Sandokan alla riscossa/Capitolo II - I pirati dayaki

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Capitolo II - I pirati dayaki

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Capitolo I - L'assalto alla kotta Capitolo III - Il ritorno alla costa

CAPITOLO SECONDO: I PIRATI DAYAKI.


La capanna del capo della kotta sorgeva sulla piazza, del tutto isolata dalle altre, e non differiva che per la sua ampiezza e per la sua altezza. Come tutte le dimore dei popoli selvaggi, aveva la forma conica ed era formata di rami più o meno strettamente intrecciati e coperti di foglie di banano e di palma, disposti a strati e in modo da impedire alla pioggia di passare.

L'interno consisteva in una sola stanza circolare, col pavimento coperto di belle stuoie dipinte rozzamente.

La mobilia era semplicissima: dei vasi di terracotta, dei gusci di testuggini marine e due letti formati di strati di foglie.

Vi era però una specie di palco, appoggiato contro la parete, ben fornito di crani umani, il museo della tribù.

I dayaki dell'interno sono tutti grandi cacciatori di teste, anche perché un giovane guerriero non potrebbe sposarsi senza fare il regalo di almeno un paio di crani umani alla sua giovane consorte.

Abbiano appartenuto a delle disgraziate donne sorprese nella foresta, a delle fanciulle, a dei ragazzi o a veri guerrieri, poco importa.

Basta che la collezione della tribù sia aumentata d'un altro paio di teste.

Nessuno va a cercare come il giovane guerriero se le sarà procurate.

Nasumbata giaceva su uno strato di foglie, guardato da quattro malesi, colle braccia legate strettamente dietro il dorso e la gamba spezzata avvolta in un pezzo di padjon.

Era un uomo sulla trentina, di forme agili ed insieme vigorose, colla pelle quasi giallognola ed i lineamenti fini e bellissimi, essendo i dayaki i più begli uomini di tutte le isole della Malesia.

Vedendo entrare Sandokan, ebbe un sussulto, e nei suoi occhi nerissimi passò come un lampo di terrore.

«A noi due, amico» disse il capo dei malesi, sedendosi su un rotolo di stuoie e mettendosi la carabina fra le gambe. «Tu certo non ti aspettavi di vedermi così presto. Perché hai disertato, dopo di essere venuto all'isola di Gaya a supplicarmi d'arruolarti fra le mie bande?»

«Perché volevo ritornare ai miei grandi boschi e rivedere la mia tribù» rispose il ferito.

«Tu menti!...» gridò Sandokan. «Nella tua fuga precipitosa tu hai dimenticato nella tua capanna una foglia di palma, sulla quale erano tracciati dei segni che un dayako delle mie bande è riuscito a decifrare».

Nasumbata fece una smorfia, ed ebbe un trasalimento nervoso.

«Una foglia...» balbettò poi, fissando la Tigre della Malesia con smarrimento.

«Quanto ti ha promesso il rajah del lago per venire a spiare le mie mosse e sorprendere i miei disegni?»

«Il rajah del lago?» balbettò il ferito.

«Sì, quello del lago di Kinibalu, il rajah bianco, che da tanti anni siede indisturbato sul trono dei miei padri, e che credeva forse che io avessi rinunciato per sempre a vendicare la morte di mio padre, di mia madre, dei miei fratelli e delle mie sorelle. Se quel miserabile avventuriero, sfuggito da non so quale penitenziario inglese, non avesse, non so con quali arti diaboliche, sollevati i dayaki del lago contro il mio vecchio genitore, io non sarei certamente diventato il formidabile pirata di Mòmpracem; m'intendi tu, Nasumbata?»

«Ed hai aspettato tanto?» chiese il prigioniero. «Io ero ragazzo quando la tua famiglia fu sterminata da quell'avventuriero».

«Non avevo forze sufficienti».

«Eppure eri diventato il terrore dei mari della Malesia e facevi tremare perfino il Sultano di Varauni. Non hai tu vinto anche James Brooke, il possente rajah di Sarawack?»

«Come lo sai?»

«Sul lago giungeva, di quando in quando, qualche notizia delle tue grandi imprese».

«Portate dalle spie di quel miserabile, disposte lungo le coste e perfino a Labuan, è vero?» disse Sandokan. «Lo so che mi faceva sorvegliare strettamente, e forse fu lui ad aizzarmi contro gli inglesi, perché io perdessi la mia isola».

