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Saggio sopra la pittura (Laterza 1963)/Della Simmetria

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Della Prospettiva Del Colorito
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Della simmetria


Né tampoco farà mestieri di lunghe parole perché altri possa comprendere come con lo studio delle cose anatomiche ha da accompagnarsi lo studio della simmetria. Niente sarebbe il conoscere le varie parti del corpo umano e gli uffizi loro, se non si conoscesse ancora l'ordine e la proporzione che hanno tra esse e col tutto insieme. Per la giusta simmetria nelle membrature, non meno che per la scienza anatomica, si distinguono tra tutti i greci scultori. E Policleto salì tra loro in grandissima rinomanza per aver fatto una statua detta il Regolo, donde gli artefici, come da esempio giustissimo, potessero pigliar le misure di ciascuna parte del corpo umano[1]. Queste stesse misure, per non dir nulla dei libri che ne trattano esprofesso, si possono oggidì pigliare dall'Apollo di Belvedere, dal Laocoonte, dalla Venere de' Medici, dal Fauno e singolarmente dall'Antinoo, che fu il regolo del dotto Pussino.

La Natura, la quale nella formazione delle specie ha toccato [p. 75 modifica]il segno ultimo della perfezione, non fa lo stesso nella formazione degl'individui. Dinanzi agli occhi di essa pare che siano un niente quelle cose che hanno un principio ed un fine, che appena nate hanno da morire. Abbandona in certo modo gl'individui alle cause seconde; e se in essi traluce talvolta un qualche raggio primitivo di perfezione, troppo egli viene ad essere offuscato dall'ombra che lo accompagna. L'arte risale agli archetipi della natura, coglie il fiore di ogni bello che qua e là osservato le viene, sa riunirlo insieme in modelli perfetti e proporlo agli uomini da imitare[2]. Così quel dipintore ch'ebbe ignude dinanzi a sé le fanciulle calabresi, niuna altra cosa fece, siccome ingegnosamente dice il Casa[3] che riconoscere in molte i membri ch'elle aveano quasi accattato, chi uno e chi un altro, da una sola; alla quale, fatto restituire da ciascuna il suo, lei si pose a ritrarre, immaginando che tale e così unita dovesse essere la bellezza di Elena. Lo stesso adoperarono alcun tempo innanzi gli antichi scultori, quando essi ebbero a figurare in bronzo od in marmo le immagini dei loro Iddii e de' loro eroi. E, mercé la durevolezza della materia, alcune delle loro statue, le quali racchiudono in se stesse tutta la possibile perfezione, che a parte a parte trovasi in una infinità d'individui dispersa, ne rimangono ancora come uno esempio non solo di giusta simmetria, ma di grandiosità nelle parti, di decoro e di contrasto nelle attitudini, di nobiltà nel carattere; ne rimangono in somma come il paragone in ogni genere e lo specchio della bellezza[4]. Si vede quivi col precetto [p. 76 modifica]congiunto l'esempio, si vede dove i gran maestri hanno creduto doversi con felice ardire allontanare dalle regole e modificarle secondo i diversi caratteri che aveano da rappresentare. Nella Niobe, che al pari di Giunone ha da spirare maestà, sono alterate alcune parti, le quali si veggono più dilicate e minute nella Venere; esempio della femminile leggiadrìa. Le gambe e le cosce dell'Apollo di Belvedere, alquanto più lunghe che non vorrebbe la giusta proporzione, contribuiscono non poco a dargli quella sveltezza ed agilità che stanno così bene con la movenza di quel Dio; siccome la straordinaria grossezza del collo aggiugne forza all'Ercole farnese, e gli dà non so che di taurino.

