Saggio sopra l'architettura (Laterza 1963)/Saggio
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SAGGIO
SOPRA L'ARCHITETTURA
Molti e varî sono gli abusi che per una o per altra via entrarono d'ogni tempo in qualunque sia generazione di arti e di scienze. E benché per essi ne venga oltremodo disformata la faccia di quelle, pur nondimeno ad avvertirgli non bastano le viste volgari, ma necessario è l'acume di coloro che penetrano più addentro nella sostanza delle cose. Conviene perciò risalire quasi in ispirito sino a' principi primi, vedere quello che legittimamente da essi deriva, non riputare virtù ciò che ha in sé del maraviglioso, ciò che è protetto da un qualche nome che abbia il grido, e dall'autorità sopra tutto che danno alle cose l'abitudine e il tempo, la quale ha forza appresso gran parte degli uomini di sovrana ragione. Onde non maraviglia se dagli stessi professori si odono talvolta di così distorti giudizi, e si veggono poste in opera le pratiche le più viziose. Il Palladio, considerando la propria essenza dell'Architettura, l'uso a cui debbono servire le varie parti negli edilizi, ciò che hanno da imitare e da essere, raccolse in un particolare capitolo vari abusi introdotti nell'arte del fabbricare da' barbari, e che erano tuttavia seguiti da' vari maestri del tempo suo. E ciò egli fece perché gli studiosi di quell’arte se ne potessero, come egli dice, nelle opere loro guardare e conoscergli nelle altrui[1].
Tanto è vero, che abbiamo il più sovente mestieri di chi ci mostri quello che pare dovesse saltare agli occhi di tutti.
Ma niuno avvertì nell'Architettura un più gran numero di abusi, che un valentuomo della nostra età; e questi non già introdottivi da' barbari, ma da quelle nazioni che riputate sono in ogni genere di disciplina di tutte le altre regolatrici e maestre.
Non lo ritenne né autorità di tempo, né nobiltà di esempio: vuole sottoposto ogni cosa al più rigoroso esame della ragione. E non altro avendo per fine che la verità, quella inculcando e sotto varie facce e similitudini mostrandola, come già Socrate la Filosofia, così egli dalle vane diciture, per così esprimersi, e dalle fallacie dei Sofisti, intende di purgar l'Architettura. La buona maniera del fabbricare, si fa egli a dire, ha da formare, ornare e mostrare. Tali parole interpetrate da lui medesimo, suonano nel volgar nostro che niente ha da vedersi in una fabbrica che non abbia il proprio suo uffizio e non sia parte integrante della fabbrica stessa, che dal necessario ha da risultare onninamente l'ornato, e non altro che affettazione e falsità sarà tutto quello che introduranno nelle opere loro gli architetti di là dal fine a cui nello edificare è veramente ordinato che che sia. Secondo sì fatti principi non poche sono le pratiche più comuni da riprovarsi, seguite così da' moderni come dagli antichi: il fare tra le altre la facciata di un tempio che dentro sia di un ordine solo, compartita in due ordini; mentre la cornice dell'ordine di sotto mostra ed accusa un compartimento che dentro realmente si trovasse; e viene con ciò ad accusare sé medesima di falsità.
Con molto più di ragione è da riprovarsi la cornice nello interiore delle fabbriche, o sia ne' luoghi coperti; proprio uffizio della cornice essendo il gettar lontane dalla fabbrica le acque, difenderne i muri e le sottoposte colonne. I fastigi medesimamente delle porte e delle finestre dovranno da somiglianti luoghi sbandirsi, come del tutto inutili. Sono fatti anch'essi per difender gli abitanti e quelli ch'entrano in casa dalle pioggie e dalle nevi; e il fargli in luogo coperto è lo stesso che porti sotto l'ombrella standoti all'ombra. Né già è da credere s'inducesse mai il Filosofo a menar buono, che punto si trovasse di bellezza là dove non si riscontri una qualche utilità: ed egli a un bisogno si riderebbe di Cicerone, quando sostiene che, atteso la eleganza della forma, approvato sarebbesi il fastigio del tempio di Giove capitolino, ancorché posto al di su delle nuvole, dove non è certamente pericolo che piova[2]. Quale è l'uomo di sana mente, mi pare di udirlo, che non si ridesse di colui il quale si presentasse in mezzo al Foro rivestito di un'armatura, e fosse pur ella brunitissima ed anche cesellata da un Cellini? Chi non si faria beffa di tale che in Venezia nutrisse corsieri inglesi, o gondolieri da regatta in terra ferma?
Niuna cosa, egli insiste, metter si dee in rappresentazione, che non sia anche veramente in funzione; e con proprio vocabolo si ha da chiamare abuso tutto quello che tanto o quanto si allontana da un tale principio, che è il fondamento vero, la pietra angolare su cui ha da posar l'arte architettonica.
Di soverchio rigore potrà parere ai più una tale sentenza. Diranno per avventura volersi andar dietro a troppe sottigliezze, volersi che più sofistica nel fabbricare sia l'arte dell'uomo, che non è nelle sue operazioni la natura medesima. La quale benché nulla operi in vano, e faccia ogni cosa con misura e con perché, ciò non ostante avendo negli animali fornito di mammelle anche il maschio, avendo ombrato di pennacchi le teste di parecchi volatili e fatto simili altre cose che non hanno uso veruno, pare che compiaciuta siasi di ciò che è puro ornamento, ed abbia nelle sue produzioni condesceso talvolta anch'essa ad una non meccanica bellezza. Ma per quanto austero ne' suoi principi parer ne possa il Filosofo, è pur forza confessare che insino a qui egli non si dilunga gran fatto dalla sana dottrina de' migliori architetti. Il Vignola nello interiore di S. Andrea di Pontemolle ha tolto alla cornice il gocciolatoio ed il fregio, non vi lasciando che il solo architrave dove impostare la volta. Il Palladio non ha mai posto nelle facciate dei tempi due ordini l'uno sopra l'altro, ma tali ha sempre usato di farle, da potersi quasi leggere nella fronte dello edilìzio come e' sia costruito al di dentro: e lo stesso accuratissimo autore, nel capitolo degli abusi, dà singolarmente taccia a coloro che, per voler dare alle loro opere maggior garbo e un certo che di pittoresco, si dipartivano dalla strettezza delle regole; a coloro che, come dice il Vasari, andavano dietro più alla grazia che alla misura[3]. Il nudare gli edifizî di buona parte de' loro ornamenti, quando inutili, fu ancora predicato da altri che sopra l’Architettura hanno in questi ultimi tempi più sottilmente ragionato[4]: e in fine egli è un certo raffinamento, o raddrizzamento che dire il vogliamo, della dottrina stessa di Vitruvio, il quale lasciò scritto non doversi per conto niuno nelle immagini rappresentar quello che non può stare colla verità[5].
