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Saggio sopra la pittura (Laterza 1963)/Della Prospettiva

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Della Notomia Della Simmetria
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Della prospettiva


Allo studio della Notomia fa di necessità aggiugnere sino dal bel principio quello della Prospettiva, come nulla meno fondamentale e necessario. Il dintorno di un oggetto che si disegna in carta od in tela, la intersecazione rappresenta, e non altro, dei raggi visuali dalle estremità dell’oggetto vegnenti all'occhio, quale farebbesi da un vetro che colà posto fosse dove è la carta o la tela. E data la situazione dell'oggetto al di là del vetro, la delineazione di esso in sul vetro medesimo dipende dalla distanza, dall'altezza, dall'a destra o a sinistra, dal luogo preciso in cui trovasi l'occhio di qua dal vetro; che vale a dire dalle regole della Prospettiva. La quale scienza, contro a quello [p. 69 modifica]che volgarmente si crede, stendesi molto più là che all'arte del dipinger le scene, i soffitti e a ciò che sotto il nome di Quadratura è compreso. La prospettiva è briglia e timone della pittura, dice quel gran maestro del Vinci; insegna gli sfuggimenti delle parti, le diminuzioni loro, le apparenti grandezze, come s'abbiano a posare in su' piani le figure, come degradarle, contiene la ragione universale del disegno.

Così la discorrono, con tale fermezza parlano della prospettiva i più fondati maestri, ben lontani dal chiamarla un'arte fallace, una scorta infida, come scapparono a dire alcuni moderni professori, i quali vogliono che la si abbia da seguire sino a tanto che ti conduce per istrade piane ed agevoli, ma che si abbia da lasciare da banda, tosto che ti fa smarrire la buona via[1]. Dove essi ben mostrano di non conoscere né la natura della prospettiva, la quale fondata su' principi geometrici non può mai traviare altrui, né la natura dell’arte loro, la quale senza l'aiuto di essa non può, rigorosamente parlando, né delinear contorno, né muover segno.

Mostrano parimenti di poco o nulla conoscere la natura dell'arte del dipingere coloro i quali si danno ad intendere che agli antichi maestri della Grecia fosse una scienza del tutto ignota la prospettiva. E ciò in sul fondamento che nella maggior parte degli antichi dipinti ne sono violate le regole; quasi che, colpa i vizi dei mediocri artefici, si dovessero porre in dubbio e negare le virtù degli eccellenti. La verità si è che gli antichi praticavano l'arte di dipingere su per li muri prospettive, come anche oggigiorno si costuma[2]; e nel teatro di Claudio Pulcro una ne fu [p. 70 modifica]condotta con tal maestrìa, che le cornacchie, animale non tanto goffo, credendo vere certe tegole ivi dipinte, volavano per sopra posarvisi[3]; a quel modo che da certi gradini dipinti in una prospettiva dal Dentone fu ingannato un cane che, volendo salirgli in piena corsa, diede fieramente contro al muro, e nobilitò con la sua morte l'artifizio di quell'opera. Ma che più? Quando Vitruvio espressamente ne dice in qual tempo e da chi fosse trovata quest'arte. Fu essa primieramente a' tempi di Eschilo messa in pratica nel teatro di Atene da Agatarco, e da Anassagora e da Democrito ridotta dipoi a precetti ed a scienza[4]. Nel che avvenne come nelle altre arti; che venne prima la pratica e in appresso la teorica. Dovette il pittore, delle cose naturali osservatore accuratissimo, rappresentare a dovere quegli effetti che egli avea notato costantemente succedere nel presentarsi che fanno all'occhio nostro gli oggetti; e quegli effetti furono dipoi da' geometri dimostrati necessari e ridotti sotto a certi teoremi; non altrimenti che avendo Omero, per via di finissime osservazioni sulla natura, composta la Iliade e Sofocle l'Edipo, potè dipoi Aristotele ricavare da quelle sovrane opere dello ingegno umano le regole e i precetti dell’arte poetica. Sino adunque da' tempi di Pericle era la prospettiva ridotta in corpo di scienza; la quale non si rimase già confinata ne' teatri, ma nelle scuole trapassò della pittura, come un'arte non meno necessaria a' quadri, di quello che si fosse a’ teatri medesimi. Pamfilo, il quale [p. 71 modifica]aprì in Sicione la più fiorita Accademia del disegno, pubblicamente insegnavaia affermando espressamente come senza la Geometria non potea fare in niun modo l'arte del dipingere[5]. Cosicché innanzi ad Apelle, che di esso Pamfilo fu discepolo, innanzi a Protogene e a quegli che ebbero già nella pittura il maggior grido[6], era tra' Greci praticata la prospettiva, come fu tra noi praticata dai Bellini, da Pietro Perugino e dal Mantegna, prima che sorgessero Tiziano, Raffaello e il Correggio, lumi primieri dell'arte.

