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Saggio sopra Orazio (Laterza 1963)/Saggio

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Saggio

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SAGGIO
SOPRA ORAZIO


In una mappa che ci venga veduta dell'antica Roma non solo da noi si cercano i più rinomati luoghi di quella città gloriosa, il Foro, il Campo Marzio, la Sacra via che conduceva al Campidoglio, i trionfatori della terra, ma si cercano ancora i luoghi di minor nome; e vorrebbesi persino vedere la strada degli profumieri, dove andavano a finir le opere degl'inetti scrittori[1]. Nelle vite medesimamente che da noi si leggono dei gran capitani, dei poeti e dei filosofi, ogni più minuta particolarità che ad essi appartenga si va da noi diligentemente notando, benché nulla in sé contenga di dottrina o d'ingegno; parendo che nelle cose grandi niente esser vi possa di picciolo, e che degli uomini virtuosi si abbia in pregio quello ancora che meno importa a cagione appunto della loro virtù.

Che se di coloro che nel mondo ebbero grido tanto ne piace sapere anche le cose più indifferenti, non doverebbe punto dispiacere il conoscere i sentimenti e i costumi di un uomo qual sì fu Orazio, e l'avere un ritratto fedele di quel poeta che forse più d'ogni altro diede nel segno dell'arte sua mescolando l'utile col dolce, che fornito di fine ingegno, di sodo giudizio e di molta dottrina, caro a' principi ma libero, seppe condire i suoi versi di moralità e di grazia e farne le carte socratiche della poesia. [p. 450 modifica]

Dalle sue opere medesime, considerate con occhio un po' attento, sarà tolto un tale ritratto; e mostrerà quale fosse il sistema della sua filosofia, quale il tenore del viver suo, quali fossero le sue opinioni come uomo di lettere, e tali altre cose che ne rendano quello amabile poeta, per quanto è possibile, vivo e presente.

Sotto il consolato di Cotta e di Manlio[2], secentottantotto anni dalla edificazione di Roma e sessantatré innanzi all'era cristiana, nacque Quinto Orazio Fiacco in Venosa, picciola città posta sul confine tra la Lucania e la Puglia[3]. Il padre suo fu figliuolo di liberto, e viveva di un poderetto e di una carica di riscotitore delle pubbliche entrate[4]. Benché nato in picciol luogo e di picciola condizione, fu nondimeno allevato Orazio, come le più nobili persone, nel seno istesso di Roma. In luogo di farlo imparare di conto, come pareva più naturale, a Venosa, secondo il costume delle persone della condizione sua, lo condusse in Roma il medesimo suo padre, ed ivi gli fece studiare sotto Orbilio la grammatica, poi la lingua greca e quelle facoltà di mano in mano che a un figliuolo di gran signore convenire potevano. E per tale appunto lo avrebbe preso, dic'egli medesimo, [p. 451 modifica]chi veduto avesse le vesti che avea in dosso e il treno di servitori che l'accompagnavano[5].

Trovavasi il buon vecchio in compagnia sempre de' maestri, tutto intento a piegare in bene il tenero animo del fanciullo; come colui che ben sapeva essere una buona educazione la più ricca eredità che da un padre possa lasciarsi a' figliuoli[6]. Le idee, i concetti delle cose che si vengono formando in esso noi negli anni primi, sono la semente della felicità nostra in avvenire, sono esse quasi altrettanti regoli, di che si serve dipoi la ragione nello edificare; e se diritto non è il regolo, conviene per necessità che fuor di misura sia lo edilìzio.

La educazione che dava ad Orazio il padre suo, era tutta di pratica e tale che quand’egli fosse venuto nel Foro e nel consorzio degli uomini, non gli fosse avviso di essere trasferito, come succede ai più, in un'altro mondo. Gli veniva mostrando, secondo che cadeva il taglio, i difetti e i vizi di questo e di quello, i veri mali che ad essi loro ne conseguivano: lo ammaestrava [p. 452 modifica]non tanto co' precetti, che atta non è per ancora a ricevere quella età, quanto cogli esempi, che sono il proprio suo cibo[7].

Ma se Orazio fu fortunato di tanto da trovare un padre il quale, come dovrebbero per altro far tutti, si facesse della educazione del figliuolo lo affare suo capitalissimo, conviene anche dire che non meno fortunato fu il padre di aver trovato nel figliuolo quei sentimenti di gratitudine che, anche nel colmo della sua fortuna, fece a tutti palese e tramandò alla posterità. Per esso lui avrebbe rinunziato ai tribunati militari, ai curuli e a quanto avrebbe potuto più illustrare il suo casato.

Alla buona educazione che gli diede il padre in Roma succedette lo studio della filosofia ch'egli andò ad apprendere in Atene[8]. Tenevano quivi ancora il seggio i successori di Platone, [p. 453 modifica]di Aristotele, di Epicuro e di Zenone, e invitavano la gioventù latina a venirvisi ad erudire nella greca sapienza. La dolcezza poi del cielo, la comodità dei traffici, la ospitalità e la pulitezza di un popolo ch'era stato inventore di ogni cosa bella, le pubbliche fabbriche, come il tempio di Minerva, l'Odeo, i Propilei, onde Pericle ornato avea quella città e di cui si veggono ancora i superbi avanzi, invitavano gli uomini di ogni età, che dallo strepito del mondo ritirar si volessero per menar vita dolce ed agiata e fermar quivi la stanza. Ma per pochi mesi soltanto potè Orazio in mezzo a tante e così erudite delizie dare opera alla filosofia.

Dopo la uccisione, fatta principalmente da Cassio e da Bruto, di Giulio Cesare, il solo uomo atto a governare e riordinare lo stato di Roma[9] impresa che fu eseguita con animo eroico e con fanciullesco giudizio[10], cadde l'autorità tutta nelle mani di Marcantonio, collega del dittatore in quell'anno nel consolato. Era splendido costui per li vizi egualmente che per le virtù; espertissimo nell’arte militare e nelle politiche scaltritezze per niente novizio, uomo grande, quando di amore non era ebbro o di vino, che nulla risparmiava per ire allo intento suo[11] Seppe ingannar da principio Cicerone, far confermare gli atti tutti di Cesare, diminuire la riputazione dei congiurati e del Senato innanzi agli occhi del popolo: e conferito a M. Lepido, già grande amico di Cesare e che nella Gallia narbonese avea sotto di sé non so quante legioni, il Pontificato massimo, che spento Cesare era venuto a vacare, si afforzò di amici, di soldati veterani, e derivò in sé medesimo l'autorità tutta della repubblica. Faceva alto e basso in Roma a posta sua, sotto gli occhi de' pre[p. 454 modifica]tori Bruto e Cassio, capi della congiura, che, fidatisi alla buona causa senza denaro e senza esercito, non vi sapean mettere alcun riparo. A Dolabella, succeduto nel consolato al morto dittatore, fece dare dal popolo la provincia della Siria, che prima era di Cassio, a sé rivocò la Macedonia destinata a Bruto, e cavatene le legioni che quivi erano a' quartieri, andò dipoi ad invadere la Gallia cisalpina, provincia di Decimo Bruto, e che credeva nello stato delle cose di allora, come posta a' confini dell’Italia, essere maravigliosamente il suo caso.

In tale trambusto di cose intesasi in Apollonia da Ottavio, erede e figliuolo adottivo di Giulio Cesare, la morte del padre, tragittò tosto in Italia ad occupare la paterna eredità. Invano ne domandava conto a Marcantonio, il quale, impossessatosi de' tesori e de' ricordi di Giulio Cesare, che subito dopo la morte di lui gli avea dati in mano Calpurnia, non dava ascolto e si faceva beffe di quel ragazzo che senza aiuti o protezione di sorte alcuna ardivasi di venirlo a bravare in mezzo a' suoi soldati sulla sua sedia curale.

Ottavio si accostò a Cicerone, che già scoprivasi a Marcantonio nemico; lo prese dal suo debole, disse volere da esso lui in tutto e per tutto dipendere, mettersi sotto l'ombra della eloquenza e della autorità sua, e intanto mandò a' veterani sparsi in vari luoghi d'Italia, che militato aveano sotto il padre suo, promise loro mari e mondi se aiutar lo volessero nella giusta sua causa di vendicar la morte del padre e la repubblica. Seppe così bene ordinare la tessuta trama, consigliato naturalmente da M. Agrippa, che Cesare gli avea messo a' fianchi sino dalla prima adoloscenza, che, tra per l'autorità di Cicerone che lo iacea forte in senato, e le legioni de' veterani che si andavano raccozzando insieme a suo favore, l'anno seguente marciò insieme co' due consoli Irzio e Pansa contro a Marcantonio, dichiarato nemico dello stato, da cui era tenuto assediato Decimo Bruto in Modena, e vi marciò come della repubblica protettore e della libertà.

A tutti son note le fiere battaglie che non lungi da Castelfranco si diedero, in cui morti rimasero i due consoli Irzio e [p. 455 modifica]Pansa, e la terza, per cui Ottavio obbligò Marcantonio a levar l'assedio di Modena, e verso le alpi rifuggirsi per accostarsi a Lepido che la Gallia narbonese teneva, mentre Munazio Planco ne teneva il rimanente, ed erano da M. Asinio Pollione con due legioni occupate le Spagne.

Ottavio non si mise altrimenti ad inseguire Marcantonio; ma con l'occhio rivolto a Roma, quivi se ne tornò e non avendo potuto ottenere all'amichevole, a cagione dicevano della età, l'ovazione che domandava, gli sforzò dipoi alla testa delle legioni a conferirgli il consolato, che per la morte d'Irzio e di Pansa rimaneva vacante.

Ciò fatto, furono mandate parole di pace da esso lui a Marcantonio e a Lepido. Perché non riunirsi a vendicare la morte del divo Giulio, che dal Cielo la domandava? Ad esso lui erano stati dopo morte inalzati tempi. Marcantonio era suo Flamine. La celebre cometa che (nel 1680 rasentò nel suo perielio il sole e fu cagione si discuoprisse la vera teoria delle comete e che il Whiston vuole avere per lo addietro cagionato il diluvio universale) era comparsa in cielo pochi giorni dopo la morte di Cesare, essere la di lui anima che saliva in Cielo, l'astro Giulio; doversi adunque vendicare contro gli empi la morte di un uomo sacro e divino, che erano stati condannati dal senato e dal popolo, padroni della repubblica.

Ognuno sa del congresso tenuto tra Bologna e Modena, delle proscrizioni che ne seguirono, e come a Lepido toccò la Spagna e la Gallia narbonese, a Marcantonio la Gallia conquistata da Giulio Cesare e la Cisalpina, ad Ottavio l'Affrica e la Sardegna. La Italia non entrava nella divisione, di cui dicevansi tutti e tre i triumviri, i difensori, non i padroni. Fu preso inoltre che Marcantonio ed Ottavio passar dovessero colle legioni in Grecia a combattere Cassio e Bruto, che intanto eransi, in quel paese tutto addetto alle parti pompeiane, fatti amici moltissimi, messi insieme due potentissimi eserciti; ed oltre a ciò erano colle armate padroni del mare.

Bruto, figliuolo e ucciditore di Cesare, stoico di setta, cupo [p. 456 modifica]per natura ed altiero, uomo di gran fama e di dubbia virtù, prima di mettersi in campagna avea voluto tastare il paese e presentire gli animi, avea fatto qualche dimora in Atene, dove arrolò e condusse seco i figliuoli de' principali casati di Roma ch'erano allora a studio in Atene: Orazio tra gli altri, il cui ingegno gli dovette senza dubbio sommamente andare a genio, ed alla età di soli anni ventitré, senza che nella milizia avesse prima fatto noviziato di sorte alcuna, lo prepose al comando di una legione, che a quel tempo era composta di dieci coorti e formava un corpo di cinque mila fanti.

Per ben due anni andò egli sotto Bruto militando qua e là in Asia, il quale non meno che Cassio, taglieggiando terre, imponendo contribuzioni, afforzava sé medesimo il meglio che poteva, sin tanto che riunitosi con Cassio deliberarono di aspettare i Triumviri a Filippi, che già avevano valicato il mare a Durazzo e se ne erano insignoriti, in un forte e bellissimo campo che quivi scelsero, nell'abbondanza e dovizia di ogni cosa inferiori soltanto a' Triumviri nella qualità dell'esercito e nella fama del capitano Marcantonio.

Così si trovò dalla reità de' tempi Orazio suo malgrado involto nel turbine, come dic'egli medesimo, della guerra civile, e sotto Bruto prese quelle armi che male doveano reggere al nerbo di Augusto[12].

Dalla seconda giornata di Filippi, che decise quella guerra, non ne riportò per dir vero grande onore. Alla testa della sua legione gittò via lo scudo, che nell'antica milizia era la più grande ignominia, e nettò il campo. Lo stesso si narra essere succeduto al poeta Alceo, antecessore suo nella lirica, e a Demostene alla famosa giornata di Cheronea; la qual fuga, essendogli [p. 457 modifica]da non so chi buttata in faccia, rispose con un verso che era allora nelle bocche di tutti[13]:

Può combatter ancor colui che fugge.

Orazio credette di non dover cercare a inorpellare un fatto che non ammetteva scusa e coprire per niun modo non era possibile. Prese il solo partito che vi era da prendere; e ciò fu di confessarlo ingenuamente egli medesimo all'occasione, ed allora massimamente che scrivendo ad Augusto, qualifica i poeti una generazione d'uomini poco fatti per la milizia[14].

Terminata con la battaglia di Filippi la guerra civile, si composero a grado de' vincitori nello imperio le cose; ed Orazio, perduto il patrimonio, ebbe ricorso alle Muse, alle quali non era altrimenti ignoto, trovandosi tra le sue composizioni una satira scritta nel tempo che portava le armi[15]. La povertà gli fu sprone a far versi, e per procacciarsi un comodo stato si avvisò di mettersi per le vie del Parnaso[16].

Assai tardi, come a tutti è noto, si diedero i Romani allo studio delle lettere, rivolti tutti al mestiero dell'armi e alla conquista del mondo, che sino da’ primi tempi della fondazione di Roma stava in cima de' loro pensieri. Dopo le due prime [p. 458 modifica]guerre puniche, incominciarono a leggere i poeti greci, i drammatici sovra tutti, a voltargli nella lor favella, ad imitargli[17]. Livio Andronico fu il primo che mettesse innanzi allo ingegno de' Romani dei manicaretti, dirò così, alla greca nel gusto tragico. Seguirono Accio, Cecilio, Pacuvio e Nevio, sino a tanto che Terenzio ringentilito dalla familiarità di Lelio e del maggiore Affricano, fece salire sul teatro di Roma le commedie di Menandro rivestite alla latina. Lucilio, dei medesimi personaggi esso pur familiare[18], uscì colla satira, composizione tutta romana benché sparsa di greco sale[19]. Plauto avea fatto ridere il popolo un po' prima che Terenzio facesse la delizia delle più culte persone, ed Ennio avea cavato dalla romana tromba le prime voci rozze sì, ma alte, sonore, degne in qualche modo degli Scipioni, che l'argomento erano altissimo del suo canto. All'età di Augusto era riserbato veder recata al sommo grado la poesia. Doveva a quel tempo Tibullo sospirare ne’ più leggiadri versi del mondo i teneri suoi amori, mostrare Ovidio quanto possono dar le Muse di facilità, di pieghevolezza, di fecondità d’ingegno; Virgilio [p. 459 modifica]dovea di picciol tratto rimanersi dopo il grande Omero, correre quasi del pari con Teocrito, e di lunghissimo spazio lasciarsi Esiodo dietro alle spalle; e dovea Orazio riunire in sé medesimo le qualità tutte de' poeti lirici, che per più di due secoli aveano beato la Grecia. I più considerabili erano Stesicoro, Archiloco, Saffo, Alceo e Pindaro, di tutti principe. Dei pregi di questo sommo poeta, del divino entusiasmo che lo invase, e singolarmente di quell'eloquente sua piena ne diede all'Italia un qualche saggio Gabbriello Chiabrera, e meglio ancora lo avrebbe fatto Domenico Lazzarini, se alla felicità dello ingegno fosse stata in lui eguale la cura dello studio; e di esso ne ha presentemente una certa non debole immagine la Inghilterra nelle Ode di Iacopo Gray, poeta caldo, fantastico, armonioso, sublime. Benché Orazio paia protestarsi di non voler andar dietro alle profonde tracce di Pindaro come cosa troppo piena di pericolo[20], sì non resta di pindarizzare assai volte[21], e di giungere a un sublime che più là forse non si sarebbe levato lo stesso Cigno dirceo[22]. Col pieno singolarmente di Alceo davasi vanto di aver temperato la delicatezza di Saffo, quasi tagliando, come si fa de' vini, la dolcezza dell’uno coll’asprezza dell’altro: a quel modo che il Lorenzini tra noi seppe unire alla profondità, come egli dice, delle acque dantesche la limpidezza di quelle del Sorga; [p. 460 modifica]e tiene nel Parnaso un luogo tale, che il sedergli vicino non fia così agevole impresa. Non i particolari soggetti, o i modi particolari di Saffo o di Alceo, si diede a seguire Orazio, ma bensì l'andatura ed il portamento di quelli, pieno dell'estro e degli spiriti loro: e in cotal modo non imitatore riuscì come i suoi nemici andavano dicendo, ma poeta originale, nuovo, principe nel genere suo[23]. Infatti e per la gravità delle sentenze onde sono condite le sue ode, per lo bello disordine con cui le ha sapute condurre, per le vive metafore onde le lumeggia, per la studiata sua felicità, e per una certa disinvoltura, e grazia ch'è sua propria, ben egli merita corona e palma tra i lirici poeti del Lazio, dove si può dir solo, perché di troppo agli altri superiore. [p. 461 modifica]

Da due poeti amici suoi, l'uno Vario dato all'epica[24], l'altro Virgilio rivolto a quel tempo a cantar le cose campestri e buccoliche[25], fu condotto a Mecenate. Era costui uscito di una nobilissima famiglia di Toscana, savio, accorto, voluttuoso ed amabile; il braccio dritto di Ottavio nelle cose politiche, come nelle militari lo era Agrippa, uomo di ventura, nelle armi prode, e che senza suo pericolo seppe per parecchi anni essere il secondo nello imperio. Da Mecenate fu accolto con cortesia, ma secondo il suo costume con poche parole; e fu da esso lui posto di lì a non molto tempo degli amici nel ruolo[26]. Egli è ben naturale a pensare che lo mettesse in grazia di Ottavio, contro a cui militato avea, sicché ogni trista memoria si tacesse, e si ponessero le andate cose in oblìo. La verità si è che diveniva di giorno in giorno a Mecenate più caro, e frequentava più che mai la casa di lui, dove concorreva il fiore di Roma, dove non sapeasi che fossero cabale o brighe, dove né uno che avesse più sapere o [p. 462 modifica]più roba poteva far ombra altrui, e ciascuno secondo il merito ci aveva il suo luogo[27].