Ma qui non ristà la cosa. Fermo il Filosofo in quel suo fondamentale principio, che la buona Architettura ha da formare, ornare e mostrare, e che in essa lo stesso ha da essere la funzione e la rappresentazione, egli procede co' suoi argomenti più là; e ne ricava una troppo terribile conseguenza. Questa si è di dover condannare non questa o quella parte, ma tutti insieme gli edilizi così moderni come antichi, e quelli singolarmente che hanno il maggior vanto di bellezza e sono decantati come gli esemplari dell'arte. Di pietra sono essi fabbricati, e mostrano essere di legname; le colonne figurano travi in piedi che sostentino la fabbrica, la cornice lo sporto del comignolo di essa; e l'abuso va così innanzi, che tanto più belli si reputano gli edilizi di pietra, quanto più rappresentino in ogni loro parte e membratura, con ogni maggior esattezza e somiglianza le opere di legno. Abuso veramente, dice egli, il più solenne di quanti immaginare si potessero giammai; e che per essere da così lungo tempo radicato nelle menti degli uomini, conviene adoperare, per isterpamelo, ogni maggiore sforzo della ragione. Ben lontano che la funzione e la rappresentazione sieno negli edifizi una sola e stessa cosa, esse vi si trovano nella contradizione la più manifesta. Per che ragione la pietra non rappresenta ella la pietra, il legno il legno, ogni materia sé medesima e non altra? Tutto al contrario per appunto di quanto si pratica e s'insegna, tale esser dovrebbe l'Architettura, quale si conviene alle qualità caratteristiche, alla pieghevolezza o rigidità delle parti componenti, a' gradi di forza resistente, alla propria essenza, in una parola, o natura della materia che vien posta in opera. Cosicché, diversa essendo formalmente la natura del legno dalla natura della pietra, diverse eziandio hanno da esser le forme che nella costruzione della fabbrica tu darai al legno, e diverse quelle che alla pietra.
Niente vi ha di più assurdo, egli aggiugne, quanto il far sì che una materia non significhi se stessa, ma ne debba significare un'altra. Cotesto è un porre la maschera, anzi un continuo mentire che tu fai. Dal che gli screpoli nelle fabbriche, le crepature, le rovine; quasi una manifesta punizione del torto che vien fatto del continuo alla verità. I quali disordini già non si vedrebbono, se da quanto richiede la propria essenza e la indole della materia se ne ricavassero le forme, la costruzione, l'ornato. Si ghignerà solamente in tal modo a fabbricare con vera ragione architettonica: cioè dall'essere la materia conformata in ogni sua parte secondo la indole e natura sua, ne risulterà nelle fabbriche legittima armonia e perfetta solidità. Ed ecco il forte argomento, l'ariete del Filosofo, con che egli urta impetuosamente, e quasi d'un colpo tutta la moderna intende di rovesciare e la antica architettura. Alle quali sostituirà quando che sia una architettura sua propria, omogenea alla materia, ingenua, sincera, fondata sulla ragion vera delle cose, per cui salde si manterranno le fabbriche, intere, e in un fiore di lunghissima e quasi che eterna giovanezza.
Oh, qui sì convien dire ch'egli si diparta in tutto dalla dottrina di Vitruvio e di quanti architetti fur mai! L'Architettura, dicono tutti ad una voce, è a similitudine delle altre arti imitatrice anch'essa della natura. Gli uomini offesi dalle piogge, da' venti, dal caldo e dal gelo, rivolger dovettero, per naturale istinto, la mente a cercar come ripararsene; e in ciò posero i primi loro pensieri. Incominciarono adunque, servendosi degli alberi che offriva loro la terra, a farsi dei coperti sotto a cui difendersi dalle ingiurie del cielo; e quegli alberi, crescendo poi l'arte e l'ingegno, gli andarono a poco a poco conformando in abitazioni, in capanne, in case, secondo il bisogno, più o meno grandi ed agiate. Gli architetti che vennero ne' tempi appresso, quando la società civile fu più formata ed adulta, avvisarono di fare più stabili e durevoli le opere loro; così però che la struttura non perdettero mai di vista delle abitazioni primiere, che soddisfaceva in ogni sua parte agli usi e alle comodità dell'uomo. E benché i loro edifizì gli costruissero di pietra, ne fecero nondimeno tutte le parti in modo che fossero come dimostratrici di quello che si vedrebbe quando l'opera fosse di legname[6]. E l'origine si è questa, e il progresso della maniera del fabbricare, che dagli Egizi presero i Greci e la trasmisero molto più raffinata a noi, e seguita trovasi da' Cinesi, dagli Arabi, dagli Americani, da tutte in somma le nazioni del mondo.
Ora questo vuolsi esaminare se fosse ben fatto o no; e se piuttosto che ritenere negli edifizì le forme di legno, gli architetti dovessero dipoi lasciarle del tutto da banda, e sostituirvi quelle particolari forme che proprie fossero alla natura delle altre materie che si vennero di mano in mano a mettere in opera.
