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Saggio sulla fioritura dei grandi ingegni (Laterza 1963)/Saggio

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SAGGIO SOPRA QUELLA QUISTIONE
PERCHÉ I GRANDI INGEGNI A CERTI TEMPI
SORGANO TUTTI AD UN TRATTO
E FIORISCANO INSIEME


Non è meno degna da considerarsi, che sia difficile da sciogliere quella quistione filologica che in un ragionamento sopra la decadenza degl'ingegni prende a trattare il Signor Racine: onde nasca che gli spiriti eccellenti nelle buone arti, nelle belle lettere e in qualunque altra facoltà surgano a certi tempi tutti insieme a riempiere il mondo di ammirazione e di dottrina, e a certi altri tempi siasi come addormentato l'ingegno dell’uomo; quasi che la Natura, indebolita dal già fatto dispendio, dovesse starsi per molti secoli come in riposo a riprendere nuova lena e vigore.

Quattro si contano comunemente le epoche memorabili per la eccellenza a cui furono recate le arti e le scienze in una così subitanea e maravigliosa maniera: in Grecia il secolo di Filippo e di Alessandro, che risuona ancora per li Platoni, per li Demosteni, per gli Lisippi e per tant'altri da' quali a noi primieramente derivò ogni gentilezza e ogni dottrina. In Italia il secolo di Giulio Cesare e di Augusto, allora che i Romani con la gloria delle armi congiunsero anche la gloria delle lettere, e poi il secolo di Giulio II e di Leon X, quando dalle antiche rovine levarono il capo le buone arti tornando di lor vista a rallegrare il mondo; e finalmente in Francia il secolo di Luigi XIV, che d'ogni qualità di uomini riputatissimi così nelle arti come nelle scienze fu cotanto fecondo. In quelle quattro epoche [p. 348 modifica]vennero ad accendersi come ad un tratto tanti e così grandi lumi d'ingegno, che dinanzi agli occhi di ognuno si può dire che risplendano tuttavia, e ne furono in certa maniera coperti di tenebre i tempi dinanzi e dipoi.

Non mancarono ingegni speculativi i quali prima del Signor Racine cercassero di dar la soluzione di tale letterario fenomeno. E alcuni la derivarono dalle cause fìsiche, e altri dalle morali. Quelli pretesero che vadano dei secoli favorevoli all'ingegno dell'uomo, come vanno degli anni felici per le frutta della terra. Talché al tempo dello influsso benigno nascano in copia i buoni scrittori ed artisti, e ne abbonda il secolo; e i cattivi scrittori ed artisti, al contrario, al tempo dello influsso maligno. E così hanno meritamente la voga le statue, i poemi, i ragionamenti di certi secoli come i vini appunto di certi anni. Ma egli è forte da temere non una tal soluzione venga confinata tra le figure rettoriche, e non sia ammessa giammai tra le ragioni filosofiche: con tutto che da coloro che l'hanno messa in campo niuna cosa siasi lasciata indietro; non il mantenersi che fa sempre nelle nazioni il medesimo genio, e i grandi mutamenti che in esso si osservano quando di un paese vengono trapiantate in un altro, non il degenerar delle piante e degli animali che allignano fuori del proprio nido, niente in somma di tutto quello che mostri, o condur possa a mostrare, l'imperio che sopra l'ingegno dell'uomo può avere l'aria ed il clima[1]. E vaglia il vero, perché mai il buono influsso dovrebbe egli negli anni favorevoli operare sopra pochissimi scrittori ed artisti che riescono a bene, ed essere inoperoso e disutile per tutti gli altri? Che al certo, pigliando tutti i tempi in cui le lettere e le arti sono state più in fiore, il numero dei cattivi autori fu senza comparazione maggiore che il numero dei buoni; e per un Virgilio che si conti, dei Bavi e dei Mevi addurre all'incontro se ne possono a migliaia.

Più da ascoltarsi paiono coloro che per la soluzion della quistione mettono in campo le cause morali; la tranquillità, [p. 349 modifica]cioè, e grandezza degli stati, come attissime a far fiorire ogni maniera d'arti e di scienze, ed il favore sopra ogni cosa che ad esse accordano i principi.

Se non che quanto alla tranquillità degli stati, dicesi in contrario che la morte di Cicerone e di Demostene, accadute in tempo che in Roma e in Atene fu spenta dopo tanti conflitti la libertà, dimostrano abbastanza come fiorì la eloquenza, e giunse al sommo in tempi per niente tranquilli. Anzi pare che allora per appunto sorgano in ogni genere i più grandi uomini. Ne' tempi tumultuosi e torbidi avviene, secondo la espressione di un grande ingegno, come nelle fermentazioni chimiche; che si sviluppano i sali che nei composti se ne stavano mescolati ed occulti; ed ognuno va a pigliare quel luogo che più se gli conviene. E siccome allora si operano le più grandi azioni, così non manca chi le canti con grandezza di stile o le descriva, e in qualunque modo le consacri alla posterità.

