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Saggio sulla qualità dei popoli e il clima (Laterza 1963)/Saggio

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Saggio

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SAGGIO
SOPRA LA QUISTIONE SE LE QUALITÀ VARIE
DE POPOLI ORIGINATE SIANO DALLO INFLUSSO DEL CLIMA, OVVERAMENTE DALLA VIRTÙ
DELLA LEGISLAZIONE


Un grande e bello fenomeno, che agli occhi de' filosofi presenta la Istoria, è la varietà che si osserva grandissima tra il genio e l'indole delle differenti nazioni, la varietà che si osserva in differenti tempi nella nazione medesima. L'una è tutto ardore per l'acquisto delle ricchezze o della gloria, industriosa, infaticabile, prodiga della vita; l'altra marcisce nell'ozio e nella mollezza, non si esalta mai a nobili pensieri, quasi privata di ogni principio di attività. La istessa nazione è in certi secoli l'ammirazione del mondo e in certi altri il ludibrio. Di tali varietà cercarono i filosofi la ragione; e gli uni credettero averla trovata nelle cause fisiche e gli altri nelle morali.

Il Bodino e l'Abate Du Bos, due celebri autori francesi, avvisarono che il genio e l'indole di una nazione dipendesse quasi unicamente dalla qualità de' cibi onde si nutre, dall’aria ch'ella respira, dagl'influssi del cielo e del clima sotto cui è nata. Quindi il duro settentrione non ripon sua ragione che nella spada, nelle regioni temperate regnano gli studi più miti delle leggi, e ne' paesi meridionali divampa di leggieri lo entusiasmo e lo spirito del fanatismo. Quindi quel mutamento che si osserva ne' popoli che lungi furono trapiantati dal loro nativo paese; e quindi la uniformità costante delle nazioni che abitano sotto il medesimo cielo, benché tra esse abbia cambiato la religione e [p. 370 modifica]il governo, benché abbia cambiato, si può dire, la nazione. Gli Spagnuoli, che tengono presentemente la Catalogna, non discendono certamente da quella nazione che a' tempi de' Romani teneva quello stesso paese: e ciò non ostante sono ancora quali ci vengono descritti da Livio; così feroci, che pensano non poter l'uomo menar la vita se non coll'armi alla mano[1]. Ma questi medesimi Spagnuoli così feroci in Europa, si osserva aver degenerato, pur troppo, trapiantati sotto il cielo dell'America[2]; a quel modo che i forti Macedoni trasferiti in Alessandria, in Seleucia, in Babilonia, ebbero ben tosto anch'essi degenerato e preso l'indole degli Affricani e degli Asiatici. Che cosa rimase ai Tarentini sotto il dolce clima calabrese della durezza degli Spartani, da cui traevano l'origine[3]? Non avviene altrimenti agli uomini, come disse Ciro a' Persiani che volevano mutar paese, di quello che avvenga ai semi delle piante che variano natura secondo le qualità della terra e del cielo che gli nutrisce[4].

Il Bodino arrivò a volere trovare nella situazione fisica di Roma, nello essere quella città fabbricata sopra sette colline, la ragione e il principio dei frequenti tumulti, delle sedizioni [p. 371 modifica]quasi che continue del popolo romano. Le città situate, dic'egli, in luoghi diseguali debbono essere più soggette a cambiamenti e a tumulti, che quelle città non sono le quali furon poste in terreno piano ed eguale. E l'Abate Du Bos pretende trovar la causa della tanta diversità che si osserva tra la Roma antica e la moderna, nella mutazione che si è fatta per molti riguardi nel clima di quella città. L’aria di buona ch'era altre volte, è divenuta mal sana; e ciò perché le acque non hanno più per le fogne quello sfogo che altre volte aveano, perché ora le paludi allagano quel terreno che già sentiva l'aratro, perché molte miniere di zolfo, di allume e di arsenico sono novellamente pervenute a maggior maturità, perché il freddo sulle rive del Tevere è minore che non era nei tempi antichi[5]. E similmente dall'essere ora la Olanda tutta praterie, dove una volta era tomboli o cavalli di rena, dal nutrirsi che fanno gli Olandesi di pesci, alimento flemmatico, dove altre volte nutrivansi di cacciagione, alimento volatile, rende la ragione dello essere presentemente quel popolo dato alle manifatture ed a' traffichi, il quale anticamente era tutto armigero e guerriero. E così il Bodino come l'Abate Du Bos avrebbono trovato un grande intendimento sotto a quello che per ischerzo disse un tratto Michelagnolo, che se nulla avea di buono nello ingegno, era venuto dallo esser nato nella sottilità dell'aria del paese di Arezzo e aver tirato dal latte della sua balia ch'era figliuola e moglie di scarpellini, gli scarpelli e il mazzuolo con che e' faceva le figure[6].