Oltre alle doti dello ingegno e dell’animo, che dalla volgare schiera sollevavano cotanto Orazio, altre cause ancora si aggiunsero per avventura a renderlo caro a Mecenate. Una delle principali cure di quell'uomo scaltro e dabbene era di ammansar l'animo di Ottavio, il quale, benché da fanciullo fosse stato erudito in ogni maniera di lettere, come colui che da Giulio Cesare era stato adottato per figliuolo, avea avuto però negli orecchi i nomi di Farsaglia., di Utica, di Munda, e la eccessiva potenza del padre negli occhi e per propria inclinazione tirava al crudele. Lasciando stare le proscrizioni, nelle quali mostrò più malo animo che lo stesso Marcantonio, crudeltà satolla chiamò Seneca la clemenza ch'egli mostrò da ultimo; e ognuno sa quel motto del medesimo Mecenate, il quale vedendolo sedere troppo lungo tempo sul tribunale a rendere criminalmente giustizia, e parendogli che in ciò troppo si compiacesse: «Levati su», gli gridò, «una volta, o carnefice!». Niente egli credeva che potesse meglio contribuire a volger l'animo di Ottavio alla mansuetudine e mostrargli le veraci vie dell'onore, della virtù, quanto i buoni insegnamenti rivestiti del dolce linguaggio massime delle Muse: e a tal fine dovette pur credere essere attissimo Orazio, come avea creduto atto Virgilio, che per commissione di lui[28] intraprese quella splendidissima opera della Georgica, piena non meno di bella poesia, che sparsa di tratti di sana morale[29], e per cui allontanar si dovesse sempre più l'animo di Ottavio dallo spargimento del sangue civile. Seguendo dipoi [p. 463 modifica]Virgilio il sistema di simili concetti, vogliono che poco tempo dopo la battaglia di Azzio egli dettasse quel suo poema che si può chiamare egualmente politico che epico. In esso Casa Giulia, di cui capo è Enea, se ne viene in Italia a fondarvi quell'imperio, a cui hanno gli Dei promesso la signoria del mondo e la persona di Ottavio, in cui si verificano e si adempiono gli oracoli tutti. Perché adunque, sembra insinuare Virgilio al popolo romano, voler resistere alla propria tua felicità? Avere abbastanza lo abuso della libertà a' tempi della repubblica mostrato quali stragi e ruine possa tirarsi dietro. Essere ornai tempo di provare sotto il reggimento di Casa Giulia i frutti di una dolce servitù[30].

Non si può credere quali effetti partoriscano in un popolo spiritoso cotali massime rivestite sotto la forma d'immagini. A ciò non era meno atto Orazio, che si fosse Virgilio, come ben se n'accorse l'amico suo Mecenate; ed è da credere che per distornare l'animo di Ottavio egli facesse per ordine suo la ode XIV del libro primo, ch'è la più bella e seguita metafora che mai uscisse di penna d'uomo[31]. Ma certamente per ordine di Mecenate egli scrisse la ode terza del libro terzo, a discifrare la quale ci è voluto tutto l'acume de' più fini nostri moderni critici.

Correva fama che Giulio Cesare avesse già in animo di transferire da Roma la sede dell'imperio in Alessandria o in Troia; e i più credevano in Troia, donde tratto avea l'origine la famiglia [p. 464 modifica]Giulia, e fortemente temeasi non Augusto volesse colorire il disegno del divo suo padre. Il che sarebbesi tirato dietro la rovina di Roma e dell'Italia, come pur troppo avvenne dipoi a' tempi di Costantino. Scrisse dunque Orazio, per distoglierne artifiziosamente Ottavio, quell'ode la quale, letta senza un tale intendimento, non è altro che disordine e oscurità. Dopo aver detto che niente ha forza di turbare l'uom giusto e costante nel suo volere, che per tal via giungono gli eroi a godere degli onori divini, così pure vi giunse Romolo, egli aggiunge; se non che a Giunone, per esser egli nato di una donna di sangue troiano, già non poteva andare a genio ch'egli fosse assunto in Cielo nel consorzio degli Dei. Ma pure vi consente anch’essa in un discorso che tiene a ciò, considerando finalmente che Troia più non era. Scappa ella dipoi in una lunga digressione, il cui senso è: che saranno i Romani signori del mondo purché gli armenti insultino tuttavia al sepolcro di Priamo e di Paride; e che se anche tre volte per opera di Febo istesso risorgessero le mura di Troia, tre volte le farà ella ricadere per mano dei Greci. «Ma quale, o Musa, è l'intendimento tuo?» egli conchiude; «Non è da te lo svelare gli arcani degli Dei»[32]. Così si scorge dove vada a percuotere lo strale della intenzione del Poeta; o piuttosto di colui che quella celebre ode gli dettò. [p. 465 modifica]

In tal modo andavasi sempre più alimentando l'amicizia tra Mecenate e Orazio, e la setta dell'Epicureismo ch'ebbero a comune amendue, punto non la raffreddò. Era quella filosofia alla moda a quei tempi in Roma. Cantata da Lucrezio, i cui versi doveano soltanto temere il confronto di quei di Virgilio, era stata abbracciata dal divo Giulio, epicureo sobrio, da Oppio, da Balbo, da Irzio, da Pansa, da Mazio, da Mamurra, i più de' quali aveva arricchito delle spoglie del mondo da esso lui vinto e che dopo avere operato le più grandi cose si diedero, fatti già vecchi, all’ozio più erudito, e pensavano a promover l'arte del piantare i giardini, dello abbellir le ville, a render la vita in ogni sua parte elegante, voluttuosa, splendida, simile in certo modo a quella degli Dei[33]. Di una tal vita ne avea dato il primo esempio, benché da pochi imitabile, Lucio Lucullo, vincitore di Mitridate e di Tigrane, a cui tentò invano lo invidioso Pompeo di togliere l’asiatico alloro. Dopo che sotto il consolato di Cicerone egli ebbe menato il trionfo dell'Oriente, lasciò il foro del tutto e i forensi negozi, si ritirò in campagna e vi fabbricò quelle magnifiche ville, di cui si veggono ancora con istupore le reliquie. La magnificenza che quivi in ogni genere profuse è trapassata in proverbio; ed a nessuno può essere ignota la celebre sala di Apolline. Le più belle statue si vedeano quivi raccolte e i bei quadri insieme colle più scelte e copiose biblioteche, le quali erano aperte allo studio e alla curiosità di ognuno. Non ebbero mai né più elegante, né più magnifico ospizio le Muse. Trapassò Lucullo in mezzo a tali delizie il rimanente della vita conversando con uomini dotti, scrivendo i Commentari delle sue guerre, e coltivando il ciliegio che dalle regioni del Ponto egli avea recato in Italia. Di questa medesima scuola era lo epicureo Mecenate, i cui modi leziosi tutti e cascanti di vezzi, e che era pure il debole di quel grand'uomo, vennero più d'una [p. 466 modifica]volta da Ottavio messi in motteggio. E che Orazio pur seguisse nella filosofia le medesime insegne, ne fanno abbastanza fede i suoi medesimi scritti. Benché si trovino parecchi altri luoghi che lo farieno per avventura credere Accademico[34] o d'altra setta[35] la più parte sono quelli che ce lo mostrano pretto Epicureo[36]. Ma quello che fa molto più forza si è la conformità dei precetti di Epicuro colle massime di Orazio. L'uno predicò co' precetti, l'altro mostrò coll’esempio che de’ pubblici affari non dee inframettersi il sapiente[37]. Così l'uno come l'altro tengono ch'egli [p. 467 modifica]ha da aborrire le laidezze dei Cinici[38] e fare in ogni modo di fuggire povertà[39] ch'egli ha da lasciare, con qualche opera d'ingegno, memoria dopo sé[40], non dovere per altro andare qua e là facendo la mostra delle cose sue[41], dovere essere della campagna amatore[42]

Ancora sostiene, così il poeta come il filosofo, che non sono altrimenti eguali le peccata come sentenza era degli Stoici[44], e che della sepoltura non debba darsi pensiero il sapiente[45]. [p. 468 modifica]

Nella epistola a Mecenate, che è un transunto della più squisita morale di Epicuro, ripiglia il filosofo non dover l'uomo quando è giovane trascurar la filosofia, né stancarsi di filosofare fatto già vecchio; perché niuno dee credere esser mai troppo di buon'ora o troppo tardi il cercar la salute dell'animo. E non dice egli il poeta per appunto il medesimo all'amico suo Mecenate, che lo stimolava a dovere in età avanzata far versi ec.[46]? Della morte non è da domandare che così l'uno come l'altro vada dicendo non doversi avere timore alcuno, che era uno de' maggiori fondamenti di quella setta che col corpo faceva spento ogni cosa[47]. Nel cogliere dipoi i piaceri della vita, tanto Orazio quanto Epicuro ci mettevano di grandi considerazioni e non erano gran fatto corrivi. Persuasi amendue che l'uomo non è altrimenti, come l'amante platonico,

sciolto da tutte qualitadi umane,

ma che gli affetti sono i venti che nel mar della vita guidano la nostra navicella, erano persuasi altresì che sta alla ragione o al regolato amore di noi medesimi il timoneggiarla, e il fai sì che ella non dia in iscoglio[48]. Da un piacere, e sia pur vivo, [p. 469 modifica]ragion vuole che tu te ne astenga, se troppo caro hai da scontarlo[49]. Dee l'uomo savio, come il ministro di stato, conteggiare con un abbaco differente da quello della volgar gente. Secondo un tal computo consiste la virtù nel retto uso che uno fa delle proprie passioni in riguardo al proprio bene. Così l'uomo è buon cittadino e buon suddito in qualsivoglia maniera di governo, non contradice in sostanza a niuna filosofica famiglia, e così si ha da intendere che il proprio interesse è fonte della giustizia e della equità[50]. Se non vivi guidato dalla prudenza, dalla onestà e dalla giustizia, invano fai ragione di giocondamente vivere: è domma tanto di Epicuro quanto di Orazio[51] E finalmente così dall'uno come dall'altro il sommo de' beni veniva riposto nella assenza del dolore quanto al corpo, e quanto all'animo in una perfetta tranquillità[52].

Troppo per avventura potrà parere ad alcuni essermi io disteso a provar cosa che i più crederanno non avere di tanti discorsi mestiero. Lo che io ho creduto dover fare per aver sentito uomini di molto ingegno e di non minore dottrina forniti e del nostro poeta studiosi, sostenere ch'esso non seguì altrimenti la bandiera di Epicuro insieme con Mecenate e co' primi della sua età, ma nelle selve dell'Accademia seguì Carneade dietro alle tracce di Marco Tullio. Bene è vero che nel tenore [p. 470 modifica]della sua vita e' non istette più che tanto attaccato ai dommi che professava, e a' precetti con che abbellì gli suoi scritti. Il suo epicureismo era cortigianesco, voglio dire rilassato e tirato a una pratica molto più facile di quella del maestro; il quale era solito cibarsi di cavoli dell'orticello suo, e credeva avere lautamente pranzato, se a quelli avea aggiunto un po’ di cacio citridio[53]; di poco spazio lontano in ogni cosa dall'astinenza e dalla vita sobria del celebre Messer Luigi Cornaro; ond'è che ai tempi antichi ebbe tra uomini di dottrina più austeri degli ammiratori grandissimi, ed anche tra' Cristiani de' difensori.

Del servigio di Venere fu scandalosamente il nostro poeta devoto, ch'è contro agl'insegnamenti del maestro[54]; vantavasi di avere acquistato in quella milizia non picciola gloria[55], e per servirmi di una espressione di Montagna fu ambidestro nelle faccende di amore[56]. Non sempre di quei piaceri era contento che [p. 471 modifica]avea in pronto, e che gli era più facile a cogliere, ma commettevasi bene spesso a non leggieri pericoli per quelli cercare che insinuava agli altri doversi in ogni modo fuggire[57]. Né quelle raffinatezze che si credono invenzione di questi ultimi tempi, di moltiplicare per via degli specchi la immagine de' piaceri, e così accrescerne quasi la realità, quelle raffinatezze non gli erano punto ignote, come si ha dalla vita di lui, che viene comunemente attribuita a Svetonio[58]. Dalle lodi che dà Omero al vino, ne inferisce Orazio che non fosse altrimenti bevitor d'acqua quel poeta sovrano[59]; e già egli non vorrà disdirne di torcere il suo medesimo argomento contro di lui, il quale di tanti encomi a quel soave liquore è in tante occasioni prodigo e largo[60]. Quantunque si faccia beffe dei precetti che nell'arte della cucina [p. 472 modifica]spacciavano gli stemperati Epicurei[61] e faccia, a quel che dice, professione di nutrirsi di cicorea e di malva[62], con ispasimata voglia correva però alle delicate cene di Mecenate[63], ed era uno [p. 473 modifica]esempio anch'egli come alle indigestioni sono singolarmente soggette le più gentili persone[64]. Tanto in onta della filosofia potevano in lui le naturali inclinazioni, o vogliam dire il genio, che sino dalla nascita accompagna poi sempre l'uomo che ha in guardia[65].

Tali e somiglianti difetti molto bene in sé medesimo gli conoscea. Più di una volta si fa il processo addosso, che meglio non l'avria potuto fare il suo più giurato nemico. «Te ammalia la moglie altrui; in Roma non altro hai in bocca che la villa, e quando sei in villa metti in cielo la città, incostante che tu sei; non puoi stare nemmeno un'ora in tua compagnia, non sai impiegare il tempo, adombri di te medesimo e ti fuggi, cercando ora col sonno, ora col vino di smaltire il malo umore che dentro ti rode tuttavia», si fa egli tra le altre cose rimproverare dal suo Davo[66]. Di molto studio faceva sopra se stesso con animo [p. 474 modifica]di ammendarsi, non disperava di riuscirne a buon fine con l'andare degli anni, con la sincerità di un qualche amico, colle proprie riflessioni. Né già mancava, quando era a letto o al passeggio, di dire tra sé: «Più savio partito fia questo; così non avrò poi da pentirmi, così agli amici sarò più caro. Tal cosa fece colui, e grande onore non ne riportò. Vorrei io adunque incontrare la stessa taccia di lui?»[67]. E tale è il candore e la ingenuità ch'e' mostra, che se gli perdonano agevolmente i suoi difetti, e altri arriva persino a perdonargli, come si fa a Montagna, il parlare di sé medesimo.

Ma quanto non si fa egli dipoi amare per le bellissime qualità c'’erano in lui! Delle leggi dell'amicizia, ch'era uno de’ principali punti della morale epicurea, era osservatore religiosissimo. Niuna cosa metteva egli a fronte di un piacevole amico, e tra le più laide cose metteva il buccinare nel pubblico, che dai più è reputato gentilezza, ciò che nel calor del vino o standosi a crocchio esce dal cuore del compagno. «Tu ti compiaci di mordere altrui», si fa egli dire, «e in ciò poni tuo studio». «Donde cavi tu ciò?», egli risponde animosamente, assicurato dalla propria coscienza, dalla buona compagnia, che l'uomo francheggia

[p. 475 modifica]«E quale di coloro, con cui sono vissuto, mi potria di ciò rinfacciare? Colui che trincia i panni addosso all'amico lontano, che noi difende quando ne è detto male, che si picca di bello ingegno, e vuole all'altrui spese far ridere le brigate, che può quello inventare che non ha mai veduto, né sa tacer quello che gli è confidato; costoro hanno da chiamarsi uomini tristi, e da costoro hanno da guardarsi le persone»[68]. «Spesso mi desti lode di modesto», dic'egli al suo Mecenate; «padre e signore ti dissi in faccia, né differente era il linguaggio che teneva di te, quando da te non poteva essere udito»[69].

Degli uomini grandi dell'età sua, de' rivali che avea negli occhi, ammiratore era solenne, come se morti fossero da lungo tempo. Al culto e grazioso Tibullo non è scarso di lodi[70]. Di Valgio, che andò così vicino ad Omero, e' si mostra amicissimo[71]. [p. 476 modifica]Esalta Virgilio e Vario per il candor dell'animo non meno che per la eccellenza del poetico ingegno[72]. E di Vario cita quel bello squarcio del panegirico ch'egli avea composto di Augusto: «Giove, che veglia sopra te e sopra Roma, ci lasci ognora incerti se a te sia più a cuore la salvezza del popolo ovveramente al popolo la tua»[73]; ch'è la più delicata maniera di lodare uno autore. Quei poeti dipoi che più lontani dal suo modo di fare più gradivano al popolo in sulle scene, gli paragona ad altrettanti negromanti, che trasportare potevano l'uditore a Tebe, ad Atene, come più loro piaceva volgere il cuore umano a posta loro[74]. Dei grandi ingegni propria è l'emulazione, a' quali è sprone la gloria altrui; ma in esso loro non può mai allignare l'invidia, misero supplemento del valore di cui sentesi esser vuoto l'invidioso[75]. «Di te male dicon costoro», dice poeticamente un Inglese, «come i Negri bestemmiano il sole, da cui sono anneriti»[76]. [p. 477 modifica]

Che se Orazio si burla della volgare schiera dei poeti d'allora, i quali a forza di lodarsi scambievolmente si credono alla fine degni di lode, i quali si gittano in capo l'un l'altro, e si barattano i titoli di Alceo, di Callimaco e di Mimnermo, e ancorché tu taccia, trionfano in se stessi e si pavoneggiano di quanto hanno scritto[77]; s'egli non frequenta le assemblee dei grammatici e le Accademie per aver l'aura della plebe letteraria, non è per questo ch'egli non ascolti, legga e difenda que' nobili scrittori i quali in compagnia di lui resero veramente d'oro l'età di Augusto. Ed egli è opinione assai fondata tra' critici, che nella satira III del Lib. I egli prenda la difesa di Virgilio contro a quei zerbini di Roma che trascorreano a motteggiare quel divino ingegno pari al romano imperio, perché era piuttosto stizzoso, perché uomo poco fatto per le loro brigate co' mali tosati capelli, con la veste mal messa in dosso, e con gli piedi che gli ballavano nelle scarpe[78].

E quello che dovrà riuscire di maraviglia ad ognuno è che essendo egli di professione poeta, a tante belle qualità dell'animo [p. 478 modifica]sapeva ancora riunire una prudenza più che ordinaria. Quantunque delle superstizioni, delle pregiudicate opinioni che al tempo suo correvano tra il popolo ne avesse quel concetto che meritavano, come apparisce da quanto egli scrive familiarmente agli amici[79], nelle ode che erano, dirò così, composizioni pubbliche, egli si mostra della religione osservantissimo e penetratissimo[80]. Troppo bene egli sapeva il debito di buon cittadino, che non dee mirare giammai ad iscalzare le basi più fondamentali dello stato; troppo bene egli sapeva conteggiare su quel suo abbaco filosofico di cui parlammo da principio, per volere a un motto, a un frizzo detto fuor di proposito, molto meno a un trattato, a un libro composto contro alla religione dominante, sacrificar le sue fortune, patire in questa vita infamia, esiglio, prigionia, servendo a una setta che non ha di che ricompensarti dopo morte.

