Saggio sulla rivoluzione/Capitolo IV

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Capitolo IV.

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Capitolo Quarto



XIII. Italia e Francia. — XIV. I partiti in Italia. — XV. Il comitato nazionale e Giuseppe Mazzini. — XVI. Insurrezione. — XVII. Dittatura.


XIII. Il volgo, il quale senza esaminare minutamente le cose, giudica dalla fallace apparenza di esse, considera la Francia e l’Inghilterra come le due nazioni, dalle quali debbono partire gli impulsi, che sospingeranno i popoli ad un migliore avvenire: quasichè la rigenerazione politica-sociale dipendesse dal progreso industriale di esse. Per non dilungarci soverchiamente su tale argomento, e perchè cotesta missione rigeneratrice si attribuisce alla Francia più che all’Inghilterra, noi faremo paragone fra la prima di queste due nazioni e l’Italia. La rivoluzione francese del 1789 fu una grandiosa esperienza, che mise a nudo la poca importanza delle varie forme di governo relativamente ai mali che la società ammiseriscono. Coloro che governarono quella rivoluzione, cercarono guarentire la libertà, proponendosi a modello Grecia e Roma, e mostrarono ignorare affatto quelle storie. Se con maggiore oculatezza avessero cercato le cagioni di quello splendore, le avrebbero scorte ne’ rapporti sociali, nello stato economico di que’ popoli, per cui legavasi strettamente l’utile pubblico al privato; ed in quelle forme di governo, credute origine d’ogni bene, avrebbero riscontrato la causa della non tarda ruina di quelle nazioni. [p. 133 modifica]Se avessero fatto studio sui tanti esperimenti che fecero que’ popoli, e tutti invano, per impedire l’usurpazione di chi reggevali; se avessero meditata la storia di un’epoca meno remota, quella degl’italiani del medio evo, che pel loro stato economico, religioso, morale, si rassomigliavano ai francesi più che i greci ai romani, ai sarebbero convinti facilmente come sia cosa impossibile limitare l’abuso ed evitare il despotismo, allorchè delegasi a pochi la sovranità ed il potere che risiede in tutti, e per sollecitudine delle forme lasciasi sfuggire la sostanza delle cose.

La Francia al novantatrè subì l’esperienza medesima, che già avevano subito gli italiani nel medio evo. I nobili, domati dal regio potere, avevano smesse le armi, ed il re aveva vinto un rivale, ma perduto un sostegno. Intanto come in Italia il popolo, combattendo a difesa del papa, conobbe di avere diritti, così in Francia, assumendo la difesa del re, imparò a difendere sè stesso. Parteggiando pel re, egli credette migliorare, ma svincolato dalle strette del feudalismo, videsi abbandonato, privo di mezzi ed appoggi, in una lotta ineguale coi ricchi; sospinto dai suoi dolori rovesciò il trono; in tal modo la rivoluzione si compì, rivoluzione, che, come quella del mille in Italia, fu il trionfo del comune sul medio evo. Agli italiani bastarono sei secoli per cangiare in popolare il barbaro reggimento, ai francesi ne bisognarono quattordici. L’unità, l’indipendenza assoluta, le superstizioni del cristianesimo scrollate, il prestigio de’ nomi caduto, resero, all’estremo, la Francia più maestosa dell’Italia; furono idee, non famiglie, che parteggiarono il popolo. Ma la stessa unità, la minore energia della plebe, lo spirito di libertà poco comune, insomma lo spirito repubblicano, universale in Italia, e difettivo in Francia, e per contro le tradizioni della monarchia fortemente sentite, distrussero in dieci anni [p. 134 modifica]tutte quelle conquiste del popolo, che gli italiani conservarono per quattro secoli.

La rivoluzione francese scosse dal loro letargo i popoli d’Europa, ed il governo, che i moderni chiamano rappresentativo, fu la barriera, l’ostacolo che gl’impotenti troni opposero all’esigenze del popolo. Abbiamo parlato abbastanza largamente di una tal forma di governo, quindi non è mestieri ritornare sull’argomento; diremo solo che da tale epoca cominciò a germogliare l’ulcera che minaccia di cancrena l’Europa. Intanto l’industria, il commercio, le scienze progredirono; il secolo XIX venne chiamato il secolo del progresso, ed i dottrinarli credettero, o loro convenne credere, che, sotto tale reggimento si compisse gradamente l’educazione del popolo, navigandosi a vele spiegate verso la libertà; strana aberrazione, o strana menzogna. Il secolo decimonono sarà famoso nei fasti dell’umanità, non già per la servile e codarda schiera dei dottrinanti scaturiti dal suo seno, ma perchè in tal epoca il socialismo, d’aspirazione fattosi sentimento ebbe partito, ed avrà attuazione.

La grandezza, la dignità della nazione non va misurata dal numero dei libri che in essa si pubblicano, come la dottrina non è la sola qualità, che determina il conto in cui debba tenersi un individuo. Un dotto, che pone la sua penna a disposizione del maggiore offerente, lambisce la mano che lo sferza, bacia le catene che l’avvincono, e con facile viltà maledice chi cade, nè mai osa di biasimare il potente, non può certamente preferirsi ad un ignorante, che, domo dalla forza, guarda torvo l’oppressore, minaccia ne’ ferri, nè lasciasi intimorire dalla spada, nè dall’oro corrompere; il primo sarà un uomo culto ma degradato, il secondo rozzo ma pieno del sentimento della propria dignità; nell’uno possiamo rappresentare il basso impero e l’Italia al secolo de’ Medici; nell’altro la Roma dei [p. 135 modifica]Scevola, e l’Italia del mille; nel primo possiamo scorgere l’odierna Francia, nel secondo l’Italia moderna. Colui che si crea un padrone è schiavo per natura, chi lo subisce non è che disgraziato.

Se i rivolgimenti avvenissero in ragione de’ libri, non sarebbe stata la Sicilia la prima ad iniziare i moti del 48, nè la dotta Germania sarebbesi rimasta quasi inerte fra l’universale sconvolgimento. Quali dotti contava la Grecia all’epoca della sua memorabile rivoluzione? Gli Hoche, i Moreau, i Kleber, i Marco Botzari, i Canaris.... eroi da rivoluzione e non già da poltrona, non sono parto di dottrine. Primogeniti di queste sono i Guizot, i Thiers. La probabilità di un rivolgimento è in ragione diretta dei mali che opprimono il popolo e del grado d’energia che esso conserva. Faremo studio su ciò onde discernere se in Italia l’abilità al moto sia minore che in Francia.

In Italia, come in Francia, la vita pubblica è difettiva, non curato l’utile nazionale, a cui viene sempre preposto l’utile privato. La vita pubblica de’ moderni consiste nelle geste da romanzo, che la gioventù si propone nel suo esordire; una brillante comparsa, come dicono i Francesi, dans les tourbillons du monde, è l’ambizione de’ moderni eroi, de’ lions, è la gloria che per essi adegua, anzi sorpassa quella de’ Scipioni, e de’ Marcelli. All’operosità succede il riposo, il lion si trasforma e comparisce nel mondo sotto il carattere d’homnie blasé. Il lion ama i rischi del duello, di una corsa a cavallo e... ma si guarda bene dal mischiarsi in politica; se le barricate ingombrano le strade, chiudesi in casa curandosi poco dell’esito della lotta, ed aspetta tranquillo quando les affaires ont repris, per essere richiamato all’azione. Allora si fa di nuovo ad usare in quelle numerose brigate ove lo scambio degli affetti è impossibile, ed in quei teatri [p. 136 modifica]ove con mostruosi drammi si tenta invano scuotere la placida e logorata fibra dell’annoiato ascoltante. In Italia i lions, i grandi ridotti, quel genere di produzioni teatrali sono piante esotiche. Ci sforziamo, egli è vero, di affettare i medesimi gusti, e farci imitatori degli oltremontani, ma fortunatamente con pochissimo successo. Quanto ristretto è il numero de’ romanzi e dei romanzieri in Italia. E perchè? mancano forse gl’ingegni?!... o la favella, come alcuni asseriscono, non prestasi a tali letterarie produzioni? mai no; se esse venissero chieste dalla pubblica opinione, tutte le difficoltà sarebbero superate, nè la tirannide le interdice. Ma quello poi che maggiormente ridonda a gloria nostra si è che i pochi romanzi italiani sono quasi tutti di fama imperitura, quasi tutti hanno uno scopo politico, ed i più accreditati fra essi, come l’Assedio di Firenze, Nicolò de’ Lapi, Ettore Fieramosca,... suscitando un torrente di affetti patrii, affogano, attutiscono ogni affetto privato.

Il prestigio del fasto è immenso in Francia; in Italia abborrita la pompa. Perciò gradirono i Francesi il brillante corteggio di Bonaparte, più che la semplicità del provvisorio del 48, e di Cavaignac. In Italia, per contro, il modesto vivere di Mazzini e di Manin riscossero plauso ed universale simpatia.

La superstizione religiosa, in Italia come in Francia, non esiste che fra le donnicciuole; la religione è ridotta ad atti esterni, è una abitudine, non già un sentimento; e sentimento religioso vi fosse ancora al giorno d’oggi, la sua sede sarebbe in Francia e non già in Italia. Proudhon rinnegava la storia scrivendo Le bigot italien; egli non rammentavasi come i francesi, da Carlo Magno, sono stati sempre i difensori del papa, non per ragione di stato, ma per fanatismo; ed i nemici de’ pontefici sono stati e sono gl’italiani, ai quali è riserbato d’inaugurare il trionfo su tutte le idee religiose. [p. 137 modifica]

Si eccettui il Piemonte, in cui, per soverchia docilità del popolo, il reggimento costituzionale dura, nelle altre parti d’Italia non ha potuto gettare le sue barbe; la violenza, la corruzione non sono bastate in Napoli, in Roma, in Toscana ad ottenere una camera suddita del ministero. Troverete in queste provincie satelliti afferrati ed impudenti della tirannide, ma quei trafficanti in politica, pronti ad inchinarsi ai fatti compiuti, non esistono, feccia e non cima di società, come essi si compiacciono credere; in Napoli sonovi i Windishgratz e gli Haynau, ma invano si cercano i Magnan, i Saint-Arnaud, i Maupas... Gli ex-triumviri, gli ex-ministri, gli ex-generali italiani vivono tutti nella indigenza, mentre non trovasi in Francia, un ex-impiegato, che non abbia sa petite fortune.

Secondo il proprio stato, i proprii bisogni, le proprie inclinazioni producono le nazioni gli uomini che le rappresentano, e viceversa dal carattere di questi uomini potrà inferirsi lo stato in cui esse si trovano. E se non volesse considerarsi come passaggiero il presente stato della Francia, in vedendola padroneggiata dai Guizot, da’ Magnan, da’ Saint-Arnaud, da’ Bonaparte — bisognerebbe conchiudere, che essa si dissolve, e che le ultime virtù rivoluzionarie sonosi spente con Armand Carrel. In Italia, per contro, si trovano esseri spregevoli; ma non sono che i rappresentanti de’ varii governi locali, vicini a ruinare; mentre la nazione intera non onora, non apprezza nè costoro, nè i dottrinanti che predicano rassegnazione, ma i martiri suoi. Quindi essa è nazione, che sente il peso de’ proprii mali, che onora quelli che danno la vita per combatterli, e dal martirio alla battaglia non havvi che un passo.

L’attacco di 170 mila stranieri contro Italia divisa, quasi non bastò per ristabilire il despotismo; essi per vincere hanno dovuto ricorrere eziandio al raggiro ed [p. 138 modifica]alla menzogna. Tre battaglie, quattro assedii, sessanta combattimenti, tre città messe a ferro e fuoco, sono i gloriosi monumenti di nostra resistenza; mentre gli esuli, i prigioni, le vittime che muoiono col nome d’Italia sulle labbra sono la nostra continua e gloriosa protesta. Come difese Francia la sua libertà? un pugno di compri francesi, in poche ore, da libera la fanno schiava; e la nazione, ben lungi dal resistere, col suffragio universale sancisce l’usurpazione ed appoggia la spregevole tirannide. Come negare che i rivolgimenti avvenuti in Francia, il 1830, il 48, il due dicembre, sieno l’effetto d’una vittoria ottenuta da un ristretto partito in Parigi? Essi somigliano moltissimo alle congiure di palazzo del basso impero, a cui non prendevano veruna parte le popolazioni delle provincie; mentre in Italia, non v’è movimento che non trovi un eco in tutte le valli dell’apennino.

Tre volte nel breve spazio di cinquanta anni, la Francia è stata arbitra de’ suoi destini, tre volte da sè medesima si è foggiata le catene, mentre, se non vi fosse stato intervento straniero, l’Italia, forse, sarebbe libera da molto tempo. I gusti adunque, i costumi, i fatti la dimostrano meno indifferente a’ suoi mali, meno degradata che Francia; quindi maggiore probabilità di risorgere, accresciuta eziandio dal desiderio ardente, che sente ogni italiano, di conquistare la propria nazionalità, efficace movente di cui difettano i francesi, perchè credono possederla.

Esaminate le forze che sospingono al moto, ci faremo a studiare quelle che resistono. La nobiltà, la borghesia, i preti, gli impiegati d’ogni genere, un forte e numeroso esercito, sono una base di granito, che in Francia sorregge ogni genere di despotismo; ma ove sono queste forze in Italia? La più famosa nobiltà italiana, la vera nobiltà feudale venne distrutta al sorgere dei [p. 139 modifica]comuni; solo nell’Italia cistiberina durò ancora lungamente, ma fu in continua lotta col trono. Doma da Federigo, riprese vigore per l’avarizia degli Angioini; di nuovo perseguitata dagli Aragonesi, durante il regno del perfido Ferdinando d’Aragona, fece l’ultimo sforzo con la famosa congiura. Dieci Baroni de’ più famosi lasciarono la vita sul palco, altri fuggirono, furono occupate le loro castella, disarmato il vassallaggio. I discendenti non ebbero più forza; e per tradizione, e pel continuo cangiare della dinastia regnante essi non furono mai gli amici del re; undici nobili di primo rango perirono nel novantanove come repubblicani; fra questi il formidabile campione della libertà, Ettore Carafa conte di Ruvo. In Piemonte la nobiltà non conta che i fasti di sua docile servitù, nobiltà di secondo rango, perocchè i grandi feudatarii si estinsero successivamente, e sulle loro ruine s’innalzò il trono di Casa Savoia. I numerosi titolati, che brulicano nei varii stati d’Italia, sono nobili nuovi, ovvero non nobili (nè formano casta), i cui privilegii li lega per utile proprio al trono; sudditi, come il resto de’ cittadini, sono regii se percepiscono stipendio, liberali in caso contrario. I veri nobili d’Italia sono i patrizii delle varie repubbliche, ed in primo luogo i veneziani, e cotesta nobiltà potrà essere municipale e non regia. La borghesia italiana, non solo non sostiene, ma odia i presenti governi, e se non è sollecita al muovere, non avversa i movimenti. I preti, non essendo salariati come in Francia, contano moltissimi liberali, ed anche soldati della libertà. Infine possiamo conchiudere che se togli dall’Italia gli stranieri, l’appoggio dei troni riducesi alla codarda schiera degli impiegati e dei poliziotti.

Solo in Napoli ed in Piemonte havvi un esercito, ma esso non si è mostrato in certe circostanze, [p. 140 modifica]inaccessibile alla brama di libertà. Quindi la tirannide non si sostiene che in virtù di forze straniere; aggiungi, le tradizioni degli italiani repubblicane tutte, quelle dei francesi regie, e potremo senza errore conchiudere che l’esercito conservativo, potentissimo in Francia, in Italia quasi non esiste.

La sola cosa, che in apparenza favorisce la Francia, è lo scorgere, che in essa le idee di riforma sociale sono più generalmente sentite, sono già sorrette sulla bandiera d’un partito. Ma questo partito non è reciso ne’ suoi concetti e nella sua propaganda; lo stesso Proudhon spera accordare l’utile del proprietario a quello della borghesia; tutti sono, nella pratica, dubbiosi e timidi.

I riformatori, che svolgono le dottrine, foggiano sistemi, altro non fanno che delineare la prima orditura, che stabilire de’ principii; un numero ristrettissimo di persone s’inspirano ne’ loro volumi, e questi volumi possono dirsi un retaggio europeo. Ma nulla apprende il numeroso volgo, chè, eziandio le cose volte a migliorare la sua condizione e minorare la sua fatica non le accetta che stretto dall’estremo bisogno, e non si lascia convincere se non dal fatto. I giornali, i ragionamenti e le corrispondenze pubbliche o private, gli scopi che si propongono, le congiure, le persecuzioni, le vittime, gli avvenimenti, sono quella serie di argomenti per cui le astrazioni de’ riformatori divennero concetti popolari. I discorsi di Proudhon all’assemblea, i suoi articoli sul giornale da esso redatto, le lezioni di Louis-Blanc al Lucemburgo, le manifatture nazionali, le barricate del Luglio, hanno formato la propaganda, la quale cominciò a trasfondere nelle masse il socialismo; il popolo forse non ha compreso il significato dell’ordinamento del lavoro, ma sa di essersi battuto per esso, e quindi può non sembrargli strano il ritentare l’impresa. [p. 141 modifica]

Il due dicembre ha spaventato ogni partito; tutti avrebbero desiderato far tregua alle contese onde abbattere il nemico comune, i socialisti tacquero ed hanno quasi perduto il terreno che avevano guadagnato. Le dicerie pubblicate dai rivoluzionarii francesi non sono vuote declamazioni. Non si scrutano i varii rapporti, non si dimostra al minuto popolo quale sarebbe l’avvenire, che, volendo, può conquistarsi: coloro sono formalisti e non altro. Tutti, si eccettui Proudhon, persistono nel grave errore di pretendere iniziare le riforme dall’alto al basso; imporle al popolo, e non farle sorgere spontanee dal basso in alto; e siccome ogni caporale di partito credesi il solo atto a praticare le proprie idee, che egli crede le sole vere e giuste, tutti si fanno propugnatori della dittatura, perchè ognuno la spera per sè, non per ambizione, ma pour faire le bien, dicono i francesi, per educare il popolo, dicono gli italiani; epperò, comecchè il moderno socialismo fosse nato in Francia, non è la Francia più innanzi dell’Italia nella pratica di tali dottrine. Inoltre il compimento della sociale riforma deve in Francia superare ostacoli assai maggiori che in Italia, e perchè il grande sviluppo dell’industria, accumulando grandi capitali, ha creato potenti e numerose forze che resistono; e perchè bisogna ridonare la vita al comune, spenta affatto dall’unità francese, mentre in Italia essa è latente, ma vigorosa e pronta a svilupparsi. Quindi non solo l’Italia ha in sè probabilità di moto maggiori che la Francia, ma la soluzione del problema sociale è molto più facile ed omogenea all’Italia che alla Francia.