Ne' corpi de' putti è comune opinione dei pittori che non abbiano gli antichi dato nel segno, come riuscì loro ne' corpi delle femmine e degli uomini e nelle forme singolarmente degli Dei, essendo quivi giunti a far sì che insieme cogli medesimi Dei fossero venerati coloro che gli scolpirono[5]. E una tale opinione pur sostengono, quantunque per uno Amore soltanto di Prassitele andassero già i dilettanti a Tespia[6], quantunque un altro egli ne scolpisse per la città di Pario, celebre non meno che la sua Venere gnidia e profanato egualmente anch’esso da uno intendente dell'arte[7] quantunque si sappia che da un gesso [p. 77 modifica]formato sull'antico sieno ricavati quegli angioletti della gloria del S. Pietro Martire di Tiziano, i più belli che mai scendessero di Paradiso[8]. Ai putti, dicon costoro, non seppero gli antichi dare quel morbido e quelle tenerezze che diede loro dipoi il Fiammingo col fargli colle gote, mani e piedi alquanto enfiati, grossa la testa ed il ventre anzi che no. Il qual modo è ora seguito quasi che da tutti. Ma non avvertono questi tali che quei primi abbozzi di natura ben di rado si vogliono imitare dall'artefice, e che quella prima e tenerissima infanzia non ha in sé alcuna forma buona o che tragga al buono. Gli antichi presero a rappresentare i puttini, quando giunti al quarto o al quinto anno è come digerito il soverchio umidore del corpo, e le membra si distendono ai loro contorni e a quella proporzione che dia segno di ciò che saranno un giorno. Il che tanto più è da osservarsi, quanto che i putti pur s’introducono nei bassirilievi o nei quadri perché vi operino alcuna cosa; come quei bellissimi amoretti antichi che si veggono in Venezia scherzare con l'armi di Marte e sollevare la poderosa spada del Dio, o quello scaltrito della Danae di Annibale, il quale, gittati a terra gli strali, riempie la faretra di monete d’oro. Ora qual maggiore improprietà di costume, quanto il dare atti di forza e di giudizio a quella prima infanzia, a quella tenerissima età la quale non è atta per niun conto a governarsi, né a reggersi da sé medesima[9]?

Il giovane non potrà mai considerar le greche statue, qualunque carattere od età ne figurino,

che non ci scorga in lor nuova bellezza;

non potrà mai disegnarle abbastanza, stando a quel giudizioso motto posto dal Maratti in quella sua stampa detta la Scuola. Verità che fu riconosciuta dallo stesso Rubens. Il quale, benché [p. 78 modifica]nutrito nell'aria grossa de' Paesi bassi, se ne stesse ordinariamente attaccato al naturale, pur nondimeno in alcune delle sue opere imitò l'antico, e compose anche un trattato della eccellenza delle antiche statue e dello studio che nello imitarle dee porvi il pittore. E se del gran Tiziano va attorno quella sua stampa satirica, o vogliam dire pasquinata, degli scimmiotti che contraffanno il gruppo del Laocoonte, non altro egli intese di mordere se non se la stitichezza di coloro i quali non sapeano tirar segno, che gesso o statua non avessero dinanzi per modelle; simili a quei letterati, di cui si ride Montagna, che senza l'aiuto di una libreria non saprebbono porre in carta due versi.

Infatti ragione pur vuole che l'artefice sia tanto padrone nell'arte sua, che non abbia bisogno il più delle volte di esempio. Se non che per giugnere a tal signoria, quanto non gli converrà aver sudato da fanciullo, quanti giorni e quante notti non dovrà egli avere spese dinanzi a’ migliori esemplari? Le più belle arie di volto che sonoci rimase dell’antico, il Mercurio della Galleria di Fiorenza, il picciolo Antinoo, la giovanetta Niobe, di una madre bella figliuola ancor più bella, l'Arianna, l’Alessandro, il Sileno, il Nilo e alcune teste di Giove, e' dovrebbe, quasi direi, averle imparate a memoria per averle più e più volte disegnate; le più belle figure eziandio, l'Apollo, il Gladiatore, la Venere e simili, come dicono fosse riuscito di fare a Pietro Testa. Con tali conserve in mente, con tali paragoni della bellezza, potrà forse un giorno fare da sé senza esempio, formare un retto giudizio di quelli naturali che gli verranno veduti, e come si conviene valersene.

