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Saggio sopra la pittura (Laterza 1963)/Delle pieghe

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Dell'uso della camera ottica Dello studio del paesaggio e dell'architettura
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Delle pieghe


Di grandissime considerazioni ed avvertenze richiede lo studio delle pieghe, parte essenzialissima anch'esso dell'arte del dipingere. Non sempre avviene che le figure a rappresentare si abbiano ignude; anzi il più delle volte il soggetto comporta che abbiano ad essere ricoperte del tutto, o almeno in gran parte, dalle vestimenta. L'andamento dei panni dee nascere dal rilievo che è sotto. A guisa delle acque che correndo sopra i greti, disse non so chi, mostrano con le loro onde come sta la forma di sotto del greto, così le piegature dei panni hanno da mostrare la positura e la forma delle membra che ricoprono[1]. Quei vani aggiramenti e raggruppamenti di pieghe di che si veggono talvolta empirsi da taluni le intere figure, fanno apparire il panno come disabitato e non d'altro pieno che di vesciche e di venti, quale è la fantasia del pittore che le ha immaginate. Che se ne' vestimenti si vuol fuggire la miseria, onde tal maestro fa gran caro di panni alle sue figure, è anche da fuggirsi quel soverchio lusso che a un suo rivale imputava l'Albani, chiamandolo addobbatore e non pittore. Gli ornamenti non meno vogliono esser messi con sobrietà negli abiti delle figure, e fa bisogno ricordarsi di Apelle, che diceva a quel suo discepolo: «Tristo a te! Non sapesti fare Elena bella, la facesti ricca»[2]. [p. 89 modifica]

Come dal troncone di un albero nascono qua e là diversi rami, così da una piega principale e maestra nascono molte altre pieghe. E a quel modo che dalla qualità dell'albero dipende il suo ramificarsi più o meno gentile, serrato od aperto, dalla qualità istessamente del panno dipender dee uno andamento di pieghe più o meno rotto, piazzato o minuto. Che diremo altro? Le pieghe debbono essere naturali e facili, hanno da mostrare il nudo che è sotto e di che sorta di panno sieno, hanno da spiegare, come altri disse, e spiegarsi.

Alcuni de' nostri vecchi maestri aveano per costume di disegnare prima il nudo e poi rivestirlo; come similmente prima di muscoleggiare una figura ne disegnavan lo scheletro. E in virtù di tal metodo venivano a trovar le pieghe con più verità, indicavano le principali attaccature e piegature delle membra, mostrando a maraviglia l'attitudine della persona che soggiaceva. Gli antichi scultori, oltre al rivestire le loro statue con intelligenza grandissima, lo fecero ancora con moltissima grazia. Ciò può vedersi in molte di esse e massime nella Flora novellamente disotterata in Roma, la quale ha un così ben inteso panneggiamento, di una così grandiosa e ricca maniera, che nel genere suo è da mettersi del pari con qualunque più bella delle ignude, con la stessa Venere de' Medici. Le statue le faceano eglino spogliate? Erano la bellezza istessa. Con le vesti indosso? Sì eran belle tuttavia[3]. Dove però è da considerare che gli antichi finsero i panni bagnati e gli fecero di una estrema sottigliezza, perché alle membra accostandosi e quasi combagiandole, meglio informare si potessero da quelle. Onde chi guardasse unicamente le statue, correrebbe pericolo di dar nel secco e forse anche di cadere nel vizio di certi pittori che, accostumati a far troppo accarezzare da' panni l'ignudo, hanno fatto anche a traverso delle più grosse lane trasparir la muscolatura della persona. Conviene pertanto rivolgersi al vero e a quei moderni maestri che meglio in tal parte seppero imitarlo: Paolo Veronese, Andrea del Sarto, Rubens e Guido Reni sovra gli altri. I moti delle loro [p. 90 modifica]pieghe sono moderati e dolci, e gli aggruppamenti e falde di quelle cadono in parte dove, senza nasconder la figura, l'arricchiscono con bel garbo e l'adornano. I drappi d'oro, di seta, di lana, per la qualità de' lustri, del chiaro e dell'oscuro, per la forma singolarmente e per l'andamento delle pieghe, talmente ne' loro dipinti l'uno dall'altro si distinguono, che meglio non si ravvisano ne' volti delle lor figure il sesso e l'età. Un gran maestro altresì per le pieghe è Alberto Durero; e lo studiò Guido medesimo. Più di un disegno a penna si può ancora vedere di questo valentuomo, ne' quali egli ha copiato le figure intere di Alberto, ritenuto l'andamento universale del panno, ma ridotto poi alla sua maniera meno trito e tagliente, più disinvolto e grazioso[4]. E si può dire ch'egli si servisse di Alberto, come della più parte degli autori del Trecento dovriano servirsi i giudiziosi nostri scrittori di oggidì.

Note

  1. Qui ne s'y colle point, mais en suive la grâce,
    Et, sans la serrer trop, la caresse et l’embrasse.

    (Molière, Gloire du Dome de Val de Grâce, [143-144])

  2. 'Ἀπελλῆς ὁ ζωγράφος, θεασάμενός τινα τῶν μαθητῶν Ἑλένην ὀνόματι πολύχρυσον γράψαντα· "ὦ μειράκιον, εἶπεν, μὴ δυνάμενος γράψαι καλὴν, πλουσίαν πεποίηκας": Clem. Alexandrinus, Paedag., Lib. II, cap. 12, apud Iunium, De Pictura Veterum, Apelles, in Catalogo, [p. 16].

    Poets like painters, thus, unskill'd to trace
    The naked Nature and the living grace,
    With gold and jewels cover ev'ry part,
    And hide with ornaments their want of art.

    (Pope, Essay on Criticism, [293-296]).

  3. «Induitur, formosa est; exuitur, ipsa forma est».
  4. Uno bellissimo ne possiede il Sig. Ercole Lelli in Bologna, ricavato dalla picciola Passione intagliata in legno; e Marcantonio Burini possedeva altre volte un libretto, dove vedeasi da una ventina di Madonne di Alberto Durero, copiate da Guido.