Saggio sopra la pittura (Laterza 1963)/Della utilità di un amico con cui consigliarsi
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Della utilità di un amico con cui consigliarsi
Di utilità eguale ai libri, se non più, sarà forse per essere al pittore l'amicizia di un uomo discreto e dotto, chegli possa consultare al bisogno. Diomede, ad iscoprire ciò che facevasi nel campo de' nemici, domanda un compagno per la ragione che meglio veggono due che vanno insieme[1]. Al che allude Socrate nel secondo Alcibiade, con quel suo «due che considerano insieme»[2].
Quando Annibale fu per imprendere la marcia verso Italia, cercò di avere uno Spartano a' fianchi, nella scienza militare maestro, per li di cui consigli, dice Vegezio, potè dipoi spegnere, inferiore di forze e di numero, tanti consoli e tante legioni[3].
E lo stesso Giulio Cesare, il fiore della umana specie, richiede al tempo della guerra civile Oppio e Balbo del loro avviso sopra i modi da tenersi per usare lungamente della vittoria[4].
Dopo così fatti esempi chi potrà mai darsi ad intendere di dovere unicamente reggersi da sé e poter far senza i lumi altrui in cose di guerra, di stato o d'ingegno? E tanto meno dovrà ciò credersi in un’arte che di tante parti è composta, come è la Pittura; e ciascuna di esse di tale difficoltà, che il primeggiare in una sola basta a rendere illustre un artefice.
Fontenelle era solito dire che quanto era nemico giurato de' manoscritti, altrettanto era parziale delle stampe[5]; volendo inferire che a colui che teco conferisce le cose sue prima che siano di pubblica ragione non bisogna esser avaro di consigli e del vero. Laddove colui che ti viene innanzi col libro bello e stampato, ben mostra non correzioni volere da te ma lodi ed incenso. Non altrimenti è da dire del pittore che, per avere il tuo parere, ti mostra il quadro dopo ch'egli è vernicato. Il pittore, se è savio, consulterà l'amico suo sopra lo schizzo che ne avrà fatto prima di por mano in sulla tela, o piuttosto sopra li vari schizzi e cartoni che ne dovrebbe fare per non aver poi da tormentar la pittura. Allora gli potrà l'amico porgere una gran luce per la maggior perfezione dell'opera: avvertirlo, per esempio, se nella membrificazione delle figure sia caduto in quel comune vizio de' pittori di far cose simili a se stessi; potrà seco lui discorrerla se nell'azione ch'egli intende di figurare abbia trascelto il punto più importante, più favorevole da rappresentarsi, se gli aggiunti che introdotti vi avrà siano quali più si convengono, se il soggetto massimamente sia trattato con decoro, con erudizione e con costume. Il Pussino, tanto castigato in questa parte, ricorreva al Bellori, al Commendator Del Pozzo e al Cavalier Marini. All'erudito Annibal Caro fece capo Taddeo Zuccheri per le pittoresche sue invenzioni di Caprarola; e il gran Raffaello consultava sopra gli altri il Conte di Castiglione, benché di lettere egli non fosse altrimenti digiuno e sapesse con pari eleganza disegnare e scrivere; gareggiando in ogni cosa con quei nobili artefici della Grecia, che non minor lode riportarono del dire che dell’operare[6]. Di Giotto, restauratore della Pittura, fu consigliatore e amicissimo il padre della nostra poesia, che della pratica del disegno raccontasi non fosse ignaro[7]. E i pittori che dopo i Buonarroti e i Vinci sostennero l'onore della scuola fiorentina, andavano al Galilei come ad oracolo, il quale univa col sapere qualche perizia di mano e somma esquisitezza di gusto[8].
Che se con uomini a questi somiglianti consigliato si fosse lo Spagnolo di Bologna, non avrebbe mai rappresentato, come fece per il Principe Eugenio, Chirone nell'atto di dare un calcio ad Achille per non aver dato in brocca nel tirar d’arco. Né tampoco i pittori della scuola veneziana si sarebbero presi ne' loro dipinti tante licenze, né con simili direttori a fianco avrebbono tanto peccato contro al costume.
Note
- ↑ σύν τε δύ’ἐρχομένω [Iliade, X, 224].