Con sì ricco capitale di belli costumi e di onesti modi, onde veniva a rilucere sempre più il suo spirito, qual maraviglia s'ei tanto piacque ai grandi di Roma e da loro fosse avuto sì caro? I principali che leggiamo ancora nominati ne' suoi scritti da lui medesimo sono Pollione, celebrato anche da Virgilio[81] seguace di Giulio Cesare e poi di Marcantonio, nobilitato dall'alloro dalmatico egualmente che da quello delle Muse[82]; Antonio Iulo, figliuolo del Triumviro, dilettante di poesia, che fu cagione che componesse Orazio la bella ode sopra Pindaro[83]; Lollio, uomo nell’armi reputatissimo, che, perduta in Germania [p. 479 modifica]l'aquila della quinta legione, seppe assai meglio riparare un tale affronto, che non seppe dipoi Varo il ricevuto da Arminio (Dacier, nota 32, Od. 9, Lib. III); il tanto celebre Messala Corvino ch'esercitò la musa di Tibullo, di cui né per sapienza, né per rettitudine, né per eloquenza aveano l'uguale quei tempi tanto di grandi uomini fecondi (Dacier, nota 7, Od. 21 del Lib. III; Sat. 10, Lib. I); i Pisoni, schiatta di Numa Pompilio re, a' quali indirizzò l'Arte poetica; Munazio Fianco, di cui hannosi tante elegantissime lettere a Cicerone, e che a nome dello imperio conferì ad Ottaviano il titolo di Augusto (Dacier alla Oda VII del Lib. I); Agrippa, che ornò la città di fontane, di sontuosi edilizi che ne fanno tuttavia il principale ornamento, che meritò, dopo vinto Sesto Pompeo, la corona rostrale, e colla vittoria d'Azio fece dono ad Ottavio dell'Oriente e lo rese padrone del mondo. Con sì fatti uomini egli menava la vita, a' quali tanto più dovea riuscir caro, quanto che di piacevolissima era e temperata natura, e sapea tenersi lontano così dalla bassa adulazione che forma un continuo eco alle parole altrui, come da certa altiera rusticità che dalle più lievi cagioni fa nascere ne' circoli le guerre più crudeli[84]; non agitato mai d'affetti oltre il dovere gagliardi[85], pregando soltanto gli Dei che quegli studi che in gioventù lo beavano, da lui in vecchiaia non si scompa[p. 480 modifica]gnassero[86]. Sapeva mirabilmente entrare nelle inclinazioni delle persone con cui vivea[87], e non tanto cercava a far brillare il suo spirito, quanto a mettere in gioco quello degli altri. Già non era de' suoi versi recitatore importuno, solito vezzo de' poeti, per cui anche i buoni vengono bene spesso a noia: aspettava che ad altri venisse la fantasia di udirgli e ne lo richiedesse[88]

Quantunque, chi mai avrebbe potuto recitargli a tutta sicurtà più di lui? Oltre alle ode, nelle quali ha trattato argomenti di varietà grandissima e con istile a tutti adattatissimo, a un altro genere di poesia si era egli dato ancora, le satire e le epistole, o vogliam dire i sermoni, ne' quali non so se non abbia anche superato quanto fu da lui cantato nella lirica. Si propose in questi di perfezionare quanto Lucilio vi avea come abbozzato, e ne riuscì, come riuscì a Virgilio il dare l'ultima mano a quanto aveva Ennio incominciato.

Sembra ad alcuni che lo ingegno dell'uomo ad un solo genere si abbia a ristringere, questo unicamente coltivare e non uscirne giammai, se egli aspira di toccare le più alte e forti cime di Pindo: e ciò fortificano con la ragione che i cervelli degli uomini sono come i terreni, quale atto a una produzione di cose, [p. 481 modifica]quale ad un'altra, niuno a più; talché male faresti a seminar grano colà dov'è da porre la vigna. Viene loro in aiuto l'esempio nobilissimo dei Greci, in ogni maniera di arti e di discipline eccellenti e in ogni cosa di noi maestri. A un solo genere di studi assai manifestamente si scorge che essi diedero opera: Omero non uscì dall'epica, Sofocle coltivò la Musa tragica, la comica Aristofane; Demostene si contentò de' primi onori nell'arte oratoria; e che altro trovi ne' voluminosi libri di Platone, che dialoghi di filosofia? Tutto ciò è vero; ma è vero ancora che dei Greci più animosi furono i Romani; e tal loro maggiore animo non si può certamente chiamare da niuno temerità; sia che il genio bellicoso, che per antichissimi istituti allignava nella nazione, desse lor maggiori spiriti, sia che il clima più freddo gli mettesse in agitazione maggiore, la verità si è che a più cose varie tra loro molti di essi rivolsero lo ingegno, e in tutto egualmente riuscirono. Lasciando da banda l'ingegno di Virgilio, che teneva, si può dire, tre regni, non si era egli veduto poco tempo innanzi Cicerone, orator sommo, ottimo filosofo, eccellente scrittore di dialoghi? Il divo Giulio, degli scrittori re, storico eccellentissimo in mezzo a quelle faccende di che era cagione la conquista del mondo, poeta, grammatico il più sottile, astronomo tale, che da Tolomeo si trova con grande onore citato nella grand'opera dell'Almagesto? E se vorremo discendere a tempi a' nostri più vicini, la più parte de' nostri Cinquecentisti non erano eglino egualmente oratori che poeti, e ciò in più d’una favella? Miltono non fu egli uno de' primi uomini di stato d'Inghilterra, e non ne è ad un tempo istesso l'Omero? Se nella comica più valesse Racine o nel tragico, non è per ancora decisa la lite; e chi potrebbe dire se più corretta, dignitosa e nobile sia la prosa in cui è scritta la storia di Carlo XII, o più belli e armoniosi i versi della Enriade?

Dopo che Orazio ebbe sfiorito la lirica poesia de' Greci, e recatala nel Lazio al sommo grado di perfezione, prese a migliorare, siccome si disse, la maniera di Lucilio, che solo sino allora sedeva principe nella satira, e inventò, si può dire, nella poesia il genere epistolare. [p. 482 modifica]

Dacier, che sopra questo poeta ha posto tanto studio, che lo ha chiosato, interpretato, rischiarato, vuole che le Satire e le Epistole facciano corpo insieme; e le une sieno totalmente dependenti dalle altre. Intendimento del poeta, secondo lui, è il darci con esse un corpo intero di morale, colla quale possa condursi e governarsi nella vita. Ma perché, ad operare secondo la verità e a mettere in pratica la virtù, conviene prima di ogni cosa sbarbare dallo animo nostro le pregiudicate opinioni ed i vizi, vuole che i due primi libri intitolati propriamente Satire siano come preparatori e purificazioni, come egli gli chiama, ed insegnamenti le Epistole. E ciò seguendo l'uso dei bravi medici, che non pensano a nutrire l'ammalato di buoni cibi, se prima non hanno smaltito dal corpo suo i mali umori, e giusta il metodo di Socrate, che niuna dottrina insegnava a' suoi discepoli se non gli avea prima preparati a riceverle, quasi l'Ippocrate dell'anima[89]. Tale pensiero non mancherà senza dubbio di piacere a molti, ridendo sempre alla nostra fantasia tutto ciò che in qualunque modo è insieme collegato, e tiene del sistematico. Ma non so se vi si acquieteranno così agevolmente coloro che più intimamente conoscono Orazio. Benché la sua passion dominante fosse quella di far versi e di scrivere, ciò però voleva egli fare quando gliene veniva il capriccio non a voglia di altrui, né di alcun disegno ch'egli avesse da lungo tempo meditato nel suo studio, come autore di professione. Dalla qual cosa ne è ancora, mi pare, una bastante riprova il vedere come tanto le Satire quanto le Epistole sono scritte secondo la occasione o volendo raccontare un qualche strano caso che gli fosse avvenuto o altra storiella[90], o volendosi difendere contro agli oppositori e malevoli suoi[91], o scusarsi appresso gli amici[92], o per raccoman[p. 483 modifica]dare un compagno[93] o per saper nuove di un amico lontano[94], o per invito che glie ne venisse fatto[95] o per simili altre cause che gli accadevano alla giornata. Senza che il secondo libro delle Epistole non è per niente morale, ma è tutto critico, come il sono la satira IV e la X del libro primo delle Satire; e non sono per niente morali né la satira V, né la VII, né la VIII, né la IX del medesimo libro, né la IV, né la VIII del secondo. Talmente che il pensiero di Dacier ha da riporsi tra mille altri simili de' commentatori, i quali pare, a forza di considerare lungo tempo la medesima cosa ed averla lunghissimo tempo dinanzi agli occhi, giungano a vederla il più delle volte contrafatta.

Egli è però vero che se Orazio non ha inteso di comporre un trattato di morale compito, gli è venuto fatto di comporlo, non ci essendo condizione né privata né pubblica, non termine nella vita dell'uomo che non trovi regole da ben condursi ne' sermoni d'Orazio.

Quello stile adunque di Lucilio prese ad ornare ed abbellire. Quivi si trovano di quei versi filati sottilmente, simili a quei nostri italiani:

Qual Ninfa in fonti.

Chiome d'oro.

In nobil sangue
. . . . . . . . . . . .

E in aspetto pensoso anima lieta.

Il celebre Abate Lazzarini, che sentiva tanto finamente della poesia, avrebbe chiamato del medesimo gusto il seguente d'Orazio:

Prima diete mihi summa dicende camoena,

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Altri versi su questo stile hanno da essere così piani, che ci paia quasi direi della trascuratezza, e appena apparisca il metro: di tutte le varietà, di tutte le grazie hanno da essere conditi, di tutta la dilicatezza, e se il precetto con quella solita sua naturale durezza potesse offendere, l'antidoto ha da essere il modo di dirlo, per niente imperioso e duro.

Tra i sermoni alcuni ve ne sono in dialogo. Il primo, per esempio, del Libro II tra esso lui e Trebazio, giureconsulto così terso e leggiadro, frizzante, piacevole, che a tanto non giunse giammai Alessandro Pope, che imitar seppe tra gli altri quel sermone. Pare che nelle composizioni fatte da lui, in alcune singolarmente ch'egli intitolò Dialoghi, cammini più leggiero, non così pesante come prima e come Boileau nella satira tanto famosa contro alle donne, dove si vede veramente il bue che affanna e si travaglia nel far diritto il suo solco.

Nelle Satire medesime non è invasato dalla bile di Giovenale, che mena lo staffile a due mani, e dove arriva leva le bolle o fa sangue; non affetta la severità di Persio, che con viso arcigno ti predica sempre mai la virtù; è un amabile filosofo, un Socrate elegante, che dà una qualche sferzata quasi non volendo e di fuggita[96]; insegna scherzando, e co' più dolci rimedi riduce altri [p. 485 modifica]a sanità[97]; maniera inimitabile di satireggiare, a compor la quale ci vuol dottrina e ingegno, e un grandissimo uso sopra ogni cosa, del modo più nobile e gentile.

Per condurre a perfezione simile impresa ci voleva ozio e somma libertà. Di questa aveva anche più mestieri a quel tempo il poeta, che, venuto più innanzi cogli anni, era obbligato di cercare nel tepore del cielo di Taranto la sua salute, durante l'inverno. Si mise adunque in libertà maggiore co' suoi amici, che per l'addietro; voglio dire con Mecenate, che di tal dolce nome lo chiamava. Anzi avendogli a quel tempo Augusto offerto di farlo suo secretano e commensale, ebbe animo di disdirgli. Dove non so se più debba ammirarsi la filosofia del poeta, o la ragionevolezza di quegli uomini principi.

Sarebbonsi, naturalmente parlando, smarrite quelle epistole che, come secretano, a nome scritto avesse di Augusto. Già non si smarrì quella che scrisse ad Augusto medesimo. Per essa di molte e molto curiose cose abbiamo contezza, e del modo segnatamente che pensava Orazio, come scrittore e come uomo di lettere.

Benché Roma a' tempi di Augusto con le spoglie di tutte le nazioni, e singolarmente dei Greci, ne avesse già ricevuto anche le arti, la erudizione e la filosofia, non è però che di molto distorti giudizi non si sentissero assai volte tra il popolo. E popolo s’hanno anche a chiamare, come dice quel Filosofo, [p. 486 modifica]molti togati. Troppo lungo tempo ci vuole a formare anche mediocramente in materia di gusto una nazione. Teneva a quel tempo in Italia quella medesima pregiudicata opinione, la qual tiene a' giorni nostri in riguardo all'antichità. Sentenziavasi che salire non si potesse più là di quegli ingegni da’ quali era stato occupato un luogo, quando da prima i Romani si volsero allo studio delle lettere. Privilegiati si riputavano quegli autori e immuni di qualunque errore; quasi che la patina dell'antichità, come fa delle medaglie, così ancora impreziosisse gli scritti. Le dodici Tavole, i vecchi trattati di pace, i libri de' Pontefici, dettati si credevano dalle Muse istesse[98]; e si teneva maggiormente in ammirazione ciò che meno intendevasi[99]. Aveano in somma gl'italiani anche a quei tempi il loro Trecento; e i più giudicavano dei libri come si fa dei vini, non tanto dalla loro qualità, quanto dall'annodomini[100]. Orazio non era uomo da andarsene con la corrente. Esaminando gli autori non secondo la voce [p. 487 modifica]del popolo, che ora dà nel segno ed ora no, ma secondo la norma invariabile del vero, trovava che negli antichi poeti del Lazio molte cose ci avea troppo antiquate, molte duramente espresse, trascurate delle altre[101], che ridicola cosa era il non volere approvar quello che avea soltanto la taccia di essere moderno[102]; e che in fine troppo invidiosa è quella lode

che solo in odio a' vivi i morti esalta[103]

Più di una lancia gli era convenuto rompere co' baccalari di Roma, per aver ardito riprendere di quegli scritti ch'erano da lungo tempo in possesso del titolo di divini. Né valevan ragioni ch'ei potesse addurre, o sia perché troppo tenero è ciascuno del giudizio suo, dove ha fermato l'animo un tratto, o piuttosto perché par duro sentirsi far la lezione da’ giovani, e dovere co' capei bianchi in testa quello scordarsi che s'è imparato a mente da fanciulli[104]. A Lucilio particolarmente avea riveduto il pelo, autore del buon secolo, che nella satira tenea il campo e fra l'universale avea il grido. Era faceto bensì e motteggevole quello scrittore, ma duro nello stile e limaccioso, pieno di negligenze [p. 488 modifica]e di lungaggini, e nulla avea mai saputo negare alla facile sua vena, come da' frammenti si può anche raccogliere che ne sono rimasti di lui. Ora non è contento Orazio che Lucilio il faccia talvolta ridere, che in tal modo sarebbe anche da tenersi autor classico, come dire, Arlecchino; non è punto preso a quella sua tanta facilità, per cui così su due piedi potea dettare ben dugento versi in un'ora, ché il tempo non fa caso; ma vorrebbe da quel poeta brevità nel dire, sceltezza, varietà di stile, niente di pedantesco, disinvoltura e frizzo; qualità ch'entrano tutte nella composizione degli stessi suoi scritti[105]. In tanta varietà però di maniere ha da esser sempre lo stesso, quale appunto è Orazio, nelle cui composizioni muovesi ed olezza quel suo proprio stile impregnato di dottrina, pieno di grazia e di felici ardiri, saporito, disinvolto e vario, imitato da niuno e da niuno imitabile[106]. [p. 489 modifica]

Che se a Lucilio fosse toccato di nascere nella culta età di Augusto, in cui s'era convertita in oro romano la scienza dei Greci, tutto quello avrebbe reciso, egli aggiunge, che oltrepassava il confine del bello: avrebbe vie più limate le cose sue, e spesso nel far versi sarebbesi stropicciato il capo e roso le unghie sino al vivo[107]. La qual sua critica, per quanto fosse fondata sul vero e spirata dalla ragione medesima, fu tenuta per un sacrilegio letterario, quasi violato egli avesse le sacre ceneri dei morti. Grandissimo fu il romore che gli levò incontro la plebe dei poeti. Ma egli si rideva dei clamori e del gracchiare dei Pantilî e dei Fannî, contento dell'approvazione dei Quintili e di Tucca, con quei pochi che ad essi somigliavano[108]. Di questo numero erano anche i Pisoni, a' quali indirizza quella famosa epistola che contiene parecchi pensamenti sopra l'arte poetica, e fu chiamata con ragione il codice del buon gusto. Esce anche quivi a palesar liberamente il giudizio suo; e tra le altre viene a tassare di troppo buona gente gli antichi, che gustato aveano come sale attico le piacevolezze di Plauto[109]. Con che viene [p. 490 modifica]quasi di balzo a censurar Cicerone, che sentito aveva come l’antichità[110]. Chi vorria farsi giudice tra un Cicerone e un Orazio? Sembra però che meglio intender dovesse ciò ch’era la vera urbanità il cortigiano di Mecenate e di Augusto, che non l'oratore della Repubblica, il quale il più delle volte parlava al popolo, e ad ogni costo pur voleva far ridere. Cicerone infatti si sa non essere stato in tal materia de' più scrupolosi per quanto prenda a difenderlo Quintiliano[111]; e ad Orazio, se da' suoi scritti si può prender norma del suo gusto, non potevano piacere quei giochetti di parole di che Plauto condisce e spruzza il suo stile; né quegli strani grotteschi ch'egli dà per ritratti, quella invenzione, per esempio, della borsa che per non perdere il fiato si cuce alla bocca il suo avaro, quando se ne va a dormire[112]; caricatura ben differente da quelle di Moliere, che non perde mai d'occhio la natura, e di cui Orazio avrebbe fatto il medesimo giudizio che ne fece dinanzi a Luigi XIV il suo imitatore Despréaux, quando domandato dal re a chi tra' bell'ingegni che illuminato aveano il suo regno si dovesse la palma, egli rispose francamente: Moliere. Nè già Orazio, dalla Filosofia guidato, di ogni arte maestra, trovava soltanto che notare ne' poeti della sua nazione. Negl'istessi Greci proposti da lui come esemplari dell'ottimo[113], nell'istesso Omero da lui tenuto come il [p. 491 modifica]Signore dell'altissimo canto[114], pur vedeva che riprendere[115] Forse a lui non garbeggiava quell'annunziare ch'egli fa d'avanzo, in più d'un luogo, lo scioglimento della favola; quelle lunghe parlate che nel furor della mischia mette in bocca a' suoi guerrieri, nel che fu molto più sobrio Virgilio; quel troppo servire ch'ei fa al fine secondario del suo poema, divenendo come il [p. 492 modifica]geografo e il genealogista della Grecia; scoglio cessato dall'istesso Virgilio, il quale molto più giudiziosamente intesse coi fatti di Enea le cose romane. Ma per indovinare i pensamenti di Orazio, essere converrebbe un altro Orazio.