Due cose principalmente chiamano a sé la attenzione in qualsivoglia edifizio: la solidità intrinseca e la bellezza che apparisce al di fuori. Quanto alla solidità, non può cader dubbio che a pigliare unicamente non si abbia in considerazione la qualità della materia onde construir si vuole la fabbrica. Varie sono le forze di che vanno fornite le varie sorte della pietra o del legno; e maggiore o minore è lo sforzo che hanno esse da fare secondo il più o il meno del carico che hanno da reggere. Grandissima è la differenza che corre tra il macigno e il granito, tra la pietra viva e la cotta, tra il pioppo e il larice. Nel legno la forza ch'esso ha di resistenza è appresso a poco proporzionale al suo peso, come asserì l'Alberti, e come le sperienze dimostrano che per ispezzar varie sorte di legno furono sottilmente prese con la macchina divulsoria[7]. E medesimamente la pietra vogliono che quanto è più grave, tanto sia ancora più salda[8].
A tutto questo si dovrà nel fabbricare diligentemente attendere, variando secondo le occorrenze proporzioni e misure, dando a' vari pezzi della pietra o del legno quelle dimensioni, quelle particolari forme che a fare l'uffizio loro più si convengono, onde non si prodigalizzi la materia con danno di chi spende, o soverchiamente non si risparmi con pericolo; e l'uno e l'altro con vergogna dell'architetto. E ben pare che da' buoni maestri ciò sia stato non solamente avvertito, ma posto anche in pratica.
Quante fabbriche in effetto innalzate in Italia, in Grecia e in Egitto in tempi da' nostri remotissimi non si rimangono ancora in piedi? Facendo pur fede che le rovine nelle fabbriche di oggigiorno non sono altrimenti originate da uno interno vizio che risiegga ne' principi dell'arte, ma soltanto dalla imperizia degli artefici. Né è da farsene maraviglia, da che molti sono gli operai, giusta il detto di quel Savio, e pochi gli architetti.
Ma per quanto si spetta alla bellezza che apparisce al di fuori e all’ornato, per qual ragione non si ha egli da variare secondo le differenti materie che si pongono in opera, ma si ha da ricavare da una materia sola; e per qual ragione tal materia ha ella da essere il legno? Gli uomini, è vero, incominciarono a fabbricare col legno, perché più facile era il mettere in opera una tal materia che qualunque altra, perché l'aveano più alle mani. Ma, finalmente, in qual parte di mondo trovansi le case fabbricate di mano della Natura, che gli architetti debbano pigliare come archetipo, come esempio da imitare, in quella guisa che trovansi da per tutto gli uomini e le passioni, gli uni usciti di mano della Natura, le altre da essa Natura infuse nell'uomo, che possono a tutta sicurtà essere studiate e imitate dagli statuari, da' pittori, da' poeti, da' musici? Dove sono, in una parola, tali case dalla Natura medesima ordinate, le quali di qualunque materia sieno costruite, dimostrino sempre l'opera come se fosse di legname, e servir possano di regola infallibile e di scorta agli architetti?
Egli è certo che l'Architettura è di un altro ordine, che non è la Poesia, la Pittura e la Musica, le quali hanno dinanzi il bello esemplificato; ed essa non l'ha. Quelle non hanno in certa maniera che ad aprir gli occhi, contemplare gli oggetti che sono loro dattorno, e sopra quelli formare un sistema d'imitazione: l'Architettura al contrario dee levarsi in alto coll'intelletto, e derivare un sistema d'imitazione dalle idee delle cose più universali e più lontane dalla vista dell'uomo; e quasi che con giusta ragione dir si potrebbe che tra le arti ella tiene quel luogo che tiene tra le scienze la Metafisica. Ma quantunque il modo con che ella procede sia diverso dal modo con che procedono le altre, la perfezione sua sta in quello in che sta la perfezione delle altre tutte. E ciò è che nelle sue produzioni ci sia varietà ed unità; così che l'animo di chi vede né sia ricondotto sempre alle medesime cose, onde si genera sazietà, né distratto in diverse, onde confusione; ma risenta quel diletto che dallo scorgere negli oggetti che gli si presentano novità ed ordine, ha necessariamente da nascere; perfezione che ravvisano i filosofi nelle opere della Natura, madre primiera e sovrana maestra d'ogni maniera d'arti. Ora vediamo per qual via possa giugnere l'Architettura all'ottimo stato, possa conseguire il fin suo.
Al tempo che gli uomini avvisarono di ridurre l'Architettura in arte, non è egli naturale a pensare che tra tutte le materie con che edificar poteasi, pigliar dovessero le forme da una materia sola, onde potere stabilire certe e determinate regole nell'ornare gli edifizì, nel rendere anche graziose alla vista quelle cose che trovate aveano per uso e comodo loro? E a tutte le materie non è egli ancora naturale a pensare che dovessero preferir quella che potea somministrar loro un maggior numero di modanature, di modificazioni e di ornati, che qualunque altra?
Per tal via solamente arrivar poterono anche nell'Architettura ad ottener quello che è necessario, come detto si è, alla perfezione di tutte le arti: varietà ed unità; varietà per la moltiplicità di modificazioni di che fosse capace la prescelta materia, ed unità perché provenienti dalla indole di una materia sola. E quando dalle astrazioni vennero poi come a concretare e a dar corpo alle idee, s'accorsero e videro infatti che questa tale materia è quella stessa con cui si edificarono le abitazioni primiere, le più rozze capanne, cioè il legno.
La pietra e il marmo, materia tanto più durevole e preziosa che bisogna ire a cercarla sotterra, e di cui non a tutti i paesi ha fatto dono la Natura, è ben lungi dal fornire, in virtù della natura sua propria, le tante varietà di ornamenti e di forme che richiede l'Architettura.
Se la pietra fosse posta in rappresentazione egualmente che in funzione, le aperture nelle fabbriche non potrebbono riuscire altro che strettissime. E ciò per la propria natura della pietra, che non essendo tessuta di fibre come è il legno, non può reggere al sovrapposto carico, se sia conformata in uno architrave o sopraciglio di qualche notabile lunghezza, ma tosto si rompe e se ne va in pezzi. Le porte e le finestre sarebbero adunque di una strettezza sgarbata a vedersi, e incomode all'uso; chi non avesse da sovrapporre agli stipiti pietroni di tal grossezza, che il cercargli sarebbe da principe e gran ventura il trovargli.