- ↑ σύν τε δύο σκεπτομένω [Platone, Alcibiade secondo, p. 452].
- ↑ «Nec minus Hannibal petiturus Italiani Lacedaemonium doctorem quaesivit armorum: cuius monitis tot consules, tantasque legiones, interior numero ac viribus, interemit»: Veget., De re militari, in Prol., Lib. III.
- ↑ «Id quemadmodum fieri possit, nonnulla mihi in mentem veniunt, et multa reperiri possunt. De his rebus rogo vos, ut cogitationem suscipiatis»: in Lib. IX, [VIII, Caesar Oppio, Cornelio S.], Ep. ad Atticum.
- ↑ Mémoires pour servir à l'histoire de la Vie et des Oeuvres de Monsieur de Fontenelle, Amsterdam, 1759, p. 86.
- ↑ «Gloriantur Athenae armamentario suo: nec sine causa; est enim illud opus et impensa et elegantia visendurn. Cuius Architectum Philonem ita facunde rationem institutionis suae in Theatro reddidisse constat, ut disertissimus populus non minorem laudem
eloquentiae eius quam arti tribueret»: Valer. Max., Lib. VIII, cap. XII, exemplo ext. 2.
Raffaello da Urbino al Conte Baldassar Castiglione [in Raccolta di Lettere sulla Pittura, Scultura e Architettura, t. II, p. 18]: «Signor Conte. Ho fatto disegni in più maniere sopra l'invenzione di V.S. e soddisfaccio a tutti, se tutti non mi sono adulatori; ma non soddisfaccio al mio giudicio, perché temo di non soddisfare al vostro. Ve gli mando. V. S. faccia eletta d'alcuno, se alcuno sarà da lei stimato degno. Nostro Signore con l'onorarmi m'ha messo un gran peso sopra le spalle; questo è la cura della Fabbrica di S. Pietro. Spero bene di non cadervici sotto: e tanto più quanto che il modello ch'io ne ho fatto piace a Sua Santità, ed è lodato da molti belli ingegni. Ma io mi levo col pensiero più alto. Vorrei trovar le belle forme degli edifizî antichi: né so se il volo sarà d'Icaro. Me ne porge una gran luce Vitruvio; ma non tanto che basti. Della Galatea, mi terrei un gran maestro, se vi fossero la metà delle tante cose, che V.S. mi scrive; ma nelle sue parole riconosco l'amore che mi porta; e le dico che per dipingere una bella, mi bisognerebbe veder più belle; con questa condizione, che V. S. si trovasse meco a far scelta del meglio: ma essendo carestia e di buoni giudici e di belle donne, io mi servo di certa idea che mi viene alla mente. Se questa ha in sé alcuna eccellenza d'arte, io non so: ben mi affatico di averla. V. S. mi comandi. Di Roma». - ↑ Vasari, Vita di Giotto, e Dialogo della Pittura di M. Lodovico Dolce, p. 130, ediz. di Firenze, 1735.
- ↑ Vita del Galileo scritta dal Viviani.
- Testi in cui è citato Socrate
- Testi in cui è citato Publio Vegezio Renato
- Testi in cui è citato Gaio Giulio Cesare
- Testi in cui è citato Bernard le Bovier de Fontenelle
- Testi in cui è citato Giovanni Pietro Bellori
- Testi in cui è citato Cassiano dal Pozzo
- Testi in cui è citato Giovan Battista Marino
- Testi in cui è citato Annibale Caro
- Testi in cui è citato Raffaello Sanzio
- Testi in cui è citato Baldassarre Castiglione
- Testi in cui è citato Giotto
- Testi in cui è citato Michelangelo Buonarroti
- Testi in cui è citato Leonardo da Vinci
- Testi in cui è citato Galileo Galilei
- Testi in cui è citato il testo Iliade (Monti)/Libro X
- Testi in cui è citato Valerio Massimo
- Testi in cui è citato Marco Vitruvio Pollione
- Testi in cui è citato Giorgio Vasari
- Testi in cui è citato il testo Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1550)/Giotto
- Testi in cui è citato Ludovico Dolce
- Testi in cui è citato il testo Racconto istorico della vita di Galileo
- Testi in cui è citato Vincenzo Viviani
- Testi SAL 75%