E quanto alla grandezza degli stati, si potrebbe contrapporre lo esempio della picciola Toscana, la quale ha prodotto in ogni maniera di discipline tanti ingegni sovrani, che ad essa ha l'obbligo principalmente la Italia della moderna sua pulitezza.

Per ciò poi che si spetta al favore che alle lettere accordano i principi, come il più atto di ogni altro mezzo a far sorgere dei grandi ingegni, quelli che sottilmente considerano non trovano riscontrarsi gran fatto col vero una tale credenza. Perché il favore dei principi, dicon essi, giovasse veramente all'avanzamento delle arti e delle scienze, converrebbe che il principe fosse dotto egli medesimo, al che contrasta il pochissimo tempo ch'egli ha da spendere dietro allo studio, e quella pessima generazione di nemici ch'egli ha sempre intorno, gli adulatori; ovveramente converrebbe che il principe fosse di tal discrezione e fortuna, ch'e' venisse governato da uomini di gran probità e dottrina, che sarebbe quasi vero miracolo. Talché a un Luigi XIV e a un Federigo, atti veramente l'uno per sé, l'altro con l'intervento altrui a far fiorire ogni maniera di arti e di scienze, stanno come in una contraria schiera i Dionigi, i Tiberî, i Neroni, gli Adriani e tanti altri antichi e moderni signori che si piccarono di lette[p. 350 modifica]ratura; i quali o per il loro cattivo gusto, o per la frivolità dei loro studi, o per le loro rivalità cogli uomini dotti erano più presto fatti per guastare ogni cosa nella repubblica delle lettere; s'egli è pur vero che ai progressi dello spirito umano pregiudichi non meno il favore prodigalizzato alle cattive opere, che la persecuzione bandita contro alle buone. E quegli stessi principi che sono veramente dotti, o per una singoiar ventura governati da' dotti, potranno bensì, col proteggere gli studi, tenergli vivi e nudrire gran copia di mediocri autori, così appunto come fanno le Accademie ch'e' fondano; ma gl'ingegni sovrani non gli faranno nascer mai. Quello che fa operar maggiormente l'uomo, è il dover vincere di grandi difficoltà, il conflitto della invidia e dell'amor di sé medesimo, la vampa che alzano dentro da esso lui le più vive passioni, non il premio che gli viene da un solo, ma l'applauso della moltitudine. E non già allora che sarà protetto da un re dispiegherà l'uomo con più di energia le facoltà dell'animo suo, ma bensì allora che nelle cose che imprende crederà in certo modo di farsi esso medesimo re. Si scorge in effetto come i Neutoni, i Galilei, i Cartesi, quelli che sedettero o seggono ancora maestri della moderna filosofia, sono anziani alle fondazioni che a favor delle scienze furono instituite da' principi. La magnificenza dei Medici a Fiorenza potè far crescere Marsilio Ficino e Agnolo Poliziano, ma non fu bastante a risuscitare un Dante o un Petrarca; e nel dotto imperio della Cina o in quella vastissima Accademia, diciam così, di cui l'Imperadore è capo, si può osservare che le arti e le scienze da tempi immemorabili si mantengono in vita, ma niente più. Gl'ingegni sovrani sono come i corpi grandi dell'Universo, i quali, secondo Platone, non uscirono di mano degli dei, ma senza mezzo alcuno furono dirittamente creati da Iddio.

Con tali, o per meglio dire, con argomenti a questi consimili viene il Signor Racine a mostrare la vanità dei ragionamenti di coloro i quali pretesero derivare la soluzion della quistione dalle cause fisiche ovveramente dalle morali. Il che spedito, procede a mettere in mezzo una soluzion sua; ed è questa. Dopo una lunga notte d'ignoranza, ovvero dopo che il falso è ito un [p. 351 modifica]pezzo d'attorno sotto sembianza di vero, basta, dic'egli, la riuscita felice e l'autorità di uno ingegno solo che siasi messo per la buona via, per condurvi tutti gli altri, e quelli ancora che sono volti a studi differenti da quello in cui egli sarà principe. Perché avendo finalmente ognuno, egli soggiunge, a imitare in ogni genere di studi il medesimo modello che è la Natura, l'uno è di esempio agli altri, e si danno tutti vicendevolmente la mano. Di maniera che le buone discipline vanno tutte di un passo, e pervengono tutte alla perfezione a un tempo medesimo. E pone in esempio il Cornelio, il quale lasciata da parte la maniera chimerica e falsa di poetare de' tempi suoi, e mostrata nelle sue opere la reale e la vera, è, per suo avviso, lo eccitatore e il padre degli tanti scrittori in ogni genere ed artisti, i quali facendo quasi a gara con esso lui sursero in folla e ad un tempo a nobilitare il regno di Luigi XIV. E quel re fu dipoi onorato col titolo di Augusto della Francia.