«Non lo so, Tigre della Malesia» rispose Nasumbata, la cui fronte però andava rabbuiandosi.

«Quanto ti ha pagato quell'infame per spiarmi?»

«Tu ti sei ingannato, signore».

«È inutile che tu continui a negare. Quella foglia ti ha tradito. Vi erano segnati sopra il numero dei miei uomini e dei miei legni e vi era anche il nome di Yanez. Tu devi aver ascoltato qualche sera i miei discorsi tenuti coi miei luogotenenti, e alla prima occasione sei fuggito per recarti ad avvertire il rajah bianco».

«Tu non hai una prova che quei segni li abbia incisi io sulla foglia di quella palma».

«I dayaki di mare ed i malesi non usano quel sistema; e dei dayaki dell'interno non vi eri che tu fra le mie bande» rispose Sandokan. «E poi, i miei vecchi Tigrotti di Mòmpracem sono troppo fedeli a me per ordire un simile tradimento. Tu hai veduto coi tuoi occhi quanto essi mi adorano: per loro sono una divinità guerriera e non un uomo».

Il ferito fece una seconda smorfia, ma subito riprese con voce abbastanza ferma: «Io non so nulla: come ti ho detto, signore, ho lasciato l'isola di Gaya perché provavo già da tempo la nostalgia del mio paese. Io sono un dayako dell'interno e non già di mare, e amo meglio i miei grandi boschi e la mia capannuccia. In quanto alla foglia può essere stata segnata da qualche altro».

«Dove si trova il tuo villaggio?» chiese Sandokan.

«Lontano, molto lontano, in mezzo alle grandi foreste che si estendono oltre il grande lago».

«Tu allora conosci la via che mena al Kinibalu!»

«Non vi sono vie».

«Lo so; ma tu potresti guidarci attraverso le boscaglie e condurci al lago».

Il ferito lo guardò cogli occhi socchiusi, poi, dopo un istante di silenzio, aggiunse: «Sì, se guarirò, ma non guiderò che te e qualche piccolo drappello».

«Perché?» chiese Sandokan.

«I grandi boschi sono tenuti dalle tribù dei kaidangan le quali sono le più numerose e le più feroci che si trovino verso il nord settentrionale. Se tu ti avanzassi con un grosso drappello, difficilmente potresti sfuggire ai loro attacchi, e la tua testa andrebbe a tener compagnia a molte altre».

«Non ti occupar di questo. Io non ho mai avuto paura dei tagliatori di teste».

«Io mi preoccupo della mia e non ho alcun desiderio di perderla».

«Tu sei astuto come un vero selvaggio» disse Sandokan. «Tu speri d'ingannarmi e di giocarmi, ma ti sbagli di grosso, amico. Noi riprenderemo più tardi questa conversazione».

Si volse verso i quattro malesi e disse loro: «Steccate la gamba a quest'uomo; poi gli costruirete una lettiga e lo trasporterete alla costa».

Stava per uscire, quando entrò Sapagar, uno dei suoi luogotenenti, quello stesso che aveva mandato alla baia di Maludu perché cercasse di conoscere da quale parte erano giunti quei lontani colpi di cannone.

«Assalgono la nostra flottiglia?» gli chiese subito Sandokan.

«No, padrone: la scialuppa a vapore ed i prahos non sono minacciati da nessuno, e i nostri equipaggi vegliano lungo la costa».

«Chi ha sparato dunque quel colpo di cannone?»

«Ne abbiamo uditi altri due, capo, e mi parve che venissero dal largo della baia. Io ho esplorato per un paio di miglia, quantunque l'acqua fosse molto mossa ed investisse furiosamente la grande scialuppa, e non ho veduto nessun fanale verso il settentrione».

«Eppure ho la speranza che quei colpi siano stati sparati dall'yacht di Yanez» rispose Sandokan, il quale era diventato pensieroso. «Bah!... Fra un'ora l'alba spunterà e vedremo che cosa succederà all'imboccatura della baia. Avverti Sambigliong di rimanere qui con venti uomini, a guardia dei prigionieri; raduna gli altri e mettiamoci subito in marcia verso la costa. Sono impaziente di giungervi».

