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Saggio sopra la pittura (Laterza 1963)/Della importanza del giudizio del pubblico

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Della importanza del giudizio del pubblico

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Della importanza del giudizio del pubblico
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Della importanza del giudizio del pubblico


È necessario che il pittore s'imprima fortemente nell'animo che niuno è miglior giudice dell'arte sua, quanto è il vero dilettante ed il pubblico[1]. Guai a quelle opere dell'arte che hanno [p. 124 modifica]solamente di che piacere agli artisti, dice un grand'uomo che vola come aquila per le regioni dello scibile[2]. Una assai inetta storia racconta il Baldinucci di un pittore fiorentino, al quale, nel vedere non so che sua opera, disse un gentiluomo parergli che una mano di una tal figura non potesse stare in quell'attitudine e sembrargli alquanto storpiata. Il pittore allora, preso il matitatoio, glie lo porse perch'ei la disegnasse come la voleva. E il gentiluomo dicendo «Come volete voi che io segni, se io non sono del mestiere?», il pittore, che appunto l'aspettava a quel passo, «Or se voi non sete del mestiere», soggiunse, «a che sindacare le opere de’ maestri dell'arte?»[3]; quasi che bisognasse saper disegnare una mano come il Pesarese, per conoscere se altri nel disegnarla l’abbia storpiata sì o no[4]. Assai meglio avvisava quel pittor veneziano, il quale, quando un qualche buon uomo veniva alla sua stanza, gli domandava che gli paresse del quadro che avea sul cavalletto; e se il buon uomo, [p. 125 modifica]dopo di averlo considerato, gli rispondeva non s'intendere di pittura, era per cancellare il quadro e rifarlo da capo. Ognuno, se non può entrare nelle sottigliezze dell'arte, può ben conoscere se una figura ne' suoi movimenti è impedita ovvero sciolta, se le carnagioni ne sian fresche, se è ben contenuta dentro a' panni che la rivestono, se opera ed esprime quanto dee operare ed esprimere.

Ognuno, senza altrimenti entrare in sottili considerazioni e in lunghi ragionamenti, può fare un retto giudizio intorno alla rappresentazione di cose che sente egli medesimo, che pur ha tutto giorno dinanzi agli occhi. E forse non così rettamente ne può giudicare l'artefice, che ha certi suoi modi favoriti di atteggiare, di vestire, di tingere, che si è fatto una certa sua pratica così di vedere come di operare e tutte le cose suole indrizzarle ad una sola forma, biasimando chiunque si discosta da quella. Il pittore, lasciando andare la invidia che talvolta lo accieca, giudica piuttosto secondo Paolo o il Guercino; lo scrittore secondo il Boccaccio o il Davanzati, che secondo il sentimento e la natura. Non così il dilettante ed il pubblico, che è libero da qualunque pregiudicata opinione della scuola[5].

E di vero non componeva già versi quel Tarpa, senza il cui beneplacito non era lecito a' libri di poesia aver l'ingresso nella biblioteca di Apollo palatino. Non è già un'assemblea di autori quella udienza la quale nel teatro francese ha saputo tra tutte le composizioni drammatiche coronare l'Armida, il Misantropo, l'Atalia.

Le Accademie di pittura, composte anch'esse di artefici, vanno soggette a pronunziare di men retti giudizi. Tanto più che i capi di quelle sono il più delle volte collocati in quel grado da secrete pratiche e dal favore, il quale, anche ne' tempi riputati per le arti i più felici, ebbe per vezzo di portare innanzi gl'ignoranti piuttosto che gli uomini scienziati[6]. E di qui senza dubbio [p. 126 modifica]ne viene che dal seno delle tante Accademie fondate in questi ultimi tempi dalla liberalità de' principi in Italia, in Germania e in Francia ad aumento della pittura non è uscito per ancora alcuno allievo da stare a fronte degli antichi maestri.

Non miravano già quelli, quando imparavan l'arte, a gradire unicamente al direttore dell'Accademia, da cui aspettassero raccomandazioni e avanzamento, come avviene oggigiorno; non si davano già tutti come ligi a seguir ciecamente la particolar sua maniera; ma secondo il genio nativo, si appigliavano a quelle che più si confacevano con esso, potendolo fare senza pericolo di lor fortuna, e tiravano non ad adulare il maestro, ma a piacere all'universale. Si accorsero in Francia, non è gran tempo, del gran detrimento che ne veniva all'arte dall’essere sotto la dettatura e quasi tirannia di un direttore, che in pochi anni avea diffuso la particolar sua maniera nelle opere della gioventù e ne avea infetta quella scuola. Né per altra ragione è da credere vi sia stato novellamente preso il savio partito di esporre in un salone i quadri degli Accademici alle viste e al giudizio della moltitudine, a quello stesso giudizio a cui sottomettevano le opere loro Fidia[7], a Apelle[8], il Tintoretto e altri de' più rinomati antichi e moderni maestri. Al lume della piazza, diceva non so chi, si scuopre ogni neo d'imperfezione, e quivi ancora risalta ogni vera bellezza. La moltitudine è traviata talvolta, è vero, o dall'insolito della novità o dai sofismi di taluno, ma guidata dipoi da un certo naturai sentimento, dall'autorità dei sani ingegni [p. 127 modifica]e da niuna parzialità impedita, reca finalmente un retto giudizio del valore degli artefici. E nulla sapendo del contrasto dei lumi con le ombre, né del sapor delle tinte, né di belle appiccature, né del fare del tale o del tale, né d’altro, sentenzia, e non v’è appello, tanto delle parti quanto del tutto insieme del quadro. E fu pur dessa la quale inanimì Tiziano a seguir le vie del Giorgione e della natura, la quale smentì solennemente il giudizio che di una celebre opera di Vandicke aveano portato certi canonici radunati in capitolo e il fe' tornare in onta loro[9] la quale ripose la Comunione di S. Girolamo allato alla Trasfigurazione di Raffaello, non ostante il clamore che levarono da principio i rivali del Domenichino contro a quello inestimabile lavoro[10]. In una parola la moltitudine, la quale, a propriamente parlare, è il primo maestro del pittore, è bene anche giusto ne sia il giudice sovrano.