Dalla scienza adunque della prospettiva ha da essere guidata la mano del pittore nella delineazione di quanto egli prende a rappresentar sulla tela. Concepito ch'egli ha in mente il quadro, ha da determinare in quale distanza al di qua della tela voglia collocar l'occhio che ha da vedere esso quadro, le cui prime figure sogliono porsi rasente o quasi rasente la tela, al di là di essa. E parimente egli ha da determinare in quale altezza voglia collocar l'occhio rispetto all'orlo più basso della tela, che linea fondamentale si appella. A tal linea è parallela la linea che chiamasi dell'orizzonte, la quale trapassa per l'occhio; e il punto di essa, dove l'occhio si trova, si chiama il punto della veduta, il quale può in sulla tela segnarsi nel mezzo, a destra o a sinistra, secondo che più aggrada al pittore. Se non che, se il punto della veduta, e con esso l'orizzonte, si piglia troppo basso, i piani, su cui posano le figure, verranno ad iscortar di soverchio; se troppo alto, i piani montan ripidi e il quadro non è sfogato né arioso. Similmente, se troppo lontano sia il punto della distanza, poco verranno a degradar le figure, senza che veder non si potriano con quella distinzione che si conviene; se sia troppo vicino, la degradazione nelle figure riesce precipitosa e non dolce.

A ben collocare detti punti ci vuole però una non poca considerazione. Se il quadro va posto in alto, il punto di veduta [p. 72 modifica]ha da pigliarsi basso, e viceversa: acciocché la linea orizzontale del quadro tomi, per quanto si può, col vero orizzonte dello spettatore. Lo che non si può dire quanto faccia all'inganno. E se il quadro andasse posto in grandissima altezza, come tra altri molti è la Purificazione di Paolo Veronese intagliata dal Le Fevre, in tal caso converrà pigliare il punto di veduta tanto basso, che sia al di sotto e fuori del quadro; e il piano di esso non potrà esser veduto di sorte alcuna. Altrimenti chi pigliasse il punto dentro al quadro, i piani orizzontali si presenteranno all'occhio come inclinati, e le figure insieme cogli edifizi verranno a cadere col capo innanzi. Ben è però vero, che ne' casi ordinari non si dovrà stare a tutto rigore, e tornerà meglio che il punto della veduta sia piuttosto altetto che no; perché essendo noi avvezzi a veder le persone al medesimo livello, o sullo stesso piano che noi, meglio anche inganneranno le figure del quadro, quando rappresentate sieno sopra un piano che più a quello si accosti. Senza che, ponendo l'occhio in basso e scortando moltissimo il piano, le figure dello indietro daranno colle punte de' piedi nelle calcagna di quelle dinanzi, e non verranno così bene tra loro a spiccar le distanze.

Determinato il punto della veduta, secondo il sito che ha da esser posto il quadro, si determinerà il punto della distanza.

Dove a tre cose egli pare che avvertir dovesse il pittore: che tal punto si trovi in così fatto luogo, che lo spettatore possa vedere tutto l'insieme della composizione in una sola occhiata, che possa vederlo con distinzione, e che la degradazione nelle figure e negli altri oggetti del quadro riesca competentemente sensibile. Le quali cose lungo sarebbe voler diffinire con certe e determinate regole nella tanta varietà massimamente di grandezza che può avere la tela; ma lasciare si vogliono in parte alla discrezion del pittore.

Quello che cade sotto alla più stretta regola è la delineazione del quadro, determinati che siano i punti di veduta e di distanza. Le figure hannosi da considerare come altrettante colonne che rizzar si dovessero sopra vari punti del piano; e la [p. 73 modifica]composizione tutta si ha da tirare con la maggiore esattezza in prospettiva prima di ricercarne le parti quanto al disegno.

Chiunque procederà in tal modo, sarà sicuro di non errare nella diminuzione, secondo le varie distanze delle medesime figure, e seguirà le vie de' gran maestri e singolarmente di Raffaello.

In alcuni de' suoi schizzi trovasi una scala di degradazione[7]. Tanto egli avea giurato fede alle leggi della prospettiva, alla cui osservazione si vuole attribuire il grande effetto che fanno alcune pitture del Carpazio e del Mantegna, benché prive per altro di certo artifizio; laddove un semplice errore in tal parte guasta talvolta le opere intere di Guido, non ostante la vaghezza e la nobiltà di quel sovrano suo stile.