Pare veramente che tra tutte le soluzioni che date furono alla presente quistione, questa del Signor Racine si avvicini più al segno di ogni altra: ha il pregio della semplicità, parte essenzialissima in qualunque sia sistema di cose; ed è fondata sopra quel naturale principio, che assai più della ragione vagliano gli esempi appresso l'uomo portato di sua natura alla imitazione e alla gara. Potrebbesi soltanto muovere una qualche instanza; se l'autorità dello esempio, benché ella sia per se stessa di efficacia grandissima, possa esser presa per un principio valevole a sciogliere in ogni sua parte la proposta quistione; se quello che accaduto è in Francia, accadde similmente negli altri paesi, e se medesimamente in Francia l'autorità del Cornelio fu o potè esser di quella estensione e di quella forza che le attribuisce il Signor Racine.

Che la riuscita felice di un grande ingegno sia di grandissimo eccitamento agli altri che rivolti sono a' medesimi studi, non ci può esser dubbio. E sarà sempre di maggior aiuto ad altrui, per ben fare, lo avere negli occhi le opere di chi è veramente riuscito in un'arte, che lo udire i precetti di chi sillogizza come vi si debba riuscire, l'uno andando per vie lunghe e difficili, l'altro [p. 352 modifica]per brevi ed agevoli, l'uno pigliando a ragionare alla mente, l'altro venendo a ferire il sentimento, l'uno in fine mostrando come si debba fare una cosa, l'altro mostrandola bella e fatta. Ed egli è anche certo che un grande ingegno, che riesca felicemente in un'arte, potrà esser di guida anche a coloro che indirizzati sono allo studio di quelle altre arti che con voce composta sono chiamate dagl'inglesi arti sorelle[2]. Ognuno può agevolmente vedere come un pittore, conversando per via di esempio con un poeta, ovvero leggendo un eccellente poema, potrà cavarne di molto belle fantasie ed anche dei lumi per l'arte sua. Il secreto del comporre con poca materia una grande opera, la unità e varietà nella invenzione, la fedele espressione degli affetti, il decoro nel rappresentar che che sia, la viva impronta in ogni cosa del bello ideale, quelle qualità in somma che qualificano l'altissimo poeta, qualificano altresì lo eccellente pittore. E i precetti della poetica di Orazio si potriano con pochissima varietà tradurre alla Pittura, alla Statuaria, all'Architettura, alla Musica. Tanta è veramente la parentela e l'amistà che hanno le buone arti tra loro, così stretto è il vincolo che insieme le lega.

Ma tra esse e la Filosofia vi è egli tanta fratellanza? Pigliando la voce di filosofia nel senso ch'ella sia quella scienza sovrana che prende a considerare le ragioni prime delle cose, non vi può esser dubbio che strettissima non sia la parentela anche tra le buone arti e la Filosofia: anzi essa è madre delle arti tutte, in quanto che dal seno di essa si diramano i principî generali sopra i quali sono tutte fondate. E infatti Socrate appresso Senofonte è introdotto a dar lezione di pittura a Parrasio; come dell’arte militare ne dà similmente ad un uomo di guerra. Ma pigliando la voce di filosofia nel senso più comune, ch'ella sia una scienza data a considerare la costituzione del Mondo, in quanto è composto di enti materiali e di spirituali, che si divide in Fisica e Metafisica, non so se si possa dire che corra una così stretta amistà tra le buone arti e la Filosofia, [p. 353 modifica]cosicché uno eccellente Fisico, o Metafisico, che sorgesse in un paese, potesse coll'autorità e colla scorta del suo esempio formar di buoni poeti e di buoni pittori. Egli è il vero che la costituzione del Mondo, che la Natura, se vogliamo, è l'oggetto così de' filosofi come degli artisti in quanto è investigata dagli uni e imitata dagli altri. Ma altro è investigarla, altro imitarla; altro è cercar di rinvenire e ridurre a computo le leggi primordiali dalle quali è governata la universalità delle cose, altro è cercar di esprimere le più belle forme sotto alle quali rappresentare si possono quegli oggetti che ne feriscono i sensi.

