Saggio sopra l'Accademia di Francia che è in Roma (Laterza 1963)/Saggio
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SAGGIO
SOPRA L’ACCADEMIA DI FRANCIA CHE È IN ROMA
Niun principe ci fu mai tra i moderni, né forse tra gli antichi, il quale a favore de’ buoni studî tanto operasse, quanto operò Luigi XIV re di Francia. Dopo che tornarono vani i tentativi fatti già da Francesco I, che coll’aiuto de’ forestieri s’era proposto di domiciliar nel suo regno le buone arti, e quelli ancora che col ministero del Richelieu e col magistero del Pussino avea novellamente fatti Luigi XIII padre suo[1], venne egli in campo spalleggiato dal Colberto, e venne in tempi a condurre la bella impresa più favorevoli e maturi. Quieta da ogni civile discordia era a quel tempo la Francia, era più ricca e possente che mai, atta a ricevere qualunque cultura di erudizione e di gentilezza. Talché a Luigi XIV fu riserbato colorire i bei disegni degli antecessori suoi; ed egli con giusta ragione chiamare potrebbesi dagli eruditi l'Ercole Musagete del felicissimo suo regno.
Niun mezzo fu da quel munifico re lasciato indietro, onde dar favore agli uomini di lettere e agli artefici. Parecchi ne chiamò da' forestieri paesi arricchendogli di larghi stipendî e facendogli di una più nobile patria cittadini, mandò fuori in cerca del sapere non pochi dei proprî suoi sudditi, e fondò sopra tutto Accademie per alimentare e promuovere ogni maniera di studî e quasi con la nazione addomesticargli. Tra le quali non tiene certamente e per qualità di allievi, e per grandezza di premî, e per nobiltà di fine l'ultimo luogo quella che sotto nome di Accademia di Francia fiorisce da lungo tempo in Roma, ed è figliuola dell'Accademia a cui commessa è in Parigi la cura delle arti del disegno. Fu tal fondazione instituita per consiglio di Carlo Le Brun, che in Roma pur fece quegli studî per cui salì in tanta rinomanza, e potè quasi nuovo Apelle rappresentar degnamente le gesta di colui
che giovinetto il mondo corse e vinse.
Siccome già in Atene, seggio della eloquenza e della filosofia, andar solevano i giovani Romani che davano opera all'arte oratoria, con egual ragione avvisò il Le Brun, che i giovani Francesi che si danno allo studio delle belle arti, andar dovessero e fare non breve dimora in Roma, dove insegnano le opere de’ Michelagnoli, de' Vignola, de' Domenichini, de' Raffaelli, degli antichi Greci assai meglio, che fare non possono i precetti e la viva voce de' più dotti maestri. Ogni anno adunque sceglie l'Accademia di Parigi un picciol drappello de' migliori suoi allievi degni d'intraprendere il viaggio di Roma, e alla direzione di un valente suo maestro, che quivi risiede, gli confida; onde sotto l'ombra del Re possano compiere loro studî, perfezionarvisi, ricevere l'ultimo raffinamento. Né da' tempi del Le Brun sino a' dì nostri discontinuo tal lodevole instituto, per cui la Francia mantiene tra noi il seminario di quegli artisti che, ricchi delle più erudite spoglie antiche e moderne, abbiano poi virtù di abbellire la patria loro, e far sì che nella Pittura, nell'Architettura e nella Statuaria ella abbia quanto che sia da gareggiar con l'Italia.
Se non che alcuni ci furono, e massimamente al dì d'oggi alcuni ci sono in Francia, i quali pensano ed hanno scritto in contrario; quasi adontassero di dover passare i monti per divenir buoni pittori o architetti, come altri adontano di dovere, a dir così, passare il mare per divenir buoni filosofi. E per essi non rimane che il presente magnanimo Re, il quale con ogni sorta di premi incoraggisce le buone arti, non distrugga quanto a maggior benefizio di esse avea operato il gloriosissimo bisavolo suo.
Alla Italia lasciano costoro quella laude che togliere in niuna maniera non se le può, di essere la più ricca miniera degli antichi esempî, che nella ricerca del bello ideale possono agevolar la strada e servir di scorta ai moderni, di avere ristorato nel mondo le perdute arti, di aver prodotto artefici in ogni genere eccellentissimi, d'essere stata già maestra, come un tempo signora, delle altre nazioni. Ma sostengono dall’altra banda non mancare in Francia chi condurre possa sicuramente i giovani nel cammino della virtù, avervi da lungo tempo le arti messo di salde radici, essere tra loro surti maestri da non la cedere per conto niuno ai nostri, doversi in una età filosofica, come si è questa, abbattere i vecchi idoli della prevenzione e dell'autorità, per troppo lunga stagione essere stato reso omaggio più al nome, che al valore degli esteri: Jouvenet e Le Sueur non fecero altrimenti il viaggio d'Italia; e ciò non ostante riuscirono, a quel che dicono, pittori lodevolissimi; massimamente l'ultimo, che fu rivale del medesimo Le Brun, e meritò il titolo di Raffaello della Francia. In Francia del rimanente ci sono quadri in gran copia de' migliori maestri italiani, aggiungono essi, ci sono statue antiche assai, su cui potersi studiare dai giovani senza che ci sia bisogno d'ire peregrinando in traccia di esempi, di esporsi per ciò ai disagi e alle fatiche di un lungo viaggio, di abbandonare il proprio nido, di lasciare un paese, dove concorrono a cercare in ogni genere e a imparar gentilezza tutte le nazioni: argomenti tanto più atti a sedurre e pericolosi, quanto più sono popolari, ché careggiano l'amore che ognuno ha per la propria nazione, e per vincere lo intelletto si fanno prima signori del cuore.
Un qualche ragionamento adunque non sarà fuor di proposito che loro si contrapponga per dimostrarne la fallacia; acciocché non resti impedito il progresso delle belle arti in un paese in cui tanto fioriscono le manifatture e le scienze, e restino ad un tempo corroborati e difesi i provvedimenti di un Re, che altro non furono che ben considerati e sapientissimi.
A due capi si riducono gli argomenti de' moderni Francesi poco amici della Italia: allo esservi in Francia assai de' nostri quadri e di antiche statue, su cui potersi studiare dalla gioventù; e al non esser tra loro mancati di quegli che, senza avere studiato in Italia, divennero nella pittura eccellenti.
Di grandissimo peso sarebbono senza dubbio tali argomenti, e il secondo singolarmente, se reggessero. Quale è colui che con gravissima sua fatica e con molto dispendio si volesse mettere a cercare da altrui precetti ed aiuti, potendo fare da sé? Se non che in tutta la scuola francese a due finalmente si ristringono quegli artefici i quali, essendo riusciti valentuomini senza aver passato le Alpi, hanno col loro esempio a consigliare i giovani Francesi a non lasciar Parigi, per imprender la via dell'Italia e di Roma. A' quali soli due non so perché dovranno essi giovani dare orecchio piuttosto che a quel maggior numero di valentuomini della stessa scuola, i quali per contrario a Roma gli consigliano di andare, dove succhiarono il latte migliore e il più fino dell'arte loro. E in verità egli sembra che a Jouvenet e al Le Sueur dovesse prevalere, per tacer di altri parecchi, l'autorità di un Bourdon, di un Mignard, di un Le Brun, di un La Fage, di un Le Moine, di un Pussino sovra ogni altro, il quale un tratto ebbe a dire come egli se ne tornava prestamente a Roma per riacquistare nella Pittura quanto riconosceva di aver perduto standosene in Francia[2].