Dopo aver combattuto nella epistola ad Augusto la superstizione della maggior parte dei letterati del tempo suo verso l'antichità, passa egli a ridersi di quella foia che avevano anche allora gl'italiani di scrivere e di far versi. Non pareva a niuno esser gentile, se un qualche saggio non avea dato di sé nella lizza poetica. A ogni occasione comparivano in campo, chi con ode, chi con elegia, chi con canzonetta[116]: e il peggio era che trattavan quelle armi senza aver prima imparato a maneggiarle e a conoscerle. «Perché non farei versi anch'io?», andavan ripetendo; «Non sono io forse galantuomo quant'altri, ricco di beni di fortuna e cavaliere?»[117]. E ben pareva che anche a quel tempo gli uomini di qualità, come dice il Comico, senza aver niente imparato, sapessero ogni cosa[118] Digiuni affatto di [p. 493 modifica]dottrina accostavansi tutto giorno alle acque ippocrenie, non avvertendo con quali studi convenisse prima prepararvisi, e quanta dottrina rilucesse nel padre primo della Poesia e ne' Greci che lo seguirono, quanta in Virgilio, quanta ne rilucesse in Orazio medesimo. E lo stesso è degli oratori. Colui che poteva a suo talento svolger la Grecia e fu detto aver il fulmine sulla lingua, avea altresì a' fianchi quell'Anassagora che fu per antonomasia chiamato la mente. E Cicerone confessa ciò che avea di eloquenza, averlo non dalle officine dei retori, ma da' passeggi accademici[119]. L'arte oratoria o poetica può ben mostrarti la via di ordinar rettamente ciò che hai da dire; ma ciò che hai da dire sull'uffizio del capitano, del cittadino, sulla cultura delle terre, su' movimenti de' pianeti, te lo può soltanto insegnar la dottrina e lo studio. Il principio e il fonte del bene scrivere è il buon giudizio, dice Orazio: i libri socratici te ne potranno fornir la materia. E colui che l'avrà scelta secondo le forze sue, che l'avrà bene studiata e digerita in mente, non mancherà né di facondia, né di ordine; e le parole correran dietro spontanee alle cose[120]. Raccontasi dello spiritoso Steele, il quale ebbe tanta parte ne' quattro celebri libri periodici che uscirono al [p. 494 modifica]tempo suo in Londra, l'Inglese, il Tutore, lo Spettatore e il Ciarliere, che il giorno stesso che entrò da prima nel Parlamento, entrò anche in frega di brillare per la eloquenza. Trattavasi quel dì una materia di cui egli non bene era informato. Sopra di che disse argutamente Milady Montaigu che per poco che si fosse col suo Tutore consigliato, l'Inglese avria imparato che pur dovea lo Spettatore aver la mano dal Ciarliere. Ch'è conforme a quanto asseriva quell'antico Filosofo: che l'uomo il più eloquente intorno alla cetera era il citarista. Di buona vettovaglia di erudizione e di scienza fa similmente mestieri che sia fornito il Poeta, ond'egli possa secondo il bisogno mettere innanzi quello che si conviene e di nobili cibi pascer la mente del leggitore. A ciò particolarmente intesero dietro alle tracce degli antichi, Dante, Pope, Hallero, Metastasio, Miltono; e colui che siede a' nostri giorni il primo tra' poeti, è altresì tra tutti i moderni poeti il più dotto.

A guisa di ape, dice Orazio, che con grandissima fatica va sbrucando lungo il bosco e le rive de' fiumi gli odorosi fiori, io compongo i miei versi[121]. Dove non d'altro intende che dello studio da lui posto nella Filosofia, che è il vero mele della Poetica. E tale è la forza della dottrina, egli dice, che una poesia piena di vero costume e di naturale sentimento, benché senza grazia di stile, sarà letta con assai maggior diletto, che i più bei versi del mondo, poveri di cose, e tutte le armoniose bagattelle che si vanno udendo alla giornata[122] [p. 495 modifica]

Passa egli dipoi nella medesima epistola all'imperadore a rilevare il cattivo gusto del secolo; onde avveniva che pochi fossero quei poeti che avventurar si volessero ed esporre al teatro. Tanto era lo strepito con che vi assistevano i Romani, ch'egli lo paragona al mugghiare istesso del mare. Non alla condotta del poema, non alle parole badava anche la miglior parte della udienza; ma alla decorazione soltanto ed alla pompa dello spettacolo. E come tra noi non in altro tempo stanno zitti, che al ballo, così allora si acchetavano solamente, quando per intermezzo si strascinava sul teatro un qualche strano animale, quando vi si dava un qualche combattimento, quando vi comparivano re prigionieri, processioni di vasi, di trofei, di statue e carri trionfali. Accadeva talvolta che appena uscito l'attore in iscena si levasse nel teatro un gran batter di mani. «Che ha egli detto?», domanda Orazio; «Nulla. A che si batte dunque? All'abito, al ricamo, al cimiere»[123]. Tale era il gusto di quella [p. 496 modifica]età che da noi aurea è denominata. Perché noi appunto altro di quella età non vediamo, che un Orazio, un Virgilio, il portico del Panteon, i bei medaglioni di Augusto e un qualche intaglio di Dioscoride e di Solone, c'immaginiamo agevolmente e giudichiamo, come all'aspetto di Alcina, che corrisponde

tanto più che in materia di lettere i soli buoni autori sono a noi pervenuti; gli altri hanno fatto naufragio nell'oceano, dirò così, del tempo. Ma quegli stessi autori che pur ci sono pervenuti ci avvertono essi a non avere del loro secolo un troppo alto concetto, mostrandoci apertamente che non l'aveano neppure essi medesimi. Non ci è uomo, si dice proverbialmente, che dinanzi agli occhi de' suoi valetti sia un eroe; e non ci è secolo aureo, dire anche si potrebbe, per gli occhi del contemporaneo. Qual ritratto non ci fa Platone degli Scioli e dei Sofisti che aveano la voga a' tempi di Pericle e di Filippo? M. Antonio Flaminio, nel bel mezzo dell'aureo secolo di Leone, scrive a Messer Luigi Carlino che subito che l'uomo nelle sue composizioni schiva i vocaboli barbari e frateschi, pensavano ch'egli scrivesse ben latino. E di qui nasce, egli aggiunge, che non solamente il volgo ma eziandio molti che per le città hanno fama di buona dottrina e di buon giudizio, ammirano lo stile di Erasmo, del Melantone e di certi nostri Italiani, i quali non seppero mai, né forse mai sapranno, ciò che sia bellezza, proprietà, eleganza, purità e copia della lingua latina[124]. Il Serlio si duole, egualmente che il buon Vitruvio, come al tempo suo tanti ci fossero consumatori di calcina e di pietre, denominati architetti, i quali con poca ragione operavano come quelli che di niuna scienza forniti, guidati erano soltanto dall’altrui autorità o da un loro proprio parere e compiacenza d'occhio[125]. Né a sentimento d'Orazio [p. 497 modifica]erano in minor numero gl'insulsi poeti che noiavano l'età di Augusto, che a giudizio di Despréaux si fossero quegli altri per cui veniva tanto disonore al secolo felice di Luigi XIV.

Furono i poeti in ogni tempo importuni, sdegnosi, caparbi, ed ebbero la folle vanità di credere che dovessero i principi chiamargli spontaneamente appresso di sé ed arricchirgli in cambio della immortalità che promettono di dar loro. Infastidito Augusto di somiglianti modi, non ne avea un grandissimo concetto, quantunque dei versi ne avesse composto anch'egli, e di niuna utilità gli riputava per lo stato.

Molte cose dice graziosamente Orazio in loro favore e prende la difesa dei poeti dinanzi a un principe che della miglior parte della sua fama ne è debitore a' poeti medesimi[126].

Del rimanente in altre particolarità ancora rassomigliava a questo nostro secolo quello di Augusto; e, tra le altre, nel sistema che formati si erano la più gran parte dei letterati intorno alla lingua. De' parolai anche allora e di cruscanti ve n'era un nuvolo; e questi erano nimici giurati d'Orazio, come il furono in ogni tempo de' più nobili scrittori.

Volevano che la lingua latina, allora vivente e nelle bocche degli uomini, a risguardare si avesse come morta. Faceansi coscienza di non istare a quelle sole parole e maniere che usate trovavansi dagli scrittori venuti in tempi non così luminosi, come era il secolo di Augusto. Non era lecito a niuno, secondo loro, arricchir la lingua pur di una voce; e sentenziavano quegli scrittori i quali trovato avessero un nuovo segno per esprimere una nuova idea. Contro a tal setta di gente, che dentro alla loro pedanteria confinare intendevano lo ingegno altrui, insorge [p. 498 modifica]Orazio. Mostra che l'uso che corre a' giorni tuoi, è nelle lingue viventi il solo signore e il re; che alla balla di quello dee ubbidire lo scrittore, non istare all'autorità de' libri antichi, come ne' Principati non si sta a' vecchi testamenti de' Principi; che saviamente farà colui che adotterà quelle parole che l'uso avrà prodotto di mano in mano, ed anche saprà coniarne di novelle; purché mettendole a nicchio le renda intelligibili, purché abbiano con le altre già ricevute una certa analogia, purché sopra tutto sieno necessarie. Conviene la prima cosa che uno scrittore, innanzi di nulla avventurare in materia di lingua, sappia a fondo la lingua in cui scrive; ne conosca pienamente la portata e il valore, acciocché le novità che introdur vi volesse, non venissero piuttosto a mostrar la propria sua ignoranza, che la povertà della lingua. E s'egli sarà di tale scienza fornito, e insieme di discrezione di giudizio, potrà fare un suo doppio lavoro

potrà beare con la ricca sua vena la patria sua, formando di nuove parole, e rimettendone anche in luce alcune di quelle che scurate già fossero dalla lunghezza del tempo. E così con le une come con le altre verrà a dare al suo stile quello insolito e quel peregrino nel che consiste in gran parte il poetico linguaggio. «E che?», insiste Orazio, «vorrassi adunque a Virgilio e a Vario quello negare che fu conceduto a Cecilio e a Plauto? E perché sarò io messo in fondo, se di qualche nuova parola vado spargendo i miei scritti, quando sono messi in cielo Ennio e Catone, che tante ne inventarono e in tal modo arricchirono il patrio sermone?»[127]. Ora quale fra noi, dopo la ra[p. 499 modifica]gionata sentenza di un tanto giudice, accusar vorrebbe quei gentili spiriti che nella nostra favella introdussero i primi le voci di stelleggiare, aleggiare, coricida, disammirazione, insignificante, e simili, quando col raccosciare, con l'incielare, con l'indiarsi, coll'intuare, coll'illuiare, coll'immiare e tant'altre, confessiamo aver Dante amplificato i confini della medesima favella?

La medesima finezza di giudizio che in lui era, a disapprovare lo conduceva coloro che mescolavano così per vezzo le parole greche con le latine; e tagliando l'una lingua con l'altra, [p. 500 modifica]sembrava loro aver di molto migliorato lo stile. Ad Orazio non poteva andare a sangue una tale affettazione, che non ha in sé difficoltà niuna; che ti rende simile a que' popoli posti in su' confini, che hanno due lingue senz’avere, per dir così, un proprio idioma; che ti allontana sopra ogni cosa dal naturale, che non ha mai da perder di mira lo scrittore[128]. Ed egli non disapprovava meno Lucilio per aver condito di greco i suoi versi, che per la medesima causa si ridesse di Ronsardo l'Orazio francese[129].

Siccome il mescolare il greco col latino non gli andava gran fatto a verso, così il comporre in lingua greca. Si provò anch'egli [p. 501 modifica]di scrivere in quella favella, ma ben tosto se ne rimase, avvertito da Apollo, come egli dice, e noi diremo dal naturale suo discernimento e giudizio; lasciando stare che sarebbe stato gran follia il pensare ad accrescere l'esercito dei poeti greci: in tal numero pur erano[130]. Perché darsi a comporre in una lingua forestiera, della quale altri non è padrone, dove si ha da procedere sempre con timore, che a ogni passo imbriglia lo ingegno? E perché abbandonare la sua propria, che uno maneggia a posta sua, nella quale ha da ogni banda aperto il campo, e può giocare a suo talento la fantasia? Come avrebbe potuto Orazio in una lingua di cui non conosceva tanto bene la proprietà e il genio, quanto della latina, uscire in quelle sue ardimentose e nuove espressioni che sono quasi faville di un libero ingegno? Il saettare, a cagion d'esempio, che fa l'uomo i suoi desiderî incontro al tempo, che gli fugge dinanzi[131]; il volgo che bee per gli orecchi il canto[132]; il palato dai vini fumosi reso sordo ai dilicati sapori[133], e simili altre maniere state sariano per avventura da lui rifiutate nel tempo istesso che surte gli fossero in mente. Che già egli non potea esser così certo che le comportasse la lingua greca, come la latina sua propria. A quel modo che se [p. 502 modifica]Dante continuato avesse il suo poema in latino, non avrebbe osato dire di un fiume, che nol sazia cento miglia di corso; ch'egli venne in luogo ogni luce muto: maniere vive, profonde, brave, colle quali e con altre ad esse somiglianti egli ha ingagliardito la nostra poesia. A una lingua forestiera, e sia pur vivente, non si potrà mai dare d'insoliti atteggiamenti; la non si potrà mai piegare fuori dall’usato suo corso. In essa altro finalmente non ti è concesso, che seguire altrui; altro esser non puoi, che un valente imitatore. E gl'imitatori gli teneva Orazio in quel concetto in che ragion vuole che si tengano[134].

Ridevasi di coloro che a guisa di tignuole si rodevano sempre un libro, non altro leggevano che un autore o due, e inetti gli credeva a rendere un sano giudizio e a far sì che potessero un giorno esser letti essi medesimi[135]. Lodava in contrario coloro che tentavano di nuove vie, e isdegnavano attignere a' fonti troppo comuni[136]. Ed egli stesso studiando gli spiriti e il gusto di quegli autori che meglio si affacevano all'umor suo, non seguendo le modulazioni, dirò così, e le cantilene di essi[137] erasi [p. 503 modifica]fatto autore di una nuova maniera, sapendo così bene adattarsi, che nulla più, a' vari generi di cose ch'egli imprese a trattare. Ond'era mostrato a dito da coloro che passavano, come il più gentile spirito del secolo[138].

Quindi nacque principalmente la invidia contro di lui di quella sdegnosa schiatta, com’ei la chiama, dei poeti[139]; quindi presero a morderlo, e massimamente dietro le spalle, i Pantilî, i Fannî, i Demetrî[140], de’ quali non sarà mai spento il gentil seme. L'altezza e varietà del suo ingegno, la celebrità del nome suo, il cercare che facevano i più gran signori la sua compagnia[141], [p. 504 modifica]tutto ciò gli suscitava ogni giorno incontro qualche novella malignità[142].

All'ingrassar d'altrui l'invido smagra,

come dice egli stesso[143] Avean fatto correr fama ch'egli non la perdonasse per un motto al miglior suo amico[144]. Le burle le più innocenti divenivano in bocca di lui delitti gravissimi[145] S'egli non andava a recitare al pubblico in compagnia degli altri, scusandosi di non aver cose da dire che degne fossero del pubblico, «ei si fa beffe di noi», tosto dicevano; «riserba coteste sue isquisitezze per gli orecchi di Giove. Crede che del mele poetico sieno soltanto conditi i suoi versi, innamorato di sé medesimo»[146]. Che facea egli? Minacciava bensì talvolta i malevoli suoi di condannargli a una eterna fama, e mostrava loro il [p. 505 modifica]suo spirito, quasi spada già pronta ad uscir del fodero[147]; ma il più delle volte lasciavagli cantare a posta loro:

diceagli, come a Dante, la Musa. Non dee por mente in effetto l'uomo savio, intento a far suo viaggio, allo stridere delle cicale[148]; ben sapendo che allora solamente cesserà la invidia, che niuna gran cosa avrai in te e niuna avventurosa ne farai; e sapendo altresì che niente ha più forza di far tacere i detrattori, che non degnarli di risposta.

Bensì dall'invidia, come savio ch'egli era, ne cavava un grand'utile. E ciò era di stare sempre più avvertito sopra sé medesimo, di andar sempre più correggendo e limando le opere sue; non badando a fatica niuna per ridurle vicine alla perfezione e renderle vittoriose della critica e del tempo[149]. Non d’altro [p. 506 modifica]modo la intesero in ogni secolo gli eccellenti scrittori. Del nostro Petrarca si sa che lui non isgomentò certamente il tardo lavoro della lima. Cicerone, benché improvvisatore di professione, rifaceva talvolta di pianta quelle opere dalle quali aspettava più d'onore; e mandando ad Attico non so qual sua composizione di filosofia rimpastata di bel nuovo, «così sarà più chiara», gli scrive, «migliore, più breve»[150]. Il gran Virgilio, non era già egli di facile contentatura: egli che non approvando la sua Eneide, e avendo lasciato per testamento che si desse alle fiamme, voleva, come disse colui, che s'incendiasse Troia una seconda volta. Non bastano quanti doni aver possa uno scrittore dalla Natura: è necessaria nelle opere d'ingegno, come in tutte le grandi imprese, la longanimità e la correzione di sé medesimi; virtù ch'ebbero in sommo grado i Romani nell'amministrazione della Repubblica, e non così generalmente ne' maneggi, dirò così, della penna; come quelli che di spirito pronto, al dire del medesimo Orazio, e felicemente arditi si recavano poi a grande onta il cancellare[151].

