Saggio sopra la pittura (Laterza 1963)/Della invenzione
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Della invenzione
Siccome i preparativi tutti del capitano hanno per fine ultimo di venire a giornata e di vincere, così a bene inventare tende ogni studio del pittore. E gli studî toccati sinora saranno quasi altrettante ale che il potranno levare in alto, quando egli sarà atto a spiegare da sé il volo e a produrre del suo. È la invenzione un ritrovamento di cose verisimili adattate al soggetto che si vuole esprimere, e di cose le più scelte e le più capaci ad eccitare in altrui maraviglia e diletto; in virtù delle quali, bene eseguite che siano, avvisa lo spettatore di vedere non una immagine della cosa, ma la cosa essa medesima nella maggior sua bellezza e perfezione. Abbiam detto cose verisimili, non vere; poiché la probabilità, o verisimiglianza, è la verità reale delle arti fantastiche[1] poiché del naturalista è uffizio, come pure è dello storico, ritrarre gli obbietti ch'egli ha innanzi e rappresentarli quali essi sono con quei difetti e con quelle imperfezioni a cui vanno soggetti i particolari e gl'individui. Laddove il pittore idealista, che è il vero pittore, è simile al poeta, imita non ritrae; vale a dire finge con la fantasia e rappresenta gli obbietti quali esser dovrebbono con quella perfezione che conviene all'universale e all'archetipo.
Ogni cosa è natura, dice della Poesia uno scrittore inglese, e lo stesso è da dirsi della Pittura; ma una natura ridotta a perfezione ed a metodo[2]. Di modo che l'azione innalzata a quanto vi ha di più scelto e peregrino in ogni sua particolarità e circostanza, benché in fatti potesse avvenire, non sarà però avvenuta mai quale la finge il pittore e la rappresenta; siccome la pietà di Enea, la collera di Achille sono verisimili non veri, tanto sono cose perfette. E sì la poesia, che altro non vuol dire che invenzione, è più filosofica, più instruttiva, è più bella della storia[3].
In questa parte conviene pur dire che di grandi vantaggi aveano gli antichi pittori sopra quelli del tempo presente. La storia di allora, feconda de' più gloriosi e belli avvenimenti quasi al pari della poesia, era per esso loro de’ più nobili soggetti miniera ricchissima; e la Mitologia, su cui fondata era la Religione di que' tempi, accresceva il più delle volte il sublime e il patetico di quelli. Tanto era lontano che immateriali e d'infinito spazio al di sopra dell'uomo fossero gli Dei de' gentili, tanto era lontano che venisse ai gentili predicata umiliazione, penitenza e rinunziamento alle mondane cose[4] che il Gentilesimo al contrario pareva espressamente fatto per lusingare i sensi ne' seguaci suoi, esaltar le passioni, allumar la fantasia; e accomunando colla nostra natura gli Dei, facendogli soggetti alle medesime passioni che noi, dava spiriti all'uomo di potere aggiugnere a coloro che ad esso lui di gran lunga superiori, pure ad esso lui in qualche modo si rassomigliavano. Sensibili, e quasi visibili, erano da per tutto le loro Deità. Il mare era popolato di Tritoni e di Nereidi, di Naiadi i fiumi, di Oreadi le montagne, e nelle selve abitava una nazione di Silvani e di Ninfe che cercava quivi a' furtivi loro amori un asilo. Dalle maggiori divinità derivavano la origine i più vasti imperi, le più nobili famiglie, i più celebri eroi. Nelle cose tutte degli uomini parteggiavano i numi. A' fianchi di Ettore se ne stava là ne' campi di Troia Apollo, il da lungi saettante; e spiravagli nuove forze, onde abbattere il muro e arder le navi de’ Greci. I Greci erano dall'altra banda aizzati alla pugna da Minerva, cui precedeva il terrore e seguiva la morte. Giove fa cenno, le divine chiome si muovono sul capo immortale e ne trema l'Olimpo. Ei coglie baci d'in sulla bocca a Venere con quel volto che rasserena le tempeste ed il cielo. Ogni cosa appresso gli antichi giocava dinanzi alla fantasia; e i maggiori nostri artefici nelle cose d'ingegno credettero dover pigliare ad imprestito dai pagani sino alle forme del Tartaro per rendere le immagini dello inferno più sensibili e più pittoresche.