Ma perché potrebbono insistere che non tanto si hanno a numerare quanto a pesare i voti, sta a vedere di quanto peso sieno precisamente i due la cui autorità si vorrebbe far preponderare a tutti gli altri. Moltissimo, è vero, viene da alcuni magnificato in Francia Jouvenet; e già non mancò chi giunse persino ad uguagliarlo a quel sovrano maestro del Domenichino, il quale con somma finezza di espressione e di disegno seppe riunire soavità di colore e aggiustatezza di disposizione, che è forse il primo della scuola bolognese, e di non così lungo intervallo secondo dal gran Raffaello. Ma quegli che fece un tale confronto, mise anche del pari Blanchard con Tiziano, La Fosse con Paolo Veronese, mosso da quell'amore della patria a cui si sacrifica ogni cosa, da quel principio medesimo per cui furono da un altro suo compatriota messi in parallelo i moderni Francesi cogli antichi Romani[3]. La verità si è che chiunque ha gli occhi addottrinati dall'arte, non sa vedere nelle opere del Jouvenet cotanta eccellenza. Grandissima è, non si può negarlo, la facilità ch'egli aveva nel dipingere; ma giallastro è il suo colorito, per niente scelto il disegno, stentate sono assai volte le sue composizioni e non di vena, e le sue figure aver sogliono quel contegno che è proprio degli uomini educati in Francia, e non quella grazia naturale che è di tutti i paesi e di tutti i tempi. È pittore in somma manierato, che non può se non travviare nella imitazione della natura e del vero qualunque prendesse a studiarlo. E se da coloro che intendono di riformare gl'instituti dell'Accademia di Parigi egli viene allegato come uno esempio, ciò può solamente mostrare e la grande scarsezza degli eccellenti pittori ch'ebbe la Francia, e la più grande scarsezza ancora di quelli che senza sortire di Francia hanno creduto poter riuscire eccellenti.
Di un altro calibro è Eustachio Le Sueur, il quale nella vita di S. Bruno singolarmente, da lui dipinta nella Certosa di Parigi, si fa conoscere tal pittore, che in ciascun paese sarebbe chiamato eccellente; di grande ingenuità nel disegno, savio nella invenzione, fino nelle espressioni, lontano da ogni vizio di maniera; benché nel colorito fosse di lunga mano superato dal Blanchard, nella fecondità della invenzione dal suo rivale Le Brun, e nelle parti in cui si distinse rimanesse molto al di sotto del Pussino, che tra' Francesi tiene veramente il principato nella Pittura. Accortosi il Le Sueur di essere stato dal Vouet, sotto cui apprese i principi dell'arte, condotto fuori del vero cammino, si rivolse a seguir Raffaello; e con l'aiuto dei pochissimi quadri che di quel maestro sono in Francia, e delle stampe che vanno attorno delle opere di lui, tale potè riuscire da fare onore grandissimo all'arte e alla patria sua. Ma se bevendo solamente a' rivoli pur salì a tanta altezza, che non avrebbe egli fatto se, vedute le immortali opere del Vaticano, avesse potuto attignere al fonte? Senzaché non può servire al comune degli uomini di regola e di esempio un qualche straordinario ingegno, a cui la Natura voglia cortesemente mostrar quello che agli altri fa bisogno con pertinacissimo studio e a gran fatica cercare.
Perché sortì al Correggio, non avendo mai visto le scolture dei Greci, dare alle arie di volto quella indicibil sua grazia, già con si vorrà per questo inferirne, che sia tempo perduto a un pittore lo studiare le antiche statue[4]; come niuno avvisò giammai di dire che a' ragazzi che studiano Geometria non debba il maestro spiegare Euclide, in sul fondamento che riuscì al giovanetto Pascal farsi scala da sé alla dimostrazione di non so quanti teoremi.
Se adunque necessaria al pittore è quella scienza che il Pussino chiama fattiva, la quale con la bontà del precetto con giunge la forza dell’esempio[5], e questa pur guidò a mano ne' suoi studi lo stesso Le Sueur, di grandissimo e singoiar profitto converrà pur dire che avrà da essere a' giovani artisti francesi il viaggio d'Italia. Ogni cosa chiama quivi ed instruisce l'occhio del pittore, ogni cosa risveglia l'attenzion sua; e quel paese può veramente chiamarsi per gli artisti, come lo chiama un Inglese, classica terra[6]. Per non far parola delle statue de' moderni scultori, ma di quelle solamente che per la varia simmetria delle forme furono a questi, e debbono essere a tutti, la norma ed il regolo, quante non ne racchiude singolarmente nel suo cerchio la magnifica Roma! Laddove in Francia, benché di assai belle se ne veggano come il Cincinnato e alcune altre, si può nondimeno risolutamente affermare, che della prima classe, ovveramente precettive, come le vengon dette, non ce ne abbia niuna; dico da stare a fronte dell'Apollo, dell'Antinoo, del Laocoonte, dell'Ercole, del Gladiatore, del Fauno, della Venere e somiglianti, che nobilitano il Belvedere, il palazzo Farnese, la villa Pinciana, la galleria di Fiorenza. E nella sola galleria Giustiniana ci ha forse un più gran numero di antiche statue, che non ne possiede tutto il regno di Francia. Di quadri dei migliori nostri maestri, dove apprendere i differenti caratteri e le modificazioni varie della pittura, ne tiene in paragone la Francia un molto maggior numero, che di antiche statue. Ma dove sono eglino? Nel palagio di Versaglia, del Lussemburgo, nella galleria del Duca di Orléans, appresso gli eredi di Monsieur Crouzat, e in pochissimi altri simili luoghi. E chi non sa che in Italia ogni chiesa è, per così dire, una galleria, sono arricchiti di pitture i monasteri, i palagi pubblici, i privati, ne sono piene le facciate e i muri dei casamenti? Né già queste, per essere poste in luoghi di picciol rispetto, dirò così, si hanno a credere le meno considerabili. Sogliono anzi tali pitture essere studiatissime; come quelle che di continuo starsi doveano presenti alle viste del popolo, giudice più incorruttibile per gli artefici e più da temersi di qualunque siasi Accademia.
Ma quando bene di quadri de' maestri italiani ce ne avesse in Francia un assai maggior numero ancora che realmente non ne ha, non pare che fossero per trarne i giovani francesi tanto profitto, quanto faranno vedendo ciò che i medesimi maestri italiani hanno operato in Italia.