Seguiamo il confronto fra le due nazioni, e cerchiamo discernere per quale delle due, ammesso il moto, è più facile il successo. Parigi è la sola città della Francia ove l’insorgere è possibile; ivi, egli è vero, sono raccolti grandi mezzi di resistenza, ma il popolo parigino [p. 142 modifica]è numeroso ed arrischiato, il vacillare delle soldatesche facilissimo in una sì grande città; quindi facile la vittoria, che menerà un partito al potere. La Francia pensa ed opera come Parigi; a Carlo X succede Luigi Filippo, a questi la repubblica, poi Cavaignac, Bonaparte, l’Impero... ed in tutti questi cangiamenti, solo di nomi, la Francia intera si rimane tranquilla. Cangiano i pubblici funzionarii, più per premiare i partigiani del nuovo potere, che per punire quelli del caduto, pronti sempre ad inchinarsi al vincitore, tanto è cieca la disciplina. Ubbidienza a chi comanda è la formola che regge la Francia intera, il re, il governo provvisorio, il presidente, l’imperatore.... qualunque, infine, sia il nome del potere che siede sovrano a Parigi, esso disporrà arbitrariamente delle forze di tutta la nazione. Fra i moderni, i suoi ordini militari sono ottimi, le schiere istrutte e consumate a fatica, il francese per indole prode e facile all’esaltazione, le tradizioni militari brillanti e recenti, la fiducia nelle proprie forze grandissima, quindi egli è formidabile, rispettato. Dopo l’esempio del 93 nessuna potenza d’Europa attaccherà la Francia per sostenere un partito: anzi tutti gli stati crederanno di avere ottenuta una grande vittoria, se, dopo un rivolgimento, la Francia si rimane nelle sue frontiere. Per essa, adunque, il cangiar forma di governo è un fatto il quale con pochissimo rischio compiesi in pochi giorni. Ma quale è il vantaggio di tali rivolgimenti? sotto altre vesti, forse più luride, il despotismo è permanente.

La forza cade nelle mani di uomini che, parlando libertà, si sostituiscono al despota, ne calcano le orme, ne seguono il sistema, e fannosi scudo, contro i cittadini, di quell’esercito stesso, che pochi istanti prima riguardavano loro nemico. Inesperti nel trattare un tanto terribile strumento di tirannide, ne rivolgono contro [p. 143 modifica]loro medesimi le offese; un soldato o il discendente di un soldato, legittimo possessore e vero rappresentante del diritto della forza, impone silenzio al loro importuno garrire, e col piatto della sciabola li caccia ignominiosamente di seggio. Quando dittatura vi è in un paese, questa non può essere che militare, e se tale non la crea la nazione, essa per la natura stessa delle cose tale diventa; sono vani gli ostacoli, i raggiri dei curiali per garantirsi. Di un tal genere di rivolgimenti, cioè ad una fazione sostituirne un’altra al potere, la Francia può compierne uno l’anno; all’Italia sono impossibili. Ci faremo a dimostrarlo.

Non già in una sola città italiana, ma in ognuna d’esse, perchè piene di vita municipale, potrebbesi iniziare un movimento, ma con poca speranza di successo. L’Italia intera seguirà l’esempio, ma senza unità; gli uomini nelle cui mani, in ogni regione, verrà affidato il potere, non vorranno sottomettersi gli uni agli altri, ed ogni stato, forse ogni comune, spererà salvezza isolando la propria causa. Ma poniamo il caso, che gli italiani, resi dotti dalle passate vicende, affidassero ad un centro comune la somma delle cose; questo governo unico, a quanti bisogni deve provvedere, e prontamente provvedere? Insorgere e vincere le prime prove non basta agli italiani; essi debbono combattere una delle più formidabili potenze militari, che possiede in Italia una munita e forte base d’operazione, alla quale s’appoggia un numeroso esercito; quindi è forza che, ad onta del difetto di milizie e di armi, un esercito italiano sorga in un baleno numeroso e compatto. Come provvederà il governo?... ricorrerà al terrore? Coloro i quali credono, che un illusorio potere, concesso da pochi ad alcuni uomini, possa far loro abilità di comandare d’un capo all’altro l’Italia, s’ingannano; essi conoscono l’Italia, come può conoscerla un francese o un inglese, i quali giudicano dal proprio l’altrui paese. [p. 144 modifica]

La formola ubbidienza a chi comanda, che ora regge la Francia resse eziandio l’Italia, nel secolo passato e ne’ due precedenti; ma il concetto del risorgimento italiano, fatto sentimento, dal quattordici, cangiolla. Il costume che ora dalle Alpi al Lilibeo hanno i popoli italiani, è, sempre che lo possano, resistenza a chi comanda, nè esso può cangiarsi in un istante. Il terrore produrrebbe l’immediata reazione, favorevole al nemico già accampato fra noi: le passioni in Italia non sono tiepide; la forza medesima di esse rese gli italiani padroni del mondo, e ne fa un popolo ch’è assai difficile governare. Ed ammessa l’ubbidienza, cosa valgono que’ battaglioni per forza raccolti? ne’ tumulti ardenti, sono codardi in ordinate battaglie. La Francia stessa, su cui il terrore ebbe grandissimo successo, non ebbe esercito prima del 94; per cinque anni rimase esposta ai colpi nemici, fu salva non già per propria virtù, sì per gli errori di quelli. Ma l’Italia non può sperare tale fortuna; appena qualche mese sarà concesso all’insurrezione italiana, per poi trasformarsi in esercito.

Inutile, inefficace, ruinoso è il terrore in Italia. Quali mezzi rimangono, adunque, agli uomini eletti a governarla in sì difficile emergenza? Uno solo: fare un fervido e continuato invito al paese, e proporre i mezzi come provvedere a tutto; dico proporre, imperocchè, non potendo abusare della forza, i comandi non si ridurrebbero che a semplici proposte, il cui risultamento dipenderà dalla volontà del paese, epperò dalle cagioni, che determineranno questa volontà.

L’odio ai presenti governi, bastante ad insorgere, trionfata l’insurrezione, s’ammorza, quindi bisogna, suscitare una passione, onde bilanciare i rischi e gli stenti della guerra. Il desiderio di libertà, d’indipendenza, l’amor della patria, hanno forza grandissima nei cuori di quella balda ed intelligente gioventù, che [p. 145 modifica]è sempre prima ad affrontare i pericoli delle battaglie, ma essi soli non bastano; l’Italia trionferà quando il contadino cangerà volontariamente la marra col fucile; ora, per lui, onore e patria sono parole che non hanno alcun significato, qualunque sia il risultamento della guerra, la servitù e la miseria lo aspettano. Chi può, senza mentire a sè medesimo, affermare, che le sorti del contadino e del minuto popolo, verificandosi i concetti de’ presenti rivoluzionarii, subiranno tal cangiamento da meritare le pene ed i sacrifizii necessari a vincere? Il socialismo, o se vogliasi usare altra parola, una completa riforma degli ordini sociali, è l’unico mezzo, che, mostrando a coloro che soffrono un avvenire migliore da conquistarsi, li sospingerà alla battaglia. Quindi, le difficoltà che presenta la guerra del nostro risorgimento, i numerosi nemici, l’indole italiana assai difficile a governare, la vita municipale prima a manifestarsi nelle rivoluzioni, il costume, omai reso seconda natura, di resistere a chi comanda... costituiscono il fato della nazione; inesorabilmente le è segnato il destino. Schiavitù o socialismo; altra alternativa non v’è.

Poniamo ora il caso che in un rivolgimento il popolo italiano vegga la possibilità di migliorare il suo avvenire, ed animato da una passione forte e popolare, che unifichi e determini la sua volontà e la sua azione, corra volenteroso incontro al nemico; e facciamoci a ricercare, seguendo il paragone con la Francia, se i suoi mezzi materiali sieno tali da vincere.

La Francia, avanti la rivoluzione, contava 250 mila uomini, dei quali 10 mila erano milizie dorate della corte, sparite con essa; 77 mila erano battaglioni provinciali; 20 a 25 mila stranieri; quindi i soldati regolari nazionali si riducevano a 150 mila. In Italia, ammessa una rivoluzione universalmente sentita, che ne raccolga le forze sotto la stessa bandiera, non [p. 146 modifica]manca certamente un tal numero di soldati. Aggiungi che li abusi, dopo quell’epoca riformati, hanno reso gli eserciti più mobili e più compatti, e 150 mila uomini in oggi valgono assai più che 150 mila uomini in allora, e la superiorità di ordini e d’istruzione, che avevano gli eserciti alemanni sul francese, nel caso nostro non esiste, perocchè gli eserciti stanziati, all’epoca presente, si pareggiano in Europa. Le schiere francesi rimasero quasi dissolte pel numero rilevante d’ufficiali che seguirono le sorti del re; in Italia, per contro, probabilmente non se ne avrebbe che alcuno. Quindi le nostre forze materiali, possiamo dirlo, sono per numero ed ordinamenti superiori a quelle che possedevano i francesi al cominciare della rivoluzione.

Negare agli italiani il primato nelle armi, è negare la storia, che perciò siamo venuti rammemorando nel primo saggio. La nostra temperie fornita di una quantità sufficiente, ma non eccedente, di sangue igneo accoppia il sangue all’ingegno, qualità che spesse volte si escludono; l’italiano discerne il pericolo, studia il proprio vantaggio, ed opera. Se noi siamo degeneri dagli antichi, lo sono dal pari gli altri popoli d’Europa; quindi il vantaggio che deriva dall’indole nostra, dono della natura, rimane il medesimo. Ma il valore individuale non ci viene negato, tutti sono convinti che un italiano valga assai più, o almeno quanto un francese. Ci faremo a discorrere del valore delle soldatesche.

Un contadino che difende il suo tugurio con coraggio da leone, un brigante che combatte valorosamente la sbirraglia, può, fatto soldato, mostrarsi codardo, perchè non vede la ragione, non sente la necessità di arrischiare la propria vita; e qualunque sia la severità della disciplina, le pene da cui viene minacciato non controbilanciano mai i perigli immediati della [p. 147 modifica]battaglia. La disciplina, bastante a rendere il russo e l’inglese ottimo soldato, non basta, con diverse gradazioni, all’italiano, al greco, allo spagnuolo, al francese eziandio; questi popoli debbono combattere sotto il pungolo d’una passione che li esalti; questi popoli hanno troppo discernimento per sacrificarsi come ciechi strumenti dell’altrui volontà. I Suliotti di eroico valore fra le loro montagne, arrolati dalla corte di Napoli come soldati, non corrisposero alla fama che era corsa di loro; al 99 l’esercito napoletano fugge, ed il popolo napoletano combatte strenuamente il nemico in ogni vallata; Capua difesa da un esercito, e la fortissima Gaeta, non indugiano la marcia dello straniero, che vede in periglio la sua facile vittoria innanzi alla città di Napoli, aperta e priva di ogni genere di milizia. Non appena in Francia cessa il feudalismo, ed ai guerrieri feudali, guerrieri eroici, successero le regie milizie, i francesi perdettero il primato nelle armi, i lanzi e gli svizzeri vennero a loro preferiti. Fate paragone tra le gesta dei francesi durante la guerra dei sette anni e quelle durante la guerra della rivoluzione, e scorgete quanta differenza passi fra le milizie regie e le repubblicane, quelle strumento d’un despota, queste animate da una forte passione. Paragonate le battaglie di Kosbach e Jemappes, la prima combattuta dal fiore delle regie milizie, l’altra da inesperti volontarii tumultuariamente accozzati. Paragonate il soldato italiano a Pastrengo e lo stesso soldato a Novara, e scorgete ad evidenza come il convincimento e l’esaltazione siano per tutti i popoli di svegliato ingegno moventi assai più efficaci, che la disciplina ed il terrore. In virtù del loro discernimento cotesti popoli, e particolarmente gli italiani, combattono da eroi in lontane regioni, e mollemente, se manca l’esaltazione, nel proprio paese. [p. 148 modifica]

Nel primo caso essi veggono nella disfatta la loro ruina, nel secondo un pretesto per tornarsene a casa. Solamente dopo una lunga carriera sui campi di battaglia ed una serie non interrotta di vittorie possono formarsi quelle schiere di veterani, che amano la guerra per la guerra, che tutto il loro utile riassumono nell’utile della vittoria, come erano le schiere napoleoniche; ma senza la rivoluzione, e per essa dieci anni di prospera guerra, non sarebbero esistite ne quelle schiere, nè Napoleone, nè le vittorie di cui la Francia incoronasi degnamente. Adunque, la cagione medesima, la nostra temperie, che assicuraci il primato in guerra, è stata quella per cui i moderni eserciti italiani fecero cattiva prova; gli italiani discernono troppo il periglio, per incontrarlo in forza di una virtù negativa, l’ubbidienza. Questa virtù è efficacissima pei popoli del nord, che, dotati di una grande abbondanza di sangue caldo, sono stupidi e coraggiosi, atti ad essere menati come massa inerte contro il cannone, ma, per contro, incapaci di quegli sforzi che richiede la virtù ardita e libera allorchè inspirasi sulle grandi passioni. In tali sforzi gli italiani non hanno pari che i greci; seguono con maggiore impeto, ma minor costanza, i francesi.

Un esercito regio d’italiani guerreggiando per conto di una dinastia e per cagioni che non comprende, sarà il peggiore degli eserciti europei; se poi combatterà per una causa sentita e popolare, sarà invincibile. Senza una passione universalmente sentita, gli italiani non potranno combattere con valore; se poi la passione e l’esaltazione esisteranno, le nostre schiere saranno tanto superiori a quelle degli altri popoli, per quanto lo furono i romani, i quali non vissero sotto clima diverso dal presente, nè ebbero un maggiore numero d’organi sensorii, nè temperie diversa da noi. Essi nella guerra vedevano un utile che noi non veggiamo; questa differenza, e nulla più, passa tra noi e loro. [p. 149 modifica]

La popolazione dell’Italia, oggigiorno, è quanto quella della Francia nell’89, mentre l’estensione della nostra frontiera è poco più del terzo di quella. La Francia mise in armi 800 mila uomini, ma questi ripartiti in quattordici eserciti (così richiedeva la ragion di guerra) non poterono in alcun punto ottenere sul nemico una significante preponderanza di forze; gli eserciti a’ confini di Spagna, d’Italia, del Belgio, della Germania non potevano certamente operare con un comune disegno, ed ognuno d’essi rimase abbandonato alle proprie forze. La posizione degli italiani è molto migliore; difesi essi dalla cerchia delle Alpi, il nemico è costretto a raccogliere le sue forze in paese sterile e dirupato, mentre gli italiani si trovano nella valle del Po, regione ubertosa, ove popolose e ricche città, numerose strade, un maestoso fiume, forniscono, trasmettono facilmente le vettovaglie. Gli attacchi che le diverse potenze potrebbero intraprendere sui varii punti della frontiera, non possono riuscire simultanei, perchè non sono prevedibili tutti gli ostacoli, che, attraverso i monti possono indugiare la marcia d’un esercito. Impossibile riescirebbe loro il darsi un vicendevole soccorso, perchè l’asprezza del terreno noi comporta, ed ogni attacco, non solo rimarrebbe isolato, ma, sboccando dalle valli, non potrebbe che presentare delle teste di colonna agli italiani, i quali possono facilmente far massa contro il più vicino de’ nemici; di modo che i francesi con 800 mila uomini si difesero contro tutta l’Europa, nè poterono sempre pareggiare in numero il nemico, sui diversi campi di battaglia, mentre agli italiani basterebbero 250 mila uomini, per conservare in ogni scontro la loro superiorità. I nemici della Francia, finalmente, ebbero uno scopo alle loro operazioni, Parigi; i nemici d’Italia non ne avrebbero alcuno; l’importanza delle varie capitali sparirebbe con la rivoluzione; nè potrebbesi [p. 150 modifica]questa, ad onta degli sforzi che farebbero gli stolti, attribuire ad una sola fra esse, sia anche Roma, perchè l’indole nazionale noi tollera; quindi il nemico sarebbe costretto vincere in ogni vallata, in ogni borgo; troverebbe tante capitali innanzi a sè, quanti sono i punti strategici del nostro suolo.

Facendoci a riassumere il detto conchiuderemo che le tendenze e le probabilità di moto sono in Italia maggiori che in Francia, e minori le forze resistenti; che, quantunque i moderni socialisti siano francesi, la propaganda pratica di quelle idee non è in Francia più avanzata che in Italia. Nondimeno i vantaggi che esse promettono sono tali, che, se un rivolgimento ne permetterà la benchè minima applicazione, esse diverranno in un tratto popolarissime in Italia come in Francia. Ammesso il moto prodotto da cagione universalmente sentita, abbiamo discorso del numero e valore delle soldatesche, delle frontiere della guerra che dovremmo sostenere, e che la Francia sostenne, ed il vantaggio, evidentemente, è dalla nostra parte. Possa questo confronto rilevare gli animi, generare la fiducia in noi stessi, che è forza confessarlo, manca; imperciocchè gli italiani hanno il torto di confondere le imprese dei nostri tirannelli con quelle della nazione. Perchè essi non s’ispirano in quelle gesta, che l’Italia tutta unita compi? in esse, la cui memoria dura da tanti secoli e durerà lontana, avranno la giusta misura delle nostre forze, nè ci sarà luogo a scoraggiamento.

Le nazioni, durante le medesime fasi di loro vita, sono sempre le stesse; credi tu, o lettore, che siano in decadenza? non leggere oltre, non perdere il tempo, caccia le mani nella corruzione che ti circonda, usa ogni mezzo per arricchirti e godere della vita, inchinati ai tiranni, basta che ti assicurino i materiali godimenti, e se poi credi che possiamo risorgere, devi [p. 151 modifica]assolutamente credere che saremo grandi come furono i nostri progenitori; se noi credi ti compatisco, il tuo animo poco gagliardo non regge alle impressioni delle conseguenze estreme, tentenni nel mezzo, e sei fra la turba di coloro che visser senza biasmo e senza lode: sarai poco utile alla patria ed increscioso a te stesso.