Egli al contrario non solo sapeva animosamente cancellare, ma al giudizio altrui sottometteva altresì le cose sue. Oltre all'amore di noi stessi, che fa tal velo all'intelletto, quante cose non vede un occhio fresco, che non vale a vederle colui che si è riscaldato scrivendo? E quante cose a colui che ha scritto non paiono ordinate e chiarissime, che oscure sono veramente al lettore? Sperone Speroni, uno de' pochi critici del Cinquecento, considera con gran ragione che giova mostrar le cose tue anche ad uno che ne sappia meno di te; perché il compositore, dic'egli, [p. 507 modifica]procede dal concetto alle parole, cioè incomincia da quello che gli è noto; e il lettore in contrario va dalle parole al concetto, in virtù delle quali dee farsegli noto lo stesso concetto. E biasima grandemente il Trissino, come colui che credendosi il più dotto uomo del mondo, egli aggiunge, mai non mostrava le cose sue per consigliarsene con altrui, ma sì per farle ammirare. Il giudizio dei veri amici conviene sopra ogni cosa e con sincerità d'animo cercare, e credere che la più maligna schiatta di nemici sono gli adulatori[152]. Trovano costoro bello, divino ogni cosa; batton le mani a ogni verso; ti prodigalizzano il bravo, il viva; ti mettono innanzi manicaretti carichi di spezierie piacevoli al palato, ma nocive allo stomaco. I veri amici vanno di pari col medico, che con rimedi dispiacevoli al gusto ti conduce a sanità. Così fatti eran Tarpa, quel rigido bibliotecario di Augusto, e singolarmente il severo Quintilio, di cui Orazio insieme con Virgilio ne piange la morte[153]. Quando uno se ne andava a leggergli una qualche sua composizione, ne venia egli segnando i versi deboli, i duri; dava di penna alle frasi triviali, ne tagliava fuori i troppo sfoggiati ornamenti; qua, diceva, ci è dell'oscurità, conviene più chiaramente esprimersi e senza equivoco; qua convien mutare. Che se altri non s'arrendeva alla ragione, e s'imputava a voler pur sostenere quanto gli era uscito dalla penna, non faceva più motto, e lasciava ch'egli amasse sé medesimo a suo talento e le cose sue senza temer di rivale[154]. Da [p. 508 modifica]Quintilio potè apprendere Orazio l'arte del fare i versi difficilmente, come abbastanza apparisce da quanto egli dice nella Poetica. E come poi egli mostra in una epistola scritta nella maggior maturità del suo ingegno, egli divenne verso di sé il più severo Quintilio[155]. [p. 509 modifica]

Congiuravano amichevolmente in Orazio la dottrina e l'ingegno, la natura e l'arte[156]; una incredibile pazienza nel correggere e una facilità grandissima nello immaginare; un sommo giudizio, per cui nelle cose che paiono tra loro più simili, si vengono a discernere le differenze, e un sommo spirito, per cui nelle più differenti si veggono le somiglianze. Volatilissima era in lui quella parte più sottile di noi che dà veramente vita alle cose d'ingegno, e fu chiamata il sale della ragione. E un tal sale veniva più che mai raffinato da Orazio nelle conversazioni de' più grandi e puliti uomini. Nelle grandi città solamente, dove comune si fa la scienza, dove gli spiriti si urtano insieme, per così dire, e si poliscono l'un l'altro, dove la sazietà di ogni cosa bella genera la delicatezza, dove si raddirizzano le idee al regolo della più fina critica, vi può regnar l'atticismo e l'urbanità. Sono le città grandi quasi altrettanti laboratori dello spirito; e quivi si apprende quella aggiustatezza e quella grazia con cui parlar conviene dinanzi alla leggiadra gente, dinanzi al fiore del mondo.

Dal concorrimento felice di tante cause potè sortire l'antica Italia un Orazio: in quella guisa medesima che dal concorrimento di cause respettivamente consimili, l'antica Grecia sortì un Omero. Venne questi nei tempi più favorevoli alla composizione d’un poema epico, quando la gagliardia delle passioni in Grecia era giunta al colmo[157], l'autorità del capo della impresa era limitatissima; e Orazio cadde ne' tempi più favorevoli a [p. 510 modifica]formare un leggiadro poeta ed amabile, quando in Italia era giunto al colmo il raffinamento della pulitezza. E siccome non era meno difficile, a detto di Virgilio, togliere un verso ad Omero, che la clava ad Ercole, così potrebbe dirsi non esser meno difficile togliere un verso ad Orazio, che a Venere il cinto. In effetto tutti gli altri poeti latini sono stati così felicemente imitati da' moderni, quanto il possono comportare le difficoltà che s'incontrano grandissime nello scrivere in una lingua già morta. Nell'elegie di alcuni Cinquecentisti, del Bassani e singolarmente del Zanotti, rivisse in certa maniera il tenero e dotto Catullo; i colori con che Lucrezio ha lumeggiato la filosofia sono riflessi nell'uno e nell'altro poema dello Stay; e persino la maestà di Virgilio trovò nel Fracastoro un sì degno rivale, ch'ebbe a dire il Bembo come pareva che dall’anima stessa del poeta romano spirati fossero qua e là i versi della Sifillide[158]. Non così di Orazio. Vane furono tutte le prove che dal Flaminio, dal Sarbievio[159] e da altri tentate furono per temperare nel loro stile la forza con la dilicatezza, la eleganza della espressione con la ingenuità del sentimento, per giungere a quel risoluto, a quel frizzante e alle altre doti che qualificano il più amabile tra' poeti. E Orazio da tanti secoli in qua letto da tutti, studiato da moltissimi e imitato da niuno, si rimane tuttavia solo nel poetico seggio.

Dopo aver menata una vita, parte mondana, parte filosofica e tutta voluttuosa, amico d'ogni cosa bella, e, che più è, amico [p. 511 modifica]di sé medesimo[160], dopo domata la invidia, per quanto è lecito ad uomo vivente[161], morì in età di cinquantasette anni, un mese circa dopo di Mecenate, che lo raccomandò ad Augusto come un altro sé medesimo[162]. Di alcune particolarità spettanti alla sua vita e al suo umore fu vago che ne giungesse notizia alla posterità. Parlando al suo libro, ch'egli manda fuori in età di quaranta quattro anni, gli commette di ragguagliare i lettori, come nato di non alto luogo e in mediocre fortuna, avea preso un più gran volo, che non comportava la picciolezza del nido dond'era uscito; ch'egli era stato caro a' più segnalati uomini del tempo suo, così in pace come in guerra; ch'era pronto alla collera, così però che facilmente si rappattumava; ch'era amico del sole; di non grande corporatura; e che incanutì innanzi al tempo: cosa ch'ebber comune il Petrarca e il Neutono con lui[163]. [p. 512 modifica]Da' suoi scritti si raccoglie ancora come egli era difettoso degli occhi[164] di salute non molto ferma e di picciola robustezza della persona[165] che suole della sottilità d'ingegno esser compagna. Quando gli accadeva di presentarsi la prima volta a un qualche gran personaggio, ismarrivasi alquanto e pativa alcun poco di suggezione[166]. Non era gran parlatore: non perdeva il tempo in varie dispute, massimamente con chi avea il polmone migliore di lui[167]. Di pittura, come conveniva ad uomo di gusto così fino, [p. 513 modifica]era dilettantissimo[168]; come di animo liberale, era più largo che temperato nelle spese[169] e come devoto alle Muse e alla libertà, era grande amator della villa[170]. E benché non abusasse della qualità di poeta, importunando altrui col recitare le cose sue[171], pure condescendeva alla frega che ha ogni scrittore di comparire in pubblico. Lo che lascia egli trasparire in quella medesima epistola che intitola al libro suo, a cui vien mostrando [p. 514 modifica]i pericoli a' quali si fa incontro uscendo alla luce, e lo tassa graziosamente di sfrontatello[172]. Ma, per verità, i begl'ingegni, quanto al prodursi in pubblico, sogliono fare, per giudiziosi ch'e' sieno, come le zitelle, quando deliberano intorno al matrimonio. Dopo ben considerati gl'inconvenienti quelle del divenir mogli e questi autori, le une vanno a marito e gli altri in istampa.

Tale a un dipresso fu Orazio, non senza un qualche neo sparso qua e là nella bella sua persona[173]: tale si ravvisa da' suoi scritti e vive ancora fra noi quel Poeta, che spirato da quel nobile orgoglio che della virtù è compagno[174], predisse che non saria morto tutto intero, che col venir degli anni ringiovenita sempre più sariasi la sua fama, e che il suo nome egualmente che Roma e il Campidoglio sarebbe eterno[175]. Il tempo ha di già distrutto il Campidoglio; e i versi d'Orazio sono tuttavia cantati dalla voce del tempo.

Note

  1. ...in vicum vendentem thus et odores
    Et piper, et quidquid chartis amicitur ineptis.

    (Horat., Epist. I, Lib. II, [269-70]).

  2. O nata mecum Consule Manlio.

    Tu vina Torquato move Consule pressa meo.

    (Epod. XIII, [6]).

  3.  ...sequor hune, Lucanus an Appulus anceps.
    Nam Venusinus arat finem sub utrumque colonus.

    (Sat. I, Lib. II, [34-35])

  4. Nec timuit, sibi ne vitio quis verteret, olim
    Si praeco parvas aut, ut fuit ipse, coactor
    Mercedes sequerer...

    (Sat. VI, Lib. I, [85-88]).

    «<Quintus> Horatius Flaccus Venusinus, patre, ut ipse quidem tradii, libertino et exactionum coactore»: Svet., in Vita Horat.

  5. Non equidem insector delendaque carmina Livi
    Esse reor, memini quae plagosum mihi parvo
    Orbilium dictare...

    (Epist. I, Lib. II, [69-71]).

    Romae nutriri mihi contigit atque doceri,
    Iratus Graiis quantum nocuisset Achilles.

    Epist. III, Lib. II, [41-42]).

    Causa fuit pater his, qui macro pauper agello,
    Noluit in Flavi ludum me mittere, magni
    Quo pueri magnis e centurionibus orti
    Laevo suspensi loculos tabulamque lacerto,
    Ibant octonis referentes idibus aera.
    Sed puerum est ausus Romani portare, docendum
    Artes, quas doceat quivis Eques atque Senator
    Semet prognatos. Vestem servosque sequentes,
    In magno ut populo si quis vidisset, avita
    Ex re praeberi sumptus mihi crederei illos.

    (Sat. VI, Lib. I, [71-80]).

  6. Ipse mihicustos incorruptissimus omnes
    Circum doctores aderat etc...

    (Sat. VI, Lib. I, [81-82]).

  7. . . . . . insuevit pater optimus hoc me,
    Ut fugerem exemplis vitiorum quaeque notando.
    Quum me hortaretur, parce frugaliter atque
    Viverem uti contentus eo, quod mi ipse parasset:
    «Nonne vides, Albi ut male vivat filius? utque
    Barrus inops? magnum documentum, ne patriam rem
    Perdere quis velit» etc.

    (Sat. IV, Lib. I, [105-111]).

  8. Adiecere bonae paullo plus artis Athenae;
    Scilicet ut possem curvo dignoscere rectum
    Atque inter sylvas Academi quaerere verum.

    (Epist. II, Lib. II, [43-45]).

    Nec timuit, sibi ne vitio quis verteret, olim
    Si praeco parvas aut, ut fuit ipse coactor,
    Mercedes sequerer. Neque ego essem questus; ob hoc nunc
    Laus illi debetur, et a me gratia maior.
    Nil me poeniteat sanum patris huius, eoque
    Non, ut magna dolo factum negat esse suo pars,
    Quod non ingenuos habeat clarosque parentes,
    Sic me defendam. Longe mea discrepat istis
    Et vox et ratio. Nam si natura iuberet
    A certis annis aevum remeare peractum,
    Atque alios legere, ad fastum quoscunque parentes
    Optaret sibi quisque: meis contentus honestos
    Fascibus et sellis, nolim mihi sumere: demens
    Iudicio vulgi, sanus fortasse tuo: quod
    Nollem onus baud unquam solitus portare molestum.

    (Sat. VI, Lib. I, [84-99]).

  9. «Ferunt dicere solitum non tam sua, quam Reip<ublicae> interesse, ut salvus esset. Se iam pridem potentiae gloriaeque abunde adeptum; Remp<publicam> si quid sibi eveniret, neque quietano fore, et aliquanto deteriore conditione civilia bella subituram»: Svet., Iul. Caes., art. 86.
  10. «Acta enim illa res est animo virili, consilio puerili»: Cic., Ad Attic., Lib. XIV, Ep. 21.
  11. Trovasi una lettera sua a uno che egli voleva guadagnare, la qual dice: «Quid concupiscas tu vide; quidquid concupiveris certe habebis».
  12. Dura sed amovere loco me tempora grato
    Civilisque rudem belli tulit aestus in arma,
    Caesaris Augusti non responsura lacertis.

    (Epist. II, Lib. II, [46-48]).

  13. Tum Demosthenes orator ex eo praelio <Cheroneae> salutem fuga quaesivit, cumque id ei, quod fugerat, probrose obiceretur, versu illo notissimo elusit: 'Aνὴρ ὁ φεύγων καὶ πάλιν μαχήσεται. [Gellio, Noct. Att., Lib. XVII, 21, 31].
  14. Tecum Philippos et celerem fugam
    Sensi, relicta non bene parmula.

    (Od. VII, Lib. II, [9-10]).

    Militiae quamquam piger et malus, utilis urbi.

    (Epist. I, Lib. II, [124]).

  15. Proscripti Regis Rupili pus atque venenum.

  16. Unde simul primum me dimisere Philippi,
    Deeisis humilem pennis inopemque paterni
    Et laris, et fundi, paupertas impulit audax
    Ut versus facerem...

    (Epist. II, Lib. II, [49-52])

  17. Serus enim Graecis admovit acumina chartis,
    Et post Punica bella quietus quaerere coepit,
    Quid Sophocles, et Thespis, et Aeschilus utile ferrent.
    Tenptavit quoque rem si digne vertere posset,
    Et placuit sibi, natura sublimis et acer;
    Nam spirat tragicum satis, et feliciter audet.

    (Epist. I, Lib. II, [161-166]).

  18. Quin ubi se a vulgo, et scena in secreta remorant
    Virtus Scipiadae, et mitis sapientia Laeli,
    Nugari cum illo, et discincti ludere, donee
    Decoqueretur olus, soliti...

    (Sat. I, Lib. II, [71-74]).

  19. Eupolis atque Cratinus Aristophanesque poetae
    Atque alii, quorum comoedia prisca virorum est,
    Si quis erat dignus describi, quod malus aut fur,
    Quod moechus foret, aut sicarius, aut alioqui
    Famosus, multa cum libertate notabant.
    Hinc omnis pendet Lucilius, hosce sequutus
    Mutatis tantum pedibus numerisque etc.

    (Sat. IV, Lib. I, [1-7]).

  20. Pindarum quisquis studet aemulari
    Iule, ceratis ope Daedalea
    Nititur pennis, vitreo daturus
    Nomina ponto.

    (Od. II, Lib. IV, [1-4]).

    «Novem vero Lyricorum longe Pindarus princeps, spiritus magnificentia, sententiis, figuris, beatissima rerum verborumque copia et velut quodam eloquentiae flumine: propter quae Horatius eum merito credidit nemini imitabilem»: Quintil., Instit. Orat., Lib. X, cap. I, [61].

  21. Tra le altre la Ode I del Lib. III, Odi profanum vulgus etc., la Ode III del medesimo libro, Iustum et tenacem propositi virum etc. L'Ode IV del Lib. IV, di cui Giulio Cesare Scaligero, che non era per altro spasimato di Orazio, dice «Tota vero cantione hac et seipsum et totam Graeciam superavit»; e ognuno sa che lo stesso Scaligero arrivò a dire che per aver fatto la Ode Quem tu Melpomene semel avrebbe dato il regno di Aragona.
  22. Multa Dircaeum levat aura cycnum.

    (Od. II, Lib. IV, [25]).

  23. Aeoliis fidibus querentem
    Sappho puellis de popularibus
    Et te sonantem plenius aureo.
    Aloaee, plectro etc.

    (Od. XIII, Lib. II, [24-27])

    ...et Alcaei minaces
    Stesichorique graves Camoenae.

    (Od. IX, Lib. IV, [7-8]).

    Cave, cave; namque in malos asperrimus
    Parata tollo cornua:
    Qualis Lycambae spretus infido gener.

    (Epod. VI, [11-13]).

    Libera per vacuum posui vestigia princeps,
    Non aliena meo pressi pede. Qui sibi fidit
    Dux regit examen. Parios ego primus iambos
    Ostendi Latio, numeros animosque sequutus
    Archilochi, non res et agentia verba Lycamben.
    Ac ne me foliis ideo brevioribus ornes,
    Quod timui mutare modos et carminis artem:
    Ternperat Archilochi Musam pede mascula Sappho,
    Temperat Alcaeus: sed rebus et ordine dispar,
    Nec socerum quaerit quern versibus oblinat atris,
    Nec sponsae laqueum famoso carmine nectit.
    Hunc ego non alio dictum prius ore, Latinis
    Vulgavi fidicen. Iuvat immemorata ferentem
    Ingenuis oculisque legi manibusque teneri.

    (

    Epist. XIX, Lib. I, [21-34])

  24. Scriberis Vario fortis et hostium
    Victor: Maeonii carminis alite etc.

    (Od. VI, Lib. I, [1-2]).

    .....forte epos acer,
    Ut nemo, Varius ducit...

    (Sat. X, Lib. I, [43-44]).

  25. ....molle atque facetum
    Virgilio annuerunt gaudentes rure Camoenae.

    (ibid., [44-45]).

    Nulla etenim mihi te fors obtuiit. Optimus olim
    Virgilius, post hunc Varius dixere quid essem.
    Ut veni coram etc.

    (Sat. VI, Lib. I, [54-56]).

  26. Nulla etenim mihi te fors obtuiit. Optimus olim
    Virgilius, post hunc Varius dixere quid essem.
    Ut veni coram singultim pauca loquutus,
    (Iufans nainque pudor prohibebat plura profari)
    Non ego me claro nutum patre, non ego circuin
    Me satureiano vectari rura caballo,
    Sed quod eram narro. Respondes (ut tuus est mos)
    Pauca. Abeo: et revocas nono post mense, iubesque
    Esse in amicorum numero...

    (Sat. VI, Lib. I, [54-62]).

  27. .....Non isto vivimus illic,
    Quo tu rere, modo; domus hac nec purior ulla est
    Nec magis his aliena malis. Nil mi officit, unquam,
    Ditior hic, aut est quia doctior. Est locus unicuique
    suus.

    (Sat. IX, Lib. I, [48-52]).

  28. .....tua, Maecenas, haud mollia iussa.

    (Georg., Lib. III, [41]).

  29. Vedi Blackwell, Memoirs of the Court of Augustus.
  30. Hic vir, hic est, tibi quem promitti saepius audis etc.

    (Virg., Aeneid., Lib. VI, v. 791).

  31. O Navis, referent in mare te novi
    Fluctus. O quid agis? fortiter occupa
    Portum: nonne vides ut
    Nudum remigio latus
    Et malus celeri saucius Africo,
    Antennaeque gemant? ac sine funibus
    Vix durare carinae
    Possint imperiosius
    Aequor? etc.

    [Od. XIV, Lib. I, 1-9].

  32. Iustum et tenacem propositi virum etc.

    Dum Priami Paridisque busto
    Tnsultet armentum, et catulos ferae
    Celent inultae, stet Capitolium
    Fulgens triumphatisque possit
    Roma ferox dare iura Medis, etc.

