, perceives what he does not perceive. If any thing else be meant by sentiment, thus distinguished from idea, as a principle of knowledge, I confess myself unable so much as to guess what it is»: Works of Mylord Bolingbroke, vol. II, Essay the second, [pp. 127-128].
- ↑ Vedi il passo «Je trouve en général» etc., citato alla pag. 415.
- ↑ Galilei, Dial. I del sistema del Mondo.
- ↑ «Il en peut estre aucuns de ma complexion, qui m’instruis mieux par contrariété que par similitude: et par fuite que par suite..... Un bon Escuyer ne redresse pas tant mon assiette, comme fait un Procureur, ou un Vénitien à cheval»: Essays, Liv. III, chap. VIII, [pp. 157, 158].
- ↑ Vedi il Leibnizio dove chiama lo Spinosismo «un Cartésianisme outré» e Maclaurin, Exposition des découvertes philosophiques de M. le Chevalier Neuton, Liv. I, chap. IV.
- ↑ «Un Cartésien athée est un Philosophe qui se trompe dans les principes; un Newtonien athée seroit encore quelque chose de pis, un Philosophe inconséquent»: M. D'Alembert, De l'abus de la critique en matière de Religion, art. VI, [p. 326].
- ↑ Encyclopédie, art. Cartésianisme.
- ↑ «Tel fut l'état des Mathématiques, et sur tout de la Philosophie, jusqu'à M. Descartes. Ce grand homme poussé par son génie et par la supériorité qu'il se sentoit, quitta les Anciens pour ne suivre que cette même raison que les Anciens avoient suivie; et cette heureuse hardiesse, qui fut traitée de révolte, nous valut une infinité de vues nouvelles et utiles sur la Physique et sur la Géométrie. Alors on ouvrit les yeux, et l’on s’avisa de penser»: L’Hopital., dans la Préface de l'Analise des infiniment petits, [p. VI].
Rassurons-nous pourtant. Le jour commence à naître.
Nous allons tous penser, Descartes va paraître.(Racine, Poème de la Relieion, chant V, [217-218]).
- ↑ Vedi Anti-Baillet, t. VII, part. II, Réflexions d'utn Académicien sur la vie de M. Descartes...
- Testi in cui è citato Omero
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