Inoltre, il nostro ragionamento farà risaltare sempre più la stranezza di alcuni italiani di pregievole ingegno, di ottimo cuore, i quali credono fermamente adoprarsi per lo bene della patria, col tessere una continuata apologia di Francia, mostrandocela quale astro, che dovrà dar norma e rischiarare il nostro avvenire. E perchè abbiamo qualche chilometro di meno di strade a rotaie e di telegrafi elettrici, perchè l’aristocrazia bancaria non è così potente come in Francia, perchè il monopolio, tra noi, non ha raggiunto l’apogèo, perchè in Francia si pubblica qualche migliaio di più di bugiardi volumi, n’inferiscono che l’Italia non regge al confronto di quella nazione. I loro scritti, eziandio nel cuore dei più imparziali non possono che suscitare un certo disgusto; pure considerando ogni libro che si pubblica come espressione di un sentimento nazionale, e lasciando all’intolleranza religiosa e regia la ripartizione fra libri buoni e libri cattivi, noi ci siamo dati alla ricerca delle cagioni, che possono suscitare simili dottrine. L’apparenza degli eventi trasse fuori dal loro proposito cotesti scrittori. Eglino, onde scrivere come rivoluzionarli italiani, sonosi dati a fare profondo studio sulle cose e sulle idee di Francia, che, al momento, avevano vita più rigogliosa, e tutti invasi di quelle idee si son fatti a ricercare in Italia; cercavano Francia, ad essi notissima, han trovato Italia, che poco conoscevano; e come se le nazioni durante la loro vita dovessero calcare le medesime orme, han dichiarato Italia in ritardo. Intanto la loro posizione, dovendo [p. 152 modifica]scrivere d’Italia con idee francesi, era falsa, e la conclusione non poteva essere che una: l’Italia non è Francia. Allora colorirono diversamente il loro disegno, resero francese l’Europa, ed in questo quadro generale, in un posto affatto secondario, quasi totalmente in ombra, si scorge l’Italia in lontananza. Ma chi parte da falsi principii deve essere condotto naturalmente a false conseguenze. Infrancesato il globo intero, ne derivava la supremazia francese, e l’avvenire da essi pronosticato sarebbe, come dice V. Hugo, il mondo francese; e quindi la rivoluzione, la rigenerazione umanitaria risultando d’un carattere speciale, e non già umanitario, veniva da essi, che se ne dicono i propugnatori, rinnegata affatto.

E tratti ancora innanzi da’ loro ragionamenti additano la Francia come nostra protettrice, come fonte di ogni nostro futuro bene, e predicano la fratellanza con essa; assurdo manifesto. Avvegnachè tra il protettore ed il protetto, il maestro ed il discepolo, il difensore ed il difeso, fratellanza non può esservi mai, ma dipendenza. Senza che essi se ne accorgano, i loro ragionamenti pronosticano che un giorno Parigi sarà la nuova Roma, e come ora la Francia china il capo ai vitelli sublimati da compri pretoriani, nel felicissimo avvenire al quale ci avviciniamo, tutta l’Europa farà lo stesso. Se questo è il progresso auguriamoci il regresso, e regresso prontissimo.

Non si affretta nè si propugna la rivoluzione con dottrine che la distruggono, od almeno la travisano, e sgagliardiscono l’animo; l’unità mondiale vi sarà, ma non già come pretendono costoro, distruggendo le nazionalità, incorporandosi insieme, o assorbite dalla preponderanza di una fra esse. Come un individuo associandosi co’ suoi simili viene abilitato ad uno sviluppo maggiore delle proprie facoltà, del pari, [p. 153 modifica]nell’associazione universale, ogni nazione, lungi dal perdere la sua individualità e l’indole propria, troverà campo più vasto a svilupparla; e nel modo stesso che una nazione non sarà libera, in tutto il significato della parola libera, se ogni suo individuo non sente fiducia nelle proprie forze, dignità ed uguaglianza assoluta col resto dei cittadini, così l’associazione universale non potrà aver luogo se prima ogni nazione non si costituisca strettamente ne’ proprii caratteri, e non ci sia fra tutte che un’uguaglianza universalmente sentita. Quindi, perchè si attui la nostra fratellanza con la Francia, bisogna combatterla e vincerla; o almeno è indispensabile, che in parità di circostanze e di forze, sul medesimo campo di battaglia, contro un nemico comune, meritassimo la palma in una nobile gara di gloriose gesta.

XIV. Se per numerare i partiti in Italia ci facessimo con microscopica diligenza a discuterne le minime gradazioni, e volessimo tener conto di una turba di persone che affannose brulicano intorno ai troni, l’impresa riuscirebbe faticosa ed ingrata. Cotestoro non sono che individui, le cui opinioni mutano al mutare degli eventi; ora veggono il re di Sardegna cacciare d’Italia stranieri, principi, papa ed incoronarsi re d’Italia, ora promettono corone ed assicurano successi in virtù d’un credito che mai ebbero o più non hanno; oppure distribuiscono l’Italia ai varii principi d’una dinastia, e cangiano il pensiero italiano in servitù per una schiatta principesca, e vorrebbero richiamare a vita antichi regni, coi loro baroni, i loro pari, i loro prelati, e tutta la pompa del feudalismo. Altri — e sono i più abbietti — cercano un re oltre Alpi invocando l’appoggio d’un avventuriero e degli assassini di Roma. Sono tra questi certi dottrinarii, paghi di esprimere moderatamente i loro pensieri, badando, come essi medesimi dicono, che la scienza non esca [p. 154 modifica]dalla sua innocenza, ovvero si riduca ad una pura perdita di tempo; vi sono banchieri e commercianti le cui faccende prosperano, quindi temono qualunque rivolgimento, che ne ristagni il corso. Ma questi non sono partiti, neppur sètte, sono individui, ripeto, esuli i più, a’ quali l’esilio, sorgente per la maggior parte di miserie e dolori, fruttò loro onori, considerazioni, lucri che mai non ottennero nel proprio paese. Rispettando in questa numerosa schiera i pochissimi illusi perchè non vogliono darsi la pena di pensare, e perchè natura li creò d’animo poco gagliardo, spregiamo la generalità; nè ci faremo a rimescolare un tal fango. Le nostre riflessioni si rivolgeranno su coloro che meritano il nome di partito.

I regii bramano la guerra europea; e leggendo come casa Savoia, barcheggiando fra Austria e Francia, abbia ingrandito i suoi Stati, sperano che si possa porre ad effetto la cacciata dello straniero, e costituire un forte regno boreale arbitro de’ destini italiani. Il principio loro è quello sviluppato dal Balbo, tendere all’unità col successivo ingrandimento de’ varii Stati italiani. Noi riteniamo, e l’abbiamo dimostrato, che questo successivo ingrandimento è di ostacolo all’unità; che uno Stato italiano non darà mai norma agli altri, ma accrescerà in quelli l’occulto potere ed il credito degli stranieri. Abbiamo emessa distesamente la nostra opinione riguardo al significato che diamo alla parola nazionalità, epperò non possiamo incontrare la nazionalità italiana negli abitanti della vallata del Po, retti secondo i capricci d’un principe ed in ultimo, insegnandoci la storia con severissima lezione, che le guerre regie combattute in Italia sono sempre state scaturigine di miserie ed umiliazione, rispettiamo una tale opinione, ma la logica ed il cuore si ricusano a dichiararla italiana. [p. 155 modifica]

L’altro partito che raccoglie sotto la sua bandiera la più ardita e generosa gioventù, è il repubblicano. Assennati da’ passati disastri non hanno fede alcuna ne’ principi; il risorgimento d’Italia, la cacciata dello straniero, la sperano dalle proprie forze, da una rivoluzione.

Si distacca alquanto da questi un numero limitatissimo d’individui che si dicono federalisti. Per li unitarii lo scopo principale è la nazionalità, pei federalisti la libertà; quelli escludono qualunque intrusione straniera, questi accetterebbero la libertà dalla Francia, quasichè la libertà potesse riceversi in dono; e così federalisti ed unitarii, per soverchia esclusività ne’ loro sistemi errano, non potendo esistere, come nei precedenti capitoli abbiamo dimostrato, nazionalità senza libertà, ne questa senza quella. I federalisti hanno più chiari e recisi concetti politici, sono repubblicani di principii; gli unitarii sentono più fortemente la dignità nazionale, ma non sono repubblicani che di forme. Quindi repubblicani unitarii, federalisti e regii sono i tre partiti che si riscontrano in Italia; ma i due ultimi aspettano l’impulso altronde, e sono ben rari fra loro gli uomini d’azione, i più sono dottrinarii; i primi invece vanno fastosi di una schiera nobilissima di martiri, e contano quaranta anni di vita operosissima. Inoltre tanto i regii, come abbiamo detto, quanto i federalisti, appartengono quasi tutti all’Italia boreale o alla Sicilia, gli uni contenti di un regno, gli altri di una cisalpina; mentre gli unitarii abbracciano nelle loro mire l’intera Penisola dalle Alpi al Lilibeo; epperò se non vogliasi disconoscere il vero, i soli che abbiano un carattere reciso di partito italiano sono i repubblicani unitarii. Gli avversarii accusano questo partito di debolezza e discordia, che corre dietro una chimera. Ma è forza riconoscere che sono i soli i quali [p. 156 modifica]si adoperino a dar corso a cotesta chimera, senza attendere che la manna piombi dal cielo.

Dal detto possiamo conchiudere che, quantunque l’energia arricchisca l’Italia di tanti diversi concetti per quanti uomini pensanti essa conta (il che dal volgo è tolto quale disgrazia), fatto studio sulle diverse opinioni, tre soli partiti abbiamo visto nettamente definirsi, de’ quali due si limitano a sperare, uno solo è operoso. Senza che, fra queste tre parti, che in apparenza sembrano escludersi, havvi eziandio un punto di contatto; l’odio agli stranieri; sentimento ad ogni altro prevalente, in un cuore italiano. E fatta eccezione di alcuni servili, o salariati, o baroni, che ambiscono essere senatori, o strisciare nelle anticamere de’ re, il partito regio in Italia ha un carattere affatto diverso da quello che hanno i realisti d’oltr’alpe. Non è simpatia per la monarchia, o per una schiatta, ovvero, come dicono i francesi, dévouement, che li leghi al trono, ma è il bisogno che essi sentono d’un appoggio, per la poca fiducia che hanno nei rivolgimenti popoleschi. Del pari, le opinioni de’ repubblicani, meno pochi, accostansi assai più al dubbio, ovvero ad un’oscura ed incerta percezione di rapporti, che all’evidenza. Sono repubblicani perchè convinti che i principi non vogliono nè possono volere l’unità e l’indipendenza italiana; ma regii e repubblicani saranno tutti con quelle insegne, che prime muoveranno arditamente e lealmente contro gli stranieri. Il modo adunque per discernere quale partito è il più forte, non è, in Italia, quello di numerarlo, l’azione indubitatamente farà sparire i partiti, li raccoglierà sotto la medesima bandiera; ma invece bisogna studiare quale abbia maggior probabilità d’iniziativa, quale, pei principii che propugna; potrà superare più facilmente i tanti ostacoli che si presentano. [p. 157 modifica]

Nel ragionare della nazionalità abbiamo visto come lo stato presente d’Europa, le questioni che vi si agitano, l’energia italiana, le tradizioni municipali, le difficoltà dell’impresa, non rendano possibile il risorgimento italiano, che da una rivoluzione radicale e sentita; epperò l’utile delle masse, come un torrente, che trarrà seco alla battaglia gli italiani d’ogni opinione.

Seguiamo ora il successivo sviluppo di queste opinioni in tutte le diverse loro fasi, facciamo studio sugli insegnamenti del passato, onde scorgere ove la forza delle cose, ovvero il fatto della nazione ci condurrà.

XV. Allorchè una forza prepotente opprime un rivolgimento qualunque, nel cuore de’ vinti, privati dei loro beni, sorge a rattemprare i mali una fervida speranza della riscossa, che lo scorrere degli anni, in luogo di rafforzare, scema e dilegua. Imperocchè essendo allora il disquilibrio dell’utile e delle affezioni private grandissimo, la natura umana creasi su puntello, la speranza volge tutta la sua operosità alla cosa pubblica, che, in que’ fugacissimi momenti, riassume eziandio l’utile privato, mentre in seguito, l’imperiosa necessità li separa di nuovo, e l’abitudine scemando i mali ammorza il desiderio della riscossa.

Queste naturali ed universali disposizioni, cessata la repubblica romana, trovarono in Mazzini chi diede loro forma ed azione. Così surse l’Associazione Nazionale, poi il Comitato Nazionale, la cui importanza basta a farli entrare nel dominio storico, e meritevoli di riflessioni. Epperò, innanzi tutto, ci renderemo esatto conto, e sottoporremo a severa critica le dottrine che professa il Mazzini, inspiratore di tali fatti e degli avvenimenti che ne emersero.

Giuseppe Mazzini è una indole nobilissima. I suoi piaceri, i suoi godimenti si riassumono nel farsi [p. 158 modifica]strumento del risorgimento italiano; sospingere gli italiani alla conquista della loro patria fu il primo forte pensiero che balenò nella sua mente giovanile, poi la stella polare della sua vita, e sarà l’ultimo suo voto.

Se ragiona assistito dalla verità, ha logica potentissima; il suo discorso è colorito e convincente; ma se qualche pregiudizio lo trae fuori di strada, allora declama, ripetesi sovente, quasichè delle idee fisse, dei punti di fede, angustiassero il suo grande ingegno in picciolissimo giro.

Facile all’amicizia, generoso, inaccessibile all’odio, e coi suoi nemici personali magnanimo.

La sua temperie non è robusta, ed a niuno meglio che a lui converrebbero gli agi della vita; nondimeno niuno più di lui li sprezza; per esso la vita materiale non esiste.

Durante la sua laboriosa e tribolata carriera, esposto alle ingiurie ed alle persecuzioni dei governi, essendo privo d’appoggio in sulla terra, ha inteso il bisogno di rivolgersi al cielo, ha ricorso alla religione, e perciò ne’ suoi concetti politici avvi un poco del misticismo. La religione l’ha fatto propendere un poco verso il principio d’autorità; quindi le accuse mosse contro di lui, ora di assumere un tuono dittatoriale, ora profetico, mentre la sua indole lo rende capace della più pacata discussione e della più ampia tolleranza. Quindi i suoi difetti, i suoi errori prendono tutti origine da’ suoi sentimenti religiosi; se Mazzini fosse irreligioso sarebbe l’ideale del cittadino. Su lui il mondo esteriore non ha potenza di sorta alcuna; mutano i tempi, cadono e sorgono troni, ognuno in questi mutamenti cerca fortuna, o salvarsi dalla caduta, egli invece, costante ne’ suoi principii, marcia attraverso le rovine, come attraverso le ricchezze, verso il fine proposto. Il sentimento interno ha sempre la [p. 159 modifica]prevalenza sulle impressioni esteriori. Parlerò delle sue dottrine, esporrò più diffusamente quello di cui tante volte parlammo insieme.

Il fato di una nazione Mazzini nol cerca nei rapporti sociali ed internazionali, d’onde scaturiscono le guerre, le conquiste, le rivoluzioni, ma abbandona la terra, e lo cerca nel cielo. La legge, dice egli, è una emanazione di Dio, che impone di vivere nel vero, nel reale, nel giusto. Cotesto dovere non è, secondo lui, verso noi medesimi, ma verso l’umanità. Quindi la vita una missione a compiere, un continuo sacrifizio, che necessariamente deve aspettarsi un premio o una pena; altrimenti non avrebbe scopo. Ma ove conducono questi principii?

Questo dovere, questa missione, questo sacrifizio, secondo Mazzini, oggigiorno sono disconosciuti. Dal che risulta un fatto che gli è forza ammettere: il dispotismo, forza mondana e materiale, ha soffocato un’idea, una tendenza celeste, che Dio avrebbe dovuto infondere in tutti i cuori.

Per compiere la rivoluzione bisogna adoperare ogni sforzo onde far rivivere questo sentimento, questo germe divino, che trovasi in ogni cuore. Ma se la rivoluzione avvenisse quando esso sarà risorto, avverrebbe precisamente quando più non sarebbe necessaria, giacchè se ognuno, trascurando sè medesimo, s’interessasse non d’altro che del bene pubblico, allora ad onta de’ despoti e degli stranieri, la nazione, pare, dovrebbe essere felicissima; senza che, despoti e stranieri, uomini anch’essi, e perciò soggetti alla potenza di tale legge diverrebbero nostri padri affettuosi, nostri fratelli; e gli austriaci, volontariamente, senza bruttarsi le mani di sangue, andrebbero a compiere, ne’ loro paesi, la missione della vita. Tutta questa dottrina, altro non è che la sognata fratellanza del Vangelo. Mazzini sfugge [p. 160 modifica]questa conseguenza; il despotismo, egli dice, impedisce che questa legge si trasfonda nell’umanità (così poco curasi Dio di propagare le sue leggi); solo pochissimi eletti, i migliori per senno e per virtù, hanno il privilegio di comprenderla, e nel tempo stesso il dovere di rovesciare gli ostacoli materiali, e fare agevole ai molti il riconoscere ove si trovi il vero.

Suppongasi che alla voce, all’impulso di pochi, tutti rispondessero, e la patria fosse conquistata: cosa ne seguirebbe? Il passato avendoci insegnato quanto sia facile corrompere gli animi e cancellare da essi la percezione del vero e del giusto, bisogna che, in avvenire, s’adoperi ogni mezzo onde evitare, impedire ogni trista tendenza. D’onde emerge per necessità il governo dei migliori, de’ padri della patria, che terranno le anime sotto la loro tutela, che diranno al cittadino: tu hai un’anima immortale, una missione da compiere, un vincolo con quanto ha vita, un dovere verso tutti, un diritto all’amore ed all’aiuto di tutti. Chiunque affermasse che l’anima non è immortale; che non abbiamo missione da compiere, ma un istinto, che si sospinge continuamente verso il nostro meglio; che, verso altrui, non abbiamo nè doveri nè diritti, ma vincoli di libera associazione che il nostro personale vantaggio determina, sarebbe un cretino, meriterebbe l’ostracismo, ed infamati dovrebbero essere i nomi di Beccaria, di Filangeri, di Romagnosi.

Conseguente a tali principii, Mazzini attribuisce i mali, sotto cui ora geme la Francia, al cattivo apostolato; e perciò l’apostolato non potrà esser libero, ma bisogna in ogni modo adoperarsi onde l’anima non venga illaqueata da’ sofismi de’ materialisti; — indice adunque de’ libri proibiti, censura, financo il rogo, per gli ostinati, se fa bisogno; eterno, inesorabile assurdo in cui cadono coloro, i quali riconoscono come una necessità imporre de’ limiti alla libertà. [p. 161 modifica]

I libri e le azioni, ripetiamolo, che risultano dalla lettura di essi, altro non sono che la manifestazione della vita sociale, ne sono i pensieri e le opere. La tirannide che cerca interdire codesta manifestazione onde sostituirsi in sua vece, è naturale che la tema. Ma riconoscere il diritto e la sovranità della volontà nazionale, e declamare contro i cattivi libri è un grossolano errore; un popolo libero che volesse limitare la stampa, sarebbe come un individuo che per limitare i propri pensieri, le proprie azioni, mutilasse il suo essere.