Il luogotenente partì di corsa, mentre i quattro malesi costruivano una barella con bambù e rami intrecciati per trasportare il ferito.

Sandokan trasse dalla sua larga fascia una ricchissima pipa adorna di perle e di piccoli smeraldi, la empì di tabacco e l'accese con un tizzone che ancora fiammeggiava dinanzi ad una capanna in rovina.

Aveva appena aspirato cinque o sei boccate di fumo, quando ricomparve Sapagar, guidando due dozzine d'uomini.

«Siamo pronti, capo» disse alla Tigre della Malesia.

«Ha collocate delle sentinelle, Sambigliong? Questa kotta può diventare preziosissima per noi».

«Tutti sono al loro posto».

«Circondate la barella del ferito e badate che non scappi. Quel bandito, anche con una gamba rotta, potrebbe giuocarci ancora un brutto tiro. Orsù, in marcia!...» La piccola colonna riattraversò la breccia aperta dal petardo e si ricacciò nella tenebrosa foresta, allungando il passo.

Quattro uomini camminavano dinanzi a Sandokan, il quale non aveva spenta la pipa, per segnare la via ed evitare qualche sorpresa da parte degli abitanti delle foreste.

La traversata fu compiuta rapidissimamente e senza cattivi incontri. Solo qualche animale s'alzò dinanzi all'avanguardia, scomparendo rapidamente fra i cespugli, qualche tigre, qualche pantera nera o forse qualche innocuo babirussa.

Cominciavano allora appena appena a dileguarsi le tenebre, quando Sandokan ed i suoi uomini giunsero in una piccola cala che s'apriva all'estremità meridionale della vasta baia di Maludu.

Ancorati presso la spiaggia vi erano una grossa barcaccia a vapore di duecento e più tonnellate, armata d'una mitragliatrice situata a prora, su un perno girante, onde battere diversi punti dell'orizzonte, e di due grossissime spingarde collocate a babordo ed a tribordo della ribolla del timone, e quattro prahos da guerra, con ponti ed alberature immensi, armati di mirim e di spingarde lunghissime.

Sandokan cavò dal suo fischietto d'oro una nota lunghissima e quasi subito un malese, che vegliava sulla barcaccia, balzò a terra.

«Hai udito altri colpi di cannone?» gli chiese la Tigre della Malesia.

«Quattro soli».

«Quando?»

«Due ore fa».

«Poi più nulla?»

«No, capo».

«Da qual direzione venivano le detonazioni?»

«Dal settentrione della baia».

«E non hai veduto nulla?»

«Assolutamente nulla».

«È sotto pressione la macchina della barcaccia?»

«Sempre, capo».

«A bordo!...» gridò Sandokan, volgendosi verso i suoi uomini. «Andiamo a vedere chi ha sparato quelle cannonate».

I malesi in un lampo balzarono sulla tolda della grande scialuppa, già occupata da un'altra diecina d'uomini usciti frettolosamente dai boccaporti di prora e di poppa.

«Macchina avanti!...» comandò il capo dei Tigrotti di Mòmpracem.

Un fischio acuto echeggiò e la barcaccia prese il largo, con una velocità di quattordici o quindici nodi all'ora, dirigendosi verso il settentrione. Il sole appariva proprio in quel momento, lanciando i suoi raggi al di sopra delle immense foreste che si stendevano lungo le coste orientali della vastissima baia. Gli uccelli marini s'alzavano in gran numero, volando sulle acque luccicanti di riflessi color di porpora, e grossi pescicani balzavano, mostrando le loro formidabili code o le loro bocche enormi sempre spalancate ed irte di file di denti terribili.

Sandokan si era appoggiato alla mitragliatrice, che, come abbiamo detto, si trovava sul castelletto di prora, e spingeva i suoi sguardi verso il settentrione, colla speranza di scoprire la nave che aveva sparato, durante la notte quelle cannonate.

Aveva riacceso il suo splendido scibouk, ma non fumava colla sua solita calma.

Pareva che aspirasse quasi rabbiosamente il fumo.

Sapagar, il suo luogotenente, gli stava vicino, masticando una noce d'arecca e sputando di quando in quando un largo getto di saliva rossa.

Tutti gli altri stavano invece appoggiati alle murate di babordo e di tribordo, colle carabine volte verso il mare, come se aspettassero di venire assaliti da un momento all'altro.