Le migliori opere di un pittore sogliono essere quelle che di lui si veggono nella patria o residenza sua. Nelle gran macchine, nelle opere pubbliche e stabili, fatte da' pittori nel vigore della lor maniera, quando più cercavano di farsi riputazione nel proprio paese, che aveano sulle braccia di molti e degni rivali, quivi si vuol vedergli e studiargli: a quel modo che convien giudicar del valore degli architetti dai pubblici edifizì e dai tempi degli Dei, dove le lodi e i biasimi del lavoro, dice Vitruvio[7], sogliono eternamente durare.
Il Tintoretto, a cagion d'esempio, conviene vederlo alla scuola di S. Marco, nella pubblica libreria di Venezia, alla cappella Contarmi tanto ammirata dal Cortona, al palazzo Toiletti; ed ivi ben si scorge che punto non avea da temere il confronto di Paolo né d’altri valentuomini di quel tempo, e come era arrivato veramente a impastare insieme il colorito di Tiziano e il disegno di Michelagnolo. Tiziano conviene vederlo alla scuola della Carità, a' Frari, a’ SS. Gio. e Paolo di Venezia nella tanto decantata tavola del S. Pietro martire, che sopra ogni altra sua opera lo qualifica quel sovrano maestro ch'egli è; il Bassano nella natività che ha dipinto per la patria sua; il Guerrino nell'apparizione di Cristo alla Madonna, che è in Cento, pure sua patria; Paolo Veronese a S. Zaccaria, a S. Giorgio di Venezia, nel refettorio de' frati della Madonna del Monte di Vicenza, dove è forse la più bella Cena di quante ne ha saputo imbandire. In Urbino ed in Pesaro si vuol cercare il Barroccio; e la virtù del Correggio nell'ancona segnatamente di S. Girolamo, che è in Parma, e fu dall’erudito genio del Reale Infante conservata all'Italia. Il valore di Annibale Caracci lo mostra sopra tutto la galleria Farnese, e S. Michele in Bosco quello di Lodovico, maestro di ogni stile e posto dagli oltramontanti troppo al di sotto di Annibaie. Nelle chiese di Roma si ha a guardare il Domenichino; Raffaello e Michelagnolo al Vaticano, quando que' due sovrani poeti nella Pittura giostravano, a così dire, insieme, per ottener la corona in Campidoglio. E certo quale di noi si avanzasse a dar sentenza sopra il merito del Le Brun da un qualche quadro che di lui si vedesse in Italia, verrebbe da' Francesi giustamente ripreso; e sarebbe a un tempo medesimo citato alla galleria del palagio Lambert, o a quella di Versaglia, quando egli dipingeva a concorrenza del Le Sueur o combatteva per la palma con un Mignardo.
Tutto vero, insisteranno forse ancora i Francesi: ma tali opere ammirabili de' valentissimi maestri forestieri, in cui fa d'uopo mettere tutto lo studio, pur le si hanno in istampa mercé l'arte dello incidere, da cui è reso a tutto il mondo comune ciò che era altra volta particolare a questa o a quella città. In sulle stampe adunque, che da noi si possono avere sotto gli occhi a nostro talento, esaminare e considerare la notte e il dì, si studino le più belle opere dei Raffaelli e dei Tiziani; come dai gessi si studiano le antiche statue. Il gesso è una fedele immagine, non ci è dubbio, della statua; e dove il getto sia fatto a dovere e ben conservato, può guidar sicuramente il giovane, quanto all'aggiustatezza del disegno e alla simmetria, che è una delle tante parti necessarie a formare uno eccellente dipintore.
Non così le stampe, le quali quantunque sieno intagliate da mano maestra, non saranno mai una fedele immagine del quadro. Possono esse esprimere le attitudini e i dintorni bensì delle figure, le arie dei volti in grandissima parte, la composizione e il tutto insieme del quadro; ma non già la morbidezza ultima delle carni, la freschezza e il saporito delle tinte; e per esse svanisce del tutto ciò che nella Pittura maggiormente incanta: la magia del colorito. Sono come quelle fedeli traduzioni, che hannosi in prosa francese, della Iliade e della Eneide; le quali danno bensì una conveniente idea della totale distribuzione e di moltissime parti di quei poemi, ma ad esse non si rapporterà giammai chi formare si voglia in mente un giusto concetto della poesia greca e latina. E anche di prosa veramente corretta, voglio dire di stampe che chiamare si possano fedeli, assai più ristretto ne è il numero, che comunemente non si crede. Poco, a dire il vero, furono favoriti dalla fortuna i nostri maestri che non sortirono per incisori delle loro opere uomini degni di ridurle in istampa, uomini quali furono a cagion d'esempio gli Edelinck o gli Audran, al cui bulino sono in gran parte debitori della lor fama alcuni pittori d'oltramonte. In picciolissimo numero sono le cose del Barroccio, del Correggio, del Tintoretto e di Paolo che dal dotto intaglio veggiamo espresse di Agostino Caracci; pochissime quelle che si hanno in legno di Tiziano, nelle quali è voce disegnasse i dintorni esso medesimo. E per non parlare di alcune cosette che quasi per passatempo intagliarono il Parmigianino, Annibale, Guido Reni, il Pesarese, Carlo Maratta ed altri pittori, non sono già moltissime le storie o grandi invenzioni di Raffaello che venissero incise da Ugo da Carpi o da Marcantonio Raimondi, i cui rami non hanno quasi invidia ai disegni di quel divino maestro. Sisto Badalocchi, all'incontro, e il Lanfranco, come non hanno eglino miseramente trattato in istampa le logge del Vaticano, che pur da essi furono dedicate a un Annibale? E quanti volumi non vanno attorno di stampe nulla di più pregevoli della prosa in che il Padre Catrou o l'Abate di Marolles ridussero i versi di Virgilio?
Una qualche maggior ragione sembra che aver potessero gli architetti ad esser contenti delle semplici stampe; non altro finalmente ricercandosi nelle immagini degli edilizi, che giustezza di misure. Dove però è da considerare che una cosa è vedere in disegno una invenzione di architettura, e un'altra il vederla in opera. Ognuno sa il divario che corre tra la rappresentazione geometrica di una fabbrica, quale secondo il costume degli architetti la danno le stampe, e la vista della stessa fabbrica con tutti gli effetti di prospettiva che l'accompagnano. Nel disegno, per esempio, o nella stampa di una facciata ogni cosa è rappresentato secondo le vere sue dimensioni, e alcune parti si rimangono necessariamente nascoste; laddove in opera le modanature viste di sotto in su mostrano i loro soffitti, molto del di sopra si mangiano gli sporti dei corniciamenti, e non picciola è la diminuzione che patiscono le parti più lontane dall'occhio.