L’imperatore delle Russie, Alessandro I, dichiarò esservi al disopra di lui il principio della giustizia, ma chi proclamava questo principio? egli medesimo; chi n’erano i custodi? i suoi satelliti. Ogni epoca annovera il suo giusto ed il suo vero: di quali, fra’ tanti, parla Mazzini? Riconoscere doveri è, nè può negarsi, ammettere il diritto di limitare la libertà, e questo principio, più meno largamente applicato, è quello su cui si fondano i moderni governi d’Europa. Voi siete liberi, vi dice la monarchia costituzionale, fintantochè la vostra libertà non eccede i limiti dell’equo e del giusto; il fisco è incaricato di additarvi cotesti limiti.

Chiunque mi dirà: devi compiere il dovere di conquistarti la patria, assume su di me un tuono di superiorità e di comando; io nol patisco, e rispondo: chi sei tu che il dici? — Dio lo vuole. — Ed io: dimostrami prima che esiste Dio, e poi dammi le prove che tu sei l’interprete della sua volontà, altrimenti, se puoi costringermi con la forza, non sei che un tiranno; nel caso contrario non posso che compatirti. Per contro, ogni individuo può farsi il propugnatore dei diritti universali senza arrogarsi autorità, e senza intaccare la libertà di alcuno. L’uomo nasce libero ed indipendente, dunque ha diritto all’esistenza, diritto di sviluppare ed utilizzare le proprie facoltà, diritto al pieno [p. 162 modifica]godimento del frutto de’ suoi lavori.... ecco delle verità, che non hanno bisogno d’essere interpretate e svolte da’ migliori per senno e per virtù; chiunque le propugna, sia egli l’ultimo o il primo per senno, sia egli cultore della virtù o del vizio, esse non perderanno mai la loro evidenza, non cesseranno mai di essere verità. Costui potrà aggiungere: «la tirannide che sostiene i privilegi è quella che vi rapisce questi diritti; abbattiamola!» ed ognuno senza fare atto di ubbidienza, potrà afferrare un fucile e seguirlo.

La società non impone doveri, ma li crea, promettendo solamente guarentigia de’ diritti d’ognuno; il che limita di fatto i diritti altrui. La dissoluzione della società conducendo per conseguenza immediata alla perdita di questi diritti, ne emerge, senza aver bisogno d’apostolato o di educazione, l’impegno, la volontà d’adoperarsi con ogni possa onde difendere questa società. Ma se questi diritti si riducono a quelli del proletario, morir di fame, od essere tratto in prigione, allora la sola forza, favorita dall’ignoranza, potrà indurre cotesti iloti a difendere quel sistema e quelle istituzioni che li opprimono.

Questi diritti sono quelli che mantengono l’equilibrio sociale, senza vi sia bisogno di governo; ma non appena questi diritti vengono lesi nella benchè minima parte, il governo diventa indispensabile, perchè sostegno d’usurpazioni e privilegi, non di leggi eterne e naturali, che si reggono da sè.

Tanti fratelli messi sotto la tutela de’ migliori, — è la società, la nazione sognata da Mazzini, ovvero l’attuazione del cristianesimo.

Quale teoria ha un sì lungo apostolato, come l’evangelica, ed in quale epoca si è mai verificato il sogno della fratellanza? I selvaggi in mortali duelli si disputano il vitto e la donna, si sbranano l’un l’altro; in [p. 163 modifica]essi è la natura che parla in tutta la sua purezza, e secondo i religiosi è Dio che manifesta le sue leggi. Le famiglie combattono fra loro. Dall’unione delle famiglie, prodotta dal bisogno di difesa, sorgono le città, le nazioni, che si conquidono, si distruggono, si fanno serve, quasi senza veruna ragione sufficiente, il più sovente pel capriccio di un despota.

Un soldato, per uno scarso guadagno, si dà al mestiere di uccisore d’uomini che non conosce, e con cui non ha astio veruno, anzi ha spesso vincoli di parentela e di amicizia. Il forte cerca sempre di opprimere il debole; l’astuto profitta dell’altrui semplicità; il dotto dell’altrui ignoranza. Non havvi fortuna che non si elevi sulle altrui ruine. Fratelli contro fratelli, figli contro padre si armano, disputandosi il possesso di ricchezze che hanno usurpato al povero. Un mercante vedrebbe ad occhio asciutto cadere a migliaia i suoi simili, piuttosto che ribassare il prezzo di una sua merce. Insomma, il mondo sempre in possesso de’ più forti e de’ più astuti è la storia dell’umanità. Finalmente, i primi cristiani, i più fanatici adoratori di Cristo, discutevano nella Tebaide di fratellanza e mansuetudine a colpi di pietre e di bastone. E più tardi gli ortodossi cattolici ponevano ad effetto il dogma della fratellanza con ardere vivo chi non voleva dirsi loro fratello. L’uomo, ben lungi dal propendere a dividere il suo con altri, mai sempre scontento di quel che ha, desidera ciò ch’altri possiede; da ciò l’infaticabile operosità. Il coraggio, in qualunque epoca, in qualunque nazione, dall’uomo timido come dal valoroso, nell’assassino e nell’eroe, è sempre ammirato; da ciò le ardite imprese. Sono queste le due propensioni, che danno norma alla vita dell’uomo, e sono in contraddizione manifesta col dogma della fratellanza. [p. 164 modifica]

Un uomo, in passando, scorge un moribondo per fame, oggetto che produce in lui, in ragione della delicatezza di sua fibra, una sensazione dolorosa; a sfuggirla, soccorre l’infelice. Il domani, esaurito il magro soccorso, quegli muore per fame, e questi che non è più sotto l’impressione dolorosa del giorno innanzi, neppur pensandovi, banchetta lietamente. Un solo fatto, argomento validissimo contro l’istinto della beneficenza, è tolto dai propugnatori d’essa dallo stesso Rousseau come una dimostrazione favorevole, tanto scarsi sono gli argomenti che rincalzano la loro asserzione.

Ai Romani ed ai Greci non venne mai in mente di dirsi fratelli, e ne ammiriamo, stupefatti, l’amor di patria, gli atti generosi, il continuo prevalere dell’utile pubblico al privato: laddove il mondo cristiano, che si disse un mondo di fratelli, presentaci il miserando spettacolo d’una solitudine di voleri e di mire, scaturigine d’ignobili fazioni e guerre civili atrocissime. Egli è adunque ben meraviglioso il pretendere rigenerare il mondo, predicando la fraternità, che dopo diciotto secoli di apostolato è rimasta infruttuosa. L’indole umana, le sue propensioni, i suoi istinti sono inesorabilmente invariabili, e sono le forze di cui il sistema sociale deve valersi per produrre la pubblica felicità, la quale sarà necessariamente nulla, se coteste forze si combattono e si elidono perchè applicate in opposta direzione, e massime se tutte cospireranno al medesimo scopo. Quindi non è l’uomo che deve educarsi, ma sono i rapporti sociali che debbono cangiare affatto, e ciò basterà per trasformare un popolo di egoisti e dissoluti in un popolo d’eroi; amor di patria vi sarà quando l’utile privato verrà indissolubilmente legato coll’utile pubblico, quando ognuno adoperandosi pel proprio bene, farà eziandio il bene dell’universale. Consolantissima verità, che sostituisce al lento, [p. 165 modifica]impossibile, assurdo sistema di educazione, quello prontissimo della rivoluzione, e che in luogo di escludere, come irriducibili, un numero considerevole d’individui, e restringere gli eletti a pochissimi, allarga in vasto campo la nostra coscienza, ed abbraccia senza eccezione di sorta l’universalità de’ cittadini; il traditore, l’assassino, il ladro... tutti potranno diventare utili al paese allorchè saranno sparite le cagioni del delinquere e l’utile che dal delitto traevano. Il fine è l’unità d’interesse, la fratellanza; il mezzo, la riforma completa degli ordini sociali operata con la forza.

Inoltre, sarà sempre un enigma inesplicabile, come alcuni trovano nelle pagine del Vangelo l’inno delle battaglie; come il vangelo, ove è scritto: obedite principibus etiam discolis, racchiuda massime favorevoli alla libertà. Gli stranieri, i satelliti del dispotismo sono nostri fratelli, bisogna convincerli, non già ammazzarli! quale orrore!! versare il sangue fraterno!... Ma questa è l’estrema contraddizione del mondo cristiano. I fiorentini dichiarando Cristo patrono della città ed armandosi contro il principe d’Orange, mentivano a loro medesimi; lungi da voi que’ micidiali brandi, calpestate i fregi dei vostri cimieri, inginocchiatevi e pregate, umiliatevi dinanzi al vostro nemico! il vostro regno è nel cielo, tanto più splendido quanto più umiliati in terra! ecco la dottrina di Cristo. Su, combattete innalzando il vessillo della croce! voi non siete che degli ipocriti degli stolti, che non sanno quel che si fanno. Un valoroso polacco, durante la rivoluzione di Polonia, fece scrivere sul vessillo della sua legione: tutti gli uomini sono fratelli; e questa legione fu il terrore dei fratelli russi. E bene, metterò de’ guanti, rispose un soldato francese il due dicembre ad un popolano, che dicevagli di non bruttarsi le mani di sangue fraterno; sarcasmo meritato alla stupida ed ipocrita proposta. [p. 166 modifica]Allorchè il popolo insorge, i soldati potrebbero fargli il medesimo rimprovero; nulla giustifica il fratricidio; è a Dio, secondo la vostra dottrina, il punire i colpevoli. Ma la digressione sulla fratellanza è già lunga e noiosa; — riprendiamo il filo delle idee, e continuiamo il ragionamento sul Comitato Nazionale.

Tutti coloro che speravano il risorgimento per mezzo delle forze della nazione, e non altrimenti, applaudirono unanimemente all’instituzione del Comitato Nazionale. Tutti rivolsero lo sguardo a questo nuovo faro; tutti fidavano nella candida fama degli uomini che lo componevano, guarentigia solenne della rettitudine di loro intenzioni. Il comitato non ebbe in suo potere alcun mezzo per farsi riconoscere, anzi v’era la minaccia di prigionia e d’esilio contro chiunque facessegli adesione. E nondimeno le adesioni furono numerosissime; prova incontrastabile di sua legittimità. Si confortarono le speranze, e generale era l’aspettativa. Il comitato esordì col prestito nazionale, e comechè il risultamento non abbia corrisposto alle speranze, fu un atto logico e necessario. Sarebbe stato follia sperare di più; ottenere denaro è cosa più difficile che ottenere combattenti; ed in simile circostanza trattavasi di sborsarli correndo rischi gravissimi. La fama ne’ membri del comitato prestavasi egregiamente ad ogni operazione finanziaria, come quella superiore ad ogni villano attacco, che si potesse muovere in materia d’interesse. Egli è cosa indispensabile per determinare quale avrebbe dovuto essere la condotta del comitato nazionale, il rendersi conto esatto dello stato in cui trovavasi il popolo italiano alla caduta di Roma. E poichè gli individui giudicar non si possono dalla vita monotona ed abituale a cui le circostanze li costringono, ma bensì da certi rarissimi momenti ne’ quali tutta e libera mente manifestano la forza della loro tempra, così i [p. 167 modifica]popoli non dalle leggi, non dai costumi, non dall’inerzia, in cui oppressi trascorrono molti anni prima di manifestare la nuova vita, ma dai tumulti, dai martiri, dai grandi misfatti, dai tratti d’eroismo, si giudicano. Epperò senza troppo distenderci, e sorvolando sugli avvenimenti, prenderemo le mosse alquanto da lungi.

Le sollevazioni di Masaniello, di Balilla, degli Straccioni.... avevano, come dicemmo, annunziato un nuovo popolo italiano sulla scena politica del mondo, il popolo moderno. A Cosenza si concepiscono i primi forti e liberi pensieri, che poi Bruno, Campanella e Vico svolsero. Ma questi rapidi slanci furono ben tosto repressi, chè le armi straniere arrestarono l’azione nel popolo, ed i gesuiti spensero ogni scintilla di libertà che manifestavasi nel pensiero. L’Italia palpitò, ma i suoi palpiti furono repressi dalla barbara Europa, e l’Italia ritornata cadavere, tale si fu sino all’ottantanove. Poco prima della rivoluzione francese i monarchi, non ancora atterriti dallo spettro della rivoluzione, scossero tanto terpore. Tanucci, Leopoldo, l’imperatore, si diedero a migliorare la condizione dei popoli, e sursero scrittori che d’un balzo superarono gli oltremontani, ma il ruggito del popolo fecesi sentire, e le riforme ristagnarono di botto. I principi ripresero le armi antiche; la tirannide, avendo a maestra la paura, mostrossi più atroce che mai.

La guerra tenne dietro alla rivoluzione; i principi italiani essendosi adoperati a tutto potere a spegnere ne’ popoli ogni sentimento nazionale, non poterono opporre al nemico che schiere di servi vestiti da soldati, che vennero sbaragliati al primo urto dei liberi irlandesi. Vinti, atterriti, si videro costretti ad invocare quella passione medesima, che prima avevano combattuto; i loro editti poco differiscono da quelli de’ rivoluzionarii moderni, ed il popolo rispose al generoso [p. 168 modifica]invito a Domodossola, a Pavia, a Lugo, a Verona, a Napoli, in Calabria. Gli stranieri cadevano sotto il brando italiano; tutte le valli dell’Alpi furono intronate dal fragor delle armi.

Approfondiamo un istante la nostra riflessione, e vedremo una riproduzione de’ fatti del mille. In quell’epoca il papa scosse il popolo dal letargo, lo eccitò ad essere italiano, e l’oppose all’imperatore. Il popolo, che per legge di natura fa sempre precedere i fatti al pensiero, senza riflettere, combattè lo straniero; nel modo stesso adoperò nel 96. Al mille sursero in Italia due partiti: guelfi e ghibellini. Questi, che avevano privilegi da conservare e difendere dall’avidità della teocrazia, parteggiarono per l’imperatore; quelli, che non avevano nulla da conservare, lo combattevano perchè straniero. Similmente nel 96 i pensatori, gli amanti di libertà, erano coi francesi, considerandoli quasi difensori di essa; il popolo, invece, che altro non vedeva in essi che invasori, osteggiavali. Al mille appena i popoli cominciarono ad avvertire ciò che avevano solamente inteso, combatterono nobili e prelati, vollero governarsi da sè, e, dopo mezzo secolo, al cominciare dell’undicesimo, il popolo era risorto. Dal 96 in avanti noi scorgeremo nel popolo italiano un continuo progresso, e lo stesso cangiamento, la stessa unificazione di partiti avvenuta nel mille.

Nel 1805 e ne’ quattro anni seguenti, l’agitazione contro gli stranieri manifestossi in diversi luoghi d’Italia, nel Polesine, nel basso-Po, nelle Calabrie, a Parma, nel Tirolo; e questa volta il partito liberale, che sostiene gli stranieri, più non esiste, e ne sono partigiani non altri che gli impiegati. In tale epoca, gradatamente, la contro-rivoluzione comincia ad assumere i caratteri di rivoluzione; nel 14 la trasformazione è completa. Il popolo cominciava a comprendere il bene della libertà [p. 169 modifica]ed apprezzava le pretese dei liberali; questi, d’altra parte, s’erano convinti che i francesi con pompose e mendaci parole non portavano che tirannide, e si erano ravvicinati al popolo. Murat e Beauharnais venivano assaliti dagli italiani al nome di libertà. Gli inglesi, fondatori del dispotismo e della schiavitù d’Italia, per acquistare le simpatie dei popoli della Penisola, sbarcando a Livorno, scrivevano sulle loro bandiere, libertà ed indipendenza italiana. Al 14 gli sforzi degli italiani cominciarono ad avere unità, e la storia del nostro risorgimento comincia colla lotta continua fra la Giovane Italia, e l’Italia ufficiale; come quella che ebbe luogo dal 1056 all’undicesimo, fra i comuni, ed i feudatarî ed ecclesiastici. I popoli ne’ loro risorgimenti seguono le stesse evoluzioni. Ugo Foscolo, prima che Bonaparte distruggesse Venezia, giura odio agli stranieri. Poi, rivolgendo un mesto sguardo all’Italia, e scorgendola priva di forze e di sentimento, dispera, ed accetta l’invasione come una crudele necessità; quindi la combatte con la parola, cospira contro di essa, e vorrebbe trarne profitto per la sua patria. La sua vita, le sue opere, le sue speranze, riassumono la vita, le opere, le speranze del popolo italiano dal 96 al 14, di cui Ugo Foscolo è la personificazione.

Qui cade in acconcio una digressione (cogliamone il destro) per combattere gli infrancesati, e distruggere il turpe vezzo d’idoleggiare gli stranieri, ed esaltarli in nostro paragone non solo, ma dichiararli nostri benefattori. Dalle continue irruzioni che han fatto i francesi in Italia, sino dall’epoca di Carlo VIII, traggono alcuni argomento a dimostrare la loro influenza; e trascinati dall’amor di un sistema, veggono sempre in Italia partiti, che, secondo le varie epoche si agitano in favore o contro cotesti stranieri; una tale asserzione è assurda. La storia, durante tre secoli di guerra, ci [p. 170 modifica]mostra l’Italia cadavere; essa non era rappresentata che da varie corti codarde e dissolute; in Italia non v’erano che individui; popolo e partiti più non esistevano. All’epoca della rivoluzione francese s’iniziò il nostro risorgimento, non già perchè di Francia si trasfondessero in noi idee di libertà, leggi, istituzioni, come alcuni asseriscono; coteste intrusioni non furono che dannose. Il regno di Napoli, ove furono maggiori, quali vantaggi ne trasse? Nessuno. Perdette invece le franchigie municipali di cui sempre aveva goduto. Il fragore di quella rivoluzione servì a risvegliarci dal nostro letargo, e non altro; fu lo scroscio di fulmine del Vico. I francesi altro non furono in Italia che predoni e tiranni. Gli uomini che governano l’Italia durante l’occupazione francese furono quali il Foscolo li difinisce: antichi schiavi, novelli tiranni... La regia autorità era in essi senza il coraggio e senza il genio d’esercitarla; vili cogli audaci, audaci coi vili... I francesi in quell’epoca ci disarmarono perchè temevano di noi; quindi ci dissero codardi, perchè, così disarmati, gli italiani non combatterono i loro nemici.