Potrebbesi, egli è vero, trovar compenso a tale inconveniente voltando sopra le porte e le finestre degli archi: che pare sia la maniera di architettura che, secondo pietra, convenga più di ogni altra alla pietra. Della qual costruzione le grotte scavate dentro al seno de' monti sono quasi altrettanti esempi che ne fornisce la Natura medesima. Ma d'altra parte verrebbesi a cadere, così facendo, nella più noiosa uniformità; errore che, in qualunque sia cosa, meno degli altri si perdona.
I muri similmente, stando a' principi del Filosofo, sarebbono soltanto lisci, ovveramente rilevati, e non più di bozze alla rustica.
Dell’arioso dei colonnati, della bellezza e dignità delle colonne[9] non saria da parlare; né tampoco della varietà degli ordini, che nell'Architettura sono lo stesso che nella Rettorica i differenti stili, o i differenti modi nella Musica.
Ricchissima miniera, all'incontro, di ogni sorta di modificazioni e di ornati si è il legno. Chiunque si farà a considerare con occhio un po' attento, potrà non così difficilmente vedere come esso per natura sua propria comporti ogni cosa che faccia alla bellezza ed al comodo, come nelle più semplici abitazioni di legno vengano quasi in germe contenuti tutti i più magnifici palagi di marmo. Talmente che se la pietra vuol essere nelle fabbriche armonicamente tagliata, scolpita e disposta, pigliar le conviene come ad imprestito gli ornamenti e le forme dal legno. E però un'analisi minuta e giusta, quale fatta per ancora non trovasi, dei rudimenti primi, della Grammatica, dirò così, dell'Architettura, potrà forse sciogliere gli argomenti della più sottile Filosofia.
Da quei pezzi di albero, da quelle travi che furono da prima conficcate in terra a sostenere un coperto, ove dal sole riparare e dalla pioggia, ebbero origine le colonne isolate, che veggiamo oggigiorno sostenere i portici e i loggiati più nobili. E siccome gli alberi sono grossi da piede, e verso la cima si rastremano, così ancora fannosi le colonne[10], le quali negli antichi edifizî della Grecia e in molti eziandio di Roma hanno di coni troncati sembianza[11]. Furono da principio quelle travi fitte immediatamente in terra, il che rappresentato ci viene dal dorico antico senza base. Ma si accorsero ben tosto di due inconvenienti che ne seguivano: e del troppo ficcarsi che faceano dentro terra aggravate dal sovrapposto carico, e dell'oltraggio che venivano a ricevere dalla umidità della stessa terra. Per rimediare adunque così all'uno come all'altro inconveniente, vi poser sotto uno o più pezzuoli di tavola, i quali toglievano alla trave il profondarsi in terra, e all'umidità l'attaccarla. E se pur questi coll'andar del tempo venivano dall'umidor del suolo ad essere offesi e a marcire, con assai minor opera rimutar si potevano, che non la trave o il pezzo d'albero, che sopra vi posava. E così le base non rappresentano altrimenti anelli di ferro che tengano da piede legata la colonna, o cose molli che sotto alla colonna si schizzino, come asserirono gravissimi autori[12]; ma, verisimilmente parlando, rappresentano altrettanti pezzuoli di tavola posti l'uno sotto l'altro al basso della colonna, i quali dal vivo di essa si vanno via via slargando e terminano nel plinto, che posa in terra. I capitelli parimente rappresentano altrettanti pezzuoli di tavola posti l'uno sopra l'altro alla cima della colonna, i quali dal vivo di essa si vanno gradatamente slargando, e terminano nell'abaco, su cui posa l'architrave. E a quel modo che le base fanno un piede alla colonna, onde possa piantar meglio in terra, i capitelli vi fanno come una testa, onde meglio possa ricevere e reggere il carico che le vien sovrapposto. Nell'Architettura cinese trovansi colonne senza capitello, come se ne trovano senza base nella greca. Talché, riunendo gli esempi ricavati da coteste due nazioni, si ravvisano le colonne nude e senza alcuna forma di base e capitelli, quali al dire dello Scamozzi le usarono da prima gli Egizi[13]. Il che mostra assai chiaro come dal bel principio fossero piantate in terra, a reggere il coperto, le semplici travi, e vi fossero aggiunti dipoi da capo e da piede quei pezzuoli di tavola che abbiam detto, i quali, lavorati ne' tempi appresso e ingentiliti dall’arte, si vennero facilmente trasmutando nei tori, nelle scozie, negli echini, negli astragali e negli altri membri di che sono formati i capitelli e le base delle colonne.
Sopra i capitelli è disteso l'epistilio, o sia l'architrave; che è pure un altro pezzo d'albero o una trave posta orizzontalmente sulle teste di quelle che sono ritte in piedi. E sull'architrave posa il coperto dell'edifizio. Sporgendo questo molto all'infuori, libera dalle acque e dalle piogge le parti ad esso sottoposte, e forma la cornice, che corona o gocciolatoio dire vogliamo[14], parte tanto essenziale del sopraornato. Dai mutuli della cornice vengono mostrati i cantieri che sostentano immediatamente il tetto; e però nel tempio di Minerva, che è in Atene, ed in altre antichissime fabbriche ancora, sono fatti inclinati e pendenti[15]. Tra la cornice e l'architrave conviene aggiugnere che rimane compreso il fregio, in cui veggonsi le teste di quelle altre travi che sostentano internamente i palchi o il soffitto[16]. Sono queste rappresentate singolarmente dai triglifi del dorico e dalle mensole, quali si veggono nel composito del Coliseo, che furono tanto copiate dal Vignola e dal Serlio. Che se nel sopraornato né mensole, né mutuli, né triglifi talvolta non appariscono, ciò avviene perché le teste delle travi si fingono come coperte da una incamiciatura di tavole che commessa al di sopra vi sia. Una assai singolar cosa si osserva nel soffitto del tempio dorico di Teseo, posto nell'Attica; ed è che a rincontro di ciascun triglifo vi ricorrono di grosse travi di marmo, le quali accusano la primiera costruzione che faceasi col legno[17]. E una somigliante cosa può vedersi in alcune rovine della alta Egitto, dove sopra i capitelli di ciascuna colonna si presentano le teste di grosse travi di granito, e sopra di esse sono posate per traverso due altre grosse travi pur di marmo, e quella di sopra scavata in forma di gola, onde coprire le sottoposte colonne[18].