Tanto che, se non avverte l'architetto con ogni maggiore attenzione a quanto ha da fare il rilievo, massime dal luogo dove ha da esser veduto l'edifizio, ciò che in disegno è bellissimo, potrebbe riuscire difforme in pratica e sgarbato. Racconta il Vasari che quando Michelagnolo ebbe a porre il cornicione al palazzo Farnese, ne fece prima lavorare un pezzo di legno, e lo mise in sito per vedere da basso l’effetto che avrebbe fatto di là su[8]: e il Chambray nel «Parallelo dell'antica e moderna Architettura» non è stato talvolta contento alle sole geometriche delineazioni. Il frontespizio detto di Nerone e un dorico che si vede in Albano, gli ha tirati in prospettiva; stimando non potere in altro modo mostrare la grande maniera di quelle opere e supplire all'effetto del rilievo ed al vero. Ma posto che non sia tanto difficile da uno esatto disegno geometrico indovinarne il prospettico, dove sono queste così esatte copie degli edilizî, che possano al giudizio altrui esser veramente di norma? Egli pare che la grande diligenza non sia meno rara nell'uomo, che lo esquisito gusto. Né pochi né piccioli sono gli errori che sformano qua e là le tavole del Serlio ed anche del Palladio, da cui ne sono rappresentati gli antichi edifizì; e per cosa mirabile si additano coloro che meritino da noi una intera fede, come un Desgodetz, che della antichità di Roma ne diede così scrupolosamente le misure, ovvero quegl'inglesi, tanto dell’Architettura benemeriti, che han fatto novellamente l'istesso de' preziosi avanzi di Atene.
Ma non basta che poco esatte esser sogliano le immagini degli antichi edifizî. Di moltissimi tra' moderni non si trovano stampe di sorte alcuna; e queste pur sarieno all'uopo de' giovani artisti, da che porrebbon loro sotto l'occhio maniere di fabbricare assai più adattate, che le antiche non sono, ai bisogni e agli usi di oggigiorno. Le ricchezze che abbondano nel regno di Francia, e il lusso che vi usa in ogni cosa il suo soperchio, sono la principal cagione, senza dubbio, che non sia ivi fabbrica, per così dire, palazzo o giardino che non vada in istampa. E tanto innanzi procede la cosa, che vi s'intagliano giornalmente in rame i fiorami de' soffitti, gl'imbasamenti delle stanze di que' loro ostelli, gli ornati delle alcove, i rabeschi delle imposte, de' cammini, delle specchiere, ogni più minuta gentilezza, ogni bazzecola. In Italia per lo contrario non si dà al rame, né dare gli si potrebbe tanto travaglio. Moltissimi ci sono de' più nobili nostri edifizî, che stannosi in certa maniera nascosti alle viste del pubblico e che bisogna cercare sulla faccia del luogo dove furono piantati. Delle magnifiche porte con che il Falconetto ornò le mura di Padova, del bel palazzo di Luigiano negli Euganei ordinato dal sapere del celebre Cornaro, autore della «Vita sobria»[9], né di quello del Te di Giulio Romano, dove la magnificenza cammina del pari colla eleganza, non va attorno stampa veruna[10]; dell'interiore neppure del Duomo di Mantova dell'istesso maestro, né del tempio di Santo Andrea, o del bellissimo campanile quattrizonio di Santa Barbara, che pur sono nella medesima città, questo condotto da Giambatista Bertani[11], e quello da Leonbatista Alberti, il quale dimostrò in esso, come nel tempio di S. Francesco di Rimini, che non era meno bravo artefice di quel che si fosse eccellente scrittore. Moltissime altre nobili fabbriche rammentare si potriano, che pur sono senza onore di stampa: la Libreria, per esempio, di S. Marco fondata dal Sansovino e tanto dal Palladio esaltata[12] e la cappella de' Pellegrini, che è in Verona, di Michele da S. Michele[13] architetto a niuno altro secondo, capo della scuola veronese, conservatrice più di ogni altra a' di nostri della buona maniera del fabbricare.
In queste e in altre simili fabbriche dovrebbon porre singolarmente studio i giovani architetti. Sono esse accomodate in ogni parte ai bisogni e agli usi di oggigiorno; e non mancano di essere rivestite di quanto nelle opere di architettura seppe immaginare di più bello la dotta antichità. Con tal arte furono ordinate da quei maestri che tra noi fiorirono a' tempi migliori. Ma se in esse si ha da fermar l'occhio e lo studio de' giovani architetti, non per questo sonosi da trapassare troppo leggermente le opere de' maestri di minor grido, come sarebbe dell'Amannati, di Antonio Facchetti[14], di Dario Varotari[15] di Galeazzo Alessi, di Domenico Tibaldi, del Magenta, degli Ambrosini, del Tribilia, del Torri, del Fiorini, del Martelli[16], e di tant'altri, di cui fu in ogni tempo feconda l'Italia. Benché questi non sieno inventori di maniera, benché non sieno posti in ischiera coi primi, sì non mancano di aver anch'essi il loro pregio, e la vista delle opere loro non potrà se non fecondare la mente di un uomo già fatto. Che se da principio fa mestieri in ogni genere di studi considerar molto, non meno il veder molte cose è di giovamento nel progresso. E le stesse più capricciose idee del Borromini, del Guarini e d'altri di quella setta potranno risvegliare se non altro gl'ingegni non abbastanza fecondi o troppo severi, e fornir loro per avventura una qualche invenzione, che maneggiata poi colle regole dell’arte riuscirà non meno peregrina che savia: in quella guisa appunto che la lettura dei secentisti verrebbe a riscaldare tra' nostri poeti coloro che sono di fredda fantasia, né pare possano metter piede che sulle tracce degli autori del Trecento.
Tali dunque essendo e tante le erudite ricchezze, diciam così, di che abbonda l'Italia, chi vorrà dire che ottimo consiglio non fosse quello di Luigi XIV, quando egli prese di fondare un'Accademia in Italia, o un seminario, dove potesse ricever perfezione e quasi l'ultima mano lo studio di quei giovani francesi che davano opera alle arti del disegno? E giustamente, non è dubbio, si pensò di far capo in Roma, la quale se per l'ampiezza dell'imperio era altre volte chiamata la città per antonomasia, la città similmente ha da essere al dì d'oggi chiamata dagli artefici per la quantità de’ capi d’opera che in sé racchiude in materia di Pittura, di Architettura, di Statuaria. Se non che, atteso appunto le ricchezze onde in questo genere abbonda la Italia, egli pare che facendo capo alla nobil Roma, non si dovessero dai Francesi lasciar da banda alcune altre ragguardevoli nostre città; e tra esse Venezia, Bologna e Fiorenza, che invitano a sé chiunque nel campo delle buone arti va cogliendo il più bel fiore.
Non si potrà mai tanto che basti esaltare Fiorenza, nido primiero ne' moderni tempi di ogni generazione d’arti e di scienze, la quale fornì a Venezia ed a Roma di eccellenti maestri, che quelle due rivali resero più ornate e più belle. In ogni sua parte ella fa mostra di qualche ingegnosa opera e peregrina; e lasciamo stare le statue di Donatello, del Buonarroti, di Benvenuto Cellini e di Gian Bologna che la ingioiellano, lasciamo stare la Galleria, tesoro di tutte le cose belle, vi dovrebbono gli artefici andar come in pellegrinaggio, quando altro da studiar non ci fosse che le porte del Batisterio, degne per sentenza di quel giudice inappellabile di esser le porte del Paradiso. Aggiungi la chiesa di Santo Spirito, la cappella de' Pazzi ed altre belle fabbriche del Brunelleschi, i freschi di Giovanni da S. Giovanni e le pitture di Fra Bartolommeo, che alla venustà di Raffaello ha saputo maritare il grandioso di Giorgione e di Michelagnolo.