Ma niuno ci fu maggior partigiano delle cause fisiche quanto l'illustre Montesquieu, secondo cui l'imperio del clima è il maggiore di tutti gl'imperi. Esso è il perno su cui girano gli stati; da esso derivano, come da fonte, tutti gli ordini civili, politici, [p. 372 modifica]religiosi e militari, come egli ha tentato di mostrare nel celebre suo Spirito delle Leggi. Intantoché fu detto che come il Maliebranche vedeva ogni cosa in Dio, così il Montesquieu vedeva ogni cosa nel clima.

Il Segretario fiorentino, che prima d'ogni altro considerò le ragioni della grandezza e dello scadimento degli stati, vuole in contrario che nella fortuna e qualità delle nazioni vi giochino solamente le cause morali. Quel principe che avrà degli uomini, dic'egli, gli farà religiosi, pii, audaci, soldati secondo ch'egli con leggi, con ordini tendenti unicamente a questo o a quel fine, con i premi e le pene distribuite a dovere, con favole inventate a proposito e simili, saprà loro inspirare quei sentimenti che, secondo lo intendimento suo, tornino a gloria della nazione e a maggior utile del comune.

Dello stesso parere è il più celebre filosofo de' nostri giorni, l'illustre David Hume, con parecchi altri. Non gli alimenti, non l'aria o il clima da essi si sostiene che influiscano punto né poco sull'umore e l'indole di una nazione; ma la qualità del governo da cui è retta, la povertà o ricchezza sua, la sua forza o debolezza rispetto agli stati vicini. Le leggi hanno virtù di modificare i popoli in tale abitudine di costumi, che sembra dipoi impressa in esso loro dalla mano della stessa Natura. Non per altra ragione gli Ebrei sono sempre simili a se stessi in tutti gli climi, sono tanto differenti dalle nazioni in mezzo a cui vivono e come da esse isolati, se non perché le loro leggi e i loro instituti hanno per fine di separargli da tutti gli altri popoli del mondo. Tutti i popoli sono atti a ricevere le medesime impressioni, a quel modo che gli animali ricevono le qualità che un vuole, soltanto che si ponga la debita cura nello allevargli e nel coltivarne le razze. Vedete il valor militare ora essere frutto di un clima, ora di un altro, secondo che è surto o qua o là chi ve lo ha saputo far germogliare. Ebbe virtù la setta di Odino di accendere ne' petti del Settentrione un fanatismo niente meno focoso ed ardente, che il fanatismo si fosse de' Maomettani. La viva fede che aveano gli uni di assaporare una deliziosa birra, mesciuta nel cranio de' nemici da certe loro celestiali donzelle, [p. 373 modifica]gli spigneva nelle battaglie alla morte con quella ferocità medesima ch'era suscitata negli altri dalla ineffabile bellezza e dagli sperati amplessi delle Ourì dell’Alcorano. E già pare a cotesti filosofi una bastante prova del maraviglioso effetto delle cause morali il vedere in quale bassezza di stato sieno volte, colpa la qualità dei governi e non gli aliti della terra o i maligni vapori dell'aria, la Grecia e la Italia, l'una e l'altra già sede d'imperio e nudrice di eroi.

