Saggio sopra la pittura (Laterza 1963)/Conclusione
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Conclusione
Che se a questi nostri giorni giace pure inonorata quest'arte divina[1], né i principi le danno quel favore e quei premi che altre volte le diedero, egli è pur forza confessare che non vi sono né manco eccitati dalla virtù degli artefici. Hanno essi da lungo tempo smarrito le veraci vie, quali erano tenute dagli antichi maestri, sogliono chiamar secco quello che più si accosta alla naturale bellezza, e troppo ricercato e pedantesco quello che in sé contiene alquanto di dottrina. Non a condurre un'opera come si conviene, ma soltanto ad avere di molti lavori per le mani sembra che sia unicamente rivolto ogni loro pensiero. Di simili a colui del quale fia più bello tacere il nome, che, strapazzando le opere sue, diceva francamente sé lavorare per far denaro[2], ce ne sono moltissimi. Ma dove è colui che fondato negli studi, innamorato soltanto della profession sua, non abbandonandosi alla libertà della pratica, né piegandosi alle fantasie degli altri, possa dire con verità: Io dipingo solo a me stesso ed all'arte?
Surgano anche una volta gli Apelli, i Raffaelli, i Tiziani; e non mancheranno gli Alessandri, i Carli, i Leoni. E se pure per istrana malignità della fortuna venisse meno a un qualche egregio artefice il favore dei grandi della terra, non gli verrà già meno quell'onore che della virtù è legittimo figliuolo e da essa non si scompagna giammai, che fiorirà mai sempre nelle bocche degli uomini, e che non istà nell'arbitrio di niun principe il poter conferire ad altrui[3].
Note
- ↑ θεὦν τò εὗρημα: Philostrat., in Proem. Lib. I De Imag., [p. 762].
- ↑ Descamps, Vie de Vandick.
- ↑
...Honour not confer'd by Kings.
Pope, One thousand seven hundred and thirty eight, Dialogue II [= Epilogue to the Satires, in Two Dialogues, v. 243].