I più ricchi sopraornati con architrave, fregio e cornice e tutti i loro membri, non sono però altra cosa che la disposizione dei vari pezzi di legno necessari a formare il soffitto e il tetto della fabbrica. E se altri supponga che le teste delle travi che formano il soffitto, intacchino alcun poco l'architrave e vengano ad incastrarvisi dentro, si avrà l’origine delle cornici architravate, contro alle quali con non molta ragione, al parer mio, pigliano la lancia taluni.
Ma non si hanno già il torto coloro che la pigliano contro alla repetizione della cornice negli edifizì composti di due o più piani. In effetto la parte principale della cornice che sporge in fuori, o il gocciolatoio, mostrando cose che si appartengono solamente al tetto, non ha col piano di sotto nulla che fare. Dovrebbe questo esser coronato dal solo architrave, come nello interiore del tempio Ipetro vicino a Pesto[19], ovveramente da una semplice fascia, come praticato si vede con grandissima convenienza in alcuni moderni palazzi de' più lodati maestri[20].
Dal coperto o comignolo della casa fatto di qua e di là pendente, perché non vi si fermi su la pioggia, derivarono i fastigi delle fabbriche più sontuose e dei tempi[21]. I Greci, nati sotto cielo felice, gli fecero poco pendenti; più pendenti si fecero in Italia, dove il clima non è così benigno. Nel Settentrione, dove abbondano le nevi, montano assai ripidi, e non se ne trova vestigio alcuno nelle antiche fabbriche di Egitto, dove non cade mai pioggia.
Ecco costruita la ossatura della capanna, ed ecco surti ad un tempo gl'intercolonni con ogni parte che loro si appartenga, ed anche col loro fastigio. Le travi, che tolgon suso l'architrave, si posero da prima in non molta distanza le une dalle altre. E ciò perché l'architrave, caricato di sopra dal tetto, non venisse per soverchia lunghezza a indebolirsi ed a rompere. Se non che, atteso la qualità delle cose che doveano esser condotte a coperto e passare tra gl'intercolonni, poteano talvolta non tornar bene cotali picciole distanze. Si pensò adunque a fare gl'intercolonni più larghi; cosi però che non dovesse correr pericolo l'architrave. Il che si ottenne con lo incastrare nelle travi ritte in piedi due pezzi di legno pendenti l'uno verso dell'altro, che quasi braccia andavano a rimettere nell’architrave medesimo e a sostener parte del peso. Donde gl'intercolonni, o logge con archi.
Di queste tali manifatture ne è il più bello esempio che additare si possa il ponte coperto di legno che è in Bassano, ordinatovi dal Palladio, e rifatto a' dì nostri da quello Archimede della Meccanica, Bartolomeo Ferracina. Si veggon quivi quelle braccia che vanno a rimettere nell'architrave e formano le arcate del ponte; e nella loggia che è sopra si veggono quasi tutte quelle parti che abbiamo sino ad ora descritte. Di maniera che le varie membra che il formano e gli danno robustezza e solidità, divengono altrettanti ornamenti, avendo in sé quello che è proprio della vera bellezza: operare insieme e piacere.
Né già quei legni che vanno obbliquamente a sostener l'architrave, diedero soltanto origine alle arcate. Posti nello interno dell'edifizio a sostentamento dei palchi, la diedero ancora alle volte. E secondo la varia direzione più o meno obbliqua con che andavano a puntellare il palco, secondo la varia combinazione che aveano tra loro, ne nacquero le varie maniere di volte più o meno sfiancate, a botte, a crociera, a lunette, e somiglianti; siccome dalla varia direzione con che andavano a puntellar l'architrave, ebbero origine gli archi interi e gli scemi, e ne possono anche venire i composti, o vogliam dire di sesto acuto.
Volendo gli uomini vie maggiormente difendersi dalle ingiurie del cielo, avvisarono di chiudere con tavolati quei vani che rimanevano tra le travi confitte in terra, aprendovi però per le comodità e bisogni loro delle porte e delle finestre. E qui ha sua ragione quell'architettura chiamata da alcuni di basso rilievo, in cui le colonne escono del muro solamente per la metà o i due terzi del diametro, e come altrettante spranghe legano insieme ed afforzan la fabbrica; ma dove abbiano lor ragione le colonne nicchiate non saprei dirlo, che sono tanto in voga nella scuola fiorentina, e di cui ci è forse un solo esempio nell'antico[22].
E se in luogo di tavolati chiusero quei vani con pezzi di trave posti orizzontalmente gli uni sopra gli altri, in maniera che al mezzo di quei di sopra corrispondesse la commettitura delle teste di quei di sotto, potrà di leggieri ciascuno ravvisare là entro una immagine e un tipo delle bozze alla rustica con che a formare si vengono e insieme ad ornare i muri degli edilizî.
Ancora volendo gli uomini vie maggiormente difendere il suolo delle loro abitazioni dalla umidità della terra, piantarono l'edilizio in alto sopra travi sovrapposte le une alle altre, e terrapienando dentro; che è l’origine prima dei zoccoli, dei piedestili, degli stereobati[23]. E perché la terra, atteso appunto la umidità di che è inzuppata, spingea all'infuori e potea col tempo scommettere il zoccolo, lo rinfiancarono esteriormente con altre travi poste obbliquamente a guisa di speroni. Quindi le scarpe, che per maggior solidità della fabbrica si danno ai muri, come usarono quasi sempre di fare gli Egizi.
Né sembra vi possa esser dubbio come quegli speroni che fannosi a' ponti nella lor parte di sopra, a rompere il filo dell’acqua e a difendere la fabbrica dagli urti delle cose che può menar giù il fiume, non sieno tolti da' pali posti a simile effetto ne' ponti di legno, come è aperto a vedersi in quello tra gli altri tanto famoso ordinato da Giulio Cesare sopra il Reno.