Chi vorrà entrar di mezzo fra cotanto senno, e in tal parità di ragioni farsene giudice? Il dare sopra di ciò sentenza è pur cosa da pochi. Ma dal numero di quei pochi niuno vorrebbe certamente escludere Ippocrate, se considerata egli avesse tal quistione; uomo sommo, il cui nome dopo tanti secoli tiene tuttavia fronte nel mondo, ragionatore acuto, osservatore finissimo, le cui decisioni fanno parte del picciolo codice di verità che nelle cose naturali fu dato sino ad ora all'umana sapienza di raccogliere.

Nel libro intitolato dell'aria, delle acque e dei luoghi, egli prende a considerare lo influsso che hanno tali cose su' corpi degli uomini, come alcune regioni per la posizione loro sono sane ed altre no; e quindi passando a confrontare insieme le regioni dell'Europa e dell'Asia, mostra come per la benignità e temperatura del cielo gli animali nell'Asia sieno più belli a vedersi e di miglior qualità, più liete le piante, le persone degli uomini più appariscenti e più grandi che in Europa non sono. Ma non è così, egli aggiugne, della virilità, della tolleranza nella fatica, dell'audacia e del valor militare, nelle quali cose hanno sopra gli Asiatici la palma gli Europei. E ciò a cagione della maggiore asprezza del clima, dei mutamenti continui nella temperatura dell'aria, del caldo e del freddo, i quali mutamenti irritando gli umori nei corpi, danno anche moto alla mente dell'uomo, la inacutiscono, non la lasciano dormire. La mutazione eccita il corpo e l'anima all'esercizio, e dall'esercizio e dalla fatica cresce la virilità. Laddove tenendo le stagioni quasi sempre il medesimo tenore, gli uomini riescono di più mansueti e temperati costumi, più effeminati e più imbelli; entra negli [p. 374 modifica]animi loro il sopore della voluttà e vi pone suo seggio. La similitudine e l'uguaglianza genera pigrizia, e dalla pigrizia e dall'ozio si accresce la timidità, come avviene appunto nel dolce clima dell'Asia.

Vero è, egli seguita, che a formare la differente natura di quei popoli assai più che il clima vi contribuiscono ancora le leggi. La maggior parte dell'Asia è sotto il dominio dei re, e l'Europa al contrario si regge a forma di repubbliche. Ora quelli che fanno le imprese per sé medesimi, che ne hanno essi medesimi il premio, se riescano a bene, si mettono a' pericoli della guerra e combattono con assai maggior animo, che coloro non fanno i quali prendono la impresa per li loro signori, e veggono che nella guerra il pericolo è loro e il premio d'altri. E però la libertà rende magnanimi gli Europei, e gli Asiatici sono fatti vili dalla servitù[7].

Così il grande Ippocrate; il quale avvisa, con ragione grandissima, che nella natura e fortuna delle nazioni vi abbiano assai più che fare le cause morali che le fisiche: con questo però, che anche delle cause fisiche, quantunque ci entrino in dose minore, si debba fare conto da coloro che in simili cose vogliono rettamente ragionare.

Infatti la terra

dovendo pure tutte le cose che vengono dalla terra, da essa terra ricevere una qualche forma e qualità[8]. Si vede anche al dì d'oggi come le milizie turchesche asiatiche, benché animate dagli stessi principi di disciplina, di religione e di governo che le europee, sono però meno atte alla guerra di queste, di minor cuore e di minor lena. Ed egli è una antica osservazione, la quale pur si verifica ogni giorno, che gli uomini nati in pianure grasse, [p. 375 modifica]molli ed acquose sogliono essere, stando le altre cose eguali, di spirito addormentato, per le arti liberali e per le scienze ottusi; quando gli uomini nati in siti montuosi ed aspri, sono di spirito più svegliato, nelle arti e nelle scienze ingegnosissimi. Che già non bastano uno Epaminonda o un Pindaro ad ismentire la grossezza delbaria tebana, un Lisco o un Teognide a far prova contro alla sottigliezza del cielo ateniese, come non basta una arguzia che sia uscita di bocca a un goffo per farlo riputare uomo d'ingegno, o una svista in cui sia caduto un tratto un capitano per defraudarlo della gloria ch'egli avrà conseguito per tutto il rimanente della vita sua. E lo stesso pure si osserva nelle razze de' cavalli, che riescono di grande spirito se allevate in terreno secco e sterile; e per lo contrario infingarde e pigre se in terreno fertile e grasso.