E che tali cose sieno del tutto independenti l'una dall'altra e nulla abbiano che fare insieme, lo dimostra anche la storia delle arti e delle scienze, le quali non andarono mai di passo uguale. Avea pur fatto il picciol cammino nell'Astronomia la ingegnosa nazione de' Greci, essi che al tempo della guerra del Peloponneso erano tuttavia atterriti dagli eclissi della luna, come il sono al dì d'oggi gli Indiani; e a quel medesimo tempo coloro che a vedere il disco della luna coperto dall'ombra della terra isbigottivano, aveano pur conseguito nelle arti la maggiore altezza. Aristotile pochi anni dipoi diede tra essi i più belli precetti di poetica, e dettò le più cattive lezioni di fisica. Lo stesso è da dirsi de' Romani, discepoli in ogni cosa dei Greci: e basta vedere come Virgilio ed Orazio, poeti di sommo giudizio forniti e di non minore dottrina, ripongono tra i secreti di natura l'uno la cagione della brevità de' giorni d'inverno, l'altro delle fasi della luna[3]. Il che mostra che del numero delle più recondite [p. 354 modifica]quistioni che si agitassero nell'aureo secolo di Augusto, erano cose che pur sono elementari, e non è presentemente fanciullo che le ignori. A' tempi felici di Leone la scienza delle cose naturali era ben lontana dallo aver nulla scoperto delle leggi dalle quali è governato il mondo, e dal potere procurare, come ha fatto dipoi, tante utilità e tante delizie alla vita. Si rivolgeva tutta sopra vane speculazioni, disputava delle forme sostanziali, delle qualità occulte, era cinta tutta intorno dalle spine scolastiche. E intanto Raffaello dipingeva, edificava Bramante, ed era tra noi dal Fracastoro e dal Sannazaro rinovellato il canto di Virgilio. E quando venne poi il Marini a infrascare la poesia di concetti e di acutezze, quando fece quasi lo istesso il Borromini nell'Architettura, si diede a rimondare la Fisica dalle sottilità degli scolastici, a ridurla a' suoi veri principî, allo studio della natura quel sovrano ingegno del Galilei, quegli che secondo il detto di un grand'uomo si trova come alla testa di tutte le verità discoperte a questi ultimi tempi. Né altrimenti andarono le cose in Francia. Quando più vi fiorirono le belle arti, quando Racine gareggiava con Sofocle, e Aristofane trovavasi vinto da Moliere, da quel finissimo imitatore della Natura, tenevano ancora nell'Accademia delle scienze le idee innate, la materia striata, i vortici e quegli altri sogni della filosofia francese, che svanirono dipoi del tutto alla nuova luce di verità che apparì sotto il cielo di Cambrigia. Che più? Non volea egli forse il Parlamento di Parigi sentenziare pochi anni innanzi contro alla moderna filosofia a favor di Aristotile, contro a' circolatori, che così chiamavansi coloro che in sulle sperienze dell'Arveo credevano la circolazione del sangue, e fatto forse non l'avrebbono senza il decreto burlesco di Boileau, che rivolse ogni cosa in celia ed in riso? [p. 355 modifica]

La influenza, adunque, che può avere la riuscita felice di un grande ingegno, è circoscritta dentro alla sfera degli studi che sieno consimili a quello in cui esso sia divenuto eccellente; è di minore estensione che non pensa il Signor Racine. E di minore efficacia similmente, se ben si consideri, si troverà essere l'autorità del suo esempio in quanto che non in tutti i paesi potrà egualmente influire, che si facesse in Francia quella del Cornelio. Sicché l'autorità e l'esempio di uno ingegno sovrano possa esser considerata come un principio generale atto a sciogliere la presente quistione.

In due specie si dividono i paesi, dentro a' confini de' quali si parla la medesima lingua; e di questi è da fare quasi unicamente discorso nella presente quistione; in paesi ridotti sotto a un principe solo, e in paesi divisi in differenti stati sotto al governo di vari principî. Nei primi, dove è unità d'imperio, vi è ancora un centro dove trovandosi ridotta la virtù del paese, di là si viene a spandere con grandissima energia, e quasi ad un tratto alle parti più lontane. Non così tosto emana dalla capitale uno editto, che a quello si ubbidisce in ogni più remoto angolo del regno. E non così tosto sorge nella medesima capitale un grande ingegno, che a quello si rivolgono gli occhi di ogni gente e quello pigliano per modello da imitare i belli spiriti delle più remote provincie, le quali tanto si hanno per gentili, quanto più in ogni cosa alla capitale somigliano. Di maniera che non meno comandava uno imperadore di Roma ai campi delle legioni che tenevano il Reno o l'Eufrate, di quello che nelle scuole delle Gallie o della Lusitania vi dettasse leggi Cicerone, o Virgilio, o qual altro dipoi nella capitale dello imperio si avesse il grido dell'ingegno. E per le stesse ragioni avvenuto è che in Francia insieme con Luigi XIV potè assolutamente regnare il Cornelio. Ma ne' paesi divisi, a quel modo che l'autorità del principe è confinata dentro al proprio suo stato, così è a un dipresso dell'autorità di un grande ingegno. Non avrà ella tanta efficacia negli altri stati, o almeno la sua forza scemerà di molto nel passare dall'uno all'altro; quasi raggio che, passando per mezzi eterogenei, moltissimo perde della vivezza sua. Ora, di quale [p. 356 modifica]eterogeneità non è cagione in un paese la divisione di quello in vari stati? Qual differenza nell'antica Grecia tra la dilicatezza degli Ateniesi, a cui diede le leggi il facile Solone, e la severità degli Spartani, disciplinati dall'inflessibile Licurgo? Qual differenza nelle varie contrade della moderna Italia per essere il governo dove monarchico, dove repubblicano, là potere i soldati, qua i preti, una provincia avere un signor naturale nel proprio suo seno, l'altra averlo lontanissimo, di nazione e di lingua differente? Moltissimo ha da infievolire la efficacia di un grande ingegno che sorto fosse a Fiorenza o in Atene, passando, per così dire, a traverso altre città per costumi, per genio, per leggi, per governo, per instituti diverse, niuna delle quali vuole in niuna cosa ricever leggi od esempio da un'altra. Almeno convien dire che di moltissimo tempo avrà esso di bisogno perché universalmente vi sia riconosciuta la autorità sua, e tutti si volgano ad imitarlo. E ciò perché essa non può avere il presto aiuto del costume generale e della moda, come in un paese unito; ma gli bisogna aspettare il lento soccorso della considerazione e della disputa, per cui si venga a ventilare e a riconoscere finalmente il vero suo valore. Cosicché l'autorità di un grande ingegno in uno stato che sia uno, opera in un subito; come la luce nel pieno del Cartesio si propaga in uno istante dalle stelle sino a noi; dove negli stati divisi opera lentamente, come la medesima luce che nel voto del Neutono, per venire dalle stelle sino a noi, ci mette degli anni parecchi.