Ad altre cose più particolari e minute, seguendo queste medesime tracce, si può ancora discendere. A fine di vie meglio ripararsi dalle ingiurie del cielo, misero gli uomini sopra le porte e le finestre delle loro abitazioni due pezzuoli d'asse, e gli misero in piovere, perché le acque dovessero di qua e di là trovarvi la caduta[24]. E furono questi il modello dei fastigi che fannosi alle porte, alle finestre, alle nicchie, acuminati per lo più ed anche tondi, e che talvolta per ragione della varietà si tramezzano insieme. Così gli uni come gli altri liberano dalle acque la porta o la finestra, e sono di molta utilità. Di niuna utilità, al contrario, è il porre un frontespizio acuto dentro ad un tondo, come fu il primo a praticare Michelagnolo. Sono poi contro alla ragione naturale, dice il Palladio[25] quelli che fannosi spezzati nella cima; e vieppiù ancora il sono quegli divisi in due posti come a schiena l'uno dell'altro, e che formano un cavo nel mezzo e una grondaia d'acqua, de' quali fu inventore Bernardo Buontalenti.
Che se la porta principale della casa vollero che fosse per maggiore lor comodo dalle ingiurie del cielo più particolarmente difesa, convenne in tal caso far sì, che le asse che vi erano poste al di sopra sporgessero molto all'in fuori; e queste convenne dipoi, perché potesser reggere, sostenerle di qua e di là con due travi confìtte in terra. Di tal congegnazione ne sono assai frequenti in Germania gli esempi. Sotto a quel coperto vi pongono panche e sedili; e quando il freddo non rinchiude quelle genti in casa, se ne stanno ivi la sera a novellare e a darsi sollazzo. E già non è diffidi cosa il vedere come da quel coperto rimettano, quasi da tronco, le logge e i portici dei tempi col particolare loro fastigio.
Quei riquadri nelle facciate dei palagi o delle chiese che intaccano un poco il muro, dove sono talvolta incastrati dei bassi rilievi, o quegli maggiori da cui sono incavati gli spazi che rimangono tra i pilastri o tra le finestre, non diremo noi che significhino una incamiciatura di tavole sovrapposta all’edifizio, così però che al labbro sia appunto tagliata del riquadro medesimo? Raffaello, il Vignola, Domenico Tibaldi e singolarmente il Genga non furono avari alle loro fabbriche di un così fatto ornamento.
Da' tronchi degli alberi posti gradatamente in un piano inclinato gli uni sopra gli altri, ebbero certamente principio e quasi fondamento le scalinate di marmo. E le ringhiere o i ballatoi non sono forse altra cosa che scale a piuoli, o rastrelli posti ne' primi tempi a traverso di una qualche apertura nella casa, affine d'impedire agli animali domestici o a' fanciulli l'uscir fuori nella campagna?
Le differenti forme dipoi degli alberi che gli uomini aveano giornalmente tra le mani, quale svelto come l'abete, quale tozzo come il faggio e quale di mezzana sacoma, dirò così, poterono far nascere in esso loro una tal quale idea dei differenti ordini di architettura, quando usciti dalla primiera loro rozzezza si diedero ad ingentilire alcun poco le loro abitazioni e a variarne, secondo i differenti usi, le forme. Non è punto malagevole a concepire come a' tronchi di albero i più grossi che poneano in opera, adattando da capo e da piede pezzi di tavola più sodi e massicci e sovrapponendovi le cornici composte di picciol numero di parti, e co' tronchi di albero più sottili facendo il contrario, non è, dissi, malagevole a concepire come ne venissero abbozzando le due maniere di ordine dorico e di corintio, i quali crebbero di mano in mano a tanta bellezza, che un celebre autore oltramontano arrivò a dire essere essi stati da Dio immediatamente rivelati all'uomo, come quelli la cui invenzione oltrepassa di troppo la portata dell'umano ingegno[26]. Ciò almeno riesce assai naturale a pensare; laddove ha troppo del ricercato quel dire che i differenti ordini di architettura originati fossero dallo aver preso gli uomini ad imitare nelle fabbriche la sodezza dell'uomo, la sveltezza della femmina e persino la verginale delicatezza, come vogliono i più solenni autori[27] e secondo queste differenti simmetrie andassero dipoi variando le misure delle colonne e il sistema inoltre di quanto le accompagna.
Per una consimile ragione le ineguaglianze, le scabrosità della scorza degli alberi, e non le pieghe dei vestimenti delle matrone[28] poterono suggerire e quasi mostrar loro le canalature delle colonne[29]. Ed egli ha molto del probabile che quell’antico maestro il quale ornò di foglie i fusti di alcune colonne nel tempio che è sotto Trevi[30], fosse a ciò condotto dal vedere quelle piante parasite che rivestono tutto intorno i tronchi degli alberi a' cui piedi germogliano.
Dagli alberi similmente, o sia dalle loro appartenenze, tolsero gli architetti i fogliami, le rose, i caulicoli, i festoni ed altre tali cose con che ornarono le varie parti degli edilizi ridotti coll'andar del tempo a quella sontuosità ed eleganza che ammirasi tuttavia nelle opere dell'antichità.
Ora per venire alla conclusione, due sono le principali materie con che si suol fabbricare: la pietra e il legno. Il legno, che la Natura fa crescer nelle campagne bello ed ornato, contiene in sé, come si è veduto, tutte le immaginabili modificazioni dell'Architettura e quelle ancora che, come le arcate, le volte e la maniera detta rustica, paiono essere il più della indole della pietra. Laddove la pietra o il marmo non ne somministra che pochissime, ritenendo in certa maniera di quel rozzo ed informe che ha nelle cave donde si trae. Ed ecco, se io non erro, la ragione perché il legno nell'Architettura è la materia matrice, per così dire; quella che impronta in tutte le altre le particolari sue forme, perché le nazioni tutte quasi di comune consentimento hanno preso di non imitare, di non rappresentare ne' loro edilizi di pietra, di mattoni o di qualunque altra materia si fossero, altra materia che il legno. Poterono gli architetti per tal via solamente dare alle opere loro unità e varietà, come si è detto. E il loro intendimento fu di perpetuare col mezzo delle più durevoli materie le varie modificazioni e le gentilezze della meno durevole, allorché un'arte della necessità figliuola, dalle capanne trapassando ai palagi, venne finalmente a ricevere dalle mani del lusso la perfezion sua[31]. Che se pur mentono in tal maniera gli architetti, come va predicando il Filosofo, questo ancora sarà il caso di dire
che del vero più bella è la menzogna.
