Saggio sopra la pittura (Laterza 1963)/Della fortunata condizione del pittore
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Della fortunata condizione del pittore
Grandissime in vero sono le fatiche che avrà da durare il pittore per giugnere al colmo della perfezione nell'arte sua; ma con larghissima usura gli verranno altresì ricompensate dipoi. E non so se arte o scienza vi sia alcuna la qual goda di tanti e tanto considerabili vantaggi come fa la Pittura. Descrisse minutamente un famoso medico i malori che contraggono a poco a poco coloro che si consacrano a varie professioni e agli studi, colpa o i non buoni aliti che sono costretti di respirare, o il genere di vita che hanno necessariamente da condurre; quasi quei malori fossero una pena che abbia posto la Natura sopra la scienza dell'uomo. Per li pittori non altro egli seppe trovare se non che hanno da tornar loro in grande nocumento i fiati degli oli, gli aliti del cinabro e della biacca, l'uno figliuolo dell'argento vivo, l'altra estratta per forza di aceto dal piombo. E della venefica qualità di tali materie ne è in sua sentenza un grave testimonio la corta vita de’ più bravi pittori, dove egli intende senza dubbio del Parmigianino, del Correggio, di Annibale con alcuni altri pochi; e la morte segnatamente, egli dice, del principe della pittura, Raffaello da Urbino, accaduta, come a tutti è noto, nel fior della età[1]. Ai quali testimoni contrapporrà ognuno, che tanto o quanto sia versato nella istoria di quest'arte, la lunghissima vita del Cortona, del Le Brun, di Jouvenet, del Giordano, di Cornelio Poelemburg, di Lionardo da Vinci, del Primaticcio e del Guercino, che oltrepassarono i settanta anni; del Pussino, del Mignard, di Carlo Maratti, del Lorenese, dell'Albani, del Tintoretto, di Iacopo Bassano e di Michelagnolo, che andarono al di là degli ottanta; del Solimene, del Cignani e di Gian Bellino, che aggiunsero ai novanta; e la morte segnatamente di quell'altro principe della pittura, Tiziano Vecellio, avvenuta in età di novantanove anni e per cagion di contagio. Talché si direbbe aver voluto quel valentuomo corredar la pittura di una qualche malattia, perché era medico di professione e perché così portava l'argomento del suo libro. La verità si è che i mali a cui va soggetta l'arte del dipingere sono, come si dice appunto in proverbio, mali da biacca; e pare che la natura ne l'abbia voluta esentare, come l'arte la quale rappresentando meglio di ogni altra le bellezze di lei, ella sguarda più di ogni altra con occhio di favore e di parzialità.
È dato al pittore, e non così al matematico per esempio, o al poeta, il potere spendere tutta la giornata dietro allo studio.
Nella Matematica e nella Poesia tutto è opera dello spirito, continua è la meditazione; né può starsene lungamente l'anima con l'arco teso. Nella pittura al contrario una grande contenzione di mente richiedono senza dubbio la invenzione e disposizione del soggetto e certe finezze di espressione, di colorito e di disegno; ma gran parte ancora ci ha l'opera della mano, da cui dipende lo eseguire ciò che trovato ha la mente. E una volta che il pittore sia ben fondato ne' principi dell'arte, acquista dall'uso una facilità grandissima, e l'amatita o il pennello corre da sé senza quasi niuna fatica od impulso della facoltà inventrice. Di fatti sappiamo essere stato costume di non pochi maestri dipingere e ragionare in quel mentre con chi stava a vedergli fare; così comportando la propria qualità dell'arte loro, che e' possano alcuna volta, come Giulio Cesare, aver l'anima a più cose ad un tempo.
Se persona ci è al mondo a cui sia lecito lusingarsi di provar lungamente felicità, il pittore è quel desso. Standosi il più del tempo in compagnia e non solitario, come necessariamente richiede il più degli altri studi, rade volte avviene che maninconico ne contragga l’umore, o burbero. Quando si trova solo ha, come il poeta, il soprano piacere della creazione, e sopra di esso il vantaggio che l'arte sua è più popolare; non ci essendo dall'uomo il più gentile fino al più grossolano, su cui non abbia presa ed imperio la pittura[2]; è occupato sempre intorno ai più vaghi oggetti e più belli; né cosa ci ha nell’universo che dentro alla immensa sfera della potenza visiva rimangasi compresa, la quale non sia ad esso lui occasione d'intrattenimento.