Di qui sembra che sia da ripeter principalmente la cagione perché si vide nella Grecia la riuscita felice di un sovranissimo ingegno essere stata per lungo e lungo tempo come infeconda, e quasi non riconosciuta l'autorità di lui. Io dico quel divino Omero, quel primo pittore delle cose antiche,

E qual altro, secondo la soluzione del Signor Racine, avrebbe dovuto avere, subito apparito, un più gran seguito dopo sé di eccellenti artisti d'ogni maniera, un più gran codazzo, che quel [p. 357 modifica]re degli scrittori? Parecchi secoli non pertanto passarono prima che nelle differenti parti della Grecia venissero gli Erodoti, i Sofocli, gli Euripidi e quegli altri che crebbero sotto la disciplina e la imitazione di lui, e per li quali tanto suona anche a' dì nostri la età di Filippo e di Alessandro. Nella moderna Italia similmente surse nel secolo decimo quarto quel signore del canto, Dante Alighieri, padre della nostra poesia e formatore della lingua, il quale pochi anni dopo la morte sua ebbe in Firenze espositori, interpreti, discepoli, l'onore della cattedra. Dall'autorità del suo esempio furono, egli è vero, eccitati e mossi nella patria sua l'ingegno del Petrarca, che dietro a lui si volse a cantare cose più gentili, e lo ingegno del Boccaccio, che con quelle vive pitture del Decamerone si diede a poetare in prosa. Ma quali altri ingegni eccitò egli fuori di Toscana, qual potere nelle altre provincie d'Italia ebbe colui, la cui mercé

Né punto migliorarono a quel tempo in Italia le arti, che sono strettamente unite colla poesia, la quale in molti rispetti avea recato Dante al più alto segno. L'amico suo Giotto, che avea allora il grido nella pittura, non diventò con tutta la Divina Commedia un Tiziano; e nella barbarie tedesca si mantenne tuttavia l'Architettura, la quale cominciò soltanto a riordinarsi più di un secolo dipoi, e ricevè l'ultimo suo compimento a' tempi di Giulio II e di Leon X.

E siccome negli stati uniti subito e generale è l'avanzamento delle lettere cagionatovi dallo esempio di un grande ingegno splendido per virtù, simile interviene per l'appunto, quanto allo scadimento delle medesime lettere, se in quegli stati venga a sorgere un qualche grande ingegno splendido per vizi. Così nell'un caso come nell’altro