Ora, dappoiché la dimostrazione delle regole di tale scienza è ricavata dalla dottrina delle proporzioni, dalla proprietà de' triangoli simili e delle intersecazioni de’ piani, non saria mal fatto che il giovane, a sapere fondatamente dette regole e non per cieca pratica, studiasse un ristretto di Euclide, del quale studio, come unicamente inteso all’arte sua, egli potrà spedirsene dentro allo spazio di pochi mesi. Che siccome a un pittore sarebbe inutile lo sviscerare tutta la notomia del Monrò o dell'Albino, lo stesso sarebbe s'egli volesse ingolfarsi nella più alta Geometria insieme col Tayloro, da cui trattata è la scienza della prospettiva con quella sugosa profondità che senza comparazione alcuna è di maggior onore a un matematico, che essere non può di profitto a un artefice.

Ma quando bene a fondarsi ne' sopradetti studi si richiedesse un più lungo spazio di tempo, non sarà mai lungo quello che è necessario. Anzi si può francamente asserire che in qualsivoglia arte la brevissima di tutte le strade è quella che mostra le cose per modo che la pratica sia guidata dalla teorica. Quindi quella facilità per cui uno tanto più avanza a gran passi, quanto più è sicuro di non metter piede in fallo; mentre coloro che non sono addottrinati dalla scienza, vanno tentando timorosi, di[p. 74 modifica]ceva non so chi, e ricercando la strada con il pennello, come fanno i ciechi co' loro bastoncelli le vie e le uscite ch'essi non sanno.

Dovendo la pratica, come abbiam detto, essere fondata in ogni cosa su' principi della scienza, comprenderà ognuno di leggieri come lo studio dell'Ottica, in quanto si appartiene a determinare la illuminazione e le ombre degli oggetti, deve proceder del pari con quello della prospettiva. E ciò perché le ombre, che le figure gettano su' piani, camminino a dovere, perché gli sbattimenti siano quali hanno da essere né più né meno, perché i più belli effetti del chiaroscuro non vengano mai smentiti dalla verità, la quale tosto o tardi si manifesta agli occhi di ognuno.

Note

  1.      Regula certa licet nequeat Prospectica dici,
    Aut complementum Graphidos; sed in Arte iuvamen,
    Et modus accelerans operandi: ut corpora falso
    Sub visu in multis referens, mendosa labascit:
    Nam geometralem nunquam sunt corpora iuxta
    Mensuram depicta oculis, sed qualia visa.

    Du Fresnoy, De arte graphica, [117-122]. Vedi la annotazione a questo luogo di Mr. De Piles, e qualche altro libretto moderno.

  2. «Ex eo antiqui, qui initia expolitionibus instituerunt, imitati sunt primum crustarum marmorearum varietates et collocationes: deinde coronarum et silaceorum miniaceorumque cuneorum inter se varias distributiones. Postea ingressi sunt, ut etiam aedificiorum figuras columnarumque et fastigiorum eminentes proiecturas imitarentur; patentibus autem locis, uti exedris, propter amplitudinem parietum, scenarum frontes Tragico more, aut Comico, seu Satyrico designarent»: Vitruv., Lib. VII, cap. V.
  3. «Habuit et scena ludis Claudii Pulcri magnani admirationem picturae, cum ad tegularum similitudinem corvi decepti imagine advolarent»: C. Plin., Nat. Hist., Lib. XXXV, cap. IV.
  4. «Namqueprimum Agatarchus Athenis, Aeschylo docente tragoediam, scenam fecit, et de ea commentarium reliquit. Ex eo moniti Democritus et Anaxagoras, de eadem re scripserunt, quemadmodum oporteat ad aciem oculorum radiorumque extensionem, certo loco centro constituto, ad lineas ratione naturali respondere: uti de incerta re certae imagines aediliciorum in scenarum picturis redderent speciem, et quae in directis planisque frontibus sint figuratae, alia abscedentia, alia prominentia esse videantur»: Vitruv., in Praef. Lib. VII. Vedi anche, se vuoi, Discours sur la Perspective de l'ancienne peinture, ou sculpture, par Mr. l’Abbé Sallier, t. XI, Mémoires de l’Académie des Inscriptions.
  5. «Ipse <Pamphilus> Macedo natione, sed primus in pictura omnibus litteris eruditus, praecipue Arithmetice et Geometrice, sine quibus negabat artem perfici posse»: C. Plin., Nat. Hist., Lib. XXXV, cap. X.
  6. «At in Aëtione, Nicomacho, Protogene, Apelle iam perfecta sunt omnia»: Cic., De claris oratoribus, [18].
  7. Mr. De Piles, Idèe du Peintre parfait, chap. XVIII.