    [ibid., 40-44].

    Ter si resurgat murus aëneus
    Auctore Phoebo, ter pereat meis
    Excisus Achivis.

    [ibid., 65-67].

    Quo, Musa, tendis? desine pervicax
    Referre serniones Dcorum, et
    Magna modis tenuare parvis.

    [ibid., 70-72].

  33. «Cneus noster locum ubi hortos aedificaret, <Balbo> dedit»: Cicer., Ad Attic., [IX, 13]. «Divitiae et Mamurrae placent, et Balbi Horti et Tusculanum». [Cic., Ad. Att., VII, 7]. «<Idem> Primus C. Matius ex equestri ordine, divi Augusti amicus, invenit nemora tonsilia intra hos octoginta annos» etc.: C. Plin., Lib. XII, 6. «Vir doctus Oppius in libro quem fecit de silvestribus arboribus»: Macrob., [Saturn., II, 14 = III, 18, 7].
  34. Adiecere bonne paulo plus artis Athenae:
    Scilicet ut possein curvo dignoscere rectum.
    Atque inter sylvas Academi quaerere verum.

    (Epist. II, Lib. II, [43-45])

    An tacitum sylvas inter reptare salubres
    Curantem quicquid dignum sapiente bonoque est?».

    (Epist. IV, Lib. I, [4-5]).

  35. Quid verum atque decens, euro et rogo, et omnis in hoc sum.
    Condo et compono, quae mox depromere possim.
    Ac ne forte roges, quo me duce, quo lare tuter:
    Nullius addictus iurare in verba Magistri,
    Quo me cumque rapit tempestas, deferor hospes.
    Nunc agilis fio et mersor civilibus undis
    Virtutis verae custos rigidusque satelles:
    Nunc in Aristippi furtim praecepta relabor,
    Et mihi res, non me rebus submittere conor.

    (Epist. I, Lib. I, [11-19]).

    Virtus est medium vitiorum et utrinque reductum.

    (Epist. XVII, Lib. I, [9]).

  36. .....credat Iudaeus Apella,
    Non ego; namque Deos didici securum agere aevum:
    Nec, si quid miri faciat Natura, Deos id
    Tristes ex alto coeli demittere tecto.

    (Sat. V, Lib. I, [100-103]).

    Me pinguem et nitidum bene curata cute vises,
    Quum ridere voles, Epicuri de grege porcum.

    (Epist. IV, Lib. I, [15-16]).

  37. (Tὸν σοφόν)... οὐδὲ πολιτεύσεται: Diog. Laert., in Ep. [Lib. X, 26].
  38. οὐδὲ xυνιεῖν: ibid.

    Alter Mileti textam cane peius et angue
    Vitabit chlamydem, morietur frigore, si non
    Rettuleris pannum. Refer et sine vivat ineptus.

    (Epist. XVII, Lib. I, [30-32]).

  39. οὐδὲ πτωχεύσειν... xτήσεως προνοήσεσθαι, xαὶ τοῦ μέλλοντος: ibid.

    Sit bona librorum et provisae frugis in annum
    Copia, ne fluiterà dubiae spe pendulus horae.

    (Epist. XVIII, Lib. I, [109-110]).

  40. xαὶ συγγράμματα xαταλείψειν: ibid.

    Exegi monumentum aere perennius etc.

  41. οὐ πανηγυριεῖν δέ: ibid.

    Non recito cuiquam, nisi amicis, idque coactus;
    Non ubivis, coramve quibuslibet...

    (Sat. IV, Lib. I, [73-74]).

  42. φιλαγρήσειν: ibid.

    O rus, quando ego te aspiciam etc.

    (Sat. VI, Lib. II, [60]).

    Urbis amatorem Fuscum saivere iubemus
    Ruris ama tores...

    (Epist. X, Lib. I, [1-2]).

  43. τύχῃ τε ἀντιτάξεσθαι: ibid.
  44. ἁμαρτήματα, ἄνισα εἶναι: [ibid.].
  45. οὐδὲ ταφῆς φροντιεῖν: ibid.

    Absint inani funere neniae
    Luctusque turpes et querimoniae
    Compesce clamorem, ac sepulchri
    Mitte supervacuos honores.

    (Od. XX, Lib. II, [21-24]).

  46. Μήτε νέος τις ὢν μελλέτω φιλοσοφεῖν μήτε γέρων ὑπάρχων κοπιάτω φιλοσοφῶν οὔτε γὰρ ἄωρος οὐδείς ἐστιν, οὔτε πάρωρος πρὸς τὸ κατὰ ψυχὴν ὑγιαῖνον: ibid., [27].

    Ut nox longa quibus mentitur amica, diesque
    Longa videtur opus debentibus: ut piger aunus
    Pupillis, quos dura premit custodia matrum;
    Sic mihi tarda lluunt ingrataque tempora, quae spem
    Consiliumque morantur agendi gnaviter id quod
    Aeque pauperibus prodest, locupletibus aeque,
    Aeque neglectum pueris senibusque nocebit.

    (Epist. I, Lib. I, [20-26]).

  47. συνέθιζε δὲ ἐν τῷ νομίζειν μηθὲν πρὸς ἡμᾶς εἶναι τὸν θάνατον: ibid.

    ...caret tibi pectus inani
    Ambitione? caret mortis formidine et ira?

    (Epist. II, Lib. II, [206-207].

  48. On Life's vast Ocean diversely we sail,
    Reason thè Card, but Passion is the gale.

    (Pope, Essay on Man, Ep. II, [107-108]).

  49. Διὰ τοῦτο καὶ οὐ πᾶσαν ἡδονὴν αἱρούμεθα, ἀλλ' ἔστιν ὅτε πολλὰς ἡδονὰς ὑπερβαίνομεν, ὅταν πλεῖον ἡμῖν τὸ δυσχερὲς ἐκ τούτων ἕπηται etc.: ibid.

    Desine matronas sectarier, unde laboris
    Plus haurire mali est, quam ex re decerpere fructus.

    (Sat. II, Lib. I, [78-79]).

    Sperue voluptates: nocet einpta dolore voluptas.

    (Epist. II, Lib. II, [55]).

  50. Atque ipsa utilitas, iusti prope mater et aequi.

    (Sat. III, Lib. I, [98]).

  51. οὐκ ἔστιν ἡδέως ζῆν ἄνευ τοῦ φρονίμως xαὶ καλῶς xαὶ δικαίως: ibid., Epic., X, 27.
  52. τούτων γὰρ ἀπλανὴς θεωρία πᾶσαν αἵρεσιν, xαὶ φυγὴν ἐπανάγειν οἶδεν ἐπὶ τὴν τοῦ σώματος ὑγίειαν, καὶ τὴν τῆς ψυχῆς ἀταραξίαν, ἐπεὶ τοῦτο τοῦ μακαρίως ζῆν ἐστι τέλος: ibid.
  53. Diog. Laert., in Epic.
  54. ἐρασθήσεσθαι τὸν σοφὸν οὐ δοκεῖ αὐτοῖς: Diog. Leart., in Epic., [X, 26].
  55. Vixi puellis nuper idoneus,
    Et militavi non sine gloria.

    (Od. XXVI, Lib. III, [1-2]).

  56. Me nec foemina, neo puer
    Iam, nec spes animi credula mutui,
    Nec certare iuvat mero,
    Nec vincire novis tempora floribus.
    Sed cur heu, Ligurine, cur etc.

    (Od. I, Lib. IV, [29-33]).

    O crudelis adhuc, et Veneris muneribus potens.

    (Od. X, ibid., [1]).

    Petti, nihil me, sicut antea, iuvat
    Scribere versiculos
    Amore perculsum gravi:
    Amore, qui me praeter omnes expetit
    Mollibus in pueris,
    Aut in puellis urere.

    e nel fine.

    Amor Licisci me tenet:
    Unde expedire non amicorum queant
    Libera consilia,

    Nec contumeliae graves,
    Sed alius ardor, aut puellae candidae,
    Aut teretis pueri
    Longam renodantis comam.

    (Epod. XI, [1-4, 24-28])

    .....tument tibi quum inguina, num, si
    Ancilla, aut verna est presto puer, impetus in quem
    Continuo fiat, malis tentigine rampi?

    (Sat. II, Lib. I, [116-118]).

    Mille puellaram, puerorum mille furores.

    (Sat. III, Lib. II, [325]).

  57. Non ego; namque parabilem amo Venerem facilemque.

    (Sat. II, Lib. I, [119]).

    Tu cum proiectis insignibus, annulo equestri
    Romanoque habitu, prodis ex iudice Dama,
    Turpis odoratum caput obscurante lacerna,
    Non es quod simulas? metuens induceris, atque
    Altercante libidinibus tremis ossa pavore etc.

    (Sat. VII, Lib. II, [53-57]).

  58. «Ad res venereas intemperantior traditur. Nam speculato cubiculo scorta dicitur habuisse disposita, ut quocuinque respexisset, ibi ei imago co[itus] referretur».
  59. Laudibus arguitur vini vinosus Homerus.

    (Epist. XIX, Lib. I, [6]).

  60. ....Sic tu sapiens finire memento
    Tristitiam vitaeque labores
    Molli, Plance, mero.

    (Od. VII, Lib. I, [17-19])

    Nullam, Vare, sacra vite prius severis arborem etc.

    Tu spem reducis mentibus anxiis
    Viresque, et addis cornua pauperi,
    Post te neque iratos trementi
    Regunt apices neque militum arma.

    (Od. XXI, Lib. III, [17-20]).

    Narratur et prisci Catonis
    Saepe mero caluisse virtus etc.

    (Od. XXI, Lib. III, [11-12]).

    Nardi parvus onyx eliciet cadum,
    Qui nunc Sulpiciis accubat horreis,
    Spes donare novas largus amaraque
    Curarum eluere efiicax.

    (Od. XII, Lib. IV, [17-20]).

    Illic omne malum vino cantuque levato.

    (Epod. XIII, [25]).

    Quid non ebrietas designat? operta recludit
    Spes iubet esse ratas in proelia trudit inermem,
    Sollicitis animis onus eximit, addocet artes.
    Foecundi calices quem non fecere disertum?
    Contracta quem non in paupertate solutum?

    (Epist. V, Lib. I, [16-20]).

    Ad mare quum veni, generosum et lene requiro,
    Ouod curas abigat, quod cum spe divite manet
    In venas animumque meum, quod verba ministret,
    Quod me Lucanae iuvenem commendet amicae.

    (Epist. XV, Lib. I, [18-21]).

  61. Nec sibi coenarum quivis temere arroget artem,
    Non prias exacta tenui ratione saporum.

    (Sat. IV, Lib. II, [35-36]).

  62. .....me pascunt olivae,
    Me cichorea levesque malvae.

    (Od. XXXI, Lib. I, [15-16]).

  63. .....si nusquam es forte vocatus
    Ad coenam, laudas securum olus ac, velut usquam
    Vinctus eas, ita te felicem dicis amasque,
    Quod nusquam tibi sit potandum: iusserit ad se
    Maecenas serum sub lumina prima venire

    Convivam: «nemon oleum feret ocius? ecquis
    Audit?» cum magno blateras clamore fugisque.

    (Sat. VII, Lib. II, [29-35]).

    Nimirum hie ego sum; nani tuta et parvula laudo,
    Quum res deficiunt, satis inter vilia fortis:
    Verum ubi quid inelius contingit et unctius, idem
    Vos sapere, et solos aio bene vivere, quorum
    Conspicitur nitidis fundata pecunia villis.

    (Epist. XV, Lib. I, [42-46]).

  64.  Nil ego, si ducor libo fumante: tibi ingens
    Virtus atque animus coenis responsat opimis.
    Obsequium ventris mihi pernieiosius est, cur?
    Tergo plector enim. Qui tu impunitior illa,
    Quae parvo suini nequeunt, obsonia captas?
    Nempe inamarescuut epulae sine iìne petitae,
    Illusique pede; vitiosum ferre recusant
    Corpus.

    (Sat. VII, [Lib. II, 102-109]).

  65. Scit Genius natale comes, qui temperat astrum
    Naturae Deus humanae.

    (Epist. II, Lib. II, [187-188].

  66. «Te coniux aliena capit, meretricula Davum» [...]
    «Romae rus optas, absentem rusticus Urbem

    Tollis ad astra levis».
    «...adde, quod idem
    Non horam tecum esse potes, non otia recte
    Ponere; teque ipsum vitas fugitivus, et erro,
    lam vino quaerens, iam somno fallere curam
    Frustra. Nam comes atra premit, sequiturque fugncem».

    (Sat. VII, Lib. II, [46; 28-29; 111-115]).

  67. .....mediocribus, et queis
    Ignoscas, vitiis teneor. Fortassis et istinc
    Largiter abstulerit longa aetas, liber amicus,
    Consilium proprium; neque enim quum lectulus aut me
    Porticus excepit, desum mihi. «Rectius hoc est,
    Hoc faciens vivam melius; sic duleis amicis
    Occurraro; hoc quidam non belle: numquid ego illi
    Imprudens oiim faciam simile?» Haec ego mecurn
    Compressis agito labris.

    (Sat. IV, Lib. I, [130-138]).

  68. ...«Laedere gandes»,
    Inquis, «et hoc studio pravus facis». Unde petitimi
    Hoc in me iacis? est auctor quis denique eorum,
    Vixi ciim quibus? absentem qui rodit amicum,
    Qui non defendit alio culpante, solutos
    Qui captat risus hominum famamque dicacis,
    Fingere qui non visa potest, commissa tacere
    Qui nequit; hic niger est, hunc tu, Romane, caveto.

    (Sat. IV, Lib. I, [78-85]).

  69. Saepe verecundum laudasti, rexque paterque
    Audisti coram, nec verbo parcius absens.

    (Epist. VII, Lib. I, [37-38]).

  70. Albi, ne doleas plus nimio, memor
    Immitis Glyceiae: neu miserabiles
    Decantes elegos etc.

    (Od. XXXIII, Lib. I, [1-3]).

    Albi, nostroruni sermonum candide iudex etc.
    Non tu corpus eras sine pectore. Di tibi formam,
    Di tibi divitias dederunt, artemque fruendi.

    (Epist. IV, Lib. I, [1; 6-7]).

  71. .....nec Armeniis in oris,
    Amice Valgi, stat glacies iners
    Menses per omnes.

    (Od. IX, Lib. II, [4-6]).

    Valgius, et probet haec Octavius optimus.

    Sat. X, Lib. I [82]).

    Valgius: aeterno propior non alter Homero.

    Tibullo, Lib. IV, 1, [180]

  72. Plotius et Varius Sinuessae Virgiliusque
    Occurrunt, animae quales neque candidiores
    Terra tulit, ueque queis me sit devinctior alter.

    (Sat. V, Lib. I, [40-42]).

    At neque dedecorant tua de se iudicia, atque
    Munera, quae multa dantis cum laude tulerunt
    Dilecti tibi Virgilius Variusque poetae.

    (Epist. I, Lib. II, [245-247]).

  73. Tene magis salvum populus velit, an populum tu
    Servet in ambiguo qui consuüt et tibi et urbi
    Iupiter.

    (Epist. XVI, Lib. I, [27-29]).

  74. Ac ne forte putes me, quae lacere ipse recusem,
    Quutn recte tractent alii, laudare maligne;
    Ilio per exteutum funem mihi posse videtur
    Ire Poeta, tneum qui pectus inuniter angit,
    Irritât, mulcet, falsis terroribus iinplet,
    Ut magus, et modo me Thebis, modo ponit Athenis.

    (Epist. I, Lib. II, [208-215]).

  75. Envy, to which th'ignoble mind's a slave
    Is emulation in the learn'd or brave.

    (Pope, Essay on Man, Epist. II, [191-192)).

  76. They cursed thee, as Negroes do the sun,
    Because thy shining glories blacken'd them.

    (Crown’s first part of Henry VI).

  77. Discedo Alcaeus puncto illius: ille meo quis?
    Quis, nisi Callimachus? Si plus adposcere visus,
    Fit Minanermus, et optivo cognomine crescit.

    Ridentur mala qui componunt carmina: verum
    Gaudent scribentes, et se venerantur, et ultro
    Si taceas laudant quicquid scripsere beati.

    (Epist. II, Lib. II, [99-101; 106-108]).

    Scire velis, mea cur ingratus opuscula lector
    Laudet ametque domi, premat extra limen iniquus:
    Non ego ventosae plebis suffragia venor
    Impensis coenarum et tritae munere vestis.

    [Epist. XIX, Lib. I, 35-38].

  78. Iracundior est paulo, minus aptus acutis
    Naribus horum hominum; rideri possit, eo quod
    Rusticius tonso toga defluit, et male laxus
    In pede calceus haeret: at est bonus, ut melior vir
    Non alius quisquam; at tibi amicus; at ingenium ingens
    Inculto latet hoc sub corpore etc.

    [Sat. III, Lib. I, 29-34].

    Vedi le note di Dacier sopra questo luogo.

  79. Nella Satira III annovera la superstizione tra gli altri vizi da lui chiamati malattia della mente e la caratterizza coll'epiteto di «tristis»:

    .....quisquis
    Ambitione mala aut argenti pallet amore,
    Quisquis luxuria tristive superstitione,
    Aut alio mentis morbo calet etc.

    Od. XI, Lib. I; Epist. II, Lib. II.

  80. Od. XXI, Lib. I.
  81. Ecloga IV.
  82. Od. I, Lib. II.
  83. Od. II, Lib. IV.
  84. Alter in obsequium plus aequo pronus et imi
    Derisor lecti, sic nutum divitis horret,
    Sic iterat voces, et verba cadentia tollit,
    Ut puerum saevo credas dictata magistro
    Reddere vel partes minium tractare secundas;
    Alter rixatur de lana saepe caprina,
    Propugnat nugis armatus: «scilicet, ut non
    Sit mihi prima tides, et vere quod placet, ut non
    Acriter elatrem, pretium aetas altera sordet».

    (Epist. XVIII, Lib. I, [10-18]).

  85. Nos convivia, nos praelia virginum
    Sectis in iuvenes unguibus acrium
    Cantamus vacui, sive quid urimur
    Non praeter solitimi Ieves.

    (Od. VI, Lib. I, [17-20]).

  86. Frui paratis et valido mihi
    Latoë, dones et, praecor, integra
    Cum mente: nec turpem senectam
    Degere, nec cithara carentem.

    (Od. XXXI, Lib. I, [17-20]).

  87. Nec tua laudabis studia, aut aliena reprendes,
    Nec, quum venari volet ille, poemata panges.

    Consentire suis studiis qui crediderit te,
    Fautor utroque tuum laudabit pollice ludum.

    (Epist. XVIII, Lib. I, [39-40; 65-66]).

  88. Non recito cuiquam, nisi amicis, idque coactus,
    Non ubivis, coramve quibuslibet.

    (Sat. IV, Lib. I, [73-74]).