Ad ognuno è noto come bastò un Seneca con quel suo zibetto, per così dire, ad ammorbare ogni opera d'ingegno nell'imperio [p. 358 modifica]romano. Ed egli è già gran tempo che si dolgono in Francia che ci è nato un altro Seneca, da cui ne sono venuti i medesimi effetti. Negli stati uniti, oltre che la capitale dà in ogni cosa la voce al rimanente del paese, concorrono anche quivi, o per imparare urbanità, o per fare in più maniera fortuna, gli uomini delle provincie che si sentono più vivi; e quivi fermano la stanza. E sì essa diviene anche la residenza dello ingegno, la ghiandola pineale, per così esprimersi, il riserbatorio degli spiriti più sottili della nazione. Quivi col conversare che hanno campo di poter fare tra loro gli uomini di lettere, si fa un continuo e scambievole traffico di cognizioni; il sapere circola, non vi è nuova riflessione, vista o pensiero che si rimanga chiuso e stagnante in una mente sola. Con che si rende agevole all'uomo il potersi render proprio anche l'ingegno altrui, e uno può di leggieri, con l'aiuto di tanti, scorger le cose in tutta la loro estensione e sotto le tante differenti lor facce. In tal modo l'Addisono, che quasi di rimbalzo entrò nello Spettatore a toccar la presente quistione, prese a spiegare perché si veggano a certi tempi tanti eccellenti spiriti dar su ad un tratto ed apparire come in truppa[4]. Ma se da tale comunicazione degli spiriti ne viene un grandissimo bene, quando le materie del traffico sien buone e ben condizionate, un grandissimo male ne può altresì venire, se le materie del traffico non sieno altrimenti sane, o in qualunque modo corrotte. Il contagio si appicca facilmente e serpe dipoi in un subito per le membra dello stato. A simile malore vanno meno [p. 359 modifica]soggetti gli stati divisi in varie e picciole capitali: Demetrio Falereo, ovveramente i Sofisti per li quali inclinò da prima la eloquenza in Grecia, tanto però non poterono con lo esempio, che la più gran parte degli scrittori di quel paese non si sieno conservati purissimi da quella loro affettazione di stile. E il Marini con tutta la sua scuola non ebbe però tanta autorità appresso di noi, ch'egli abbia fatto all'Italia un danno irreparabile, come asserisce il Signor Racine. Incantò egli, non si può negare, da principio moltissimi con quella maravigliosa sua vena, simile a Ovidio, autore facile, copiosissimo, che avrebbe dovuto regolare il proprio ingegno col giudizio altrui. Ma per non dire che l'incantesimo è ora svanito, fu ben lontano ch'e' fusse universale quando si fece sentire dapprima quella nuova sirena del lido siciliano. Non pochi furono gli Ulissi che turarono le orecchie al suo canto. Nel tempo che il Marini era più in voga, diedero esempi di un gusto nel poetare corretto e sobrio il Filicaia, il Redi, il Marchetti. Scrisse a quel tempo istesso con tanta gravità le storie di Fiandra il Bentivoglio; il Baldinucci e il Bellori scrissero molto elegantemente sulla Pittura; e, tacendo di altri molti, il Magalotti distese i Saggi dell'Accademia del Cimento con una precisione di stile e un pudor di metafore, che nulla più. E benché il Chiabrera entrasse assai avanti nel Secento, in mezzo alla corruzion di quei tempi non imitò egli i lirici greci, come avea fatto Orazio nella purità dei tempi di Augusto? Tanto è vero che in un paese diviso uno ingegno splendido per virtù o per vizi non ha tanta virtù né fortuna che basti da tirare subito dietro a sé la imitazione dell’universale; beni e mali che conseguirono la costituzione di quei paesi, ne' quali è unità d'imperio. E però la riuscita felice e l'autorità di uno ingegno solo, quale è quella messa in campo dal Signor Racine, potè, rispetto a coloro che professavano arti consimili alla sua, avere molta influenza, e potè sopra tutto essere di grandissima e pronta efficacia in un paese come la Francia, che lo sarebbe stata di pochissima in un paese altrimenti costituito; né potrà mai esser presa per un principio generale, come si è detto, atto a sciogliere la presente difficilissima quistione. [p. 360 modifica]

Dopo di avere opposto ragioni di qualche peso, credo io, a quanto hanno detto in tal proposito uomini di grande dottrina, e massimamente il Signor Racine, erede non meno del nome che della virtù paterna, chi vorrebbe metter innanzi la propria opinione? Chi vorrebbe esser così ardito da entrare in una lizza in cui hanno votato la sella tanti paladini? Pur nondimeno perché non paia che si vada solamente dietro al distruggere, e niente si voglia metter in piedi, mi farò lecito di proporre una conghiettura, la quale potrà esser forse non del tutto disutile a meglio considerare la quistione e a render ragione di quello che succeduto è in fatti ne' paesi dove le Muse in vari tempi posero il seggio.

In quei paesi dove nacquero dapprima le arti e le scienze, vi furono allevate e crebbero, gli uomini eccellenti in quelle non debbono eglino venire uno dopo l'altro a certi intervalli di tempo? E non debbono eglino venire come in truppa in quei paesi dove le arti e le scienze, nate e cresciute sotto altro cielo, vi sono trapiantate e vi giungono quasi forestiere? Ciò è pur naturale che avvenga, volendoci lunghissimo tempo a trovare, a correggere, a pulire, a perfezionare e ridurre in sistema quelle cose che formino il corpo di una scienza o di un'arte, e a dare in essa degli eccellenti modelli; e volendoci di lunga mano minor tempo a fare nelle medesime arti o scienze una qualche bella opera ed anche dei progressi, perfezionate che sieno dagli altri. Di ciò può essere a' giorni nostri un chiarissimo esempio quanto abbiam veduto adoperare dai Russi. Mercé gli aiuti forestieri che chiamarono nel loro paese, giunsero in un subito nell'arte militare e nella nautica a quel grado al quale non si condussero gli altri popoli di Europa se non dopo lo studio di più secoli. Con le loro galere poterono fare contro agli Svezzesi ciò che fatto non avea niuna delle moderne nazioni le più esercitate in mare; e contro a' Tartari poterono operar quello che contro a' Parti, avoli de' medesimi Tartari e che seguivano un medesimo modo di combattere, non era riuscito né a Crasso né a Marcantonio benché fossero alla testa delle romane legioni.