Ripetiamo, senza mai credere d’averlo detto abbastanza, quale è la vantata superiorità della Francia su noi? forse perchè havvi fra essa più vasta erudizione? No, un uomo potrà essere eruditissimo, dottissimo, non perciò essere grande, esser uomo modello. La vita della Francia, dal risorgimento alla rivoluzione dell’ottantanove, altro non è che un continuo strisciare dietro lo splendore, le dissolutezze di una corte. Nell’ottantanove una fazione la sospinse sul sentiero della gloria e della grandezza; ma il popolo stesso la rovesciò, e volle farsi sgabello a nuovo trono. Al 1830, padrona un’altra volta delle proprie sorti, fu suo primo pensiero crearsi un padrone. Nel quarantotto per la terza volta, nel torno brevissimo di mezzo secolo, la Francia è [p. 171 modifica]l’arbitra de’ suoi destini. Quali sono le sue gesta? conserva nella sua costituzione tutto l’ordito d’un governo assoluto, ed affida il supremo maestrato ad un ambizioso e goffo pretendente, e suo primo pensiero è quello di assassinare l’Italia. Finalmente l’esercito, dopo poche ore di strage, proclama l’impero; e la Francia affida i suoi figli ed i suoi tesori con codarda rassegnazione al più ridicolo regime, al più incapace fra gli usurpati governi. Non è nostro proposito ragionare dell’erudizione francese; a noi basta avere dimostrato che non abbiamo bisogno di cercare oltremonte le leggi magistrali della natura, in Italia proclamate prima che altrove. Ma concediamo sotto tale riguardo qualsiasi superiorità alla Francia. Essa rappresenterà un dotto, la cui dottrina è al servigio del successo, di fatti compiuti, e di chi meglio paga. Il dottrinario che trovasi bene in tutte le epoche e sotto qualunque reggimento, e smaltisce con guadagno la propria dottrina, è precisamente la personificazione della Francia. L’Italia invece è un colosso, cinto da catene, circondato d’armati a soffocare in lui ogni palpito di vita; se il gigante svincola uno de’ suoi membri, sbaraglia gli oppressori; ma immediatamente tutta l’Europa corregli addosso per opprimerlo. Facciamo fine alla digressione, che i gallomani hanno provocata, e rispettiamo tutti i popoli, ma senza ammettere nè popoli modelli, nè popoli arbitri delle sorti d’Europa. Il carattere con cui si annunzia la futura rivoluzione, nol comporta. La prima nazione che senza curarsi dell’avvenire abbatterà tutto l’ordine sociale che l’opprime, estirpando fin l’ultime sue barbe, sarà la testa di colonna dell’umanità, e questo popolo potrà essere l’italiano, come il greco, come il francese, come il tedesco; e questo popolo non sarà il più dotto, ma il meno degradato, e quello che maggiormente sente l’oppressione attuale. [p. 172 modifica]

Le sanguinose e tristi esperienze che gli italiani fecero dal 96 al 14 racchiudono importanti e gravissimi ammaestramenti. I liberali sperarono nei francesi, e n’ebbero invece disarmo, taglie di guerra e schiavitù; sperarono nella ristaurazione, ma mancando l’Austria alle promesse, le loro condizioni peggiorarono. Gli stranieri ci chiamano codardi se, fidando in loro, ci sottomettiamo al loro giogo; ribelli se insurgiamo. Quindi da essi non bisogna sperare che disprezzo o martirio: combatterli e vincerli è la sola risorsa che ci resta.

Dopo questi fatali disinganni, l’Italia comincia a vivere nelle società segrete che tutte vanno ad incorporarsi in quella famosissima de’ carbonari, che dal 19 al 21 fu oltre ogni credere potente. Al 20 il movimento si manifesta nel regno di Napoli, in vaste proporzioni, poi in Piemonte venne oppresso dalle baionette straniere. Le file de’ settari, quantunque decimate dalla paurosa tirannide, conservarono ordini e forza. I Capozzoli generosi, che dal 20, più tosto che inchinarsi alla ferocia del governo, battevano la campagna, si fecero iniziatori di una sommossa, che, non secondata e quasi preveduta e desiderata dal governo, fu soffocata nel sangue di numerosi cittadini e sotto le ruine di Bosco. Nel 31 Ciro Menotti muore da eroe a Modena; Bologna sollevasi. Tutti gli occhi si rivolgono alla Francia, essa proclama il non intervento; nuova menzogna per tradire i popoli. Gli italiani ebbero la stoltezza di credervi, ed osservarono il patto. I bolognesi non soccorsero perciò i modenesi, e non accolsero Zucchi, incalzato da forze straniere, che disarmato.

Gli austriaci, ad onta de’ francesi, intervennero; più tardi intervennero eziandio i francesi in aiuto dei primi, e secondo il loro costume, intervennero mascherandosi con bugiarde proteste. [p. 173 modifica]

Questi fatti furono nuovi ammaestramenti. Le società segrete sono mezzi poco efficaci. Esse, avvolte nel mistero, tolgono a modello il dispotismo; come questo ad un cenno muove i suoi battaglioni, aggregato di armati uniti per disciplina e per utile, e materialmente concentrati, così quelle vorrebbero disporre de’ loro ascritti, separati non solo materialmente, ma eziandio dalle circostanze e dall’utile di ognuno. Vane speranze: sono sempre pochi che muovono; la nazione rimane indifferente spettatrice. Se qualche volta trionfano, allora hanno nel loro seno il germe della dissoluzione; la gerarchia della setta; e le sue esigenze si sostituiscono al governo, in cui prevalgono le cupe e torte abitudini de’ cospiratori. Il cospiratore viene costretto a simulare, e la simulazione al governo trasformasi in moderazione e diplomatici raggiri; il cospiratore è avvezzo ad infiltrare gradatamente le sue idee, quasi mascherandole; mentre coloro che sono chiamati a reggere una rivoluzione, debbono apertamente proclamarne i principii, e dai primi istanti affermare le ultime conseguenze; imperocchè ivi solo si riscontra l’utile che può convincere le moltitudini. La Giovine Italia sorse come conseguenza di tali ammaestramenti. Non fida più ne’ governi stranieri ma ne’ popoli; non più nelle società segrete, ma nelle masse popolari; ad esse, e non a capi, vuole affidare il risultamento della rivoluzione. Respinge perciò ogni idea di dittatura, e sminuzza il popolo in bande. Mazzini, non tace, non asconde i suoi principii, come i carbonari: Mazzini, da rivoluzionario, tuona, e fa noto all’Europa dei popoli le miserie degli italiani, i loro diritti, le loro speranze. Le cospirazioni cangiano carattere; i vendicatori del popolo, gli amici del popolo non hanno il mistero e le discipline dei carbonari; sono più [p. 174 modifica]adattati all’epoca, ma più esposti agli attacchi dei governi. La cospirazione del 33 è soffocata al nascere; la spedizione di Savoia, come doveva, abortì. Nel 41 l’Aquila e la Civita di Penne rimangono isolate. Nel 43 il movimento doveva essere vasto, non iscoppiò; i Bandiera, se non estranei alla cospirazione, lo erano almeno per quella regione, ove sbarcarono; e ne furono le vittime. Attraverso a tali esperienze, e sacrificando numerosi e nobili martiri, l’Italia compiva la sua propaganda; di fatti non di parole. Dietro i fatti sempre tardi, sempre incerti sorgono gli scrittori. I primi scrittori cominciarono per rinnegare le nostre tradizioni: Mario Pagano aveva già dimostrato come arti, scienze, industria, tutto emerga dalla vita politica dei popoli. Romagnosi aveva raccolto tutto lo scibile umano nella filosofia civile, la scienza del cittadino: ed essi, invece, si dissero letterati, e si dichiararono estranei alla politica. «Voi siete, diceva loro Mazzini, prosatori, verseggiatori, pedanti, non mai cittadini.» Epperò con Mazzini e Guerrazzi comincia la letteratura italiana ad assumere un nuovo carattere. Ma i loro scritti in Italia sono soppressi sul nascere, e la voce d’Italia non può sentirsi che fuori d’Italia. Allora gli scrittori, per ottenere il favore alle loro dottrine, si rivolsero ai principi, sperando eziandio di aver un nuovo e saldo appoggio alle loro speranze. Eglino riassumevano le passate esperienze, dichiarando nostri nemici gli stranieri, impotenti le cospirazioni: d’onde le dottrine di Gioberti, di Balbo, «l’Italia deve far da sè, uniamoci tutti popoli e principi; — eziandio i gesuiti», scriveva il Balbo.

I rivolgimenti del 48 ebbero precisamente questo carattere; tutto il popolo che si agita, i principi sono travolti nel turbine, ed al termine di questa nuova fase succede una disfatta; ed un nuovo [p. 175 modifica]ammaestramento. Popolo e principi hanno mire opposte: quindi diffidenza, dubbia fede, spergiuro, incapacità ne’ capi; e, dopo tanti sforzi, il popolo altro non guadagnò che persecuzioni ed efferata tirannide.

A Roma, a Venezia, il popolo combatte solo, quasi svincolato dalle pastoie domestiche; ivi combattesi con tutta l’anima; gregari e capi non vogliono che la vittoria; hanno unità di mire, unità d’interessi; la disfatta è egualmente ruinosa per tutti; non vi sono cagioni estranee alla causa italiana, che distornino l’impeto de’ combattenti; non v’è nulla da conservare. Nondimeno Roma e Venezia cadono, e perchè? perchè angustiarono i loro sguardi fra le mura di una città; si combattè per Roma e per Venezia, non già per l’Italia. Come in Ugo Foscolo si personifica la vita del popolo italiano dal 96 al 14, in Mazzini si personifica la stessa vita sino al 48. Mazzini esordì per essere Carbonaro; poi osteggiò questa setta; fondò la Giovine Italia. Vinto in ogni tentativo nel 48, egli, repubblicano, fu costretto, come tutti i repubblicani, a rassegnarsi all’opinione universale. A Roma fu troppo romano.

In questi quarant’anni di storia rinviensi l’avvenire d’Italia. E se ogni italiano appuntasse il suo intelletto sulle gloriose pagine di un tale libro, troverebbe in esso la soluzione di ogni dubbio che adombra la sua mente. Dalla vita de’ nostri, dalla narrazione di tutti gli sforzi fatti dagli Italiani, scaturisce un corpo di dottrine, donde dovrebbero prendere le mosse i ragionamenti, e trarsi le conclusioni, che i dottrinanti, con poco senno e poco decoro, cercano altronde. In questo periodo di nostra storia, Mazzini, che vi occupa un posto glorioso, avrebbe dovuto trarre le norme per la condotta a tenersi dal Comitato nazionale, ivi scritto a caratteri indelebili; gli stranieri ed i principi nostri nemici; le sette impotenti; il municipalismo ruinoso; [p. 176 modifica]non eravi che un altro passo a farlo, ed egli lo avrebbe potuto, studiando sui passati avvenimenti, senza lasciarsi deviare da ciò che detestava presso gli oltremontani.

La prima esaltazione rivoluzionaria creò que’ battaglioni, che valorosamente difesero la romana repubblica. Quella ammorzata, quantunque tutti applaudissero al governo repubblicano, esso non trovava soldati. Il volgo in un tale fatto, altro non iscorge che un mal volere, una ripugnanza alla milizia, mentre esso emerge da più lontane fonti, da più importanti cagioni. È la quistione economica, che sotto vari aspetti padroneggia l’Europa, e reclama la sua supremazia. Il popolo non ottenne dalla repubblica vantaggi tali da impugnare le armi a sua difesa; in esso prevaleva l’odio al passato più che l’amore al presente. Mazzini, oltre a ciò, avrebbe dovuto ridursi alla memoria la lettera che Sismondi scriveva alla Giovine Italia: «Finalmente la stessa libertà, scriveva l’insigne pubblicista, offre il più tremendo di tutti i problemi, quello della protezione del povero e dell’ignorante... affiderete voi la causa del proletario agli uomini che ne dividono le privazioni? Essi non hanno forza. L’affiderete quindi ai ricchi? essi saranno i primi a tradire il popolo.» Di questo problema Mazzini avrebbe dovuto fare il cardine principale dei suoi sforzi, della sua propaganda: avrebbe dovuto svolgerlo, ventilarlo. L’adesione di molti sarebbe per ciò mancata al comitato; ma le sue file in luogo di diradarsi, sarebbero andate sempre ingrossandosi dell’immensa moltitudine che soffre, e che sola combatte.

Mazzini avrebbe dovuto essere quale fu allorchè iniziava la Giovine Italia; combattere i Governi, le ogni specie di dittatura; richiedere tutto alle masse popolari, ed aggiungervi una franca propaganda dei diritti del povero, una guerra accannita alle usurpazioni [p. 177 modifica]del ricco. Ma egli non ha presentito allora la morte della borghesia, la supremazia della plebe; si diresse alla prima, questa gli è venuta meno di fatto; ed egli che credevasi isolato, ha visto sorgere spontanea la plebe e sostituirsi a quella.

Il mandato del Comitato nazionale era rivoluzionario; quindi era suo principale carattere quello di escludere la guerra regia, guerra antirivoluzionaria, e già dichiarata dagli avvenimenti del 48 e 49 impotente e volta solo a spegnere l’esaltazione nazionale. Il Comitato nazionale sorgeva per sostituirsi a quel trono, verso cui fugacemente s’eran rivolte le speranze d’Italia; accordarsi con esso era rinnegare la propria legittimità; era assurdo, era ridicolo. Il governo Sardo, quando voglia operare, non ha mestieri dell’adesione d’un comitato di esuli residenti a Londra. E se gli Italiani vogliono seguire le sorti del Piemonte, non dimanderanno certamente, per farlo, l’adesione del comitato; e non volendolo, quell’adesione valeva poco. Il comitato, in luogo di farsi un organo, pel cui mezzo la pubblica opinione poteva manifestarsi ed operare, pretese darle forma e carattere; se ne credette l’arbitro, e parlava come un governo costituito, che offriva patti al governo Sabaudo. Un tale errore fu di breve durata; il comitato, dopo poco tempo, si disdisse.

Unificare la volontà, sgomberando i dubbii, avrebbe dovuto essere l’opera principale del comitato; era seconda quella di ajutare con mezzi materiali l’azione ovunque spontaneamente sorgesse. Il primo lavoro avrebbe dovuto essere quello di distruggere l’antico errore. La rivoluzione non era, e forse non è compresa nel suo vero senso. Il prestigio di un nome superava quello delle idee; ed il nome di Mazzini aveva tanta autorità da aggiungere grandissima forza alla verità per sè medesima potente. «Italiani, avrebbe dovuto esclamare [p. 178 modifica]— in Roma io e tutti coloro che mi circondarono, non fummo rivoluzionari, non fummo all’altezza delle circostanze, e per legge fatale noi potevamo essere; l’Italia doveva subire l’esperienza del 41. Noi avremmo dovuto con un decreto rovesciare l’antico edifizio, proclamare i diritti che ad ogni uomo le leggi di natura accordano. Lasciare ai cittadini libera la scelta de’ magistrati, all’esercito la scelta dei generali e degli ufficiali d’ogni grado: chiamare tutta la nazione alle armi, bandire la guerra, intraprenderla con audacia; così operando, se il popolo secondavaci, l’Italia era salva; nel caso contrario, saremmo eziandio caduti, ma con la coscienza di aver fatto il proprio dovere. Noi invece calcammo le orme de’ passati governi; aggrediti, abbiamo resistito, ecco il merito. Facciamo studio su questi errori; per non incorrervi nell’avvenire.» Ben lungi dell’esserne oscurata, sarebbesi accresciuta immensamente la fama di Mazzini. Invece la repubblica romana venne dichiarata repubblica modello.

Mazzini, se erra, conserva sempre la coscienza la più pura, e le intenzioni le più rette. Egli non tradisce mai i suoi principî; sono i suoi principî che qualche volta tradiscono lui. Egli propende a credere che gli individui non rappresentino le nazioni, ma che le nazioni seguano l’impulso de’ pochi; e cotesto è gravissimo errore. Mi spiego più chiaramente. L’individuo non potendo avere idee, che non siano state generate in lui dalla impressione che riceve dal mondo esteriore, non può mai svelare verità, il cui germe non si trovi già abbastanza sviluppato nella società. La fama immediata è retaggio di colui che afferra il concetto collettivo e lo svolge all’occhio dell’universale; o di quello che, nel campo dell’azione, non trae la nazione dietro di sè (cosa impossibile), ma la regge in quel cammino, [p. 179 modifica]che la nazione medesima presceglie. La vanità dell’uomo lo induce a credersi creatore di quei concetti, che ha semplicemente svolto, inspiratore di quelle imprese, che, dall’universale volontà sospinto, produsse a fine; e mentre l’uomo così favorevolmente giudica sè stesso, ogni altro non trovando in sè o in altri tali concetti, conferma un tale giudizio, e di qui la personificazione de’ principii, la deificazione degli uomini; mentre la società nell’onorare gli eroi, altro non fa che onorare le sue più eccelse opere; è un artista che ammira il proprio lavoro. Quando la fama di uno scrittore è universale, e finanche il volgo comprende le sue idee, esso sarà onoratissimo, produrrà alla patria beni incommensurabili; se poi questa fama restringesi nel picciol mondo di dotti, allora verrà dimenticato, non frutterà alcun bene, o tutto al più lo rammenteranno ed onoreranno i posteri. Eppure il secondo ha merito molto maggiore del primo. Questi ha schiusa la via ad un germe quasi impercettibile e diede un frutto tanto precoce che la società non vuol riconoscere come suo; quegli ha trovato la pianta già rigogliosa e grande, ed il frutto già maturo; ha durato poca fatica a coglierlo. Secondo la teoria dei deificatori di uomini, se Romolo, Cesare, Carlo Magno, Napoleone... non fossero nati, l’umanità non avrebbe storia. Così l’uomo per non riconoscere la potenza collettiva, cade nel puerile.

Gli eroi sono effetti, non causa degli avvenimenti sociali; i loro caratteri sono il complesso de’ vizii, delle virtù, delle tendenze dell’epoca; la società può riconoscersi in essi, come un uovo nell’imagine che si restringe sul breve cerchio dello specchio di una picciola lente. Un popolo che vi addita come suoi duci i Scipioni, gli Attila, i Cincinati.... è un popolo libero; la gloria e la grandezza della patria ne sono le passioni predominanti.... Se, per contro, sono i Cesari che primeggiano, [p. 180 modifica]potete inferirne che la nazione inclinasi allo splendore guerresco ed alla forza; se volontariamente lasciasi reggere da uomini inetti e corrotti, la nazione declina. Facciamo fine alla disgressione, per ritornare al Comitato.