Note

  1. «Omnes enim tacito quodam sensu, sine ulla arte aut ratione, quae sint in artibus ac rationibus recta ac prava diiudicant; idque cum faciunt in picturis et in signis» etc.: Cic., De Oratore, Lib. III, n. L.
    «Mirabile est enim, cum plurimum in faciendo intersit infcer doctum et rudem, quam non multum differat in iudicando. Ars enim cum a natura profecta sit, nisi naturam moveat ac delectet, nihil sane egisse videatur»: Id., ibid., n. LI.
    «Ut enim pictores, et ii qui signa fabricantur, et vero etiam poetae, suum quisque opus a vulgo considerari vult, ut, si quid reprehensum sit a pluribus, id corrigatur: hique et secum et cum aliis quid in eo peccatum sit, exquirunt: sic aliorum iudicio permulta nobis et facienda et non facienda, et mutanda et corrigenda sunt»: Id., De Off., Lib. I, n. XLI.
    «Ad picturam probandam adhibentur etiam inscii faciendi cum aliqua sollertia iudicandi»: Id., De optimo genere Orat., n. IV.
    «Namque omnes homines, non solum Architecti, quod est bonum possunt probare»: Vitr., Lib. VI, cap. XI.
  2. «Malheur aux productions de l'art, dont toute la beauté n'est que pour les artistes!»: Mr. D'Alembert, dans l'Éloge de M. de Montesquieu, [p. XX].
  3. Notizie de' Professori del Disegno da Cimabue in qua, che contengono tre Decennali dal 1580 al 1610, nella Vita di Fabbrizio Boschi.
  4. Non milita sempre quel detto di Donatello a Filippo: «To' del legno, e fa' tu». Perché l'altro potrà rispondere: «Io non so far meglio, ma tuttavia so distinguer che tu fai male». Bellissimo a questo proposito è un luogo di Dionigi Alicarnasseo nel Giudicio sopra la Storia di Tucidide: «Non per questo (dic'egli) perché a noi manca quella squisitezza e quella vivezza d’ingegno la quale ebbero Tucidide e gli altri scrittori insigni, saremo egualmente privi della facoltà che essi ebbero nel giudicare. Imperciocché è pur lecito il dar giudicio di quelle professioni in cui furono eccellenti Apelle, Zeusi e Protogene, anche a coloro i quali ad essi non possono a verun patto agguagliarsi: né fu interdetto agli altri artefici il dire il parer loro sopra l’opere di Fidia, di Policleto e di Mirone, tuttoché ad essi di gran lunga fossero addietro. Tralascio che spesso avviene, che un uomo idiota, avendosi a giudicare di cose sottoposte al senso, non è inferiore a' periti»: Carlo Dati, postilla IX alla Vita di Apelle, [p. 100].
  5. «Je ferois souvent plus d'estat de l'avis d'un homme de bon sens, qui n'auroit jamais manié le pinceau, que de celui de la plus part des peintres»: M. De Piles, Remarq. 50 sur le Poème De Arte graphica de M. Du Fresnoy.
  6. «Quoniam autem... animadverto potius indoctos, quam doctos gratia superare, non esse certandum iudicans cum indoctis ambitione, potius his praeceptis editis ostendam nostrae scientiae virtutem»: Vitruv., in Proemio, Lib. III.
    «Compatitemi per grazia, perché voi bene ancora avrete provato altre volte che cosa voglia dire essere privo della sua libertà e vivere obbligato a' padroni, che poi» etc.: lettera di Raffaello a M. F. Raibollini detto il Francia, [in Raccolta di Lettere etc., t. I, p. 82].
    «Ma se gli altri cinque Libri saranno tardi a venire in luce, non sia data a me questa colpa, ma alla mala sorte, che io ho co' Principi, i quali dispensano le lor profonde ricchezze, come si sa: e di ciò ne sono il più delle volte cagione i Ministri loro»: Seb. Serlio, Lib. III, in fine [p. 151].
  7. ἐπεὶ καὶ Φειδίαν φασὶν οὕτω ποιῆσαι etc.: Lucian., Pro Imaginibus, [14].
  8. «Idem <Apelles> perfecta opera proponebat pergula transeuntibus, atque post ipsam tabulam latens vitia quae notarentur, auscultabat, vulgum diligentiorem iudicem quam se praeferens»: C. Plin., Nat. Hist., Lib. XXXV, cap. VI.
  9. Descamps, Vies des Peintre Flamands, t. II, dans la Vie di Vandick.
  10. Bellori, nella Vita del Domenichino.