Non ostante tutto questo non mancarono di grandi inventori nell'arte della pittura anche tra i nostri. Quello spirito bizzarro e profondo di Michelagnolo nelle sue composizioni danteggia[5], come omerizzavano altre volte Fidia ed Apelle[6]. E Raffaello, addottrinato dai Greci, ha saputo, come Virgilio, esprimere il fiore del vero, condire le sue opere di una graziosa nobiltà, innalzare la natura come sovra se stessa, dandole un aspetto più vago di quello che realmente suole avere, più animato, più maraviglioso. A Raffaello si accostano moltissimo, quanto alla invenzione, il Domenichino ed Annibale Caracci nelle opere singolarmente da essi condotte in Roma; né molto se ne discosta il Pussino in alcuni de' suoi quadri, quali sarebbono Ester dinanzi al Re Assuero, o la morte di Germanico, vero gioiello di casa Barberina. Niuno poi tra' più rinomati pittori cercò meno nelle sue invenzioni di raccozzare insieme le più scelte o peregrine circostanze e più si allontanò da ciò che chiamasi perfezione poetica, quanto fece Iacopo Bassano. Tra i moltissimi esempi che recare se ne potriano, basti per tutti la predicazione di S. Paolo da lui dipinta in Marostega, vicino alla patria sua. Ben lungi che l'Apostolo, pieno dell'estro divino, come il rappresentò Raffaello, fulmini contro alla dottrina delle genti dinanzi agli Ateniesi che si veggono quale colpito, quale persuaso, quale infiammato alle parole di lui, egli predica in una villa del veneziano ai contadini e alle donne loro; ed ei lo lascian dire; le donne singolarmente, le quali non ad altro pongono mente che a' di— versi lor lavori che hanno tra mano; quadro per altro mirabile, se tanto non lo rinvilisse la povertà dell'idea.
Oltre al comporre insieme in una azione quanto vi ha di più scelto e di più bello, in moltissime altre cose vanno del pari, quanto alla invenzione, la Pittura e la Poesia, che ben meritano il titolo di arti sorelle. Tantoché una muta poesia fu denominata la Pittura e una pittura parlante la Poesia[7]. In un punto però differiscono di non lieve importanza; ed è questo, che il poeta, rappresentando la sua favola, racconta quello che è avvenuto innanzi, prepara quello che è per avvenire dipoi, trapassa per tutti i gradi dell'azione; e si vale, ad operar nell'uditore i più grandi effetti, della successione del tempo; e il pittore, all'incontro, privo di tanti aiuti, trovasi confinato nel rappresentar la sua favola ad un momento solo dell'azione. Se non che, qual momento non è cotesto? Momento in cui può recare dinanzi all'occhio dello spettatore mille obbietti in una volta, momento, ricco delle più belle circostanze che accompagnano l'azione, momento equivalente al successivo lavoro del poeta. Fanno di ciò pienissima fede le opere de' più gran maestri che può ciascuno aver vedute; il sacrifizio, tra le altre, offerto dal popolo di Listri a S. Paolo, opera di Raffaello di cui niuna lingua in tal proposito può tenersi muta. Ad oggetto di fare una chiara esposizione del soggetto del quadro, il pittore ha messo nel dinanzi di esso lo storpio già risanato dallo Apostolo, tutto acceso di gratitudine verso di lui, ed eccitante a rendergli ogni sorta di onore i paesani suoi, né contento a questo vi ha introdotto figure che levano allo storpio il lembo della veste, gli osservano le gambe ridotte alla vera lor forma e confessano con atti di