Il concetto, non solo il finale, ma le prime linee dell’avvenire, mancavano all’Italia. Le questioni di unità e di federazione pendevano incerte, nè sono ancora risolute. Per unità s’intende la francese, per federazione quella adottata nell’Elvezia o nell’America. L’opinione prevalente senza dubbio è l’unitaria; ma i fatti danno ragione ai federalisti; nei passati rivolgimenti fu impossibile tradurre in atto il concetto. Roma, Firenze, Genova, Venezia, Palermo furono libere; e ad onta degli sforzi fatti dal partito unitario, non si unirono. Il modo come operare ne’ primi istanti d’un’insurrezione incertissimo; gli Italiani, vittoriosi in una città, non sanno come governarsi, non sanno quale sia il prossimo avvenire che li attende. Da ciò la deificazione de’ nomi; «insurgiamo, concediamo al tale tutti i poteri, ed egli penserà al resto.» Strana e ruinosa aberrazione è questa. Per essa si rinunzia alla libertà con tanti sacrifizî acquistata; si ammorza l’esaltazione; e noi che manchiamo di un prossimo e splendido passato, epperciò manchiamo d’uomini, e fondiamo sugli uomini il nostro avvenire!! Questi dubbi, questi errori, in luogo di venir attenuati con un esteso lavoro di propaganda, furono dal Comitato nazionale confermati.

La propaganda rivoluzionaria in Italia, pel numero dei nemici, per le varie divisioni politiche, per le sentite e numerose tradizioni municipali, è lavoro difficilissimo, che solo la potente voce della nazione può compiere. E questa voce solenne viene espressa da ogni italiano, che parla, scrive, opera come meglio crede, in un campo libero e non già angustiato dalle tiranniche esigenze dei governi e delle sette. Dalle discordi [p. 181 modifica]voci, dalle tante idee che si manifestano emerge il concetto collettivo, che notifica le tante volontà latenti sino all’istante dell’azione, i fatti che si svolgono lo manifestano. Tanto il federalista, quanto l’unitario che propugnano le loro dottrine, hanno eguale diritto alla gratitudine della patria, perchè entrambi, manifestando i pregi ed i difetti di due sistemi, rischiarano l’argomento, ed entrambi sono sotto l’ampio vessillo della rivoluzione, che il comitato avrebbe dovuto inalberare. Egli, elevandosi al disopra di tutte le opinioni, avrebbe dovuto avere per missione il facilitare cotesta propaganda, che sorge spaventosa fra i cittadini, facendo abilità ad ogni scritto rivoluzionario, senza prediligere una dottrina più tosto che un’altra, di circolare liberamente nell’interno. Il comitato non avrebbe dovuto credersi un governo, aggiunti a tanti che opprimono l’Italia, ma un mezzo di eludere la vigilanza di essi, e scrollarne l’autorità, non crear ceppi, ma rompere gli esistenti; non chiedere silenzio, ma libertà di dire; non faredire ma lasciar fare, lasciar dire: non governare ma rivoluzionare. Il Comitato volle imperare: la sua formula fu tacete e fate: avrebbe dovuto essere; fate e dite come meglio credete.

Le città d’Italia, varie d’indole e di tradizione, e variamente oppresse, non possono astringersi ad un unico organamento, nè da un sol centro dipendere, ma solo riceverne aiuto. Il popolo che in varie foggie vede sorgere i patiboli e cadere le vittime, è solo giudice del come i cittadini debbano tra loro intendersi, ed a quali uomini debbano fidarsi. Il comitato volle tutto accentrare nelle sue mani, e che tutti muovessero ad un suo cenno.

L’intolleranza nelle opinioni crebbe a tale, che il Comitato toscano escluse pubblicamente dalle sue file coloro i quali erano unitari, dicendosi abbastanza forte, [p. 182 modifica]e mostrandosi quale fazione dominante in Italia, ingenua confessione della più assoluta mancanza d’idee pratiche.

Fu concetto di carbonari (ed allora era idea comunemente accetta) che liberata l’Italia, s’abbia a conservare, per un certo tempo, una dittatura educatrice. Ora le opinioni sono cangiate; non si fa guerra ai governanti ma al governo, al principio d’autorità; ed intanto Mazzini, il fondatore della Giovine Italia, che avea combattuto la dittatura in quell’epoca, se ne fece al giorno d’oggi il propugnatore. Dittatura, dice il Mazzini, che preparerebbe l’educazione iniziatrice, con la stampa ordinata ad un fine; con l’associazione pubblica concentrata ad una sola bandiera, con l’esercizio delle facoltà elettorali sin dove è possibile ai militi. Ed è questo appunto il principio su cui fondasi il dispotismo; il quale non dice voi dovete essere schiavi, ma ammette la necessità di ordinare e limitare la libertà. Non anarchia, continua Mazzini, non tentativo di sovvertimento nelle condizioni sociali, predicazioni inconsiderate di sistemi stranieri, esclusivi, imperfetti, tiranni. Quindi la censura, la persecuzione, lo spionaggio per conoscere se alcuno secretamente si facesse l’apostolo di tali sistemi, erano le conseguenze immediate di coteste massime. Egli è certo che scrivendo queste parole soggiacque ad un momento d’aberrazione. E chi sei tu, può rispondergli ogni italiano, che pretendi proibirmi di propugnare tali sistemi? D’onde traggi il convincimento che questa sia la volontà della nazione? se questi sistemi sono contrarî al voto pubblico, essi saranno respinti; io, italiano quanto te, sono di opinione diversa, e quale altro giudice se non l’universale volontà, ed il fatto, può decidere la nostra contesa? Tu dici che la nazione in ceppi non può esprimere la sua volontà; ed ammesso questo, come [p. 183 modifica]puoi esserire che il tuo e non già il mio sia il concetto nazionale? E poniamo il caso che l’Italia risorga; che trascurando la sostanza delle cose ed attenendosi alla forma, ti conceda assoluti poteri, e col potere la forza, tu mi costringerai a tacere, ma non perciò avrai ragione, e ne avrai tanta, quanto ne ha Buonaparte contro i socialisti di Francia. È vano il dire, la nazione mi ha concesso la forza; tutti i tiranni possono dir altrettanto, allorchè non reggono in virtù di forze straniere. Furono francesi quelli che compirono il colpo di stato, francesi quelli che votarono; e se la Francia non volesse davvero, potrebbe reggere Bonaparte sul trono? Nel potere a te, o a chiunque altro concesso, io non vedrei, se questo potere restringe la mia libertà individuale, che il momentaneo trionfo d’una tirannica fazione. Come adunque decidere la questione? Se dal primo istante che in un angolo qualunque della terra italiana cesserà il presente stato di cose, avremo tutti prima libertà di dire, e nessuno la forza per porre altrui il bavaglio e la nazione accetterà le tue e non già le mie idee, allora io ti darò ragione. Ma finchè tale prova non sia fatta, chiunque vorrà imporre una sua opinione dicendo: «così vuole il paese» se ha forza materiale non è che un tiranno. La tirannide, la semi-tirannide, qualsiasi specie di governo, esprimendo sempre la prepotenza di una parte più o meno numerosa della nazione, deve, per sua natura, temere le manifestazione dell’universale volontà; essendo dessa che l’osteggia e tende indefessa a sostituire la sovranità del tutto all’usurpazione della parte. Ma bandire la sovranità del popolo, e limitare la manifestazione del pensiero, è un chiedere la luce con favorire le tenebre. Le opere ed i pensieri di una società non possono mai minacciare l’esistenza di essa società, ma tendono sempre d’assettarla ne’ suoi incastri, e contrastano a tutto ciò [p. 184 modifica]che vuole spostamela, per mantenerla in un equilibrio che non gli è naturale.

Conchiudiamo. Al Comitato Nazionale è avvenuto quello che avviene ad ogni governo, cui non sia tronca affatto la possibilità di usurpare. Per istinto invariabile dell’umana natura, gli uomini che lo compongono cercano farsi centro d’attrazione di quanto succede, e sempre, comecchè spesso con rettissimi fini, pretendono che tutto pieghi alla loro volontà. Essi praticano e non dicono ciò che il XIV Luigi diceva e praticava: «lo Stato son io.» Il Comitato fece solitudine intorno a sè, allontanandosene tutti coloro che non volevano abdicare alla ragione e credevano assurdo e ruinoso errore il rinunziare alla libertà per conquistarla.

La stampa che rappresentava il partito, in luogo di richiamarlo con severa critica sul diritto sentiero, sacro debito d’italiano, credette migliore tattica adularlo. Disconobbe così la propria missione, e prese norma dagli scrittori ministeriali, i quali, in luogo di correggere, lodano a cielo gli atti del governo. I pochi utili atti che un governo o un centro qualunque può compiere portano scritta in fronte la loro apologia; sono innumerevoli i dannosi che la stampa dovrebbe energicamente attaccare. Ogni governo, ogni centro, a cui per necessità viene concesso un potere superiore a quello che per loro medesimi avrebbero gli individui che lo compongono, è un’ulcera che tende a spandersi sulla società; e bisogna che la pubblica opinione si adoperi ad arrestarne il progresso.

Intanto se, per aver visto gli Italiani uniti a rovesciare la monarchia, adattarne i principî, le forme e i costumi, bisognò conchiudere che la rivoluzione non era compresa; nella guisa stessa, scorgendo come il comitato cessò, perchè successivamente gli vennero meno tutti gli appoggi, se ne deve inferire, che vi è [p. 185 modifica]stato progresso significante nelle idee. Come il cristianesimo è sceso nel sepolcro coi panni da filosofo di cui l’hanno vestito Gioberti e Rosmini..... del pari il Comitato Nazionale (speriamolo almeno) è stata l’ultima prova del principio monarchico, che, trasformandosi in mille forme, mascherandosi con varî nomi, si è spento con quello di comitato rivoluzionario.

Pongo fine a questo capitolo consacrando a Mazzini le ultime parole. Ho fatto tacere ogni simpatia personale, e com’era mio debito, l’ho severamente giudicato. Ora mi sarà caro il dire, che il suo nome, ad onta della mia censura, avrà sempre meritate le più splendide pagine della nostra storia. Niuno, durante l’intera vita, ha operato con fini più retti; niuno ha rivolto con maggior costanza tutti i pensieri e tutte le opere ad un sol fine, così grandioso come è quello del risorgimento italiano. Una tale idea ha inspirato la sua giovinezza e ne ha assorbito ogni affetto. Nella storia antica e moderna non si riscontra un uomo, che abbia sacrificato tutto l’utile privato ad un utile pubblico sperato. Cotesto tipo i di cui tratti i pensieri e gli affetti si riassumono indefessi e costanti nell’amore alla patria, è frutto di terra italiana, è una gloria di più da aggiungersi alle tante che noi contiamo.

XVI. Cessato il Comitato italiano, gli Italiani ondeggiarono nell’incertezza. Surse in alcuni l’idea di ricostituire un nuovo centro; fortuna che non si rinvennero uomini, che avessero raccolti i suffragi universali! altrimenti saremmo ricaduti nel fatale errore per cui tutte le rivoluzioni riescono infruttuose: cangiare gli uomini ritenendo i principii.

Il più grande amatore di libertà, non appena assume il potere, se non è uomo dappoco, vuole che tutto pieghi alla sua volontà; epperciò il nuovo centro, come il caduto, avrebbe personificato in sè medesimo la [p. 186 modifica]patria, dichiarando ambiziosi e corrotti coloro che si fossero opposti alle sue mire. Il comitato aveva fatto un gran bene; aveva incarnato il convincimento sugli Italiani, di operare la loro salvezza dalla cospirazione e dalle proprie forze; aveva poi prodotto un gran male, quello di dare alle cospirazioni un carattere passivo, che, invece di operare da sè, aspettavano sempre e l’imbeccata e gli ordini altronde. Per determinare il modo come governarsi in tale bisogna, è d’uopo esaminare come operino queste forze latenti che si nascondono nel seno d’un popolo, e che in alcuni giorni fatali si manifestano terribili.

Le nazioni funzionano come l’individuo, che prima avverte appena, poi con turbamento, quindi riflette, in ultimo opera. Ma sovente il dolore troppo vivo precipita l’uomo dal turbamento all’azione, senza dargli campo a riflettere, mentre altre volte gli stimoli essendo leggieri, ne prolungano oltre il bisogno la riflessione. Nella guisa medesima, in una nazione ove godesi una certa libertà di pensiero ed ove i mali sono leggieri, si svolgono fra un importuno cicalio molte dottrine; per contro, ove forti sono i dolori ed interdetto il pensiero, i fatti abbondano e quasi sempre prendono le parole. Da ciò s’inferisce quanto sia assurdo il voler decidere se una nazione debba ragionare o combattere; egli è lo stesso che pretendere di voler regolare seconda la propria volontà il moto degli elementi.

Le idee, i ragionamenti, le dottrine politico-sociali, non sono che lo studio dei mali che opprimono la società, e la ricerca dei modi come lenire questi mali. Secondo le circostanze e l’ingegno dell’autore più o meno inclinato all’astrazione, le dottrine si allontanano, e si avvicinano alla pratica, dai mali che opprimevano la sua patria, fu mosso a cercarvi un rimedio, e non potendo appigliarsi agli immediati e pratici, [p. 187 modifica]perchè l’epoca glielo avrebbe interdetto, e la natura del suo ingegno nol comportava, si elevò ad altissime regioni; e l’animo suo achetossi, trovando che una legge e non il caso reggeva i destini dell’umanità; legge ch’egli nominò provvidenza; e determinò così la periferia di quel circolo, su cui le nazioni dovevano compiere il loro giro. Mentre Vico rivela un fatto che riconosceranno sempre con maggiore evidenza le future generazioni, vi sarà altri d’animo rimesso e d’ingegno pedestre, che, stimolato dai medesimi moventi, dopo lunghi ragionamenti, chiederà il cangiamento d’un ministro o qualche insignificante concessione. Fra questi due estremi trovasi tutta la diversa gradazione degli scrittori. Or dunque scrittori le cui idee potranno giovare alla costituzione sociale non potranno esistere senza mali sociali. Oltrecchè fra placidi affetti e debili passioni è assai raro che si promulghino, in tale materia, grandiose idee ed ardite verità, l’operosità umana manca di stimoli sufficienti; durante la tempesta, e non già durante la calma il pilota manifesta la sua abilità. Quegli scrittori medesimi, che ora imprecano contro le insurrezioni, senza le tempeste del 48 e 49 sarebbero un nulla; sarebbero rimasti ai Prolegomeni di Gioberti. Epperò, ammettere il facile e lento progresso, fra il continuo prosperare della società, è un pretendere l’effetto senza la causa.

Come i mali sociali fanno sorgere gli scrittori, i medesimi mali producono le sette, le congiure, le insurrezioni. La gradazione che scorgesi fra gli scrittori, si osserva eziandio fra i cospiratori, essendo stimolati dai medesimi moventi. Avvi congiura per conquistare una patria libera, e solo per l’abolizione di una tassa. Così procedono le nazioni col pensiero e con le opere; e siccome l’uomo compie i più grandi fatti quando esegue energicamente ciò che maturatamente ha pensato; [p. 188 modifica]così le nazioni sono mature, e toccano quasi la meta alla quale aspirano, allorchè gli scrittori ed i cospiratori tendono al medesimo fine. Quale è in questo svolgersi delle umane vicende l’opera ed il dovere del rivoluzionario? Con la penna trattare tutte le quistioni che conducono al fine bramato; con la congiura far cospirare l’azione al medesimo fine, e cercar di legare strettamente il pensiero e l’azione. Dire fucili e non libri è un errare, come il dire, libri e non fucili.

Abbiamo già veduto in una sequela non interrotta di fatti, dal 1814 al giorno d’oggi, le varie esperienze attraverso le quali ha proceduto il popolo italiano. Da queste esperienze, e non già dai libri, risulta la coscienza nazionale. Ma questa coscienza ove si manifesta? negli scrittori o nei cospiratori? Indubitamente nei secondi. Cotesta coscienza, cotesto sentimento è vago nella generalità, in pochissimi è reciso; esso per conseguenza è soggetto a vacillare sotto l’impressione dei fatti. Gli avvenimenti sotto tanti diversi aspetti, sono sempre erronei; come i gruppi dei monti, i quali sembrano cangiare la loro dispositura, al cangiare del sito dell’osservatore; quindi quel mutare continuo delle opinioni. Una nota diplomatica, le parole di un ministro, la morte di un principe possono dar ragione ad una quantità d’opuscoli; sono essi l’espressione della coscienza nazionale? no. Ma mutano la coscienza nazionale più o meno modificata da tale avvenimento, secondo la gagliardia d’animo di chi scrive. La cospirazione, per contro, non prende le mosse da tali avvenimenti, ma molto più da lungi; le sue aspirazioni e le sue forze non le cerca in ciò che mostrasi nella società, ma in quei sentimenti, in quelle aspirazioni occulte non solo, ma osteggianti; inoltre il congiurare richiede fermezza di proposito e gagliardia d’animo più dello scrivere; quindi tutte le circostanze concorrono [p. 189 modifica]a mantenere salda cotesta coscienza nazionale più nel cospiratore che nell’autore. Epperò le aspirazioni di quello sono prove più evidenti che le ragioni di questi.

Quanti libri, discordi fra loro, sonosi stampati in Italia dal 49 al giorno d’oggi? Chi vuole l’Italia una; chi il regno boreale; chi due Italie; chi spera tutto dalla Francia; chi tutto dal Piemonte. Quale sarebbe la coscienza nazionale? impossibile a dirlo. Ma osservate le cospirazioni, le congiure, i martiri.... tutti indistintamente ed in tutte le epoche hanno accennato al medesimo scopo: Italia una e libera; e quindi è forza inferirne che, ad onta dei colpi di stato, dei protocolli, dei memorandum, la coscienza nazionale è rimasta salda. Sarebbe stoltezza attribuire al solo Mazzini, ispiratore della maggior parte di questi tentativi, tale fermezza di proposito. Mazzini non avrebbe potuto trovare mai tante braccia pronte ai suoi voleri; egli, cessato il Comitato, ritornò ad essere semplice cittadino, e, come tale, fece molto più bene di quello che non aveva fatto come membro del Comitato; la sua operosità, la sua fortuna, il suo credito personale furono al servizio di coloro che volevano tentare di salvar la patria. Forse avrebbe potuto accettare con più riserva, o rifiutare certi progetti che non promettevano riuscita; ma da questo picciolissimo torto, all’accusa stolta di mandare la gente al macello, avvi un abisso. Egli avrebbe dovuto, a parer mio, scegliere una sola regione d’Italia, evidentemente il mezzogiorno, e su quella accentrare tutti i mezzi di cui disponeva.