Avendo l'arte sua per fine principalissimo il diletto, da tutti viene onorato ed accarezzato, mentre assai più spesso incontra che abbiamo bisogno di chi ci tolga di mano alla noia, il più mortal nimico dell'uomo, che di chi ci arrechi una qualche grande utilità. Né uscieri, né guardie possono vietare il passo alla noia, sì ch'ella non trafori bene spesso in mezzo alle più solenni udienze e nelle ritirate di coloro che il volgo crede starsene in grembo alla felicità. Da ciò nasce principalmente che furono in ogni tempo favoriti e premiati da' principi i più valenti maestri in pittura, quasi altrettanti operatori di quel dolce incantesimo che figura sopra una tela quanto vi ha di più bello e di più mirabile in natura, che trae l'uomo fuori di sé e lo solleva in certa maniera sopra di sé medesimo. A tutti è oggimai noto, e sarebbe superfluo il ricordarlo, qualmente agli schiavi era proibito lo adoperarsi intorno a quest’arte tra le liberali la prima[3], che non meno utile che dilettevole, insieme colla Grammatica, colla Musica, colla Ginnastica insegnavasi agl'ingenui fanciulli[4] in grandissima onoranza, che per li gentili spiriti è la più dolce mercede, tenuti già furono gli antichi pittori dalla culta nazione dei Greci, o da coloro che con la virtù e con l'armi signoreggiarono il mondo. E in quale onoranza similmente tenuti non furono que' nostri pittori, le cui opere nobilitano i tempi che le videro fare e i paesi che le posseggono al presente[5]?
Note
- ↑ «Ego quidem quotquot novi pictores, et in hac, et in aliis urbibus, omnes fere semper valetudinarios observavi. Et si pictorum historiae evolvantur, non admodum longaevos fuisse constabit, ac praecipue, qui inter eos praestantiores fuerint. Raphaelem urbinatem Pictorem celeberrimum, in ipso iuventae flore e vivis ereptum fuisse legimus, cuius immaturam mortem Balthassar Castilioneus eleganti cannine deflevit... Ast alia potior causa subest, quae pictores morbis obnoxios reddit, colorum nempe materia, quam semper prae manibus habent, ac sub ipsis naribus etc... Cinnabarim sobolem esse Mercurii, Cerussam ex plumbo parari... nemo non novit, et propter hanc causam satis graves noxas subsequi. Iisdem igitux affectibus, licet non ita graviter, illos vexari necessum est, ac ceteros Metallurgos»: Bernardini Ramazzini De Morbis Artificum Diatriba, cap. IX, Patavii, 1713, [pp. 51-53]
- ↑
Vel quum Pausiaca torpes, insane, tabella,
Qui peccas minus atque ego? quum Fulvi Rutubaeque,
Aut Placideiani contento poplite miror
Praelia rubrica pietà aut carbone, velut si
Re vera pugnent, feriant, vitentque moventes
Arma viri; nequam et cessator Davus: at ipse
Subtilis veterum iudex et callidus audis. - ↑ «Et huius <Pamphili> auctoritate effectum est Sicyone primum, deinde et in tota Graecia, ut pueri ingenui ante omnia graphicen, hoc est picturam in buxo docerentur, recipereturque ars ea in primum gradum liberalium. Semper quidem honos ei fuit, ut ingenui exercerent, mox ut honesti: perpetuo interdicto ne servitia docerentur. Ideo neque in hac, neque in toreutice, ullius qui servierit opefa celebrantur»: C. Plin., Nat. Hist., Lib. XXXV, cap. X.
- ↑ Eστι δὲ τέτταρα σχεδὸν ἃ παιδεύειν εἰώθασι, γράμματα καὶ γυμναστικὴν καὶ μουσικὴν καὶ τέταρτον ἔνιοι γραφικήν. Tὴν μὲν γραμματικὴν καὶ γραφικὴν ὡς χρησίμους πρὸς τὸν βίον οὔσας καὶ πολυχρήστους... ὁμοίως δὲ καὶ τὴν γραφικὴν, οὐχ ἵνα ἐν τοῖς ἰδίοις ὠνίοις μὴ διαμαρτάνωσιν, ἀλλ' ὦσιν ἀνεξαπάτητοι πρὸς τὴν τῶν σκευῶν ὠνήν τε xαὶ πρᾶσιν, η μᾶλλον δ' ὅτι ποιεῖ θεωρητικὸν τοῦ περὶ τὰ σώματα κάλλους. Tὸ δὲ ζητεῖν πανταχοῦ τὸ χρήσιμον ἥκιστα ἁρμόττει τοῖς μεγαλοψύχοις καὶ τοῖς ἐλευθερίοις: Aristot., De Repub., Lib. VIII [= V], cap. III.
- ↑ «Primumque dicemus quae restant de pictura, arte quondam nobili, tunc cum expeteretur a regibus populisque, et illos nobilitante, quos esset dignata posteris tradere»: Plin., Nat. Hist., Lib. XXXV, cap. I.
- Testi SAL 75%
- Testi in cui è citato Bernardino Ramazzini
- Testi in cui è citato Parmigianino
- Testi in cui è citato Annibale Carracci
- Testi in cui è citato Raffaello Sanzio
- Testi in cui è citato Pietro da Cortona
- Testi in cui è citato Charles Le Brun
- Testi in cui è citato Leonardo da Vinci
- Testi in cui è citato Tintoretto
- Testi in cui è citato Michelangelo Buonarroti
- Testi in cui è citato Tiziano
- Testi in cui è citato Quinto Orazio Flacco
- Testi in cui è citato il testo Satire (Orazio)/Libro II/Satira VII
- Testi in cui è citato Gaio Giulio Cesare
- Testi in cui è citato Gaio Plinio Secondo
- Testi in cui è citato Aristotele