stupore l'operato miracolo; invenzione, dice un autore dell'antichità devotissimo, che anche ne' più felici tempi della Grecia avria potuto proporsi come esempio[8]. Un'altra riprova nobilissima del potere che ha la Pittura d'introdurre nello stesso tempo più soggetti sulla scena e del vantaggio che ha in ciò sopra la Poesia, è un disegno a penna del celebre La Fage, il quale, come tanti altri suoi, non ha ottenuto l'onore dell'intaglio, e forse più di qualunque altro ne è degno. Rappresenta lo ingresso di Enea nell'Averno. Il sito sono le cieche grotte del regno di Dite, per mezzo alle quali scorre la fangosa e trista riviera di Acheronte. Quasi nel mezzo vedesi Enea armato col ramo d'oro in mano e preso da maraviglia di quanto vede. Risponde la Sibilla, che lo accompagna, alle domande che egli ha mosso: «Colui che vedi colà, è il nocchiero della livida palude, per cui temono di giurare sino agli stessi Dei. Coloro che folti in sulla grotta del fiume, come le foglie che si levano in autunno, mostrano con le sporte mani il desiderio che hanno dell'altra riva sono la turba degl'insepolti, a' quali non è dato il tragittare al di là». Vedesi infatti Caronte che gli sgrida e col remo alzato gli allontana dalla barca, la quale ha ricevuti coloro che dopo morte non furono privi di sepolcro e di essequie. Dietro ad Enea e alla Sibilla grappa un drappello delle anime dolenti, a cui fu negato il passaggio; tra le quali due se ne veggono ravvolte ne' lor panni e per la disperazione abbandonate sovra un masso. Sulle prime linee del quadro rivolgesi ad Enea un altro gruppo d'insepolti, Leucaspi, Oronte e il vecchio Palinuro, tra essi già condottiere e pilota della frigia armata, il quale con le mani giunte porge preghi ad Enea perché seco lo levi in sulla barca, onde almeno dopo morte possa trovar riposo, e non sia più lungamente il suo cadavere ludibrio del mare e dei venti. Così quello che in molti versi trovasi sparso di Virgilio si vede ivi raccolto come in foco e concentrato dalla dotta penna del pittore[9] e meritava pur d'essere in una o in altra maniera esposto alle viste del pubblico.
Quando uno toglie a rappresentare un'azione, storia o favola ch'ella sia, conviene che leggendo i libri che ne trattano, s'imprima ben nella mente le particolarità tutte di quella, i personaggi che vi ebbero parte, gli affetti che dovettero animarla, il luogo e il tempo ch'ella avvenne. Concepitala nell'animo quale viene descritta, egli ha poi in certo modo da ricrearla seguendo la strada indicata poc'anzi; immaginando nel vero ciò che può accadere di più mirabile, e rivestendo il soggetto di quelle circostanze e di quelle azioni accessorie che lo rendano più evidente, più patetico, più nobile, e mostrino il potere della inventrice facoltà. E tutto ciò vuol essere governato in modo che, per quanto accendere si possa la fantasia del pittore, non dee la mano correr sì, che non ubbidisca sempre all'intelletto. Niente di troppo volgare o di basso ha da trovar luogo in uno argomento dignitoso ed alto; nel che peccarono talvolta anche di gran maestri, quali sono il Zampieri e il Pussino.
Una sola sia l'azione, uno il luogo, uno il tempo; troppo essendo da condannarsi l'abuso di coloro che, simili agli scrit— tori del teatro cinese o dello spagnuolo, rappresentano in un quadro varie azioni, e sì ti fanno la vita di un personaggio.