Le prime arti che ridotte saranno a perfezione, saranno [p. 361 modifica]quelle senza dubbio che non richieggono un così gran numero di recondite osservazioni, e dipendono principalmente dalla facoltà della fantasia. La Poesia prima di tutte; tanto più che la materia, ond'ella si serve per imitare, è la lingua, materia che ai poeti fornisce il popolo bella e preparata, e intorno alla quale poco hanno eglino da faticare. Verranno appresso la Pittura e la Statuaria, le quali oltre alle osservazioni e alla immaginativa dell'artefice richiedono la lunga opera della mano e la invenzione di parecchi artifizi, che sono necessari a trattare come si conviene le materie onde si servono nello imitare; senza che il poeta non fa altro che accennar moltissime cose, che lo statuario o il pittore hanno da rappresentare in tutte le loro più minute particolarità. E finalmente saranno ridotte a perfezione le scienze, le quali non si conducono alle loro conchiusioni, se non con l'aiuto di una lunghissima catena di recondite osservazioni, dipendono principalmente dallo intelletto e sono indizio della maturità dello ingegno della nazione. E in questo corso di progressi ch'ella andrà facendo di mano in mano, non vi dovrà egli essere un colmo, in cui gli eccellenti ingegni abbonderanno più che in altro tempo e mostrerà il vigore della nazione medesima? Così per appunto si vede essere andata la cosa tra' Greci, padri delle arti e delle scienze, che a noi poscia trasmisero. Prima di tutte mise fuora il capo la Poesia perfezionata dal grande Omero, i cui passi seguirono Esiodo, Anacreonte, Pindaro, Stesicoro, Alceo, sino a tanto che si venne al colmo nell'età di Filippo e di Alessandro, quando oltre a tanti eccellenti poeti ed istorici tutte le scuole della Grecia diedero in luce quasi ad un tempo i Zeusi, gli Apelli, i Lisippi, i Protogeni. Durò il vigor suo sino a' Tolomei, a' tempi de' quali vennero Callimaco e Teocrito, l'uno autor classico nella elegia, l'altro padre della poesia bucolica. E la maturità sua si mostrò in Archimede, il più sottile geometra e insieme il miglior filosofo che sorgesse tra i Greci, il lume del cui ingegno non è punto oscurato da tutte le moderne invenzioni. E tal periodo di tempo da Omero sino ad Archimede fu di circa sei secoli.

Né diversamente procedé la cosa in Italia. Dove le arti e [p. 362 modifica]le scienze rinacquero a nuova vita dopo la lunga notte che insieme con esse avea spento ogni chiarore degli antichi tempi. Prima di tutte anche tra noi, mercé lo ingegno di Dante, rinacque la Poesia. E come in Grecia il primo libro che apparisse degno veramente di esser letto fu in versi, lo stesso avvenne in Italia. Le tracce di Dante seguirono il Petrarca e il Boccaccio, e alcuni pochi del secolo dipoi sino a tanto che si pervenne al colmo nell'età di Giulio II e di Leon X quando, oltre a tanti eccellenti poeti ed istorici, dalle scuole di Roma, di Parma e di Venezia uscirono i Raffaelli, i Correggi, i Tiziani senza che l'uno sapessero pure dell'altro. Durò il vigore della Italia sino all'età susseguente, che produsse un Chiabrera, principe della Lirica, e quel geometra toscano, successore di Archimede, fondatore della moderna filosofia e restitutore del vero sistema del mondo. La sola differenza che corre tra la Grecia e la Italia, è che il periodo che da' tempi di Dante corre sino a quelli del Galilei è di soli tre secoli, per la metà più breve che il periodo che è tra Archimede ed Omero. E tal differenza appunto ha da trovarsi, dovendo infatti essere molto più breve il tempo in cui si richiamino a nuova vita le arti e le scienze, che quello in cui diasi loro primamente la vita; rimanendo per l'una cosa da' primi tempi di molti aiuti, e per l'altra non ve ne essendo niuno.

Che se altri si volga a considerare ciò che accader doveva nell'antica Roma e modernamente in Francia, si accorgerà agevolmente che non poteva aver luogo una così fatta gradazione; non avendo né i Romani, né i Francesi penato a rilevare e nutrire tra loro le arti e le scienze; ma avendole dall'altrui mano ricevute belle e formate. Quando i Romani, spenta Cartagine, ebbero sotto il loro dominio ridotta l'Asia e la Grecia, ammolliti dal lusso delle vinte nazioni, rivolsero l'ingegno a ogni maniera di studi[5]: e nel breve periodo che corse da Siila [p. 363 modifica]sino ad Augusto, diedero su e levarono vampa quasi ad un tratto, come appunto avvenir doveva, i Lucrezi, i Cesari, i Ciceroni, i Sallustî, i Livi, i Virgili, gli Orazî e i Tibulli; pe' quali parve a' Romani di trionfare un'altra volta delle già vinte nazioni. E quando i Francesi, assodato lo stato, dominati furono dalle Medici e da Mazzarino, vinti dalle dilicatezze degl'italiani, che nel mondo moderno tengono il luogo che nello antico tenevano i Greci, si diedero alle scienze ed alle arti. E nel breve periodo di due regni, di Luigi XIV e del padre suo, sorsero a un tratto quei tanti scrittori che sono ora nelle mani di tutti, e formano in gran parte la educazione della più leggiadra gente di Europa.