Per li quali pregi, non meno che per il dono del bel parlare e per la eccellenza degli scrittori, tiene Fiorenza tra le nostre città quel luogo che tra le città della Grecia teneva altre volte Atene.
Madre degli studi fu già detta Bologna a cagione delle scienze che in essa allignarono; né di un così bel titolo si mostrò meno degna per conto dell'arte della Pittura. Quella parte di essa che sotto nome di quadratura è compresa, fu particolarmente coltivata in Bologna, e riconosce per principali suoi maestri il Dentone, il Colonna, il Metelli, dal tempo de' quali venne però a decadere prestamente e a voltarsi sempre in peggio sino a tanto che vi ha porto alcun rimedio la grandezza del male. Ma di somiglianti pittori non va troppo alto il nome a paragone di quelli che la figura, i movimenti e le passioni dell’uomo pigliano a rappresentare. Tra questi si distinse il Tiarini, che nelle espressioni e negli scorti affrontò le maggiori difficoltà dell'arte e bravamente ne riuscì. Di tal maestro si veggono non poche opere in Bologna, come se ne veggono ancora del grazioso Lucio Massari, dell'aggiustato Brizio, di cui volle avere ricopiata Andrea Sacchi una bellissima Gloria che è in S. Michele in Bosco, del forte Garbieri, del gran colorista Cavedone; pittori non così universalmente noti, quanto sono Guido, Domenichino e l'Albani, anche per questo, che niente o quasi niente operarono fuori della patria loro. Né senza profitto saranno quivi vedute le opere de' più antichi maestri che illustrarono quella città. Il Francia, che nelle sue tavole s'intitola l’Orefice, è pur talvolta in alcune parti vicino a Raffaello, con cui fu tanto di amicizia congiunto; e un suo S. Sebastiano andavano a copiare i Caracci non che altri, come esempio della simmetria del corpo umano. Fu il Francia capo della scuola di Bologna, dove fiorirono principalmente Innocenzo da Imola, di correttissimo disegno, e il Bagnacavallo, sulle cui opere appresero l'Albani e Guido a fare così morbidi e carnosi que' loro puttini. Il dotto Primaticcio, che incominciò suoi studi su tali maestri, non lasciò nella patria segno alcuno del suo valore, ma compensò d’avanzo un tal difetto il non mai abbastanza lodato suo allievo Nicolino, nel quale solo raccolte si trovano, secondo un gran maestro, le parti tutte che formano il perfetto pittore[17]. Sotto la stessa disciplina che il Primaticcio crebbero Lorenzo Sabbatini, una delle cui tavole meritò di essere intagliata da un Agostino, e Pellegrino Tibaldi, che, dipinto il salotto di Ulisse, ottenne il titolo di Michelagnolo bolognese. E se i Passerotti, i Cesi ed altri tirarono poi via di maniera e riuscirono per lo più slavati nelle tinte e caricati nel contorno, sorsero tosto a rimetter l'arte quei tre lumi della pittura, i Caracci. Ecclissarono costoro, alle viste dei più, tutti gli altri pittori loro compatrioti che aveano per l'addietro tenuto il campo; siccome quelli che sulla profondità della scuola fiorentina seppero innestare la nobile sceltezza della romana, non trascurando punto il bel naturale e il degno colorito della veneziana e della lombarda. Ma non resta però che anche prima dei Caracci non fossero surti nella scuola di Bologna di valenti maestri degni di essere considerati da chi va in cerca delle cose belle.
Che diremo poi di Venezia, dove andarono come a studio principalissimo della pittura i Caracci medesimi? Quivi ancora oltre alle opere di quei maestri de' quali risuona il nome in ogni lato, potranno i giovani con non picciolo loro vantaggio veder pitture del Pordenone, rivale di Tiziano, del Cavalier Morone, tanto dallo istesso Tiziano commendato[18] di quel terribile frescante del Zelotti, in alcune parti superiore a Paolo; pitture del morbido Maffei, del facile Carpioni, del saporito Prete Genovese, di Sebastiano Ricci e di quegli altri molti che seguendo varî stili cercarono di rappresentare e di esprimere il naturale. Non ci è forse scuola che per la diversità delle maniere siasi tanto distinta quanto la veneziana. Così differenti sono le vie che tennero Tiziano, Tintoretto e Paolo, l'uno imitando il vero negli effetti più naturali, l'altro ne' più straordinari e arricchendolo il terzo colle magnifiche sue fantasie, che si direbbono nati e cresciuti sotto differentissimo cielo. Si mantenne sempre dipoi in quella scuola lo stesso genio libero, nutrito forse dalla libertà medesima che regna nel paese. E sonosi veduti a' giorni nostri fiorirvi insieme l'Amiconi, pittore largo e piazzato in sul modo del Cignani, il Piazzetta di stile severo e aspro talvolta, che dietro al Caravaggio cercava di serrare il lume, ed il Tiepolo che vive tuttavia, pittore universale e di fecondissima immaginativa, che col fare paolesco ha saputo unire quello del Castiglione, di Salvator Rosa e de' più bizzarri pittori: ogni cosa condito con un'amenità di tinte e con una disinvoltura di pennello indicibile. In tanta varietà di maniera potrà il giovane appigliarsi a quella a cui più lo chiamasse il proprio naturale, ovvero comporne una sua saporita e nuova, con che primeggiare forse un giorno anch'egli nel bel campo della pittura. Dal vedere un pittor solo, per quanto egli sia eccellente, ne seguono gli stessi inconvenienti né più né meno che dal leggere un solo libro: che in troppo ristretti termini a confinar si viene la fantasia. E forse che dalla imitazione della scuola raffaellesca, e dall'andare che far sogliono i Francesi soltanto a Roma, ne deriva quella uniformità che scorgesi in quasi tutti i loro pittori, benché nati in differenti provincie di quel vastissimo regno, e una certa freddezza nelle loro composizioni così contraria al genio e all'indole di quella nazione[19]. Dove quei pochi tra loro che spesero alcun tempo a studiare in Venezia, sonosi più che gli altri sollevati dalla comune schiera; e fu chi disse, con vera ragione, che a Roma si ha da studiare il disegno e il colorito a Venezia. Iacopo Bassano in effetto, il Tintoretto, Andrea Schiavone, il Palma vecchio e il gran Tiziano sono stati i maestri de' più gran coloristi e degli stessi migliori Fiamminghi, i quali intinsero il pennello, dice il Bellori, ne' buoni colori veneziani[20]. In quella scuola si ha da cercare con ogni maggiore studio il vero impasto per le carnagioni, il calore e il sapor della tinta, che sono parti della pittura cotanto essenziali ed intrinseche; come al contrario male avviserebbe chi per la Statuaria, che del profondo disegno fa suo cibo, cercasse in quella scuola precetti ed esempi. Debbono pur confessare in questo particolare i Veneziani la povertà loro; e Alessandro Vittoria, il miglior discepolo dal Sansovino, o il vecchio Marinali, che che altri ne possa dire, non sono certamente da porre a fronte né di un Algardi, né di un Bernino. A Roma soltanto hanno da far capo gli scultori, dove insegnano gli Agasia, i Gliconi, gli Atenodori, dove insegna il Torso di Belvedere, quel gran maestro di Michelagnolo, dove insegna il Pasquino, esaltato sopra il Torso dal Michelagnolo della trascorsa età. E di qui ancora ne viene che assai più eccellenti nella Statuaria che nella Pittura sieno riusciti i Francesi, i quali tanto frequentano la scuola di Roma.