Invece preferì farsi centro universale, a cui ricorrevano tutti coloro che volevano trarre in atto un pensiero generoso. Così governandosi, forse, avrà ritardato una rivoluzione; e se avesse negato agli operosi i suoi soccorsi, cosa non facile per chi sente sviscerato amore di patria, avrebbe risparmiato qualche vittima; ma [p. 190 modifica]non perciò il bene che egli ha fatto può disconoscersi.

Poniamo il caso che non fosse esistito il Comitato nazionale, nè l’opera sua, nè Mazzini, o altri come lui che avesse continuamente fomentato le cospirazioni e le congiure; e che in Italia, secondo avrebbero voluto i dottrinanti, ninno avesse pensato a muovere; chi parlerebbe d’Italia? Forse l’Austria, rassicurata dallo spirito pacifico delle sue popolazioni avrebbe imposto al Piemonte delle restrizioni alle sue libertà; ed il Piemonte stesso in una tranquillità generale, non avrebbe inteso il bisogno di mostrarsi ostile all’Austria. Su che si fondarono le ragioni addotte al congresso di Parigi, per chiedere riforme? sugli articoli di giornali e sui libri stampati in Italia, o sulle vittime, sui condannati, «ui processi continui, che sono poi l’effetto delle congiure, di quella resistenza organizzata in Italia? Ed a quale partito è dovuta la presente agitazione in Inghilterra in favore d’Italia? Ai dottrinanti o ai cospiratori? Ripetiamolo; sono i fatti e non le dottrine che manifestano la vita della nazione.

Una nazione, ripeteranno i dottrinanti, che risorge senza un concetto politico reciso, ricade nella schiavitù. D’accordo in questo. Ma questo concetto politico non si forma nè diventa popolare coi libri ma coi fatti; i rivolgimenti del 48 falliti sono quelli che hanno convinto gli italiani di non aver fede nei principi, perchè casta, la quale ha degli interessi affatto staccati dal popolo; e, come nel 48 coloro i quali dimostravano questa verità non erano ascoltati, anzi maledetti, così in un nuovo rivolgimento rimarranno delusi coloro che vorebbero rifare il 48. Il popolo progredisce nelle sue idee, ma i soli fatti lo balzano da un concetto in un altro.

Se dai libri dipendesse il progresso di una nazione, gli scrittori sarebbero gli arbitri delle sorti [p. 191 modifica]dell’umanità. Invece sono gli uomini d’azione che imperano; e tutti gli usurpatori da Cesare a Bonaparte, hanno sempre trovato un grandissimo appoggio sulla coscienza nazionale, di cui quasi potevano dirsi i rappresentanti secondo i mezzi più o meno violenti, più o meno obliqui, con cui hanno raggiunto il fine.

Quale scrittore in buona fede può affermare che la plebe, che non sa leggere, si educhi coi libri? Non parliamo di coloro che sotto il despotismo pretendono che il popolo si educhi a libertà per poi esserne degno; tanto vale dire ad un uomo legato: prima di scioglierti è d’uopo che impari a correre; nè diciamo degli altri che, vedendo un popolo corrotto, pretendono renderlo morale, non già sbarbicando ogni germe di corruzione, ma proponendo un reggimento fondato precisamente su di un sistema corruttore; ma di quelli i quali credono possibile, a furia di scritti, spandere le idee rivoluzionarie.

La plebe non è dotata di quelle eroiche qualità che alcuni le attribuiscono; la plebe sovente, traviata dai pregiudizî ed angustiata la mente dall’ignoranza, ondeggia fra la temerità e l’abbiettezza. Stimolata dai materiali bisogni, la sua mente non può elevarsi a pensieri sublimi. Ma se tra la moltitudine uno giunge ad appuntare l’intelletto sulle questioni politiche che agitano il paese, quasi per istinto ragiona con maggior esattezza che il migliore fra gli scrittori; imperocchè tutte le impressioni che il mondo officiale, o che l’attuale ordinamento sociale produce, sulle altre classi della società non hanno presa, come non hanno ascendente sull’uomo del popolo. Questi non è stimolato che da’ mali; ragionando, riconosce senza fatica dove è il bene. Ma coloro i quali non sentono il bisogno di migliorare, ed anzi temono che una scossa improvvisa li balzi fuori da quella nicchia ove godono, se non altro, [p. 192 modifica]l’inerzia, amano ragionare dell’avvenire, ma vorrebbero placidamente raggiungerlo, non rischiare per esso il placido presente; di qui l’innumerevole schiera dei conservatori, degli eroi da poltrona flagellati dal Giusti.

Tutti gli sforzi per sospingere un popolo al risorgimento debbono consistere nello svolgere e rendere popolari le idee, adattandole alla loro intelligenza e traendone quelle conseguenze che debbono condurre ad un utile materiale immediato, onde siano sempre fomite maggiore alle passioni, che debbono, essenzialmente, esistere nel popolo. Il rivoluzionario debb’essere apostolo e cospiratore.

«La passione, scrive Beccaria, è un’impressione sempre costante della sensibilità nostra, tutta rivolta ad un medesimo oggetto; essa è un desiderio di ottenere o di fuggire qualche cosa che sempre si riproduce, ed è sempre riprodotta nella nostra mente quasi ad ogni circostanza.» Quindi, perchè un desiderio si trasformi in passione, fa d’uopo che vi sia mancanza e percezione della cosa desiderata, il che troveremo verificarsi nel minuto popolo, se ci facciamo a riflettere sul suo stato. La mancanza è la miseria in cui esso geme; una vita più agiata è la cosa desiderata e percepita; e siccome la mancanza del necessario è continua, continuo eziandio è il dolore ed il desiderio del benessere, venendo perciò riprodotto ad ogni istante di sua vita; le passioni esistono e non resta che giovarsene eccitandole e dirigendole ad un giusto fine. L’impossibilità di conquistare il desiderato benessere le ammorza, la mancanza d’un obbietto determinato le svia dal diritto sentiero; e perciò il popolo, o adagiandosi nei difetti si rassegna, oppure con la forza e con la frode tenta rapire ad altri quello che esso agogna e corre cercando l’agiatezza, dall’ignoranza sospinto al patibolo. Scuotiamo adunque gli addormentati, ed agli sviati, [p. 193 modifica]mostriamo il cammino. Se il despotismo promette come premio di loro rassegnazione i beni celesti, il rivoluzionario, con la spada della vendetta e la bilancia della giustizia, dovrà promettere beni terreni ed immediati, additando il modo come conquistarli. Esploriamo ogni piaga sociale, richiamiamo su di essa la pubblica attenzione, ed additiamo un solo mezzo come rimedio: la conquista della patria, ma non già di un pomposo nome e di vani diritti, ma la conquista del suolo della nazione e di quanti prodotti vi esistono. Ognuno diventi un Socrate, in piazza, ne’ trivii; al deschetto del ciabattino, al pancone del falegname, si faccia ad interrogare quelle rozze menti e le conduca passo passo alla scoverta della verità. Io sono simile a mia madre, diceva Socrate figlio di una levatrice, non creo nulla, ma aiuto gli altri a produrre. È questo il solo mezzo di rischiarare, in parte, la mente del popolo, di educarlo, e non già tenendolo a forza nelle scuole, stampando libri che esso non legge. Ma neppur questo mezzo medesimo di propaganda volgare, ed adatto alla sua intelligenza, e che trae argomento dai suoi più pressanti bisogni, neppur esso è bastante a conseguire lo scopo desiderato.

La plebe non si lascia convincere che dai fatti, ma la propaganda di cui discorremmo, elabora, fra un numero ragguardevole di giovani, la conoscenza dei diritti che ad ogni uomo accorda la natura; e codesti giovani, appena il popolo, sotto la sferza del dolore si precipita nel moto e dubbioso non sa ove dirigere gli attacchi e come colorire i desiderii, facendosi tutti oratori di circostanza dureranno pochissima fatica a far loro comprendere quello che in un secolo di calma ed in mille volumi non avrebbero mai appreso dai dottrinanti. Non già la profonda dottrina richiedesi in cotesti oratori, ma forza di carattere che non li faccia [p. 194 modifica]retrocedere di fronte alle conseguenze ignote de’ principii da essi propugnati. Guai se essi si accostano alla spregevole schiera de’ così detti moderati, se si atteggiano da rivoluzionarii, da riformatori, da amici de’ popoli, perchè si fanno a sostenere alcune franchigie che servono a riempiere le loro casse e soddisfare la loro bassa e puerile vanità. Il rivoluzionario di buona fede sospinge lo sguardo sulle moltitudini, e non mira che al trionfo della vera democrazia. Discendere alla benchè minima transazione è un rinnegare la rivoluzione; come la minuta polve che il turbo solleva, o poggiasi sulla corona de’ re e sulle eccelse torri, o pure ricade sotto i piedi dei passanti, così il minuto popolo o acquista pieni ed interi i suoi diritti, o ritorna turba di vilissimi servi derisi con pomposi nomi. Quando non mirasi al trionfo d’una setta, o d’una classe di cittadini, il mezzo termine, qualunque esso sia, tronca i nervi della rivoluzione e l’uccide.

Finalmente agli spiriti rimessi e timidi, a cui è spavento l’assoluta libertà, e che chiedono programmi e nome, risponderemo che il programma già esiste. Siete voi rivoluzionarii? mirate al trionfo della vera democrazia? In tal caso per voi non può esservene altro che gli aforismi di cui ragionammo nel terzo capitolo. Se pretendete limitarne, nella benchè minima parte, il significato, cesserete d’essere rivoluzionarii, non sarete che opportunisti o faziosi.

XVII. Fatto studio sul modo con cui la nazione elabora le idee ed opera onde prorompere all’azione, è mestieri segnarne, supposto iniziato il moto, le prime orme. I principii da cui bisogna prender norma, sono quei medesimi accettati da’ rivoluzionarii; quindi ognuno altro non dovrà fare che mostrarsi consentaneo a sè medesimo, e respingere qualunque misura, comunque temporanea, che li leda nella benchè minima parte. [p. 195 modifica]Da tale base prenderemo le mosse, e ci faremo a sviluppare un tale argomento.

La più importante quistione a risolversi è il determinare il potere che dovrà reggere quella parte d’Italia, che prima sarà sgombera da’ nemici, e quindi, mano mano, l’Italia tutta sino al termine della guerra.

La sovranità del popolo, che tutti bandiscono, a cui tutti aspirano, è, col governo, la sostituzione del concetto collettivo all’individuale. Il concetto collettivo emerge dallo stato di progresso della nazione, costituito da’ svariatissimi rapporti sociali. Chi parlasse di libertà a gente che avesse servo il cuore, non sarebbe compreso, i suoi sforzi tornerebbero vani; a gente di spiriti liberi, farebbe schifo il linguaggio di uno schiavo. Il concetto della nazione è fatale esso è il solo giusto ed il solo possibile, esso sarà, indubitatamente, l’arbitro delle nostre sorti; lasciamo adunque che si manifesti liberamente. Il pretendere di mutarlo è vano. Diremo solo che un popolo, il quale per esser libero vuol esser dominato, o erra o non è degno di libertà; e tanto nell’uno quanto nell’altro caso non sarà mai libero, e più che ogni altro popolo l’italiano, perchè maggiori ostacoli si frappongono al suo risorgimento, e per superarli gli fa d’uopo libertà maggiore.

La dittatura debbe esser potente; se non è tale non è dittatura. Essendo scopo di un tale maestrato, il far prevalere la propria volontà a quella dell’intera nazione, bisogna che i capi dell’esercito e tutti i pubblici funzionarii siano di sua scelta; gli è mestieri di una polizia onde spiare i passi ed i pensieri de’ cospiratori, de’ ribelli, immancabili, perocchè essi sono alla dittatura come l’ombra ai corpi; e dovendo rivolgere in suo favore l’opinione pubblica, deve, per conseguenza, spiare i pensieri di ognuno; ed infine dovrà possedere a sua tutela una potente forza materiale. Un tale governo [p. 196 modifica]sarà divenuto ancora più solido per le ottenute vittorie; e quando l’epoca della sua missione sarà compita, chi potrà imporgli di cedere il posto alla Costituente? Così la libertà conquistata a prezzo di tante vittime, di tanti sacrifizii sarà in balìa di uno o più individui, dalla cui buona fede dipenderà la sorte della nazione.

Ma chi ignora quanto sia facile che nella mente dei dittatori surga l’idea che essi siano necessarii all’Italia, che abbiano una missione da compiere? Se tale idea diventa sentimento, eglino trucideranno e si lascieranno trucidare prima di abbandonare il seggio dittatoriale. L’amore stesso del paese, e la natura umana generano un tale sentimento. Ognuno credendo le proprie idee le migliori, crederà fare il bene della patria costringendola ad accettarle. Chiunque è al potere (esclusi quei tiranni che per salvezza personale cercano tutto colpire perchè di tutto temono) crede in ogni suo atto fare cosa utile o almeno necessaria al paese. Nel 1494 i fiorentini cacciarono i principi, e per porre rimedio a’ tanti mali da cui erano gravati, confidarono pieni poteri a coloro che credevano atti a governarli. Ma ad onta del continuo cangiar di governanti, scegliendo coloro i quali con maggior veemenza declamavano contro cotesti mali, andarono sempre di male in peggio. D’onde l’adagio italiano: costoro hanno un’anima in piazza ed un’altra in palazzo. E pure il torto non era di coloro che erano assunti al potere. Un uomo non può cangiare mai totalmente i rapporti stabiliti dal lungo lavoro de’ secoli. Solo una rivoluzione può farlo. I Fiorentini avevano nelle loro mani il modo di sciogliere il problema, dichiarandosi e rendendosi di fatto liberi ed uguali: la nazione sola poteva far ciò, non mai un individuo. I mali scaturivano da un solo fatto, i pochi straordinariamente ricchi, moltissimi mendichi, nè vi erano governanti che valessero a dissipare tale mostruosità. [p. 197 modifica]

Ogni cittadino ha il diritto di proporre leggi e riforme, ma chiunque dice: «abbiate fede in me, affidatemi il potere, ed io vi renderò liberi e felici», costui non merita neanche di essere ascoltato. Libertà ed uguaglianza sono i cardini su cui deve poggiare l’umana felicità; tutte le leggi che favoriscono questi principî, ottime, quelle che tendono a limitarli, pessime; la fede negli individui spalanca alla nazione l’abisso, imperocchè la fede senza convincimento turba l’uguaglianza.

«L’autorità libera nel potere, limitata nel tempo, scrive il Machiavelli, è pericolosissima, perocchè nell’uomo nasce brama di perpetuarla, nè gli mancano i mezzi; ma questi non essendo dati dalla legge a quel fine al quale egli l’indirizza, debbono per necessità diventare tiranni.» Ammettiamo che in Italia vi siano uomini di una tempra diversa di tutti gli altri, e che, debellati i nemici, educati tutti noi a libertà, essi ritornino, all’epoca stabilita, a confondersi nelle file del popolo. L’orditura del loro governo, l’innesto del governo dittatoriale, il principio che l’informa, l’ubbidienza; gli interessi creati da questo governo non potranno certamente sparire; quindi vi sarà sempre la dittatura. Cangeranno i nomi, le forme, ma non già la sostanza delle cose. Il popolo continuerà ad ubbidire, i pubblici funzionari a comandare, lo spirito della nazione sarà monarchico; ed ogni governo che gli succederà, eziandio non volendo comandare (e chi non lo vuole?!), comanderà come quelli comandavano. Delle due cose l’una; o la dittatura non giungerà a comprimere ed aggiogare gli spiriti nazionali; ed in tal caso riesce inutile; o vi riescirà, ed allora, per rilevarli, fa d’uopo d’una seconda rivoluzione. Dopo lunghissimi anni di sforzi, di sangue sparso, di patimenti durati onde esaltare lo spirito nazionale, noi medesimi [p. 198 modifica]mentre ci affatichiamo a ciò, andiamo in traccia del mezzo, come comprimerlo. Oh nullità dell’umana ragione!!!... Terminata la guerra sotto il reggimento dittatoriale, ci troveremmo una monarchia senza re, ed i re facilmente si trovano. Guai quando non si confermano da’ primi momenti le conquiste del popolo!

Fino ad ora abbiamo ragionato ed abbiamo ammessa possibile la dittatura civile, ma essa non può distinguersi dalla militare. Le forze armate della nazione saranno, oppur no, sotto la sua immediata giurisdizione? Se vi saranno, la dittatura militare di fatto, se non vi saranno non esisterà dittatura. Ma ammettiamo eziandio cotesta anomalia, vi sarà dittatura di uomini non militari. La loro sorte è irrevocabilmente decisa; eglino verranno cacciati di seggio col piatto della sciabola dal vincitore delle prime battaglie. Quei giovanotti medesimi, che ora parteggiano da fanatici per la dittatura, allora saranno gli stromenti che la cangeranno. La gloria militare eclissa qualunque altra, rapisce l’animo de’ guerrieri in favore di colui, dal cui braccio, dalla cui mente riconoscono l’inebbriante piacere della vittoria; quindi il generale disporrà dei soldati. Intanto questo generale che periglia in campo, e credesi giustamente la salvezza di sua patria, con riluttanza riceverà ordini da un governo civile; egli crederà, e non a torto, che durante la guerra, da cui la nazione spera salute, sia più giusto, più logico, più utile, che un guerriero abbia questo assoluto potere, e non mancherà di ghermirlo, eziandio con la forza. Non senza ragione i principi cercano fra i più fidi servitori i capi dell’esercito, si circondano di prestigio, si rincalzano col diritto divino, si dichiarano guerrieri essi medesimi, anche senza esserlo.