Ma troppo grossolani sono per avventura simili errori, perché vi debbano presentemente cadere i maestri di pittura. Più sottili considerazioni merita il tempo e la cultura di questa nostra età; come sarebbe che non solamente belli per sé ed anche convenienti siano gli episodi introdotti nel dramma del quadro, a maggior pienezza e ornamento di esso, ma vi siano necessari. I giochi celebrati in Sicilia alla tomba di Anchise hanno in sé maggior varietà e più cause di diletto, che non han quelli che alla tomba di Patroclo furono prima celebrati sotto alle mura di Troia. Le arme fabbricate da Vulcano ad Enea, se non sono di miglior tempra, sono però più artifiziosamente cesellate di quelle che più secoli addietro avea lo stesso Iddio fabbricate ad Achille. Pur nondimeno, dinanzi agli occhi de' conoscitori, più belli sono i giochi, più belle sono le armi di Omero che di Virgilio, perché così gli uni come le altre più necessari nella Iliade, che nella Eneide non sono. Ogni parte dee aver ordine e corrispondenza col tutto insieme; nella varietà ha da regnare la unità, nel che sta la bellezza [10]; ed è il precetto fondamentale di tutte le arti che hanno per obbietto l'imitar le opere della natura.
Non picciola grazia si accresce talvolta ai soggetti trattati dalla pittura, se arricchiti vengano ed ornati da invenzioni poetiche. L'Albani mostrò parecchie fiate, nelle opere della sua mano, quanto egli avesse l'ingegno coltivato dalle lettere. E Raffaello sopra tutti può anche in questa parte essere ad altrui guida e maestro. Bellissima tra le altre molte è quella sua fantasia, quando nel passaggio del Giordano egli rappresenta il fiume in persona, che colle mani sostenta le proprie acque e fa la via all'esercito degli Ebrei. Né con minor giudizio egli fece rivivere ne' suoi disegni intagliati da Agostino Veneziano gli amorini di Aezione che scherzano con le armi di Alessandro vinto dalla bellezza di Rosanna[11].
Ne' soggetti allegorici, dove si spiega singolarmente la facoltà inventiva, si distinsero a' tempi antichi Apelle e Parrasio, l'uno pel quadro della Calunnia[12], l’altro del Genio degli Ateniesi[13]; e diede anche in così fatto genere una bella prova Galatone, allorché egli figurò una immensa greggia di poeti, che con grande avidità si abbeveravano alle acque scaturienti dalla bocca del grande Omero. Al che, secondo il Giugni, ebbe l'occhio Plinio, là dove quel sovrano poeta viene da lui chiamato la fontana degl'ingegni[14]. E non maraviglia che negli antichi artefici si scorgano assai sovente di simili tratti di bella fantasia.
Non da una pratica materiale venivano essi ciecamente guidati ne' loro lavori; erano uomini ripuliti dalla educazione e dallo studio delle lettere, erano piuttosto compagni che servidori di que' gran personaggi che valeansi dell’opera loro[15]. Tra i moderni artefici il più studiato ne' soggetti allegorici fu il Rubens; ed ha perciò grandissimo grido. Se non che i migliori critici non possono comportare, a cagion d’esempio, che nella famosa Galleria del Lussemburgo egli abbia posto Maria de' Medici a consultare di cose di stato tra due Cardinali di Santa Chiesa e la divinità di Mercurio[16]; come pure troppo si disdice il vedere nella medesima Galleria i Tritoni e le Nereidi nuotare allo sbarco della Regina tra le galere della Religione di Santo Stefano. Tali cose offendono non meno che il Proteo del Sanazzaro divenuto profeta del mistero dell'Incarnazione, o quelli re indiani del Camoens, che s'intrattengono a ragionare co' Portughesi degli errori di Ulisse. Le più belle prove nell'allegoria pittoresca le diede senza dubbio Nicolò Pussino, il quale con molta discrezione di giudizio seppe valersi, secondo il bisogno, di quanto forniva di più acconcio all'intendimento suo la scienza delle cose antiche. Mala prova all'incontro fece il Le Brun, suo compatriota. Volendo far di suo capo ogni cosa, figurò nella Galleria di Versailles non allegorie, ma enigmi piuttosto e indovinelli, ad isciogliere i quali egli solo esser poteva l'Edipo.