Era trascorso appena un quarto d'ora, quando una detonazione secca rimbombò verso l'entrata della baia, seguita subito da un nutrito fuoco di fucileria.

Sandokan aveva deposto lo scibouk sulla cima del piccolo argano.

«Questo è il cannone che dicevi?» disse a Sapagar.

«Sì, capo» rispose il luogotenente.

«A quale distanza credi che sia stato sparato?»

«Ad una mezza dozzina di miglia».

Sandokan si bagnò con un po' di saliva il pollice della mano destra e l'alzò.

«Vento da ponente» disse poi. «Scommetterei la mia scimitarra contro un kriss che si combatte nella baia di Kudat. Che i dayaki di terra abbiano assalito i dayaki di mare per rifornire i loro musei di teste umane? Ci sarò anch'io, miei cari, e la mitragliatrice vi scalderà ben bene i dorsi. Mio caro Sapagar, fa' caricare le spingarde con mezza libbra di chiodi. Non uccidono, ma fanno scappare».

Poi, volgendosi verso il timoniere, gridò: «Barra all'orza!... Fila diritto alla baia di Kudat!...» Un altro colpo di cannone risuonò in quell'istante, pure seguito da una scarica di fucili.

«Pare che la faccenda diventi seria» disse Sandokan a Sapagar. «Questi non sono segnali. Lassù si combatte, e gagliardamente. Che assalgano Yanez e Tremal-Naik? Mille demoni!... Guai a loro!...»

«Dovrebbero esser giunti».

«Io credo».

«Cogli indiani dell'Assam».

«Yanez non giungerà solo. Un rajah ha migliaia e migliaia di guerrieri, e sono certo che ci porterà un rinforzo considerevole. Un altro colpo!...»

«Ed un'altra scarica, capo».

«Macchinista, alimenta i fuochi: ho fretta!...» Quell'ordine era affatto inutile, poiché i macchinisti e fuochisti gareggiavano nel rovesciare nei forni palate di carbone.

La barcaccia filava come una rondine marina, sbuffando e sussultando. Un fremito sonoro ne scuoteva i fianchi e sotto la poppa l'acqua ribolliva spumeggiando, tormentata dai colpi precipitati dell'elica.

«Ognuno al posto di combattimento!...» gridò Sandokan, nel momento in cui rimbombava un'altra cannonata.

Salì sull'argano per dominare cogli sguardi uno spazio più vasto e guardò attentamente verso il settentrione, là dove s'apriva la baia di Kudat.

«Nulla, padrone?» chiese Sapagar, dopo qualche istante.

«Mi pare di scorgere lassù del fumo» rispose la Tigre della Malesia. «Vi è un promontorio che m'impedisce di vedere ciò che succede al di là».

«E prahos?»

«Nessuno, finora. Va' a prendere la mia carabina. Voglio fare dei buoni colpi anch'io».

Per altri quindici minuti la barcaccia continuò la sua corsa furiosa, sbuffando e vomitando dalla ciminiera immense nubi di fumo nerissimo, poi la voce di Sandokan si fece ancora udire: «Macchinista, rallenta!... E tu, timoniere, bada: vi sono scogliere dinanzi a noi. Due uomini al sondaggio: lesti!...» La barcaccia era giunta quasi addosso a un altro promontorio, il quale impediva di scorgere l'entrata della piccola baia di Kudat.

Appunto dietro a quell'alta rupe boscosa tuonava il cannone e rumoreggiavano le scariche di moschetteria. Un combattimento avveniva certo a brevissima distanza.

«Alla mitragliatrice, Sapagar!...» tuonò la Tigre della Malesia. «Sei uomini alle spingarde e non fate economia di chiodi!...» Armò la carabina e la puntò verso il promontorio.

Gli spari si succedevano agli spari, alternandosi con violentissime scariche di fucileria. Di quando in quando si udivano anche delle detonazioni secche, che parevan prodotte o da grosse spingarde o da mirim.

«Si tratta d'un vero attacco contro qualche nave arenata» disse Sandokan a Sapagar. «Vi sono armi moderne ed armi antiche che combattono insieme.

Chi saranno gli assaliti?»