    Ut proficiscentem docui te saepe diuque,
    Augusto reddes signata volurnina, Vinni,
    Si validus, si laetus erit, si denique poscet.

    (Epist. XIII, Lib. I, [1-3]).

  89. Remarques sur les titres des Épitres, t. IV, ed. in 4° d’Hambourg del 1733.
  90. Ibam forte via sacra (sicut meus est mos) (Sat. IX, Lib. I); Egressum magna me excepit Aricia Roma (Sat. V, Lib. I); Proscripti Regis Rupili pus atque venenum (Sat. VII, Lib. I); Olim truncus eram ficulnus, inutile lignum (Sat. VIII, Lib. I); Ut Nasidieni iuvit te coena beati? (Sat. VIII, Lib. II).
  91. Non quia, Maecenas, Lydorum quicquid Etruscos (Sat. VI, Lib. I); Nempe incomposito dixi pede currere versus (Sat. X, Lib. I); Prisco si credis, Maecenas docte, Cratinus (Epist. XIX, Lib. I).
  92. Prima dicte mihi summa dicende Camocna (Epist. I. Lib. I); Quinque dies tibi pellicitus me rure futurum (Epist. VII, Lib. I); Flore, bono claroque fidelis cimice Neroni (Epist. II, Lib. II).
  93. Septimius, Claudi, nimirum intelligit unus (Epist. IX, Lib. I).
  94. Iuli Flore, quibus terrarum militet oris [Epist. III, Lib. I]; Celso gaudere, et bene rem geme, Albinovano (Epist. VIII, Lib. I).
  95. Quam tot sustineas et tanta negatiti solite (Epist. I, Lib. II).
  96. Caetera de genere hoc (adeo sunt multa) loquacem
    Delassare valent Fabium.

    (Sat. I, Lib. I, [13-14])

    ....quin etiam illud
    Accidit, ut cuidam testes, caudamque salacem
    Demeteret ferrum: «iure» omnes: Galba negabat.

    (Sat. II, ibid., [44-46]).

    Deprehendi miserum est: Fabio vel iudice vincam.

    (ibid., [134])

    .....Nunquid Pomponius istis
    Audiret leviora, pater si viveret?.

    (Sat. IV, Lib. I, [52-53]).

    Servius Oppidius Canusi duo praedia, dives
    Antiquo censu natis divisse duobus
    Fertur, et haec moriens pueris dixisse vocatis
    Ad lectum: «Postquam te talos, Aule, nucesque
    Ferre sinu laxo, donare, et ludere vidi,

    Te Tiberi, numerare, cavis abscondere tristem,
    Extimui, ne vos ageret vesania discors;
    Tu Nomentanum, tu ne sequerere Cicutam».

    (Sat. III, Lib. II, [168-175])

    .....ire donum atque
    Pellicuiam curare iube: sis cognitor ipse
    Persta atque obdura, seu rubra canicula fìndet
    Infantes statuas, seu pingui tentus omaso
    Furius kybernas cana nive conspuet Alpes.

    (Sat. V, Lib. II, [37-41]).

  97. ....quamquam ridentem dicere verum
    Quid vetat? ut pueris olim dant crustula blandi
    Doctores, elementa velint ut discere prima.

    (Sat. I, Lib. I, [24-26]).

  98. Sed tuui hic populus, sapiens et iustus in uno,
    Te nostris ducibus, te Graiis anteferendo,
    Caetera nequaquam simili ratione modoque
    Aestimat; et, nisi quae terris semota, suisque
    Temporibus defuncta videt, fastidit et odit,
    Sic fautor veterum, ut tabulas peccare vetantes,
    Quas bis quinque viri sanxerunt, foedera regum
    Vel Gabiis vel cum rigidis aequata Sabinis,
    Pontificum libros, annosa voluinina vatum
    Dictitet Albano Musas in monte loquutas.

    (Epist. I, Lib. II, [18-27])

    .....Adeo sanctum est vetus omne Poema.

    (ibid. [54]).

    Authors, like coins, grow dear as they grow old;
    It is the rust we value, not the gold.

    (Pope, nella imitazione da lui fatta della medesima epistola [The first epistle of second book of Horace, 35-36]).

  99. Iam saliare Numae carmen qui laudat, et illud,
    Quod mecum ignorat, solus vult scire videri.

    (Epist. I, Lib. II, [86-87]).

  100. Si meliora dies, ut vina, poemata reddit.

    (ibid., [34]).

  101. Interdum vulgus rectum videt, est ubi peccat:
    Si veteres ita miratur laudatque Poetas,
    Ut nihil anteferat, nihil illis comparet, errat.
    Si quaedam nimis antique, si pleraque dure
    Dicere credit eos, ignave multa fatetur;
    Et sapit, et mecum facit, et love iudicat aequo.

    (ibid., [63-68]).

  102. Indignor quicquam reprehendi, non quia crasse
    Compositum, illepideve putetur, sed quia nuper.

    (ibid., [76-77]).

  103. Ingeniis non ille favet, plauditque sepultis;
    Nostra sed impugnai, nos nostraque lividus odit.

    (ibid., [88-89]).

  104. Recte necne crocum floresque perambulet Attae
    Fabula si dubitem, clament periisse pudorem
    Cuncti paene patres, ea quum reprehendere coner,
    Quae gravis Aesopus, quae doctus Roscius egit:
    Vel quia nil rectum, nisi quod placuit sibi, ducunt,
    Vel quia turpe putant parere minoribus, et quae
    Imberbes didicere, senes perdenda fateri.

    (ibid., [79-85]).

  105. Hinc omnis pendet Lucilius, hosce sequutus,
    Mutatis tantum pedibus numerisque, facetus,
    Emunctae naris, durus componere versus.
    Nam fuit hoc vitiosus: in hora saepe ducentos,
    Ut magnum, versus dictabat stans pede in uno.
    Quum flueret lutulentus, erat quod tollere velles.
    Garrullus atque piger scribendi ferre laborem;
    Scribendi recte; nam ut multum, nil moror.

    (Sat. IV, Lib. I, [6-13]).

    Nempe incomposito dixi pede currere versus
    Lucili. Quis tam Lucili fautor inepte est,
    Ut non hoc fateatur?

    (Sat. X, ibid., [1-3]).

    Ergo non satis est risu diducere rictum
    Auditoris: et est quaedam tamen hic quoque virtus.
    Est brevitate opus, ut currat sententia, neu se
    Impediat verbis lassas onerantibus aures;
    Et sermone opus est modo tristi, saepe iocoso,
    Defendente vicem modo Rhetoris atque Poetae,
    Interdillo urbani parcentis viribus, atque
    Extenuantis eas consulto. Ridiculum acri
    Fortius et melius magnas plerumque secat res.

    (ibid., [7-15]).

  106. «Sane si recte rem perpendamus, omnis oratio aut laboriosa, aut affectata, aut imitatrix, quamvis alioquin excellens, nescio quid servile olet, nec sui iuris est. Tuum autem dicendi genus vere regium est, profìuens tamquam a fonte, et nihilominus, sicut Naturae ordo postulat, rivis diductum suis, plenum facilitatis felicitatisque, imitans neminem, nemini imitabile»; Bac., in Op. De dign. et augm. Scient., Lib. I, [p. 2].
  107. .....sed ille,
    Si foret hoc nostrum fato dilatus in aevum,
    Detereret sibi multa, reciderei omne, quod ultra
    Perfectum traheretur, et in versu faciendo
    Saepe caput scaberet, vivos et roderei ungues.

    (Sat. X, Lib. I, [67-71]).

  108. Men' moveat cimex Pantilius? aut cruder, quod
    Vellicet absentem Demetrius? aut quod ineptus
    Fannius Hermogenis laedat conviva Tigelli?
    Plotius et Varius, Maecenas Virgiliusque,
    Valgius, et probet haec Octavius optimus, atque
    Fuscus; et haec utinam Viscorum laudet uterque.
    Etc.

    (Sat. X, Lib. I, [78-83]).

  109. At nostri proavi plautinos et numeros et
    Laudavere sales: nimium patienter utrumque,
    Ne dicam stulte, mirati, si modo ego et vos
    Scimus inurbanum lepido seponere dicto
    Legitimumque sonum digitis callemus et aure.

    (in Arte poetica, [270-274]).

  110. «Duplex omnino est iocandi genus: unum illiberale, petulans, flagitiosum, obscaenum; alterum elegans, urbanum, ingeniosum, facetum; quo genere non modo Plautus noster et Atticorum antiqua comoedia, sed etiam Philosophorum Socraticorum libri referti sunt»: Cic., De offic., Lib. I, [104].
  111. «Nam mihi videtur M. Tullius, cum se totum ad imitationem Graecorum contulisset, effinxisse vim Demosthenis, copiam Platonis, iucunditatem Isocratis»: Quint., Lib. X, cap. I, [108].
  112. Str. Quin cum it dormitum, follem sibi obstringit ob gulam.
    Congr. Cur? Str. ne quid animae forte amittat dormiens.
    Congr. Etiamne obturat inferiorem gutturem, ne quid animae forte amittat dormiens?

    (in Aulularia, scen. IV, Act. II [= Atto III, 302-305]).

  113. ....Vos exemplaria Graeca
    Nocturna versate manu, versate diurna.

    (in Art. poet., [268-269]).

  114. Non, si priores Maeonius tenet
    Sedes Homerus etc.

    (Od. IX, Lib. IV, [5-6]).

    Troiani belli scriptorem, Maxime Lolli,
    Dum tu declamas Romae, Praeneste relegi;
    Qui, quid sit pulchrum, quid turpe, quid utile, quid non
    Plenius ac melius Chrysippo et Crantore dicit etc.

    (Epist. II, Lib. I, [1-4]).

    Nec sic incipies, ut scriptor cyclicus olim:
    «Fortunam Priami cantabo, et nobile bellum»
    Quid dignum tanto feret hic promissor hiatu?
    Parturient montes, nascetur ridiculus mus.
    Quanto rectius hic, qui nil molitur inepte:
    «Die mihi, Musa, virum, captae post tempora Troiae
    Qui mores hoininum multorum vidit et urbes».
    Non furuum ex fulgore, sed ex fumo dare lueem
    Cogitat, ut speciosa dehinc miracula promat,
    Antiphaten Scyllamque, et cum Cyclope Charybdim;
    Nec reditum Diomedis ab interitu Meleagri,
    Nec gemino bellum troianum orditur ab ovo:
    Semper ad eventum festinat et in medias res,
    Non secus ac notas auditorem rapit, et quae
    Desperat tractata nitescere posse, relinquit;
    Atque ita mentitur, sic veris falsa remiscet,
    Primo ne medium, medio ne discrepet imum».

    (in Art. poet., [136-152]).

  115. Tu nihil in magno doctus reprendis Homero?

    (Sat. X, Lib. I, [52])

    .....quandoque bonus dormitat Homerus.

    (in Arte poet., [359]).

    «Neque id statim legenti persuasum sit, omnia, quae magni auctores dixerint, utique esse perfecta. Nam et labuntur aliquando, et oneri cedunt, et indulgent ingeniorum suorum voluptati; nec semper intenduut animum et nonnunquam fatigantur; cum Ciceroni dorinitare interim Demosthenes, Horatio vero etiam Homerus ipse videatur»: Quintil., Inst. Orat., Lib. X, cap. I, [24].

  116. Mutavit meutem populus levis, et calet uno
    Scribendi studio. Pueri patresque severi
    Fronde comas vincti coenant, et carmina dictant.
    Ipse ego, qui nullos me afiirmo scribere versus,
    Invenior Parthis mendacior; et prius orto
    Sole vigil calamum, et Chartas, et scrinia posco.
    Navem agere ignarus navis timet; abrotonum aegro
    Non audet, nisi qui didicit, dare; quod medicorum est,
    Promittunt medici: tractant fabrilia fabri:
    Scribimus indocti doctique poemata passim.

    (Epist. I, Lib. II, [108-117]).

  117. Ludere qui nescit, campestribus abstinet armis,
    Indoctusque pilae, discive trochive quiescit,
    Ne spissae risum tollant impune coronae:
    Qui nescit versus, tarnen audet fingere. Quid ni?
    Liber et ingenuus, praesertim census equestrem
    Summam nummorum, vitioque remotus ab omni.

    (in Art. poet., [379-384]).

  118. Qui studet optatam cursu contingere metam
    Multa tulit fecitque puer, sudavit et alsit,
    Abstinuit Venere et vino. Qui Pythia cantat
    Tibicen, didicit prius extimuitque magistrum.

    Nunc satis est dixisse «Ego mira poemata pango;
    Occupet extremum scabies: mihi turpe relinqui est;
    Et, quod non didici, sane nescire fateri».

    (ibid., [412-418]).

  119. «Ego autem et me saepe nova videri dicere intelligo, cum pervetera dicain, sed inaudita plerisque: et fateor me oratorem, si modo sim, aut etiam quicumque sim, non ex rethorum officinis, sed ex Academiae spatiis extitisse»: in Orator, [3, 12].
  120. Scribendi recte, sapere est et principium et fons.
    Rem tibi Socraticae poterunt ostendere chartae,
    Verbaque provisam rem non invita sequentur.
    Qui didicit, patriae quid debeat et quid amicis,
    Quo sit amore parens, quo frater amandus et hospes,
    Quod sit conscripti, quod iudicis officium, quae
    Partes in bellum missi ducis: ille profecto
    Reddere personae scit convenientia cuique.

    (in Art. Poet., [309-316]).

    e più indietro:

    ....cui lecta potenter erit res,
    Nec facundia deserei hunc, nec lucidus ordo.

    [40-41].

  121. . . . . . . . . . . . . . . .Ego, apis Matinae
    More modoque,
    Grata carpentis thyma per laborem
    Plurirnum, circa nemus uvidique
    Tiburis ripas, operosa parvus
    Carmina fingo.

    (Od. II, Lib. IV, [27-32]).

  122. Respicere exemplar vitae morumque iubebo
    Doctum imitatorem, et veras hinc ducere voces
    Interdum speciosa locis morataque recte
    Fabula, nullius veneris, sine pondere et arte,
    Valdius oblectat populum meliusque mora tur,
    Quam versus inopes rerum nugaeque canorae.

    (in Art. poet., [317-322]).

  123. Saepe etiam audacem fugat hoc terretque Poetum,
    Quod numeros plures, virtute et honore minores,
    Indocti stolidique, et depugnare parati,
    Si discordet eques, media inter carmina poscunt
    Aut ursum, aut pugiles: his nam plebecula gaudet.
    Veruni equitis quoque iam migravit ab aure voluptas
    Omnis ad incertos ocu’os et gaudia vana.
    Quattuor aut plures aulaea premuntur in horas,
    Dum fugiunt equitum turmae peditumque catervae.
    Mox trahitur manibus regimi fortuna retortis;
    Esseda festinant, pilenta, petorrita, naves:
    Captivum portatur ebur, captiva Corinthus.
    Si foret in terris, rideret Democritus, seu
    Diversum confusa genus panthera carnelo,
    Sive elephas albus vulgi converteret ora:
    Spectaret populum ludis attentius ipsis,
    Ut sibi praebentem mimo spectacula piura.
    Scriptores autem narrare putaret asello
    Fabellam surdo. Nam quae pervincere voces
    Evaluere sonum, referunt quern nostra theatra?
    Garnanuin mugire putes nenius, aut mare Tuscum;
    Tanto cum strepitìi ludi spectantur et artcs
    Divitiaeque peregrinae, quibus oblitus actor
    Quum stetit in scena, concurrit dextera laevae.
    «Dixit adhuc aliquid?» «Xil sane.» «Quid placet ergo?»
    «Lana Tarantino violas imitata veneno».

    (Epist. I, Lib. 11, [182-207]).

  124. Lettera di M. Antonio Flaminio a Messer Luigi Carlino.
  125. Serlio, nel principio del libro primo. «Cum autem animadverto, ab indoctis et imperitis tantae disciplinae magnìtudinem iactari, et ab his, qui non modo Architecturae, sed omnimo ne fabricae quideni notitiam habent, non possimi non laudare patresfamilias eos, qui litteraturae fiducia confirraati, per se aedificantes ita indicant, si imperitis sit committendum, ipsos potius digniores esse ad suam voluntatem, quam ad alienam pecuniae consumere summam. Itaque nemo artem ullam aliam conatur domi facere, uti sutrinam, vel fullonicam, aut ex caeteris quae sunt faciliores, nisi architecturam, ideo quod qui profitentur, non arte vera, sed falso nominantur Architecti»: Vitruv., in Proemio, Lib. VI.
  126. Scribimus indocti doctique poemata passim.
    Hic error tamen et levis haec insania quantas
    Virtutes habeat, sic collige etc.

    [Epist. I, Lib. II, 117-119].

  127. In verbis etiam tenuis cautusque serendis
    Dixeris egregie, notum si callida verbum
    Reddiderit iunctura novum. Si forte necesse est
    Indiciis monstrare recentibus abdita rerum,
    Fingere cinctutis non exaudita Cethegis
    Continget dabiturque licentia sumpta prudenter,
    Et nova fictaque nuper habebunt verba fidem, si
    Graeco fonte cadant, parce detorta. Quid autem

    Caecilio Plautoque dabit Romanus ademptum
    Virgilio Varioque? Ego cur, acquirere pauca
    Si possum, invideor, quum lingua Catonis et Enni
    Sermonem patrium ditaverit, et nova rerum
    Nomina protulerit? Licuit semperque licebit
    Signatum praesente nota producere nomen.
    Ut sylvae foliis pronos mutantur in annos,
    Prima cadunt, ita verborum vetus interit aetas,
    Et iuvenum ritu florent modo nata vigentque.
    Debemur morti nos nostraque sive receptus
    Terra Neptunus classes aquilonibus arcet,
    Regis opus; sterilisve diu palus aptaque remis
    Vicinas urbes alit, et grave sentit aratrum:
    Seu cursum mutavit iniquum frugibus amnis,
    Doctus iter melius: mortalia facta peribunt:
    Nedum sermonum stet honos et gratia vivax.
    Multa renascentur, quae iam cecidere, cadentque
    Quae nunc sunt in honore vocabula, si volet usus,
    Quern penes arbitrium est, et ius et norma loquendi.

    (in Art. poet., [46-72]).

    Obscurata diu populo bonus eruet, atque
    Profert in lucem speciosa vocabula rerum,
    Quae priscis memorata Catonibus atque Cethegis
    Nunc situs informis premit et deserta vetustas;
    Adsciscet nova, quae genitor produxerit usus.
    Vehemens et liquidus puroque simillimus amni
    Fundet opes, Latiumque beabit divite lingua.

    (Epist. II, Lib. II, [115-121]).