Le cause morali, come la educazione che riceve un popolo, la perfezione della legislazion sua, i premi che vi si danno alle azioni virtuose, fanno senza dubbio moltissimo a renderlo prode e magnanimo: e tali cose fecero in parte grandissima gli antichi Romani ed i Greci lo specchio del mondo.

Non è però che nell'aria, nel clima, nel suolo abitato da quelle nazioni qualche cosa non ci sia che agevolar potesse l'effetto di una buona legislazione; simili a quelle terre ricche naturalmente di sali, che possono meglio rispondere al lavoro o al concime che altri lor dia.

I Greci, mercé l'aria che spirano i cibi onde si nutriscono o altra naturai causa che si voglia, sono naturalmente forniti di fibre dilicatissime, di grande sensibilità e di acuto ingegno; e se al presente marciscono nella ignoranza, e come nazione non danno alcun bel saggio di sé, colpa è certamente del governo da cui sono oppressi, colpa della schiavitù la quale, come dice Omero[9], toglie all'uomo la metà del valor suo. Ma è un dono altresì di natura la fisica disposizione ch'eglin'hanno a rinovare [p. 376 modifica]le virtù di un Agesilao, di un Demostene, di un Euripide, se tra loro venisse a risorgere un nuovo Licurgo o un Solone, se animati ancor fossero dalla libertà, se tra loro venissero anche oggigiorno assegnati premi a chi nelle arti liberali primeggia. E tal disposizione si scorge assai manifestamente da questo, che nelle cose a cui ora pongon l'animo, sorpassano e vincono le altre nazioni. Non rimane ora loro altra cosa in cui adoperarsi fuorché il traffico. E con esso fanno di così grandi fortune e così rapide, che, atteso principalmente la picciolissima sfera di commercio da cui sono circonscritti, si lasciano di gran lunga alle spalle gli stessi Inglesi. E così quella sottilità d'ingegno che formava altre volte gli Demosteni e gli Euripidi, va presentemente a formare, non potendo altro, i Carreggiani, i Gottoni, i Maruzzi[10].

I Romani essi ancora hanno sortito dalla qualità del clima e da natura un genio riflessivo che gli rende capaci di formare e colorire di gran disegni, una longanimità o perseveranza che sola può venire a capo delle grandi intraprese[11]. E facilmente risorgerebbono tra loro gli Scipioni ed i Cesari, se aiutati venissero dalla forma della legislazione. La qual loro naturale abitudine si è per tanti secoli manifestata abbastanza nella finezza e profondità della loro politica, che gli faceva aver parte negli affari tutti che insorgevano tra' principi di Europa, e gli rese [p. 377 modifica]un'altra volta padroni del mondo. Talmente che fu detto da un grandissimo ingegno:

Rome, dont le destin dans la paix dans la guerre
Est d'ètre en tous les tems maitresse de la terre.

Dove al contrario chi potrebbe mai credere che i Cesari o i Demosteni venissero mai a sorgere tra i Lapponi o tra i Negri, quando anche i legislatori di quelle nazioni fossero un Platone od un Locke? Nella pigrizia de' campi settentrionali non crescono i Lapponi che all'altezza di due braccia, contrafatti e sparuti; sono già vecchi e vizzi in età di venti anni, e così torpido hanno l'ingegno che sformata la persona. E sotto la sfersa del sole troppo vicino, le idee dei Negri vengono a bollire in certa maniera e a fermentare insieme, e sfumano loro d'in mente. Talché sono quasi che del tutto poveri di quel tesoro di tutte le cose, di ciò che somministra materiali al ragionamento: la memoria.