Del rimanente, non picciolo grado se gli vorrà sapere se, in virtù delle difficoltà da lui mosse, verrà ad esser chiarita una quistione importantissima e nuova, la quale dirittamente mirava a gittare per terra le più magnifiche moli e più dagl'intendenti tenute in pregio, et andava a rovesciare sino da' fondamenti un'arte nobilissima e delle altre, secondo che suona il suo nome, capomaestra e regina.
Molto obbligo ancora avere gli dovranno gli artefici, se egli andrà mostrando quei particolari abusi che vi potessero essere entrati, e quelli massimamente che nel porre a ritroso della meccanica ragione le materie in opera hanno radice. Di modo che se vedere non si vogliono le più certe rovine, conviene aver ricorso a catene, a inarpesature, a rappezzamenti; e le fabbriche, come dice quel maestro, stannosi dipoi attaccate con le stringhe[32]. Mercé le conferenze da esso lui frequentemente tenute, mercé i suoi ragionamenti e gli apologhi, sopra tutto, con che gli sa rivestire e rendere popolari, è da sperare che l'Architettura si verrà purgando di parecchi errori che vi ha introdotti una cieca pratica. E così egli, conducendo gli uomini nelle vie del vero, contribuirà al bene della civile società; simile all'antico Socrate, il quale fu forse cagione che si emendassero al tempo suo non poche leggi ed abusi ne' già stabiliti governi, se non gli fu dato di poter fondare una nuova repubblica.
Note
- ↑ Lib. I, cap. XX.
- ↑ «Columnae et tempia et porticus sustinent. Tamen habent non plus utilitatis, quam dignitatis. Capitolii fastigium illud, et ceterarum aedium non venustas, sed nécessitas ipsa fabricata est. Nam cum esset habita ratio quemadmodum ex utraque tecti parte aqua delaberetur; utilitatem templi, fastigii dignitas consecuta est, ut, etiamsi in coelo Capitolium statueretur, ubi imber esse non posset, nullam sine fastigio dignitatem habiturum fuisse videatur»: Lib. III, De Oratore [46].
- ↑ Lettera del Vasari nei Dispareri in materia di Architettura e Prospettiva di Martino Bassi milanese.
- ↑ Vedi Pérault, traduz. di Vitruvio, nota 1 al cap. I del Lib. V, e nota 8 al cap. V del Lib. VI, e Frézier, Dissertation sur les ordres d'Architecture, Strasbourg, 1738, che si trova in fine del terzo tomo della sua Stereotomia, e vedi ancora [Laugier], Essai sur l'Architecture, Parigi, 1753.
- ↑ «Ita, quod non potest in veritate fieri, id non putaverunt <antiqui> in imaginibus factum posse certam rationem habere»: Lib. IV, cap. II.
- ↑ Vitruvius, Lib. IV, cap. II; Leon Batista Alberti, Dell'Architettura, Lib. I, cap. X; Andrea Palladio, Lib. I, cap. XX; Vincenzo Scamozzi, Lib. VI, cap. II e III, parte II etc.
- ↑ «J'ai trouvé que la force du bois est proportionelle à sa pesanteur, de sorte qu'une pièce de même longueur et grosseur, mais plus pesante qu'une autre pièce, sera aussi plus forte à peu près en même raison»: Expériences sur la force du bois, Mémoire de M. De Buffon, année 1740, [p. 463]. «Et ponderosa quidem omnis materia spissior, duriorque levi est. Et quo quaeque levior, eo est fragilior»: Leo Baptista Alberti, De Architectura, Lib. II, [cap. VII].
- ↑ «Et gravis quisque lapis solidior, et expolibilior levi, et levis quisque friabilior gravi»: Id., ibid., [cap. VIII].
- ↑ «Ipsae vero columnae... et magnificentiam impensae, et auctoritatem operi adaugere videntur»: Vitruv., Lib. V, cap. I.
- ↑ «Non minus quodetiam nascentium oportet imitari naturata, ut in arboribus teretibus, abiete, cupresso, pinu, e quibus nulla non crassior est ab radicibus, deinde crescendo progreditur in altitudinem naturali contractura peraequata, nascens ad cacumen»: Vitruv., Lib. V, cap. I. «Contractura columnarum ducta est a nascentibus eis arboribus, quae ad radices crassae, sensim se contrahentes fastigantur»: Philand., ad eumdem locum, [p. 170]. Palladio, Lib. I, cap. XX. Scamozzi, Lib. VI, cap. XI, P. II.
- ↑ Vedi Le Roy, Les Ruines des plus beaux monuments de la Grèce, seconde partie, et Desgodetz, Les édifices antiques de Rome, chap. I, du Panthéon, p. 10; chap. IV, du Temple de Vesta, p. 82; chap. VIII, du Temple d’Antonin et de Faustine, p. 112; chap. XVI, du Portique de Septimius Sévère, p. 164; chap. XVII, de l’Arc de Titus, p. 177; chap. XXIII, du Théâtre de Marcellus, p. 292, etc.
- ↑ Vedi Leonbatista Alberti, Lib. I, cap. X; Filandro nelle note al cap. I del Lib. IV di Vitruvio; Daniel Barbaro, nelle note al cap. III del Lib. III del medesimo autore; Andrea Palladio, Lib. I, cap. XX, e Vincenzo Scamozzi, Lib. VI, cap. II, part. II.
- ↑ Lib. VI, cap. II, part. II.
- ↑ Vedi tra gli altri il Vitruvio del Barbaro, Lib. III, cap. III, e Lib. IV, cap. II.
- ↑ Vedi Le Roy, Les Ruines des plus beaux monuments de la Grèce, seconde partie.
- ↑ Vedi tra gli altri il Palladio, Lib. I, cap. XX.