Ma se per conto della Pittura non è altrimenti da negligersi la città di Venezia, lo è anche meno per conto dell’Architettura: ché da questo lato Venezia non la cede per niente a Roma moderna, anzi si dà il vanto di starle al di sopra. Né in ciò daranno il torto a Venezia coloro i quali, al vedere una fabbrica, non tanto sono presi dalla mole e dalla materia, quanto dalla invenzione e dalla forma, per cui un'opera di mattoni è dinanzi agli occhi di uno intendente di assai maggior pregio, che noi sono tutti i marmi di Paro, o i graniti di Egitto[21]. Quale più bella scuola per gli Architetti che la piazza di S. Marco, dove in una sola occhiata uno può vedere quanto di più bello seppe immaginare l'Architettura greca dei bassi tempi, quanto seppe la gotica, e quanto seppe l'arte restaurata alla perfezion sua ne' tempi felici di Leone? Quale più ricco vestibulo e più nobile si può egli vedere di quello del palagio Grimani a S. Luca, posto in sul canale? E quale è la chiesa nella superba Roma, che per bellezza d'invenzione possa stare al paragone del Redentore di Venezia?
Uno andamento di nicchie di varia grandezza e di varia posizione tra loro, che cammina per tutto l'interno di quello edilizio, gli dà unità perfetta, lo fa parere un'opera di getto, ed è cagione di quel piacere che provasi all'udire una sonata dove regni sempre il medesimo motivo o soggetto. Che se in Roma fiorirono Bramante, Michelagnolo, Baldassare Peruzzi, Giulio Romano e il Vignola, e in Venezia fiorirono un Tullio Lombardo, un Sansovino, un Michele da S. Michele, uno Scamozzi, e sopra tutti un Palladio. Niuno seppe meglio di lui riunire insieme negli edilizi solidità ed eleganza, far campeggiar le parti ornate colle lisce, dare al tutto armonia; e tra gli architetti ha la palma, come l'ha tra i pittori Raffaello.
In quale grandissima utilità per le buone arti non potrebbe egli tornare se in Venezia, in Bologna e in Fiorenza l'Accademia francese di Roma ci avesse come altrettante colonie che da lei fossero diramate! In ciascuna di esse presieder dovrebbe un capo subordinato al Direttore dell’Accademia di Roma; e questi, come ordinator sovrano, destinerebbe a tempo debito i giovani, quale a passare un anno o due in Fiorenza, quale in Bologna e quale in Venezia. Dovrebbono quivi ricopiare i più bei quadri, le più belle statue che ci sono, pigliare in pianta e disegnare i più belli edifizì. E in ciò vorrebbesi fare quella scelta che venisse veramente guidata dalla più fina critica, non andando presso ai nomi degli autori, ma considerando la bellezza delle opere in sé.
Avviene assai volte che alcuni maestri, o per non essere stati capi di scuola, o per non avere operato per città primarie o gran principi, non sieno saliti in quella fama a che per la maestria loro salire pur doveano. E intorno agli artefici de' moderni tempi si verifica, almeno in parte, quanto diceva Vitruvio degli antichi; che né Nicomaco, né Aristomene furono così celebri come Apelle e Protogene, né Chione o Farace, come Policleto e Fidia; non perché mancò loro la virtù, ma la fortuna[22]. Così avvenne di Alfonso da Ferrara e di Antonio Begarelli, de' quali poco alto va il grido; benché l'uno abbia ne' suoi modelli emulato il Buonarroti e dell'altro dicesse lo stesso Buonarroti vedendo certe sue opere: «se questa terra divenisse marmo, guai alle statue antiche»[23]. Così di Alessandro Minganti, che era da Agostino Caracci chiamato il Michelagnolo incognito. Di Prospero Clemente modonese non fu diversa la sorte; quantunque nel sotterraneo del duomo di Parma vedesi scolpito di sua mano un Deposito di casa Prati, dove due donne piangenti muovono veramente a piangere con esso loro; e sono le più carnose e le meglio atteggiate figure che un possa vedere. Che se già l'Algardi fu per la nobiltà della maniera detto il Guido degli scultori, non meriterebbe forse meno Prospero Clemente di esserne detto il Correggio per la morbidezza a che seppe ridurre e rammollire il marmo. Avviene ancora assai volte che le migliori opere de' maestri mediocri superino le opere mediocri de' maestri migliori. Ciò apparisce assai chiaro in un quadro del Cigoli rappresentante la natività di Nostra Donna, che è nell'Annunziata di Pistoia. In esso egli mostrò una tal forza di colore e una tal bravura di pennello con un così bene inteso artifizio di lume, ch'egli sorpassò in quell'opera taluno de' più rinomati Lombardi. Nella cattedrale di Venezia vedesi una tavola del Belluzzi di un così grande effetto di chiaroscuro, e nel refettorio di S. Giovanni di Verdara in Padova una del Varotari di un così armonioso impasto ed accordo, che null’altro manca a tali opere perché sieno poste tra le più insigni d'Italia, che una maggior celebrità di nome ne' loro autori. Che più? Da un certo Alberto Schiatti, nome ignoto agl'intendenti medesimi, fu ordinato in Ferrara il palazzo de’ Crispi. Nel cortile di esso, composto di due ordini dorico e ionico con arcate tra i pilastri, ci è una particolarità degna di molta considerazione; che le imposte degli archi nell'ionico, in luogo degli soliti membretti di listelli e di gole, hanno anch’essi la voluta ionica; il che rende uno assai bello aspetto, e consuona a maraviglia col sistema di quell'ordine: esempio unico, a cui altro forse non manca per essere universalmente seguito, che la sanzione dell'antichità.
Così andrebbono in cerca del migliore, braccando tutta Italia, quei giovani che componessero le differenti colonie dell'Accademia francese di Roma. Né cosa degna ci rimarrebbe alcuna, che da essi posta non fosse in lume e che ad essi non risvegliasse l'ingegno e non fecondasse la mente. Oltre al profitto che a loro ne verrebbe non picciolo, in molto diletto ciò potria tornare ancora del magnanimo Re che gli mantenesse, e in molta utilità della Francia. Il Re potrebbe venire a raccogliere nel suo museo i disegni delle cose più belle che in ogni genere sparse sono per tutta Italia; e alcune copie de' più bei quadri italiani potrebbe dipoi farle distribuire qua e là per le chiese del suo regno, acciocché il buon gusto non si rimanesse rinchiuso nella capitale, ma mettesse piede eziandio ed allignasse dalle Alpi ai Pirenei, dall'uno all'altro mare, nelle più lontane provincie.