Per quanta cura si possa mettere in Europa a coltivar le razze dei cavalli, faremo noi mai dei cavalli di Arabia? Quale è così industrioso e dotto giardiniere in Ollanda, che vegga nell'orto da esso lui coltivato due generazioni di broccoli romani? Perché mai l'Asia visse ella sempre quieta, come fa anche al dì d'oggi, sotto la tirannia degli Eunuchi e sotto il despotismo dei re, o dei Sultani, e l'Europa all'incontro si risentì sempre al solo nome di schiavitù, e prese l'armi per la libertà, se gli Europei non hanno da natura e indipendentemente dalle leggi un qualche vantaggio sopra gli Asiatici?

Ma quello che pruova meglio che ogni altra cosa la virtù dell'aria, del clima, del suolo, dei cibi, lo influsso in somma delle cause fisiche, è un certo carattere indelebile che si osserva avere improntato la Natura negli animi degli uomini che abitano certe contrade della terra, per quanto abbiano cambiato tra loro le leggi, il governo, la religione; benché in quelle contrade vi abbiano trasmigrato altri popoli di umore e di genio diversi da quelli che vi aveano anticamente la sede. Di modo che egli ben pare che a certo terreno rispondano negli abitanti [p. 378 modifica]suoi certe qualità naturali e proprie, che da qualunque sia causa morale non verranno del tutto ad essere ispente giammai. Non istarò già io qui a mettere in campo ciò che in proposito dei Napoletani racconta il Vasari nella vita di Giotto, come avendo un giorno il Re Ruberto chiesto a quel pittore che gli dipingesse il suo reame, Giotto gli dipinse un asino imbastato, che teneva a' piedi un altro basto nuovo, e fiutandolo faceva sembiante di desiderarlo; il che mostra come quel popolo sia sempre stato, dice egli, sopra ogni altra cosa vago di novità. Io metterò in campo esempi di molto maggior peso, i quali comproveranno sempre più quanto si è detto in proposito dei Romani e dei Greci: quella naturalezza che hanno i boari di Sicilia d'insegnare i loro amori alle selve, come aveano a' tempi di Teocrito; quell'ardore che mostrarono sempre gl'Inglesi per la libertà, a cui sacrificarono sino a' loro medesimi re, e quella picca che nutrirono in ogni tempo contro ai Francesi[12]; l'amore ch'ebbero sempre i Tedeschi per li belliconi, la osservanza delle ubbie e delle sorti come gente poco astuta e scaltrita, del che rende testimonianza Tacito insieme con la giornaliera esperienza[13]; la buona fede degli Spagnuoli tanto commendata da Giustino nel guardare i depositi ad esso loro confidati, a segno che sostennero bene spesso la morte per tenergli secreti[14]; qualità tuttavia in essi dominante, per cui avviene che prestando religiosamente il loro nome a mercanti forestieri, l'oro e l'argento del nuovo mondo approdi soltanto a Cadice, e di là si disperda in Inghilterra, in Ollanda, in Francia, in quei paesi alla industria de' quali convien che paghi tributo la Spagna.