L'allegoria vuol essere non meno ingegnosa che chiara. E però si hanno da fuggire quelle allusioni alla erudizione e alla Mitologia, che per l'universale hanno troppo del recondito, e quelle generalità che troppo lasciano la mente nel vago. Miglior partito di tutti pare sia quello di simboleggiar le cose morali e le astrazioni col figurare e mettere sotto gli occhi avvenimenti particolari. E così appunto nel palagio Farnese, conforme ai dettami di Monsignore Agucchi, fu adoperato da Annibale[17]. Dovendosi esprimere l'amore verso la patria, sarebbe il caso dipinger Decio, quando, per ottener vittoria contro a' nemici di Roma, si consacra virtuosamente agli Dei infernali. Giulio Cesare allorché piagne dinanzi alla statua di Alessandro da lui vista nel tempio di Ercole in Gadi, non potrebbe egli formare uno emblemma della emulazione o della sete di gloria? La incostanza della Fortuna può essere assai bene rappresentata da Mario sedente in sulle rovine di Cartagine; a cui, in luogo di uno esercito che lo saluti imperatore, si fa incontro il littore di Sestilio che gli dà il bando dall'Affrica; come della imprudenza può essere una conveniente immagine quel Candaule, il quale mostra ignude le bellezze della sua donna all'amico suo Gige, che molto non tardò a farseli nemico e a punirlo di sua leggerezza. Tali rappresentazioni portano seco la spiegazion loro, senza che altri vi debba apporre il polizzino e farvi il comento. E quand'anche, a peggio andare, non fossero penetrati la intenzione e il fine del pittore, non istarà per questo di dilettar la Pittura. E ciò in quella guisa che piacciono le favole dell'Ariosto, benché uno non arrivi ad intendere la moralità che ci è sotto, e piace la Eneide, benché tutti non veggano le allusioni e il doppio lavoro del poeta.
Note
- ↑ Judgment of Hercules, Introduction.
- ↑
'Tis Nature all, but Nature methodized.
(Pope, Essay on Criticism, [89])
- ↑ Διὸ καὶ φιλοσοφώτερον καὶ σπουδαιότερον ποίησις ἱστορίας ἐστίν. ἡ μὲν γὰρ ποίησις μᾶλλον τὰ καθόλου. ἡ δ'ἱστορία τὰ καθ' ἕκαστον λέγει: Aristot., in Poet., [IX].
- ↑
De la foi d'un Chrétien les mystères terribles
D’ornemens égayez ne sont point susceptibles.
L’Evangile à l’Esprit n’offre de tous côtéz,
Que pénitence à faire, et tourments méritéz.(Despréaux, Art Poét., chant III, [199-202]).
- ↑ Una assai bella notizia leggesi a tal proposito nelle annotazioni di che ha illustrato la vita di Michelagnolo Monsignor Bottari, tanto delle buone arti benemerito; ed è la seguente: «E quanto egli ne fosse studioso <di Dante> si vedrebbe da un suo Dante col comento del Landino della prima stampa, che è in foglio e in carta grossa, e con un margine largo un mezzo palmo e forse più. Su questi margini il Bonarroti aveva disegnato in penna tutto quello che si contiene nella poesia di Dante; perloché v'era un numero innumerabile di nudi eccellentissimi e in attitudini maravigliose. Questo libro venne alle mani d'Antonio Montauti amicissimo del celebre Abate Anton Maria Salvini, come si vede da moltissime lettere scritte al Montauti dal detto Abate, e che si trovano stampate nella raccolta delle Prose Fiorentine. E comeché il Montauti era di professione scultore di molta abilità, faceva una grande siima di questo volume. Ma avendo trovato impiego d'architetto soprastante nella fabbrica di S. Pietro, gli convenne piantare il suo domicilio qui in Roma, onde fece venire per mare un suo allievo con tutti i suoi marmi e bronzi e studi e altri suoi arnesi, abbandonando la città di Firenze. Nelle casse delle sue robe fece riporre con molta gelosia questo libro; ma la barca su cui erano caricate, fece naufragio tra Livorno e Civitavecchia, e vi affogò il suo giovane e tutte le sue robe, e con esse si fece perdita lagrimevole di questo preziosissimo volume, che da sé solo bastava a decorare la libreria di qualsivoglia gran Monarca»: [pp. 252-53].