Tali esser debbono i voti de' migliori Francesi; e a tale effetto, ben lungi dal doversi sradicare di Roma l'Accademia di Francia, hanno anzi da desiderare ch'ella possa mettere in Fiorenza, in Bologna e in Venezia di nuovi germogli. Ben lungi dal voler ristringere lo studio dei giovani loro dentro al cerchio di Parigi, hanno anzi da desiderare ch'ei si vada ampliando, ed ispazi per tutto là dove e' possa alimentarsi ed accrescersi.
Cogli eleganti ed ingegnosi loro scritti hanno da far sì, che il commercio delle belle arti, il più ricco e nobile traffico che sia, si venga ad estendere più che mai, colà penetrando dove non è penetrato per ancora, e che si tragga il maggior profitto che trarre si può da quelle Accademie che ad aumento delle medesime arti vennero fondate dalla liberalità dei gran signori. Non sono certamente da tanto le Accademie, che possano far sorgere alcuno grandissimo ingegno, che illumini veramente la età sua; ma possono bensì tenere in vita e nutrire quelle facoltà che loro son date in cura, mantenere e promuovere i migliori metodi di studiare, bene istituite e governate che sieno. Il lavoro delle miniere, dice un sovrano scrittore, dipende dai provvedimenti del principe, ed è in mano sua. Ma il trovarvi di quei filoni onde venga ad arricchire veramente lo stato, si sta nell'arbitrio della fortuna[24]. Pur nondimeno egli sembra che tanto più sia da sperare di trovar nella miniera una qualche abbondante e ricca vena, quanto più di diligenza verrà posto e di studio nel lavoro della stessa miniera.
Note
- ↑ «Grandi erano le proposizioni che si facevano allora, rinovandosi li magnanimi pensieri di Francesco Primo, stabilitosi di formare le più degne anticaglie di Roma, statue, bassi rilievi, e particolarmente quelli dell’arco di Costantino, tolti dagli edifici di Traiano, e tutta la Colonna del medesimo Traiano, l’istorie della quale Niccolò aveva disegnato di ripartire fra gli stucchi ed ornamenti di essa Galleria. Ma quello che riusciva di somma magnificenza erano li due gran Colossi su ’l Quirinale, riputati Alessandro Magno con Bucefalo, li quali, gettati di metallo, si dovevano porre all’entrata del Louvre, come in Roma stanno avanti il Palazzo del Papa. Si formarono alcune medaglie dell’arco di Costantino, l’Ercole del Palazzo Farnese, il sacrificio del toro del Giardino de’ Medici, le feste nuzziali nella sala del Giardino Borghese, sono alcune vergini che ballano e adornano candelieri di festoni scolpite in due marmi di rarissimo disegno, e queste col sacrificio furono poi in Parigi eseguite di metallo. Per ¡studio dell’Architettura furono formati due gran capitelli, l’uno delle colonne, l’altro de’ pilastri corinti della Rotonda, che sono li migliori, ed altri ordini si dovevano fare. All’effettuazione delle quali opere sopraintendeva in Roma il Signor Carlo Errard, il quale si esercitava in oltre in disegnare li più belli marmi antichi di statue e bassi rilievi ed ornamenti, che poi furono mandati al Signor di Noyers; e per istudio della pittura fu ordinato che si copiassero li più celebri quadri d’Italia»: Bellori, Vita di Nicolò Pussino [pp. 278-79].
Vedi ancora la Epistola dedicatoria del Parallelo dell’Architettura antica e della moderna di M. De Chambray. - ↑ Raccolta di Lettere sulla Pittura, t. I, p. 279, in Roma, 1754.
- ↑ M. Clément in non so qual foglio del suo Anno letterario appropria molto graziosamente a questo autore, che tanto esalta i suoi compatrioti alle spese de' forestieri, quei versi del Catilina di Voltaire:
Le devoir le plus saint, la Loi la plus chérie,
C'est d'oublier la Loi pour sauver la Patrie.[Ann. Litt., Lettre 97, 1 Avril 1752].
- ↑ «Ed egli fu il primo che in Lombardia cominciasse cose della maniera moderna; perché si giudica che se l'ingegno d'Antonio fosse uscito di Lombardia e stato a Roma, averebbe fatto miracoli e dato delle fatiche a molti che nel suo tempo furono tenuti grandi. Conciossiachó essendo tali le cose sue, senza aver egli visto delle cose antiche o delle buone moderne, necessariamente ne seguita che se le avesse vedute, avrebbe infinitamente migliorato l'opere sue, e crescendo di bene in meglio, sarebbe venuto al sommo de' gradi»: Vasari, nella Vita di Antonio da Correggio, [Vite, t. II, p. 28].
- ↑ Osservazioni di Nicolò Pussino sopra la Pittura, riferite dal Bellori nella Vita di lui.
- ↑
Poetic fields incompass me around,
And still I seem to tread on classic ground.(Addison's Letter from Italy to Lord Halifax [11-12]).
- ↑ «Igitur cum in omnibus operibus ordines traderent <antiqui> id maxime in aedibus Deorum, in quibus operum laudes et culpae aeternae solent permanere»: Lib. III, cap. I.
- ↑ Nella Vita di lui.
- ↑ «Chi vuol fare un palazzo da prencipe pur fuor della terra, vadi a Luvignano; dove contemplerà uno albergo degno d'esser habitato da un pontefice, o da uno imperatore, non che da ogn'altro prelato o signore, ordinato dal saper di V.S. etc.»: lettera di Francesco Marcolini al Magnanimo Aluigi Cornaro, prefissa al Lib. IV del Serlio, ed. di Venezia, appresso Gio. Batista e Marchio Sessa fratelli, 1562 [ma s.d.].
- ↑ Il Signor Marchese Poleni mi disse un tratto che di tale edilìzio egli credeva vi fosse una stampa. A me, per quanto io ne abbia fatto ricerca, non è mai sortito il vederla.
- ↑ Questo architetto fu consultato insieme col Vasari, col Vignola e col Palladio nella controversia ch'ebbe Martino Bassi con Pellegrino Tibaldi.
- ↑ «Conciosiaché non solo in Venezia, ove tutte le buone arti fioriscono, e che sola n'è, come esempio, rimasa della grandezza, e magnificenza de' Romani, si comincia a veder fabbriche, le quali hanno del buono, da poi che Messer Giacomo Sansovino, scultore e architetto di nome celebre, cominciò prima a far conoscere la bella maniera, come si vede (per lasciar addietro molte altre sue belle opere) nella Procuratia nova, la quale è il più ricco ed ornato edifizio che forse sia stato fatto dagli antichi in qua etc.»: nel Proemio dell'Architettura, [pp. 2-3].