Ma fra tutti gli esempî del carattere indelebile delle nazioni, il più illustre è quello che ne danno i Francesi, quantunque essi [p. 379 modifica]non discendano dagli antichi Galli, ma sieno una nazione di Tedeschi o di Franchi trapassati di Germania ad abitare quel tratto che è compreso tra le Alpi, i Pirenei, i due mari ed il Reno, i quali appunto diedero alle Gallie il moderno nome di Francia. Quale era un tempo quel popolo, tale né più né meno è ancora al di d'oggi; pieno di valore, ma impaziente dei disagi e incapace di lunghe fatiche e di disciplina, quale ce lo descrive Giulio Cesare, attissimo a imitare qualunque cosa gli venisse veduta; avente sopra tutto di sé medesimo la più grande opinione e delle cose sue milantatore non picciolo[15]; talmente al piacevoleggiare portato, che in tutte le cose guarda principalmente quel lato di esse che può muovere al riso; come Livio riferisce essere avvenuto in una assemblea gravissima de' loro stati[16] e come veggiamo avvenire tutto giorno ch'e' trovano bastante compenso e consolazione di ogni loro pubblica sventura in un bel motto o in una canzonetta, ch'e' vanno cantazzando contro a un capitano o a un ministro. Le prime loro zuffe sono più che da uomini, meno che da donne le seconde, nella fortuna della vittoria insolenti, nelle avversità scuorati e avviliti, dicevasi altre volte[17] il che pur si verifica a' nostri giorni. E più di ogni [p. 380 modifica]altra cosa si conferma la verità di quello che in proposito de' Francesi lasciò scritto Strabone. Tale, in sentimento di quel dotto viaggiatore, è la inconsiderata loro confidenza alla guerra, che tienti pur quieto per qualche tempo nel tuo campo, fa le viste di temergli, e sei sicuro di sorprendergli e di vincergli[18]. Così avvenne a Quistello in Italia e novellamente a Gravestein, dove le cose loro corsero tanto pericolo in Germania. E così era già avvenuto con più singolare e memorando esempio sotto a Pavia. Non ostante i replicati e indubitati avvisi ch'eglino ebbero del venir loro addosso il nemico e con grandi forze, non pensarono punto a riceverlo in quella funesta giornata[19] che finì con la prigionia di Francesco I e per cui pareva certa la rovina di Francia; se non che la fortuna di Casa d'Austria, [p. 381 modifica]risorta sempre quando più si trovò in fondo, ebbe anche in costume, quando fu per giugnere alle più alte cime, di rattenere la corsa.

Da quanto si è detto sino ad ora egli pare doversi raccogliere che in simiglianti quistioni il sistema temperato è di tutti il migliore; e che a formare l'indole e il genio delle nazioni influiscono le cause fisiche non meno che le morali, benché lo influsso di queste ultime sia senza dubbio di maggiore efficacia e virtù. Egli è forse impossibile il determinare quanta parte nelle qualità e ne' costumi di un dato popolo vi abbiano le une e quanta parte le altre, la esatta proporzione in che stanno fra loro, nel che consisterebbe la vera scienza. Ma se in quistioni di tal natura non si può da noi porre un giusto calcolo, dobbiamo esser contenti di poterne formare un ragione voi giudizio.

Note

  1. «Ferox genus, nullam vitam rati sine armis esse»: Lib. XXXIV, n. 17.
  2. «The latter <Creoles> have little of that firmness and patience, which makes one of the finest parts of the caracter of the native Spaniard. They have little courage, and are universally weak and effeminate... their general character is no more than a grave and specious insignificance»: An account of the European settlements in America, vol. I, [pp. 232, 233].
  3. «Iam M. Manlius unus agmine scandentes in Capitolium Gallos detrusit; et illis maioribus nostris cum haud dubiis Gallis in terra sua genitis res erat. Hi iam degeneres sunt; mixti et Gallograeci vere, quod appellantur. Sicut in frugibus pecudibusque non tantum semina ad servandam indolem valent, quantum terrae proprietas coelique, sub quo aluntur, mutat. Macedones, qui Alexandriam in Aegypto, qui Seleuciam ac Babyloniam, quique alias sparsas per orbem terrarum colonias habent, in Syros, Parthos, Aegyptios degenerarunt. Massilia, inter Gallos sita, traxit aliquantum ab accolis animorum. Tarentinis quid ex Spartana, dura illa et horrida, disciplina mansit? Generosius in sua quidquid sede gignitur; insitum alienae terrae, in id, quo alitur, natura vertente se, degenerai»: Tit. Liv., Lib. XXXVIII, n. 17.
  4. Βουλομένους δὲ τοὺς Πέρσας ἀντὶ τῆς ἑαυτῶν, οὔσης ὀρεινῆς xαὶ τραχείας, πεδιάδα xαὶ μαλακὴν χώραν λαβεῖν, οὐx εἴασεν <ὁ Kὺρος>, εἰπὼν ὅτι xαὶ τῶν φυτῶν τὰ σπέρματα xαὶ τῶν ἀνθρώπων οἱ βίοι ταῖς χώραις συνεξομοιοῦνται: Plut., Apophthegm. regum ac imperatorum, [p.3].
  5. Molti luoghi ci sono negli antichi autori, in Giovenale specialmente e in Orazio, i quali mostrano che il freddo era altre volte maggiore in Roma che non è presentemente. La ragion della presente maggior temperie dell'aria la attribuiscono allo essersi sboscata ne' moderni tempi la Germania e la Polonia, onde avviene che quelle terre essendo ora penetrate da' raggi del sole riscaldino maggiormente la soprastante atmosfera, dal che vengono a perdere alquanto del loro vigore i venti grecali (Nort-Est), apportatori del freddo in Italia.
  6. Vedi Vasari e Condivi, Vita di Michelagnolo.
  7. τὸ δὲ λοιπὸν γένος τὸ ἐν τῇ Εὐρώπῃ: [Ippocrate, De aere loc. et aquis, p. 76].
  8. xαὶ τἄλλα τὰ ἐν τῇ γῇ φυόμενα πάντα ἀκόλουθα ἐόντα: Id., ibid., in fine [p. 78].
  9. "Hμισυ γάρ τ' ἀρετῆς ἀποαίνυται
    . . . . . . . . . . δούλιον ἦμαρ.