- ↑ Le Roy, Les Ruines des plus beaux monuments de la Grèce, première partie, p. 21, et seconde partie, p. 7, et planche V, fig. I.
- ↑ Vedi Norden, Travels in Egypt and Nubia, vol. II.
- ↑ Vedi la nota 5, facc. 102, al cap. I del Lib. III di Vitruvio, tradotto dal Marchese Galiani.
- ↑ Di tal maniera sono fabbricati tra gli altri i palagi Caffarelli e Pandolfini, amendue di disegno di Raffaello, e i Porto e Tiene del Palladio, a norma de' quali, e di quello de' Ranuzzi che è in Bologna pure del Palladio, architettò Domenico Tibaldi nella medesima città il palagio Magnani. Quasi di rincontro a questo ne ha un altro de' Malvezzi con tre ordini di architettura al consueto modo, non si sa bene se di disegno del Vignola o pure del Serlio. Dove ognuno può conoscere, quasi in una occhiata, che il palagio Magnani piace sommamente come un tutto in cui si trova armonia ed unità; non così il Malvezzi, che ha sembianza di tre differenti case messe in capo o a ridosso l'una dell'altra. Che se pure gli architetti volessero negli edifizi a vari piani seguire la usanza di dare a ciascun ordine la cornice col gocciolatoio e con tutte le altre sue membrature, dovriano almeno fare gli aggetti delle comici di sotto alquanto scemi, perché meglio si conoscesse l'uffizio di quella di sopra e trionfasse sopra le altre nella fabbrica. Il che aggiugne alla fabbrica medesima decoro e maestà, come si può vedere nella casa Rucellai in Fiorenza, di disegno di Leon Batista Alberti, nel palazzo già Medici e presentemente Riccardi, nello Strozzi, nel Farnese in Roma, nella Biblioteca di S. Marco del Sansovino e nel palagio Grimani Calergi ora Vendramino, il più signorile di quanti ne sieno in Venezia.
- ↑ «Postea quoniam per hybemas tempestates tecta non poterant imbres sustinere, fastigia facientes, luto inducto proclinatis tectis, stillicidia deducebant»: Vitruv., Lib. II, cap. I.
- ↑ Vedi nel libro degli antichi sepolcri raccolti da Pietro Santi Bartoli, Monumentum Q. Veranni in via Appia.
- ↑ Scamozzi, Lib. VII, cap. III, P. II.
- ↑ Nella torre dell'Arcivescovado di Bologna si veggono due pezzi di pietra, posti così rozzamente a quel modo medesimo sopra un'arme del Cardinale Paleotto per difenderla dalle acque.
- ↑ Lib. I, cap. XX.
- ↑ «Quamvis negari nequeat inesse receptis, atque ab antiquissimis temporibus ad nos perductis ordinibus architectonicis talem venustatem, et eiusmodi decus, quod distincte quidem vix exprimi possit, sed in quo animus tamen spectatoris intelligentis piane acquiescat, et placida quadam voluptate perfundatur; ita quidem ut Sturmiiis putaverit Doricum et Corinthium ordines ab ipso Deo immediate fuisse hominibus revelatos, cum eorum elegantia vires humanas piane superare videatur etc.»: Specimen emendationis Theoriae ordinum architectonicorum auctore Georgio Wolffg. Krafft, in Comment. Accad. Scient. Imp. Petropol., t. XI., ad annum MDCCXXXIX, [p. 28S].
- ↑ Vitruv., Lib. IV, cap. I; Alberti, Lib. IX, cap. VI.
- ↑ Vitruv., Lib. IV, cap. I.
- ↑ Mi è grandemente piaciuto di essermi quasi riscontrato sopra l'origine delle canalature delle colonne con M. Frézier, il quale ha rischiarato con gran lume di filosofia le cose dell'Architettura. Vedi quello che a tal proposito egli dice nella sua Dissertazione sopra gli ordini dell'Architettura.
- ↑ Vedi il Palladio, Lib. IV, cap. XXV.
- ↑ «On peut y joindre cet art né de la nécessité et perfectionné par le luxe, l’Architecture, qui s'étant élevée par degréz des chaumières aux palais, n'est aux yeux du Philosophe, si on peut parler ainsi, que le masque embelli d’un de nos plus grands besoins»: Discours préliminaire de l'Encyclopédie, [pp. XI-XII].
- ↑ Vedi Lettera del Vignola nei Dispareri in materia di Architettura e Prospettiva di Martino Bassi milanese, e Malvasia, P. II della Felsina pittrice, Vita di Pellegrino Tibaldi, ed altri.
- Testi in cui è citato Andrea Palladio
- Testi in cui è citato Socrate
- Testi in cui è citato Marco Tullio Cicerone
- Testi in cui è citato Benvenuto Cellini
- Testi in cui è citato Jacopo Barozzi da Vignola
- Testi in cui è citato Giorgio Vasari
- Testi in cui è citato Marco Vitruvio Pollione
- Testi in cui è citato Leon Battista Alberti
- Testi in cui è citato Vincenzo Scamozzi
- Testi in cui è citato Sebastiano Serlio
- Testi in cui è citato Archimede
- Testi in cui è citato Gaio Giulio Cesare
- Testi in cui è citato Michelangelo Buonarroti
- Testi in cui è citato Bernardo Buontalenti
- Testi in cui è citato Raffaello Sanzio
- Testi in cui è citato Gerolamo Genga
- Testi in cui è citato il testo I quattro libri dell'architettura (1790)/Libro I - XX
- Testi in cui è citato Claude Perrault
- Testi in cui è citato Georges-Louis Leclerc de Buffon
- Testi in cui è citato Julien-David Le Roy
- Testi in cui è citato Antoine Desgodets
- Testi in cui è citato Guillaume Philandrier
- Testi in cui è citato Daniele Barbaro
- Testi in cui è citato Frederic Louis Norden
- Testi in cui è citato Berardo Galiani
- Testi in cui è citato Georg Wolfgang Krafft
- Testi in cui è citato il testo Della architettura della pittura e della statua/Della architettura/Libro decimo – Cap. VI
- Testi in cui è citato Carlo Cesare Malvasia
- Testi SAL 75%