Male avvisano coloro che mandano i giovanetti di buon'ora a disegnare il nudo all'Accademia, quando non hanno ancora assaggiato le belle proporzioni, e nella scienza della simmetria non han fatto il vero fondamento. Assai più conforme alla ragione e più profittevole sarebbe non mettersi a disegnare il nudo all'Accademia se non tardi; cioè dopo che, ben studiato l'antico, altri potrà aiutar le cose che ritrae dal vivo; e avendo appreso a discernere dove il naturale, o per braccia troppo scarme, o per torso troppo greve, o per altro che sia, va fuori della giusta [p. 79 modifica]proporzione, saprà correggerlo nel ricopiarlo e ridurlo ne' convenienti termini. La Pittura è in questa parte come la Medicina: l'arte di levare e di aggiugnere.

Egli non è da dissimulare che, seguendo il metodo di apprendere la pittura sinora discorso, un qualche pericolo altri può correre. E ciò è di dare, troppo guardando le statue, nello statuino e nel secco; come di rappresentare i corpi quasi scorticati, troppo studiando in su' cadaveri; non ci essendo che il naturale che, oltre a una certa grazia e vivezza, abbia in sé di quel semplice, facile e molle, che male si può apprendere dalle cose rimorte, o dalle cose dell'arte[10] L'uno di tali rimproveri vien fatto alcuna volta al Pussino, e l'altro assai più spesso a Michelagnolo. Dove altra cosa non si può dire, se non che gli stessi più grandi uomini non sono né manco essi irreprensibili, e che tali esempi si dovranno porre con quegli altri moltissimi che ci sono dell'abuso che è solito far l'uomo anche dell'ottimo, quando ei non sappia co' suoi contrari debitamente temperarlo e correggerlo.

Ma niuno somigliante pericolo si potrà certamente correre a non istancarsi di disegnar lungo tempo prima di stender la mano a colorare. I colori nella pittura, secondo le parole di un gran maestro, sono quasi lusinghe per persuadere gli occhi, come la venustà dei versi nella poesia[11]. E il disegno non è egli per il pittore ciò che è per uno scrittore la proprietà delle parole, la giusta intonazione per il musico? Dica pur chi vuole, un quadro disegnato giusta le regole della Prospettiva e i principî della Notomia, sarà sempre dagli intendenti avuto in maggior pregio, che un quadro, sia quanto si voglia ben colorito, ma di non accurato disegno. Un altro gran maestro faceva sì gran caso del contorno, che secondo certo suo detto che a noi è pervenuto, tutte altre cose egli le avea quasi per nulla[12] E di ciò, a mio credere, la ragione si è questa: che la Natura ben fa gli uomini [p. 80 modifica]di varia tinta e carnagione; ma ella non opera mai ne' movimenti loro contro a' principi meccanici della Notomia, né mai opera contro alle leggi geometriche della Prospettiva nel rappresentarceli all'occhio. Onde assai chiaro si vede come in materia di disegno non ci è colpa che grave non sia; e si comprende il gran sentimento che è in quelle parole dette da Michelagnolo al Vasari dopo visto un quadro del principe della scuola veneziana: «Gran peccato», diss'egli, «che costui non abbia imparato da principio a ben disegnare»[13]. La energia della Natura si piega nei minimi; e ne' minimi sta l'eccellenza dell'arte.