Ben egli è da credere che alla tanta prestezza con cui diedero su le arti e le scienze tanto nella antica Italia quanto modernamente in Francia, vi contribuisse ancora la unità in quei paesi del principato; come è da credere che più breve sarebbe stato in Grecia il periodo di tempo corso tra Omero ed Archimede, e nella moderna Italia tra Dante e il Galilei, se in una comune capitale si fosse come ridotta la virtù italiana e la greca, e si fosse venuto quivi a fare un maggior traffico di cognizioni, che fare non se ne può negli stati civili e ridotti sotto a vari governi.

Ma la verità si è che in Roma ed in Francia apparirono veramente a un tratto ed in truppe i grandi ingegni ad illuminare un secolo, rispetto al quale gli altri si rimangono muti di luce. E simile si può dire della Inghilterra, paese riunito sotto al medesimo governo, dove le arti e le scienze furono pur trapiantate; che in brevissimo spazio di tempo, sedata la furia delle guerre civili, vi sursero i Miltoni, gli Addisoni, i Lochii, i Neutoni e gli altri grandi uomini per cui quella Isola è ora maestra del Continente. Dove non è lo stesso né della Grecia né della Italia, che i grandi ingegni sieno appariti tutti insieme a illuminare un secolo, e gli altri sien ciechi. Chi già non volesse tra i Greci contare per niente un Omero, un Pindaro, un Teocrito e un Archimede, e tra noi un Chiabrera, un Galilei e i tre lumi della lingua nostra, e tra essi quel luminare maggiore di [p. 364 modifica]Dante Alighieri, per cui ebbe vita, fecondità e vigore la nostra poesia.

Da coloro, adunque, che hanno trattato la presente quistione fu con molta sottigliezza cercata la ragione di un fatto che non sussiste se non se nella loro immaginativa, e che si direbbe aver essi troppo facilmente ammesso per la vaghezza che ha l'uomo di trovare nelle cose più differenti tra loro delle somiglianze e delle analogie. E in ciò pare abbiano seguito quel filosofo il quale, prima che dal Cassini fosse scoperto l'intero sistema di Saturno, rendeva matematicamente ragione perché al numero de' pianeti primari dovesse trovarsi uguale il numero degli secondari.

Note

  1. Vedi Du Bos, Réflexions critiques sur la Poésie et sur la Peinture, seconde partie, section XII et suivantes.
  2. «Sister-Arts».
  3. Me vero primum dulces ante omnia Musae
    Quarum sacra fero, ingenti perculsus amore
    Accipiant, coelique vias et sidera nionstrent,
    Defectus Solis varies Lunaeque labores;
    Unde tremor terris, qua vi maria alta tumescant,
    Obiicibus ruptis rursusque in se ipsa resident;
    Quid tantum Oceano properent se tingere Soles
    Hyberni, vel quae tardis mora noctibus obstet.

    Quum tu inter scabiem tantam et contagia lucri
    Nil parvum sapias, et adhuc sublimia cures?

    Quae mare compescant causae, quid temperet annum,
    Stellae sponte sua, iussaene vagentur et errent,
    Quid premat obscurum Lunae, quid proferat orbem,
    Quid velit et possit rerum concordia discors,
    Empedocles an Stertinium deliret acumen.

    (Lib. [I], Epist. XII, [14-20]).

  4. «Conversation with Men of a polite Genius is another Method for improving our natural Taste. It is impossible for a Man of the greatest Parts to consider any thing in its whole Extent, and in all its variety of lights. Every Man, besides those general Observations which are to be made upon an Author, forms several Reflections that are peculiar to his own manner of Thinking: so that Conversation will naturally furnish us with Hints, which we did not attend to, and make us enjoy other Mens Parts and Reflections, as well as our own. This is the best Reason I can give for the Observation which several have made that Men of great Genius in the same way of writing seldom rise up singly, but at certain Periods of Time appear together and in a Body; as they did at Rome in the Reign of Augustus, and in Greece about the age of Socrates. I cannot think that Corneille, Racine, Molière, Boileau, La Fontaine, Bruyère, Bossu, or the Daciers, would have written so well as they have done, had they not been friends and contemporaries»: Spectator, n. 409, O. vol. VI.
  5. Serus enim Graecis admovit acumina chartis,
    Et post Punica bella quietus quaerere coepit,
    Quid Sophocles, et Thespis, et Aeschylus utile ferrent.

    (Horat., Lib. II, Epist. I, [161-163]).