- ↑ «Phidias quoque Homeri versibus egregio dicto allusit. Simulacro enim Iovis Olympii perfecto, quo nullum praestantius aut admirabilius humanae fabricatae sunt manus, interrogatus ab amico, quonam mentem suam dirigens, vultum Iovis propemodum ex ipso coelo petitum, eboris lineamentis esset amplexus, illis se versibus, quasi magistro, usum respondit:
Iliad., I"Ἦ, καὶ κυανέῃσιν ἐπ᾿ ὀφρύσι νεῦσε Κρονίων
'Ἀμβρόσιαι δ᾿ ἄρα χαῖται ἐπεῤῥώσαντο ἄνακτος,
Κρατὸς ἀπ᾿ ἀθανάτοιο, μέγαν δ᾿ ἐλέλιξεν Ὄλυμπον».Valer. Max., Lib. III, cap. VII, exemplo ext., 4.
«Fecit <Apelles> et Xeoptolemum ex equo pugnantem adversus Persas. Archelaum cum uxore et filia, Antigonum thoracatum cum equo incedentem. Peritiores artis praeferunt omnibus eius operibus eumdem regem sedentem in equo; Dianam sacrificantiuin virginum choro mixtam; quibus vicisse Homeri versus videtur, id ipsum describentis»: C. Plin., Hist., Lib. XXXV, cap. X. - ↑ Πλὴν ὁ Σιμωνίδης, τὴν μὲν ζωγραφίαν, ποίησιν σιωπῶσαν προσαγορεύει, τὴν δὲ ποίησιν, ζωγραφίαν λαλοῦσαν: Plut., Bellone an pace clariores fuerint Athenienses, [p. 346].
- ↑ «The wit of man could not devise means more certain of the end proposed; such a chain of circumstances is equal to a narration: and I cannot but think, that the whole would have been an example of invention and conduct, even in the happiest age of antiquity»: Webb, An Inquiry into the Beauties of Painting, Dial. VII, [p. 181].
- ↑
Ibant obscuri sola sub nocte per umbram,
Perque domos Ditis vacuas et inania regna etc. [...]
Hinc via Tartarei quae fert Acherontis ad undas:Turbidus hic coeno vastaque voragine gurges
Aestuat etc. [...]
Aeneas miratus enim motusque tumultu etc. [...]
Cocyti stagna alta vides, stygiamque paludem,
Dii cuius iurare timent et fallere numen.
Haec omnis, quam cemis, inops inhumataque turba est:
Portitor ille, Charon: hi, quos vehit unda, sepulti etc. [...]
Quam multa in sylvis Autumni frigore primo
Lapsa cadunt folia etc. [...]
Stabant orantes primi transmittere cursum,
Tendebantque manus ripae ulterioris amore.
Navita sed tristis nunc hos, nunc accipit illos;
Ast alios longe summotos arcet arena etc. [...]
Cernit ibi maestos et mortis honore carentes
Leucaspim, et Lyciae ductorem classis Orontem etc. [...]
Ecce gubernator sese Palinurus agebat etc. [...]
Nunc me fluctus habet, versantque in litore venti etc. [...]