    in Odyss., 17, 322 [e XIV, 340]).

  10. «The Athenians have perhaps to this day more vivacity, more genius, and a politer address than any other people in the Turkish Dominions. Oppressed as they are at present, they always oppose with great courage and wonderful sagacity every addition to their Burden, which an avaricious or cruel Governor may attempt to lay on them. During our stay they by their intrigues drove away three of their Governors for extortion and maladministration; two of whom were imprisoned and reduced to the greatest distress. They want not for artful Speakers and busy Politicians so far as relates to the affairs of their own City; and it is remarkable enough, that the Coffee-House which this species of men frequent, stands within the precincts of the ancient Poikile... The Athenians are great lovers of Music, and generally play on an Instrument, which they call a Lyra, tho' it is notmade like the ancient Lyre, but rather like a Guitar or Mandola. This they accompany with the voice, and very frequently with extempore verses, which they have a ready faculty of composing»: The Antiquities of Athens by James Stuart, vol. I, Description of the general view of Athens etc. [p. x].
  11. «Nihil autem est tarn arduum sedulitati humanae, ad quod Italici acuminis praestantia non tollatur... longi quoque laboris speique patientes»: Io. Barclaii, Icon animorum, cap. VI, [pp. 153, 154].
  12. «Iam vero principum filios liberalibus artibus erudire, et ingenia Britannorum studiis Gallorum anteferre, ut qui modo linguam Romanam abnuebant, eloquentiam concupiscerent»: Tacitus in Agricola, [21].
  13. «Diem noctemque continuare potando nulli probrum <est> [...] Auspicia sortesque, ut qui maxime, observant [...] Gens non astuta, nec callida»: De moribus Germanorum, [22; 10; 22].
  14. «Saepe tormentis pro silentio rerum creditarum immortui; adeo illis fortior taciturnitatis cura quam vitae»: Lib. XLIV, cap. II.
  15. «Nam ut ad bella suscipienda Gallorum alacer ac promptus est animus, sic mollis ac minime resistens ad calamitates perferendas mens eorum est»: Caesar, De Bello Gall., Lib. III, [19]. «Summam imperii se <Vercingetorigem> consulto nulli discedentem tradidisse, ne is multitudinis studio ad dimicandum impelleretur: cui rei propter animi mollitiem studere omnes videret, quod diutius laborem ferre non possent»: Id., De Bello Gall., Lib. VII, [20]. «Magonem inde cum expeditis Numidis cogere agmen, maxime Gallos, si taedio laboris longaeque viae (ut est mollis ad talia gens), dilaberentur aut subsisterent, cohibentem»: Liv., Lib. XXII, n. 2. «Ut est summae genus solertiae, atque ad omnia imitanda atque efficienda quae ab quoque traduntur, aptissimum»: Caesar, De Bello Gallico, Lib. VII, [22]. «Nam quae ab reliquis Gallis civitates dissentirent, has sua diligentia adiuncturum, atque unum consilium totius Galliae effecturum; cuius consensu ne orbis quidem terrarum possit obsistere»: Id., ibid., [29].