I convenzionali francesi, uomini al certo di somma energia, caddero inesorabilmente sotto la spada di [p. 199 modifica]Napoleone; vissero otto anni, e vissero a prezzo di moltissimo sangue, imperocchè richiedendo la Francia quattordici eserciti, poterono contrapporre gli uni agli altri i varii generali; ma non appena la riputazione di uno elevossi su gli altri, quest’uno ghermì il potere. In Italia richiedesi un solo esercito, epperò dopo la prima battaglia vinta, il generale non avrà rivali. Nel 48 in Ungheria la dittatura finì per passare nelle mani di Geörgey. La repubblica francese del 48 creò una presidenza civile, ed essa ben presto si è trasformata in dittatura militare. Pare impossibile come l’amor proprio faccia disconoscere le verità più evidenti, i fatti più noti. È un assioma, è un fatto evidente, che ripetesi tuttogiorno, e può dirsi esistere nell’ordine naturale delle cose, che la forza militare s’impadronirà sempre della dittatura se essa esiste. Con facilità ed indifferenza cangiasi di padrone; anzi natura del popolo è, se lo accostumasi, ad ubbidire, di scegliere colui che più imperiosamente comanda, e tutto quello che viene creato dalla forza, presto o tardi in potere della forza ritorna. Per contro, se dai primi istanti cominciasi ad assaporare la libertà niuno soffrirà ch’altri venga a rapircela; e quanto è naturale e facile il sostituirsi in luogo d’un altro, tanto è difficile cangiare le istituzioni, ed un reggimento libero trasformarlo in dittatoriale.

Risuona nella bocca di molti il nome di Washington, quale argomento che dimostri l’utilità della dittatura, la possibilità d’evitarne i perigli. Ma un tale fatto che verrebbe a rincalzare le nostre asserzioni (imperocchè sarebbe stata una dittatura militare), non ha mai esistito, e chi il crede ignora affatto quell’interessante storia. Le leggi, le istituzioni da cui venivano rette le colonie inglesi in America, erano liberalissime, quasi come lo sono al presente, eziandio prima della guerra. In ogni Stato i pubblici funzionari erano eletti dal [p. 200 modifica]popolo, le leggi, le tasse decretate dalle assemblee, liberissima la stampa, garantita la libertà individuale. Scacciati i governatori che dall’Inghilterra venivano inviati in ogni Stato, le colonie furono di fatto liberissime, senza aver bisogno di mutare la costituzione, o di far nuove leggi. Un congresso assunse il potere supremo, non di far leggi, non di educare, non di limitare i diritti di cittadini, ma incaricato solo di riunire gli sforzi dei varii Stati, richiedendo ad ognuno uomini e danaro per osteggiare il nemico comune.

Ogni Stato, con riprovevole costume, ebbe le sue milizie; eravi poi un esercito comune a tutti, e qualche volta due dipendenti dal Congresso. Di questi due eserciti, uno solo, il maggiore, fu capitanato da Washington; ma egli non ebbe mai ingerenza alcuna nelle faccende civili, ed il suo potere, come semplice generale, fu inferiore a quello che concedesi comunemente ai condottieri di eserciti; la sua opinione, eziandio nei disegni di guerra, doveva sottostare a quella della maggioranza de’ generali.

In un momento assai difficile il Congresso gli conferì sei mesi di dittatura; ma il suo potere in altro non consisteva che nell’eseguire gli arrolamenti, provvedere l’esercito nel modo il più spedito possibile, e, senza dirigersi al Congresso, scorsi i sei mesi, i suoi poteri furono di nuovo limitati. Solamente la sua opinione ne’ disegni di guerra fu dichiarata prevalente, e così corressero un grave errore. Washington non fu mai dittatore nel vero senso in cui s’interpreta questa parola. Egli, per carpire in America un potere dittatoriale, non bastava che si fosse costituito al Congresso, ma sarebbe stato costretto a debellare ad uno ad uno i diversi stati e cangiarne le istituzioni. Washington salvò l’America, non già per gli estesi poteri a lui accordati, ma pel suo gran carattere mostrato come [p. 201 modifica]generale. Egli (concedasi a tale eroe una breve digressione) rimase saldo durante le avversità e le difficili congiunture in cui mettevalo la dissoluzione del suo esercito. Egli fu gran generale, e la sua condotta, forse, fu superiore a quella di Fabio Massimo. Questi ebbe forze sempre superiori al nemico, e comandava a Romani, per indole e tradizione guerrieri per eccellenza; quello comandò esercito sempre minore del nemico, e composto di gente raccogliticcia, a cui mancavano tradizioni ed abitudini militari.

Fabio non impedì le scorrerie del nemico; Washington, senza combattere, interdisse tutte le operazioni agli inglesi; ed in ultimo, ghermita l’occasione, e col semplice soccorso della flotta francese, distrusse un esercito nemico, e pose fine alla guerra.

La Svizzera, le Fiandre, l’America, la Francia, la Grecia, hanno compito memorabili rivoluzioni; martiri, eroi, battaglie, combattimenti, ostinate difese di città, nobili sacrifizii; nulla ad esse è mancato, e le gesta delle due ultime nazioni sono, è cosa innegabile, più brillanti, gli eroi più sublimi, e maggiore lo sviluppo delle passioni; nondimeno Grecia e Francia sono schiave, le altre libere; d’onde questa differenza? Le prime non dovettero far altro che rovesciare il giogo che interdiceva lo sviluppo delle loro libere istituzioni comunali, non concessero mai ad alcuno il potere di comandare a bacchetta, e nol potevano concedere senza ledere le libere leggi che si trovavano in vigore, e perciò il despotismo non trovò terreno da gettare le sue radici. Per contro, tutte le nuove costituzioni francesi non hanno distrutta ma riformata l’antica, la quale è pura emanazione della tirannide, e corrivi i francesi, perchè d’indole servili, a concedere estesi poteri, a crearsi le pouvoir fort, com’essi dicono, ad onta delle goffe e stolide complicazioni aggiunte alla macchina [p. 202 modifica]governativa per garantirsi, essi sono stati sempre schiavi, sempre tiranneggiati, durante la rivoluzione, e dopo la rivoluzione. La Grecia ebbe tutto a creare, ed in luogo di abbandonarsi liberamente alle proprie ispirazioni, prese norma da’ Stati che si dicevano inciviliti, ritornò serva. In Italia, le istituzioni in vigore sono tali, tali le abitudini dei pubblici funzionari, i quali si credono i padroni, non già i servitori del popolo, che se concederemo dieci gradi di potere ad un governo, esso, indubitatamente, ne usurperà altri dieci. Guai a noi se ci faremo a ritoccare e correggere l’antica legislazione, a conservare le vecchie basi, la vecchia orditura, noi non usciremo dalla schiavitù, ma stringeremo, complicheremo le nostre catene. Gli Italiani debbono spianare affatto il vecchio edifizio, e lasciare che i rapporti fra i cittadini nei comuni, e quelli de’ comuni fra loro, vadano creandosi da sè, non assegnando loro altra norma che leggi di natura ed il Cristo passato. La nazione essa medesima prenderà l’equilibrio sul suo vero centro di gravità. Per condurre la guerra, basta un centro, come diremo, ove facendo capo i mezzi che la nazione vorrà impiegarvi, verranno diretti contro il nemico.

Nell’antica Roma il potere dittatoriale non poneva in nessun rischio la libertà; il paese era già costituito, le leggi quali si convenivano ad un popolo libero, e queste leggi tacevano pel breve tempo che durava la dittatura, quindi riprendevano vigore. Eravi, inoltre, un potente patriziato, quasi tutti già generali di eserciti, guarentigia bastante contro ogni usurpazione. Nè la dittatura doveva dar leggi o educare un popolo; essa era dittatura militare e non civile, e fu creata dai patrizii onde contrapporla al potere tribunizio. Propugnare in Italia una dittatura educatrice ed educatrice a libertà, è tale enigma, è tale frase che altro non racchiude, che una manifesta contraddizione. [p. 203 modifica]

Dimostrato come la dittatura altro non sia che una contraddizione con sè medesima per un popolo che aspiri a libertà, come sia impotente a produrre il bene e scaturigine d’ogni male, come nasconda in sè medesima grandissimi perigli, ora ci faremo a dimostrarla impotente affatto a dirigere la guerra.

L’Italia potrà vincere solo a patto, il dice Mazzini, che la lotta sia lotta di giganti; abbiamo adunque bisogno di capi, i quali suppliscano con l’ingegno e con l’energia al difetto del materiale, alla propria inesperienza ed a quella delle soldatesche; di capi i quali non si credono impacciati, non sanno giovarsi delle passioni che bollono nel popolo. Tali capi, ora che rivoluzione non v’è, non esistono, ma non mancheranno certamente fra i 25 milioni d’italiani. Quale stoltezza cercarli prima? I generali sono figli, e non padri della rivoluzione. Ma come sperare che sorgessero cotesti eroi, coteste folgori, se la dittatura verrà ben tosto a calmare la tempesta, ad ammorzare col suo soffio tiepido le passioni? Gli eroi non escono nè dai guardinfanti delle corti, nè dalla camera d’un dittatore, ma dal fermento delle passioni popolari. Se tutto dovrà piegarsi al volere d’un uomo, le forti passioni sono impossibili, ed impossibili per conseguenza gli eroi.

Oltrecchè, i dittatori, che verranno sostituiti alla nazione, come conosceranno le numerose capacità che l’Italia nasconde dalle Alpi al Lilibeo? La loro scelta dovrà aggirarsi nell’angusto campo dei loro aderenti, ed a questi, non già ai più capaci, verranno affidate le sorti della nazione, perchè, non essendo militari, non potranno essere giudici competenti, e perchè la preferenza verrà naturalmente accordata a colui che sia più amico, più simpatico, per docilità e per dottrina ai dittatori. [p. 204 modifica]

Infine cotesti dittatori civili preferiscono, quasi sempre, generali stranieri a’ nazionali, imperocchè temono il credito di questi, e più facilmente conservano il predominio su quelli, e così decretano la ruina e la vergogna della nazione; ed atterriti dalla popolarità che acquista un generale, sono riluttanti a condurre di forza la guerra, e se scorgono una probabilità di terminarla, senza più, eziandio con danno della causa, transigono. Finalmente è mestieri riflettere, comunque voglia supporsi perfetto un tale governo, che, in caso di rovesci, il governo non essendo fondato su principii, ma sul carattere e l’opinione degli uomini presso cui trovasi il maestrato supremo, si ricorrerà al volgare e puerile mezzo, quale è quello di cangiarli; e quindi un solo disastro, probabilissimo in simile lotta, basterà per sostituire al potere uomini d’altra gradazione di colore, che daranno alla rivoluzione un nuovo indirizzo politico, e da tale continuo ondeggiamento verrà strozzata. La dittatura in Italia, come in Europa, ha fatto le sue prove. Il governo provvisorio di Milano, quello di Venezia, di Firenze, di Roma, di Sicilia.... potevano decretare tasse, provvisioni militari, far la pace o la guerra, creare cariche (e ne crearono infinite), furono insomma poteri dittatoriali. Che cosa avvenne? Lo stato delle cose rimase ove la nazione l’avea condotto. Nel primo periodo di sua vita la rivoluzione non avanzò d’un passo, anzi, come è natura d’ogni potere, si curò reprimerne, gli slanci, senza accrescerne le forze. Se con la dittatura siamo stati mai sempre vinti, perchè non provare la libertà?

Faremo fine a questo ragionamento con affermare, come cosa per sè medesima evidente, che se la dittatura fosse necessaria all’Italia, in tal caso bisognerebbe disperare affatto del nostro risorgimento. La dittatura in Italia è impossibile; sarebbe lo scoglio della [p. 205 modifica]rivoluzione, renderebbe inattuabile l’unità degli sforzi. Il fato che ha decretato per l’Italia la schiavitù o l’assoluta libertà con la grandezza che l’accompagna, ha reso impossibile la dittatura. Come supporre che tutta Italia s’inchinasse al potere assoluto surto dalle barricate di una città? Palermo, Napoli, Milano riderebbero degli ordini che si emanassero da Roma. Questa dittatura non solo dovrebbero combattere gli stranieri, ma per unificare l’Italia dovrebbe conquistare i varii stati e tenerli soggetti, fare in un mese assai più di quello che l’antica Roma non fece in sei secoli. Quale erroneo giudizio dell’indole del paese!!

Dimostrata l’assurdità di tale concetto, e come in esso senza vantaggio veruno si riscontrino tutti gli inconvenienti e tutti i rischi della tirannide, e come le tradizioni e l’indole del paese sieno con esso riluttanti, ora verremo a discorrere di quello che bisogna sostituirvi. Lo stato presente d’Italia, il fine a cui tendiamo, i sacri principii che emergono dalle leggi di natura, determinano recisamente la forma e le attribuzioni del potere, che dovrà amministrare gl’interessi della nazione durante la lotta.

Le diverse condizioni in cui trovansi i diversi stati non solo, ma le diverse città d’Italia, rendono quasi impossibile un insorgere simultaneo; ed eziandio che, per una favorevole circostanza ciò avvenisse, non in un tratto, ma successivamente ne verrebbe sgombro il suolo da’ nemici. Quindi è forza che non già l’Italia tutta, ma una parte di essa, debba, prima che le altre, inalberare la bandiera comune, e nominare un maestrato, non municipale, ma italiano. Questi italiani, primi ad essere liberi, che dovranno al caso o alle loro speciali circostanze l’iniziativa, non potranno certamente pretendere che la nazione intera confermi o si sottometta al potere da essi eletto. Tale pretesa non [p. 206 modifica]solo sarebbe tirannica, ma vana; si vedrebbero sorgere tanti altri governi quante sono le diverse provincie, o almeno i diversi Stati in cui ora è divisa. Il maestrato che dovrà amministrare l’Italia, deve assolutamente procedere per addentellati, facendo così abilità ad ogni parte di essa, fatta libera, d’unirsi alle provincie iniziatrici del moto, non già sottomettendosi, ma trovando pronto il proprio incastro onde comporne un solo tutto. Quindi altro non potrà essere che una convenzione, un Congresso nazionale, eletto con suffragio universale, il quale verrà completandosi a misura che la rivoluzione proceda. Resta ora a determinare le attribuzioni di questo Congresso.

Se ci faremo a considerarlo con quelle idee, che oggi si hanno in Europa del governo parlamentare, ognuno ne troverà, nel fondo della propria coscienza, la condanna. Garrule, lente, tumultuanti, snervate riescono coteste congreghe, ed esse o cagionano la ruina del paese, o si restringono in una dittatura, essendo cosa impossibile ottenere l’unità dei fatti in tanta disparità di pareri. Ma ciò non è difetto di queste adunanze, bensì errori di popoli che loro concedono poteri, e ne richieggono opere con la loro natura riluttanti. Un tale Congresso debb’essere non imitazione della Convenzione francese, ma tutt’altro; avvicinarsi piuttosto al Congresso americano, a quello delle Fiandre, al greco, cercando la maggiore unità, ed energia, non già in esso, ma nell’ordinamento delle altre parti dello Stato. Prima d’ogni altra cosa, non bisogna mai perdere di vista il principio, che un popolo, per essere libero, bisogna che fino dal primo istante spezzi le sue catene, ed assicuri la libertà.

La sovranità per legge di natura è inalienabile, nè havvi circostanza che possa giustificare la violazione di questa legge; concederla ad altri è un suicidarsi; [p. 207 modifica]consumato il suicidio è vana speranza il pretendere di ritornare in vita; quindi ogni membro di questo Congresso è sempre revocabile da’ suoi elettori, e la stessa durata del Congresso non può prestabilirsi, dovendo dipendere dalla libera volontà della nazione.

Il suo còmpito è quello di mandare ad effetto il concetto collettivo della nazione, concetto chiaro ed innegabile, il quale comprende in sè la rivoluzione; nè ammette restrizione di sorte alcuna; guerra allo straniero qualunque lingua esso parli finchè non sia fuori d’Italia; guerra a tutto ciò che inceppi l’assoluta libertà. Questo concetto è il despota, il dittatore degli Italiani. Se eglino trasgrediranno i suoi assoluti ed imperiosi comandi, la pena sarà certa e terribile: schiavitù e miseria. I limiti poi, nei quali dovrà sperare cotesto Congresso, o Convenzione nazionale, vengono tracciati dalle leggi di natura, che sono le basi del patto sociale espresse nel terzo capitolo di questo saggio, ed esse non danno luogo a dubbio di sorte alcuna. Essendo sacra la libertà individuale e quella de’ Comuni, il Congresso non avrà la benchè minima autorità sulla loro interna amministrazione; e nella nomina de’ pubblici funzionarli; i Comuni assolutamente indipendenti provvederanno come meglio credono alla loro amministrazione, uniformandosi ai dettati di quelle sole leggi naturali, che formano l’unico patto costituente l’unità italiana. L’esercito essendo un nucleo di cittadini destinati dalla nazione a compiere una speciale missione, in virtù delle medesime leggi testè citate, ha il diritto di eleggersi i proprii capi, ai quali, come nel quarto saggio ampiamente svilupperemo, per ragione di guerra s’addice il concetto de’ disegni militari e la esecuzione di essi. Svincolati dalle mille spine in cui la diplomazia si va ravvolgendo, questo Congresso non ha alcun trattato da lacerare in volto al nemico; finchè [p. 208 modifica]esso sarà sul suolo d’Italia altra ragione oltre il cannone non v’è; cacciato d’Italia, compiuta la missione dell’esercito, allora solo pacatamente il Congresso potrà discendere a ragionare, non avendo il diritto di nulla stabilire senza il consenso della nazione.

Adunque questo Congresso non ha cariche od onori da conferire, non leggi da fare, non trattati da conchiudere, non eserciti da dirigere. È sua missione accusare al cospetto della nazione ed eccitare a riprendere il diritto sentiero quel Comune o quell’individuo il quale violasse i principii da noi stabiliti come base del patto nazionale; è sua incombenza il determinare, secondo la popolazione e la ricchezza d’ogni comune, la porzione contingente in uomini e denari con cui deve concorrere alla guerra, e così equamente ripartire i sacrifizii. È sua speciale opera raccogliere tutte le risorse materiali e dirigerle ove l’esercito il richiede, onde fornire incessantemente il campo. In tal guisa la nazione assolutamente libera, appresta in ogni comune tutte le sue forze; il congresso le raccoglie, e le invia all’esercito; questo, secondo la ragione di guerra, le dirige contro il nemico. Il congresso non è governo, ma centro su cui la nazione equilibrasi, verso cui tendono le sue forze, e vigile guardiano del patto nazionale. Esso può, in virtù di quelle medesime leggi, che gli danno vita e ne tracciano le funzioni, conferire a pochi individui o ad un solo, scelti dal suo seno o fuori, i proprii attributi, onde ottenere la massima energia nel disbrigo delle sue incombenze; basta che non abdichi mai il diritto inalienabile della loro revoca, e del sindacato su di essi. In questo solo modo può concepirsi in Italia l’unità degli sforzi, senza ledere in menoma parte la libertà.