Da dextram misero, et tecum me tolle per undas,
Sedibus ut saltern placidis in morte quiescam.(Virgil., Aeneid., Lib. VI, [268-371, passim]).
Tal disegno è posseduto dallo scrittore del presente saggio.
- ↑ «E per quello che io altre volte ne intesi da un dotto e scienziato uomo vuole essere la bellezza Uno, quanto si può il più: e la bruttezza per lo contrario è Molti»: Monsignor della Casa, nel Galateo, [§ 140].
- ↑ ἑτέρωθι δὲ τῆς εἰκόνος ἄλλοι Ἔρωτες παίζουσιν ἐν τοῖς ὅπλοις τοῦ Ἀλεξάνδρου δύο μὲν τὴν λόγχην αὐτοῦ φέροντες etc. Lucian., in
Herod. vel Aetione, [5].
Les folâtres plaisirs dans le sein du repos,
Les amours enfantins désarmoient ce Héros:
L'un tenoit sa cuirasse encor de sang trempée,
L'autre avoit détaché sa redoutable epée,
Et rioit en tenant dans ses débiles mains
Ce fer, l'appui du Trône, et l'effroi des humains.(Henriade, Chant IX, [299-304]).
- ↑ Vedi Luciano, Della Calunnia, e la postilla XX di Carlo Dati alla Vita di Apelle.
- ↑ «Pinxit <Parrhasius> Demon Atheniensium, argumento quoque ingenioso»: C. Plin., Nat. Hist., Lib. XXXV, cap. X.
- ↑ «Nonnulli quoque artifices non vulgaris sollertiae famam captantes, longius petitae inventionis gloriam praecipue sibi amplexandam putabant. Ita Galaton Pictor, teste
Aeliano var. Histor. XIII, 22, pinxit immensum gregem poëtarum limpidas atque ubertim ex ore Homeri redundantes aquas avidissime haurientem. Hanc imaginem repraesentavit Ovidius, III Amorum, Eleg. 8:
Adspice Maeoniden, a quo, ceu fonte perenni,
Vatuin Pieriis ora rigantur aquis.Manilius quoque circa initium libri secundi de Homero:
. . . . . . . Cuiusque ex ore profuso
Omnis posteritas latices in carmina duxit.Plinius denique, Lib. XVII, Nat. Hist., cap. 5, videtur eo respexisse, cum Homerum vocat fontem ingeniorum»: De Pictura Veterum, Lib. III, cap. I, [p. 143].
- ↑ «The statuaries of Greece, were not mere mechanicks; men of education and literature, they were more the companions than servants of their employers: their taste was refined by the conversation of courts, and enlarged by the lecture of their poets: accordingly, the spirit of their studies breathes through their works»: Webb, An Inquiry into the Beauties of Painting, Dial. IV, [p. 54].
- ↑ «In the fine set of pictures, by Rubens, in the Luxemburg gallery, you will meet with various faults too, in relation to the allegories... the Queen-mother, in council, with two cardinals and Mercury» etc.: Polymetis, Dialogue the Eighteenth. Vedi ancora Anecdotes of Painting in England by Horace Walpole, vol. II, p. 79, dove egli dice: «One may call some of his pictures a toleration of all religions».
- ↑ Bellori, Vita di Annibale Caracci.
- Testi in cui è citato Michelangelo Buonarroti
- Testi in cui è citato Raffaello Sanzio
- Testi in cui è citato Publio Virgilio Marone
- Testi in cui è citato Domenichino
- Testi in cui è citato Annibale Carracci
- Testi in cui è citato Omero
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- Testi in cui è citato il testo Iliade (Monti)/Libro I
- Testi in cui è citato Valerio Massimo
- Testi in cui è citato Plutarco
- Testi in cui è citato il testo Eneide (Caro)/Libro sesto
- Testi in cui è citato Giovanni Della Casa
- Testi in cui è citato il testo Galateo ovvero de' costumi/XXVI
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