Note

  1. «Fecit <Polycletus> et quem canona artifices vocant, lineamenta artis ex eo peten tes, velut a lege quadain: solusque hominum artem ipse fecisse, artis opere iudicatur»: C. Plin., Nat. Hist., Lib. XXXIV, cap. VIII.
  2. «And since a true knowledge of Nature gives us pleasure, a lively imitation of it, either in Poetry or Painting must of necessity produce a much greater. For both these Arts, as I said before, are not only true imitations of Nature, but of the best Nature, of that which is wrought up to a nobler pitch. They present us with images more perfect than the Life in any individual: and we have the pleasure to see all the scatter’d beauties of Nature united, by a happy Chymistrv, without its deformities or faults»: Dryden, in the Preface to his Translation of the Art of Painting by Mr. De Fresnoy, [pp. XXXV-XXXVI],
  3. Nel Galateo. Vedi Vita di Zeusi di Carlo Dati, postilla XI.
  4. "H Θεòς ἦλθ' επι γἢυ ες oὐραυoὔ εἴχὁυα δεἴωυ,
    Φειδἰα, ἦ αὓ γ'ἕβης τòυ Θεòυ ὂψὁμευoς: Anthol., [IV, cap. 6, p.318].


    «Nec vero ille artifex, cum faceret Iovis forinam, aut Minervae, contemplabatur aliquem, e quo similitudinem duceret: sed ipsius in mente insidebat species pulchritudinis eximia quaedam, quam intuens, in eaque defixus, ad illius similitudinem artem et manum dirigebat»: Cic., Orator, art. II.
    «Ex aere vero praeter Amazonem supra dictam, <fecit Phidias> Minervam tam eximiae pulchritudinis, ut formae cognomen acceperit»: C. Plin, Nat. Hist., Lib. XXXIV, cap. VIII.
  5. προσκυνοῦνται γοῦν οὗτοι μετὰ τῶν θεῶν: Lucian., Somnio, [8].
  6. «Idem, opinor, artifex <Praxiteles> eiusdem modi Cupidinem fecit ilium, qui est Thespiis, propter quern Thespiae visuntur. Nam alia visendi causa nulla est»: Cic., in Verrem de Signis, [2].
    Αἱ δὲ Θεσπιαὶ πρότερον μὲν ἐγνωρίζοντο διὰ τὸν Ἔρωτα τὸν Πραξιτέλους etc.: Strabo, Lib. IX, [410].
    «Eiusdem est et Cupido obiectus a Cicerone Verri; ille, propter quem Thespiae visebantur, nunc in Octaviae scholis positus»: C. Plin., Nat. Hist., Lib. XXXVI, cap. V.
  7. «Eiusdem et alter nudus in Pario colonia Propontidis, par Veneri gnidiae nobilitate et iniuria. Adamavit enim eum Alchidas rhodius, atque in eo quoque simile amoris vestigium reliquit»: Id., ibid. Della Venere gnidia avea detto poche righe innanzi: «Ferunt amore captum quemdam, cum delituisset noctu simulacro cohaesisse, eiusque cupiditatis esse indicem maculam». Al qual luogo il Padre Harduino fa la seguente annotazione: «Vide Valerium Max., Lib. 8, cap. II, pag. 400. Ex Posidippo historico refert hoc ipsum Clemens Alex., in Protrept., p. 38: Ἀφροδίτης δέ ἄλλη ἐν Κνίδου ἦν λἶδος ἦν, χαἱ χαλη η ἐτἐρoζ ηρασφη ταύτης, χαὶ μὶγνυται τη λὶφω Ποσὶδιπποζ ὶστορεὶ ευ τω περι Κυὶδου.
  8. Ridolfi, nella Vita di Tiziano.
  9. Vedi Bellori nella Vita del Fiammingo e dell'Algardi.
  10. Vedi il Discorso del Vasari che va innanzi alle Vite.
  11. Parole del Pussino riferite nella Vita che ha di lui scritta il Bellori.
  12. Annibale Caracci era solito dire: «buon contorno, e... in mezzo».
  13. Vasari nella Vita di Tiziano, [p. 386]. «Onde dir soleva il Tintoretto che Tiziano talor fece alcune cose che far non si potevano più intese o migliori; ma che altre ancora si potevano meglio disegnare»: Ridolfi, nella Vita di Tiziano, [p. 155].