- ↑ Il Signor Marchese Maffei ne ha dato un picciol rame nella sua Verona illustrata, il qual fa sì che si desideri sempre più di averne le giuste proporzioni e le misure in ima stampa di conveniente grandezza. Né quel rame un po' più grandicello del Signor Alberto Tumermani, non soddisfa pienamente a chi vorrebbe vedere espressa ciascuna parte di così nobile edifizio.
- ↑ Di questo architetto è il bello altare adomato con istatue dell'Algardi della cappella maggiore di S. Paolo in Bologna.
- ↑ Dario Varotari, padre di Alessandro pittore detto il Padoanino, è l'architetto di un casino posto sulla Brenta tra la Battaglia e Padova, ch’era posseduto dal celebre Acquapendente, e della Montecchia de' Caodelista non lungi da Praglia.
- ↑ In Bologna parecchie sono le fabbriche di Domenico Tibaldi, il palazzo Magnani, tra le altre, e la Gabella; la cappella del palazzo pubblico è di Galeazzo Alessi, il quale, secondo che nella vita del Vignola riferisce il Padre Danti, fece anch'egli un disegno per l'Escuriale; di Francesco Tribilia è la cisterna dell’orto de' semplici, la più elegante opera di architettura che sia in quella città; il tempio di S. Salvatore è del Padre Magenta; del Ballarmi ci è singolarmente una bella chiesetta della confraternita della Trinità, che è per altro guasta in alcune parti dal gusto moderno; del Torri è la chiesa delle Monache di S. Cristina; le più belle fabbriche del Fiorini sono la chiesa della Carità, a cui il Padre Bergonzi ha con molto garbo aggiunto quattro cappelle, il famoso cortile di S. Michele in Bosco pitturato da Lodovico Caracci e dalla sua scuola, e un portico di ordine ionico posto a fianco della chiesa delle Monache di S. Giambatista; e di Tommaso Martelli è la chiesa di S. Giorgio e la villa di Barbiano, dove un portone viene falsamente attribuito al Palladio. Gli Ambrosini son due: Andrea, di cui è la chiesa delle Monache di S. Pietro Martire, e Floriano, che ha edificato la cappella di S. Domenico e il palazzo Zani. Di Floriano ho veduto un manoscritto di architettura, dove sono disegnati gli ordini con un particolar suo metodo per la divisione delle parti e membrature loro.
- ↑
Chi farsi un buon pittor cerca e desia,
Il disegno di Roma abbia alla mano,
La mossa, coll'ombrar veneziano,
E il degno colorir di Lombardia.Di Michelagnol la terribil via,
E il vero naturai di Tiziano,
Del Correggio lo stil puro e sovrano,
E di un Rafael la giusta simetria,
Del Tibaldi il decoro e il fondamento,
Del dotto Primaticcio l'inventare,
E un po' di grazia del Parmigianino.
Ma senza tanti studi e tanto stento,
Si ponga solo l'opre ad imitare
Che qui lasciocci il nostro Nicolino.Sonetto di Agostino Caracci riferito nella vita di Nicolò dell'Abate, parte II della Felsina pittrice del Malvasia, [p. 159].
- ↑ «Soleva dire Tiziano a' Rettori destinati dalla Repubblica alla città di Bergamo che si dovessero far ritrarre dal Morone, che gli faceva naturali»: Ridolfi, nella Vita di lui, [p. 131].
- ↑ «One character runs thro' all their works <speaking of the French school>, a close imitation of the antique, unassisted by colouring. Almost all of them made the Voyage of Rome»: Aedes Walpolianae, in the Introduction.
- ↑ Nella vita di Vandicke: «From thence he <Vandyck> went to Venice, which one may call the metropolis of the Flemish painters etc.»: Anectodes of painting in England... published... by Mr. Horace Walpole, vol. II, Sir Antony Vandick.
- ↑ «Et adesso in Venezia si fabbrica pur della medesima pietra cotta la chiesa di S. Giorgio Maggiore, la quale fabbrica io governo, e spero conseguirne qualche honore, perciocché le fabbriche si stimano più per la forma che per la materia»: Andrea Palladio, in una sua scrittura sopra il Duomo di Brescia stampata dal Signor Tommaso Temanza a piè della Vita da lui scritta di quell'eccellentissimo architetto [p. XCV].
- ↑ In Praef., Lib. III.
- ↑ Vedriani, Raccolta de' pittori, scrittori e architetti moderni più celebri, Vita d'Antonio figliuolo di Giuliano Begarelli, dove cita queste parole come riferite dal Vasari.
- ↑ Mémoires pour servir à l'Histoire de Brandebourg, t. II, Des moeurs, des coutumts, de l'industrie, des progrès de l'esprit humain dans les arts, et dans les sciences.
- Testi in cui è citato Charles Le Brun
- Testi in cui è citato Michelangelo Buonarroti
- Testi in cui è citato Jacopo Barozzi da Vignola
- Testi in cui è citato Domenichino
- Testi in cui è citato Raffaello Sanzio
- Testi in cui è citato Tiziano
- Testi in cui è citato Euclide
- Testi in cui è citato Blaise Pascal
- Testi in cui è citato Marco Vitruvio Pollione
- Testi in cui è citato Tintoretto
- Testi in cui è citato Annibale Carracci
- Testi in cui è citato il testo Iliade
- Testi in cui è citato il testo Eneide (Caro)
- Testi in cui è citato Agostino Carracci
- Testi in cui è citato Parmigianino
- Testi in cui è citato Publio Virgilio Marone
- Testi in cui è citato Giorgio Vasari
- Testi in cui è citato Roland Fréart de Chambray
- Testi in cui è citato Sebastiano Serlio
- Testi in cui è citato Andrea Palladio
- Testi in cui è citato Alvise Corner
- Testi in cui è citato Leon Battista Alberti
- Testi in cui è citato Bartolomeo Ammannati
- Testi in cui è citato Dario Varotari
- Testi in cui è citato Guarino Guarini
- Testi in cui è citato Donatello
- Testi in cui è citato Benvenuto Cellini
- Testi in cui è citato Giorgione
- Testi in cui è citato Guido Reni
- Testi in cui è citato Caravaggio
- Testi in cui è citato Baldassarre Castiglione
- Testi in cui è citato Salvator Rosa
- Testi in cui è citato Giovanni Pietro Bellori
- Testi in cui è citato Gian Lorenzo Bernini
- Testi in cui è citato Donato Bramante
- Testi in cui è citato Voltaire
- Testi in cui è citato il testo Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1550)/Antonio da Coreggio
- Testi in cui è citato Joseph Addison
- Testi in cui è citato il testo Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1550)/Michelangelo Bonarroti Fiorentino
- Testi in cui è citato il testo I quattro libri dell'architettura (1790)/Proemio
- Testi in cui è citato Scipione Maffei
- Testi in cui è citato il testo Verona illustrata
- Testi in cui è citato Ignazio Danti
- Testi in cui è citato Carlo Cesare Malvasia
- Testi in cui è citato Carlo Ridolfi
- Testi in cui è citato Antoon van Dyck
- Testi in cui è citato Horace Walpole
- Testi in cui è citato Tommaso Temanza
- Testi in cui è citato Lodovico Vedriani
- Testi SAL 75%