    Inimicare è parola fabbricata da Orazio. Vedi Dacier e Sanadon nel commento a quel verso: «Et miseras inimicat urbes» dell'Oda XV del Lib. IV, [20]. «Consuetudo vero certissima loquendi magistra, utendumque piane sermone, ut nummo, cui publica forma est»: Quintil., Instit. Orat., Lib. I, cap. VI, [3]. «Usitatis <verbis> tutius utimur; nova non sine quodam periculo fingimus... Audendum tamen: namque, ut Cicero ait, etiam quae primo dura visa sunt, usu molliuntur»: Id., ibid., Lib. I, cap. V, [71].

  128. «At magnum fecit, quod verbis Graeca Latinis
    Miscuit». O seri studiorum! quine putetis
    Difficile et mirum, Rhodio quod Pitholeonti
    Contigit? «At sermo lingua concinnus utraque
    Suavior, ut Chio nota si commista Falerni est».
    Quum versus facias, teipsum percontor, an et quum
    Dura tibi peragenda rei sit causa Petilli;
    Scilicet oblitus patriaeque patrisque Latini,
    Quum Pedius causas exsudet Poplicoia atque
    Corvinus, patriis intermiscere petita
    Verba foris malis, Canusini more bilinguis?

    (Sat. X, Lib. I, [20-30]).

    Such labour'd nothings in so strange a style
    Amaze th’unlearn’d, and make the learned smile.

    (Pope, Essay on Chriticism, [326-327]).

  129. Si paragonino quei versi di Lucilio:

    Quo me habeam pacto, tamen etsi haud quaeri docebo.
    Quando in eo numero mansti, quo maxima nunc est
    Pars hominum, ut periisse velis, quern nolueris, quum
    Visere debueris. Hoc nolueris et debuens te,
    Si minu' delectat, quod άτεχνον Isocration est
    'Oxληρῶδες que simul totum ac oυμμειρακιῶδες
    Non operam perdo.

    [Sat., Lib. V, fr. 1].

    con quelli di Ronsardo:

    Ah! que je suis mairy que la Muse françoise
    Ne peut dire ces mots, comme fait la grégeoise,
    Ocymore dyspotme, oligochronien,
    Certes je les dirois du sang valesien.

    (Tombeau ou Épiiaphe de Marguerite de France, et de François I, [1-4]).

  130. Atque ego cum Graecos facerem, natus mare citra,
    Versiculos, vetuit me tali voce Quirinus
    Post mediam noctem visus, cum somnia vera
    «In silvam non ligna feras insanius, ac si
    Magnas Graecorum malis implere catervas».

    (Sat. X, Lib. I, [31-35]).

  131. Quid brevi fortes iaculamur aevo
    Multa?

    (Od. XVI, Lib. II, [17-18]).

  132.  Utrumque sacro digna silentio
    Mirantur umbrae dicere: sed magis
    Pugnas et exactos tyrannos
    Densum humeris bibit aure vulgus.

    (Od. XIII, Lib. II, [29-32]).

  133. .....Vertere pallor
    Turn Parochi faciern nil sic metuentis, ut acres
    Potores, vel quod maledicunt liberius, vel
    Fervida quod subtile exsurdant vina palatum.

    (Sat. VIII, Lib. II, [35-38]).

  134. O imitatores, servum pecus, ut mihi saepe
    Bilem, saepe iocum vestri movere tumultus!

    (Epist. XIX, Lib. I, [19-20]).

  135. Illi, scripta quibus Comoedia prisca viris est,
    Hoc stabant, hoc sunt imitandi; quos neque pulcher
    Hermogenes unquam legit, neque simius iste,
    Nil praeter Calvum, et doctus cantare Catullum.

    (Sat. X, Lib. I, [16-19]).

  136. Quid Titius, Romana brevi venturus in ora?
    Pindarici fontis qui non expalluit haustus,
    Fastidire lacus, et rivos ausus apertos?
    Ut valet? ut meminit nostri? fidibusne latinis
    Thebanos aptare modos studet, auspice Musa?

    (Epist. III, Lib. I, [9-13]).

    Nil intentantum nostri liquere Poetae,
    Nec minimum meruere decus, vestigia Graeca
    Ausi deserere, et celebrare domestica facta.

    (in Art. poet., [285-287]).

  137. Libera per vacuum posui vestigia princeps,
    Non aliena meo pressi pede. Qui sibi fidit,

    Dux regit examen. Parios ego primus iambos
    Ostendi Latio, numeros animosque sequutus
    Archilochi, non res et agentia verba Lycamben.
    Ac ne me foliis ideo brevioribus ornes,
    Quod timui mutare modos, et carminis artem:
    Temperai Archilochi Musam pede mascula Sappho,
    Temperat Alcaeus, sed rebus et ordine dispar:
    Nec socerum quaerit, quem versibus oblinat atris,
    Nec sponsae laqueum famoso cannine nectit.
    Hunc ego, non alio dictum prius ore, Latinis
    Vulgavi fidicen. Iuvat immemorata ferentem
    Ingenuis oculisque legi manibusque teneri.

    (Epist. XIX, Lib. I, [21-34]).

  138.  Quod monstror digito praetereuntium.

  139. Multa fero, ut placem genus irritabile vatum.

    (Epist. II, Lib. II, [102]).

  140. ....aut crucier quod
    Vellicet absentem Demetrius.

    (Sat. X, Lib. I, [78-79]).

    ..... mihi parva rara, et
    Spiritum Graiae tenuem Camoenae
    Parca non mendax dedit, et malignum
    Spemere vulgus.

    (Od. XVI, Lib. II, [37-40]).

  141. Per totum hoc tempus subiectior in diem et horam
    Invidiae. Noster ludos spectaverat, una
    Luserat in campo: «Fortunae filius», omnes.

    (Sat. VI, Lib. II, [47-49]).

  142. Invidia accrevit, privato quae minor esset.

    (Sat. VI, Lib. I, [26]).

  143. Invidus alterius macrescit rebus opimis.

    (Epist. II, Lib. I, [57]).

  144. Faenum habet in cornu; longe fuge: dummodo risum
    Excutiat sibi, non hic cuiquam parcet amico.

    (Sat. IV, Lib. I, [34-35]).

  145. Saepe tribus lectis videas coenare quaternos,
    E quibus unus avet qua vis aspergere cunctos,
    Praeter eurn, qui praebet aquam; post hunc quoque potus,
    Condita quum verax aperit praecordia Liber.
    Hic tibi comis et urbanus liberque videtur
    Infesto nigris. Ego, si risi, quod ineptus
    Pastillos Rutillus olet, Gorgonius hircum,
    Lividus et mordax videor tibi.

    (ibid., [86-93]).

  146. ... «Spissis indigna theatris
    Scripta pudet recitare, et nugis addere pondus»,
    Si dixi, «rides», ait, «et Iovis auribus ista
    Servas. Fidis enim manare poetica niella
    Te solutn, tibi pulcher».

    (Epist. XIX, I.ib. I, [41-45]).

  147. An si quis atro dente me petiverit,
    Inultus ut flebo puer?

    (Epod. VI, [15-16]).

    ....Sed hic stylus haud petet ultra
    Quemquam animantem: et me veluti custodiet ensis
    Vagina tectus, quem cur distringere coner
    Tutus ab infestis latronibus? O pater et rex
    Iuppiter, ut pereat positum rubigine telum,
    Nec quisquam noceat cupido mihi pacis. At ille,
    Qui me commorit (melius non tangere, clamo)
    Flebit, et insignis tota cantabitur urbe.

    (Sat. I, Lib. II, [39-46]).

  148. .... Ad haec ego naribus uti
    Forinido, et, luctantis acuto ne secer ungui,
    «Displicet iste locus», clamo, et diludia posco.
    Ludus enim genuit trepidum certamen et iram;
    Ira truces inimicitias et funebre bellum.

    (Epist. XIX, Lib. I, [45-49]).

  149. Saepe stylum vertas, iterum quae digna legi sint
    Scripturus: neque te ut miretur turba, labores
    Contentus paucis lectoribus.

    (Sat. X, Lib. I, [72-74]).

    Sic raro scribis, ut toto non quater anno
    Membranam poscas, scriptorum quaeque retexens.

    (Sat. III, Lib. II, [1-2]).

  150. «Multo tamen haec erunt splendidiora, breviora, meliora»: Cic., Ad Att., Ep. 13, Lib. XIII.
  151. Tentavit quoque rem si digne vertere posset,
    et placuit sibi natura sublimis et acer;
    Nam spirai tragicum fatis, et feliciter audet;
    Sed turpem putat in scriptis metuitque lituram.

    (Epist. I, Lib. II, [164-167]).

    Nec virtute foret, clarisve potentius armis
    Quam lingua Latium, si non offenderet unum
    Quemque Poetarum limae labor et mora.

    (in Arte poet., [289-291]).

  152. «Pessimum inimicorum genus, laudantes»: Tacit., [Agricola, XLI].
  153. .... si quid tamen olim
    Scripseris, in Metii descendat iudicis aures,
    Et patris et nostras.

    (in Arte poetica, [386-388]).

    Ergo Quintilium perpetuus sopor
    Urget; cui Pudor, et Iustitiae soror
    Incorrupta Fides nudaque veritas
    Quando ullum invenient parem?

    (Od. XXIV, Lib. I [5-8]).

  154. Tu seu donaris, seu quid donare voles cui,
    Nolito ad versus tibi factos ducere plenum
    Laetitiae; clamabit enirn, «Pulchre, bene, recte»,
    Pallescet super his: etiam stillabit amicis

    Ex oculis rorem: saliet, tundet pede terrain.
    Ut qui conduciti plorant in funere, dicunt
    Et faciunt prope plura dolentibus ex animo: sic
    Derisor vero plus laudatore movetur.
    Reges dicuntur multis urgere culullis
    Et torquere mero, quem perspexisse laborent.
    An sit amicitia dignus. Si carmina condes,
    Nunquam te fallant animi sub vulpe latentes.
    Quintilio si quid recitares, «Corrige, sodes,
    Hoc», aiebat, «et hoc». Melius te posse negares
    Bis terque expertum frustra? delere iubebat,
    Et male tornatos incudi reddere versus.
    Si defendere delictum, quam vertere malles,
    Nullum ultra verbum, aut operam sumebat inanem,
    Quin sine rivali teque et tua solus amares.
    Vir bonus et prudens versus reprehendet inertes,
    Culpabit duros, incomptis allinet atrum
    Transverso calamo signum, ambitiosa recidet
    Ornamenta, parum Claris lucem dare coget,
    Arguet ambigue dictum, mutanda notabit,
    Fiet Aristarchus.

    (in Arte poet., [426-450])

    ..... calidum scis ponere sumen,
    Scis comitem horridulum trita donare lacerna,
    Et «verum», inquis, «amo: verum mihi dicite de me».

    (Pers., Sat. I, [53-55]).

  155. At qui legitimum cupiet fecisse Poema,
    Cum tabulis animum censoris sumet honesti:
    Audebit, quaecumque parum splendoris habebunt,
    Et sine pondere erunt, et honore indigna ferentur,
    Verba movere loco, quamvis invita recedant,
    Et versentur adhuc intra penetralia Vestae.
    Obscurata diu populo bonus eruet, atque
    Proferet in lucem speciosa vocabula rerum,
    Quae priscis memorata Catonibus atque Cethegis,
    Nunc situs informis premit et deserta vetustas;
    Adsciscet nova, quae genitor produxerit usus.
    Vehemens et liquidus puroque simillimus amni
    Fundet opes, Latiumque beabit divite lingua;

    Luxuriantia compescet, nimis aspera sano
    Levabit cultu, virtute carentia tollet:
    Ludentis specieiu dabit et torquebitur, ut qui
    Nunc Satyrum, nunc agrestem Cyclopa movetur.

    (Epist. II, Lib. II, [109-125]).

  156. Natura fieret laudabile carmen an arte,
    Quaesitum est. Ego nec Studium sine divite vena,
    Nec rude quid prosit video ingenium: alterius sic
    Altera poscit opem res et coniurat amice.

    (in Arte poet., [408-411]).

  157. Vedi Blackwell, Essay on the Life and Writings of Homer.
  158. Lettere del Bembo, vol. III, Lib. V, Lett. I.
  159. «Ce Poete <Mathias Casimir Sarbievius, ou Sarbieuski, Jésuite polonois, mort à 45 ans en 1640> a toujours passé pour un Lyrique du premier ordre: en sorte même que Grotius a dit de lui: Non solum aequavit, sed interdum superávit Flaccum: ce qui est néanmoins un peu fort. Sarbievius a peut-être autant d'élévation qu’Horace, mais il n'a ni ses grâces, ni sa clarté, ni son ton philosophique, ni son talent de dire les choses les plus obligeantes sans fadeur, sans appareil, sans bassesse: ajoûtez le style qui est sûrement très-bon et très-latin chez Horace au lieu que nous aurions besoin de garants pour assûrer la même chose du Poète polonois, ainsi que de tous les Latins modernes». Così parlano i suoi stessi confratelli, i dotti giornalisti di Trévoux, in occasione di una nuova edizione fatta delle Poesie di cotesto Autore in Parigi dal celebre Barbou. (Mémoires pour l'Histoire des Sciences, et des Arts etc., Janvier 1759, v. I, pag. 368 e 369).
  160. .....quid te tibi reddat amicum.

    (Epist. XVIII, Lib. I, [101]).

  161. ..... invidiaque maior
    Urbes relinquam.

    (Od. XX, Lib. II, [4-5]).

    Romae principis urbium
    Dignatur soboles inter amabiles
    Vatum ponere me choros:
    Et iam dente minus mordeor invido.
    O testudinis aureae
    Dulcem quae strepitum, Pieri, temperas,
    O mutis quoque piscibus
    Domatura cycni, si libeat, sonum,
    Totum muneris hoc tui est,
    Quod monstror digito praetereuntium
    Romanae fidicen Lyrae:
    Quod spiro et placeo, si placeo, tuum est.

    (Od. III, Lib. IV, [13-24]).

  162. Vedi Suetonio.
  163. Quum tibi sol tepidus plures admoverit aures,
    Me libertino natum patre, et in tenui re
    Maiores pennas nido extendisse loqueris,
    Ut, quantum generi demas, virtutibus addas;
    Me primis urbis belli placuisse domique,
    Corporis exigui, praecanum, solibus aptum,
    Irasci celerem, tamen ut placabilis essem.
    Forte meum si quis te percontabitur aevum,

    Me quater undenos sciat implevisse Decembres,
    Collegam Lepidum quo duxit Lollius anno.

    (Epist. XX, Lib. I, [19-28]).

    .....quidquid sum ego, quatnvis
    Infra Lucili censutn ingeniumque, tamen me
    Cum magnis vixisse invita fatebitur usque
    Invidia.

    (Sat. I, Lib. II, [74-77]).

    Quin ubi se a vulgo et scena in secreta remorant
    Virtus Scipiadae et mitis sapientia Laeli,
    Nugari cum ilio et discincti ludere, donec
    Decoqueretur olus, soliti.

    (ibid., [71-74]).

  164. Hic oculis ego nigra meis collyria lippus
    Illinere.

    (Sat. V, Lib. I, [30-31]).

    Lusum it Maecenas, dormitum ego Virgiliusque;
    Namque pila lippis inimicum et ludere crudis.

    (ibid., [48-49]).

  165. Quam mihi das aegro, dabis aegrotare timenti,
    Maecenas, veniam; dum ficus prima calorque
    Designatorem decorat lictoribus atris etc.

    (Epist. VII, Lib. I, [4-6]).

    Quae sit hyems Veliae, quod coelum, Vaia, Salerai,
    Quorum hominum regio et qual is via; (nani mihi Baias
    Musa supervacuas Antouius etc.

    (Epist. XV, Lib. I, [1-3]).

  166. Ut veni coram, singultirà pauca loquutus,
    (Infans namque pudor prohibebat plura profari) etc.

    (Sat. VI, Lib. I, [56-57]).

  167. Di bene fecerunt, inopis me quodque pusilli
    Finxerunt animi, raro et perpauca loquentis:
    At tu conclusas hircinis follibus auras
    Usque laborantes, dum ferrum molliat ignis,
    Ut mavis, imitare.

    (Sat. IV, Lib. I, [17-21]).

  168. Vel quum Pausiaca torpes, insane, tabella,
    Qui peccas minus atque ego? quum Fulvi, Rutubaeque,
    Aut Placideiani contento poplite miror
    Praelia rubrica pietà aut carbone; velut si
    Re vera pugnent, feriant vitentque moventes
    Arma viri. Nequam et cessator Davus; at ipse
    Subtilis veterum iudex et callidus audis.

    (Sat. VII, Lib. II, [95-101]).

  169. ....Accipe: primum
    Aediiìcas; hoc est longos imitaris, ab imo
    Ad sumrnum totus moduli bipedalis, et idem
    Corpore maiorem rides Turbonis in armis
    Spiritum et incessum. Qui ridiculus minus ilio?
    An, quodeunque facit Maecenas, te quoque veruna est,
    Tanto dissimilem, et tanto certare minorem?

    E più sotto:

    «Non dico horrendam rabiem». «Iam desine». «Cultum
    Maiorem censu».

    (Sat. III, Lib. II, [307-313; 323-32]).

  170. O rus, quando ego te aspiciam? quandoque licebit
    Nunc veterum libris, nunc somno et inertibus horis
    Ducere sollicitae iucunda oblivia vitae?

    (Sat. VI, Lib. II, [60-62]).

    Urbis amatorem Fuscum saivere iubemus
    Ruris amatores.

    E appresso:

    Tu nidum servas, ego laudo ruris amoeni
    Rivos, et musco circumlita saxa nemusque etc.

    (Epist. X, Lib. I, [1-2; 6-7]).

  171. Indoctum doctumque fugat recitator acerbus.
    Quem vero arripuit, tenet occiditque legendo,
    Non missura cutem, nisi piena cruoris hirudo.

    (in Arte poet., [474-476]).

  172. Odisti claves, et grata sigilla pudico.

    (Epist. XX, Lib. I, [3]).

  173. Atqui si vitiis mediocribus, ac mea paucis
    Mendosa est natura, alioqui recta (velut si
    Egregio inspersos reprendas corpore naevos)
    Si neque avaritiam, neque sordes nec mala lustra
    Obiiciet vere quisquarn mihi: purus et insons,
    (Ut me collaudem), si vivo carus amicis,
    Causa fuit pater his etc.

    (Sat. VI, Lib. I, [65-71]).

  174. ....sume superbiam
    Quaesitam meritis.

    (Od. XXX, Lib. III, [14-15]).

  175. Non omnis moriar: multaque pars mei
    Vitabit Libitinam. Usque ego posterà
    Crescam laude recens, duin Capitolium
    Scandet cum tacita virgine Pontifex.

    (Od. XXX. Lib. Ili, [6-9]).