  16. «Tantus cum fremitu risus dicitur exortus, ut vix a magistratibus maioribusque natu iuventus sedaretur»: Liv., Lib. XXI, n. 20.
  17. «Gallos primo impetu feroces esse, quos sustineri satis sit... Gallorum quidem etiam corpora intolerantissima laboris atque aestus fluere, primaque eorum praelia plus quarn virorum, postrema minus quam foeininarum esse»: Tit. Liv., Lib. X, n. 28. «Iam usu hoc cognitum est, si primum impetum, quem fervido ingenio et coeca ira effundunt, sustinueris, fluunt sudore et lassitudine membra, labant arma; mollia corpora, molles, ubi ira consedit, animos, sol, pulvis, sitis, ut ferrum non admoveas, prosternunt»: Id., Lib. XXXVIII, n. 17. «Gallis Insubribus et his accolis Alpium, animi ferarum, corpora plus quam humana erant: sed experimento deprehensum est, quippe sicut primus impetus eis maior quam virorum est, ita sequens minor quam foeminarum, Alpina corpora humenti coelo educata, habent quiddam simile cum nivibus suis; nam inox ut caluere pugna, statim in sudorem eunt, et levi motu, quasi sole, laxantur»: Florus, Lib. II, cap. IV. ὑπὸ τοιαύτης δὲ κουφότητος ἀφόρητοι μὲν νικῶντες, ἐκπλαγεῖς δ' ἡττηθέντες ὁρῶνται: Strabo, Lib. IV, [197].
  18. διὰ δὲ τοῦτο ἐρεθισθέντες μὲν, ἀθρόοι συνίασι πρὸς τοὺς ἀγῶνας xαὶ φανερῶς, καὶ οὐ μετὰ περισκέψεως. ὥστε καὶ εὐμεταχείριστοι γίνονται τοῖς καταστρατηγεῖν ἐθέλουσι: ibid., [195], «Argumento sit ciades Romana: patentem cepere urbem; ex arce Capitolioque his exigua resistitur manu. Iam obsidionis taedio vieti abscedunt, vagique per agros palantur cibo vinoque raptim hausto repleti. Ubi nox appetit, prope rivos aquarum sine muniinento, sine stationibus ac custodiis, passim ferarum ritu sternuntur, nunc ab secundis rebus magis etiam solito incauti»: Liv., Lib. V, n. 44.
  19. «Questo esercito mi pare piuttosto pieno d'insolenza, che di valore. Non so se la libertà della loro natura lo causi, o il poco giudicio che io ho delle cose della guerra mi faccia così parere... Gl'inimici s'avvicinano; e più potenti in effetto di ciò che pubblica la fama; né però veggio alcuna mutazione negli animi di costoro»: Lettere di Bernardo Tasso, vol. I, [lett. 3, p. 24] ed. Com., Al Conte Guido Rangone, dell'esercito francese sotto Pavia. E in un'altra lettera al medesimo: «Ancorché l'avviso di V. S. venga da persona di molta autorità e degna di molto credito, e che molti giudici che si hanno degli andamenti de' nemici lo confermino, nondimeno S.M. in alcun modo non vuole credere che lo debbano venire a combattere. E dubito che questa sua opinione non abbia alcun fondamento di ragione; e che il troppo desiderare che così sia, le faccia credere che non possa essere altrimente. La qual credenza causa ancora che non usi quella cura e diligenza in guardarsi che merita il tempo e la occasione... Io vedo questo campo con quel poco ordine che era quando i nemici erano lontani; né a questa troppa sicurtà so dare altro nome che imprudenza o temerità», [vol. I, lett. 4, p. 25].