«Che due tribù di pirati si siano assalite?» chiese il luogotenente. «Tu sai che i combattimenti sono frequenti, mio signore, fra i dayaki di mare».

Sandokan scosse il capo.

«No» disse poi. «Vi sono delle armi indiane, o per lo meno europee, in gioco. So distinguere benissimo un colpo di mirim o di spingarda da un colpo d'un vero pezzo e così pure la detonazione d'una carabina da quella d'un vecchio archibugio. Dove si sono cacciati, che non si lasciano ancora scorgere?»

«Vedo del fumo, signore».

«Dove?»

«Sale dietro il promontorio» rispose Sapagar.

In quel momento si udirono dei clamori spaventevoli. Pareva che centinaia e centinaia d'uomini s'incoraggiassero a vicenda, per tentare un ardito abbordaggio.

«Questi sono dayaki» disse Sandokan. «Ah!... Furfanti!... L'avrete a che fare con noi!» La barcaccia stava girando in quel momento il promontorio, una lingua di terra assai elevata, coperta di palme immense e fronteggiata da un numero infinito di aguzzi scoglietti, pericolosissimi per qualunque galleggiante.

I colpi di cannone aumentavano rapidamente e la fucileria scrosciava furiosamente.

Le Tigri di Mòmpracem fiutavano avidamente l'odore della polvere e a ogni scarica sussultavano.

L'istinto feroce e guerresco della razza malese si risvegliava in loro strapotente.

Si sarebbe detto che sui loro volti passavano, in quel momento, dei fremiti terribili.

La barcaccia, che procedeva lentamente per non dare di cozzo contro quella moltitudine di scoglietti, doppiò finalmente il promontorio, presentandosi dinanzi all'entrata della baia.

Una terribile battaglia si combatteva in quel momento presso quello squarcio aperto a ponente della vastissima insenatura di Maludu.

Presso un isolotto stava fermo un magnifico yacht attrezzato a goletta, della portata di duecento o trecento tonnellate, e dalla sua tolda una trentina d'uomini sparavano terribilmente contro quindici o venti prahos, i quali l'avevano già circondato.

Urla spaventevoli s'alzavano dai ponti dei piccoli e velocissimi velieri, e gruppi d'uomini, quasi nudi, armati di parang, di kampilang e di grossi moschettoni, s'agitavano ferocemente, tentando di montare all'abbordaggio.

Gli uomini dell'yacht si difendevano però disperatamente, alternando colpi di cannone a scariche di moschetteria.

In mezzo a loro, ritto sul piccolo ponte di comando, un uomo bianco, d'alta statura, con una folta barba brizzolata, che indossava un costume mezzo europeo e mezzo indiano, con un grande turbante in testa, sparava di quando in quando le sue lunghe pistole, tenendo fra le labbra una sigaretta spenta.

Pareva che si trovasse, invece che in mezzo ad un combattimento, ad una divertentissima festa.

Sandokan, che l'aveva subito scorto, mandò un grido altissimo.

«Yanez!... Il mio fratellino bianco!... Tigrotti di Mòmpracem, all'attacco!...

All'attacco!...» I prahos dayaki, accortisi subito della presenza della barcaccia a vapore, invece di fuggire, avevano formate rapidamente due squadre per far fronte al doppio nemico.

I sette od otto più grossi si erano stretti addosso all'yacht di Yanez, lanciando in coperta nembi di frecce e sparando qualche colpo d'archibugio; gli altri invece si erano rimessi alla vela, correndo incontro alla barcaccia.

«Fate giocare la mitragliatrice!» comandò Sandokan. «Pronti alle spingarde».

Una serie di detonazioni lacerò l'aria, subito coperte da urla spaventevoli.

Il terribile strumento di distruzione cominciava il suo lavoro, fulminando i piccoli velieri ed i loro equipaggi.

I Tigrotti di Mòmpracem rendevano il fuoco più micidiale colle loro carabine.

La battaglia si era impegnata con grande slancio da una parte e dall'altra, poiché pareva che i dayaki fossero ben risoluti a venire all'abbordaggio, sicuri, una volta giunti sui ponti, di aver ragione, essendo tre o quattro volte più numerosi.

Avevano però di fronte i due più formidabili campioni della pirateria malese, che avevano preso parte a centinaia di combattimenti e ben più sanguinosi.

L'yacht e la barcaccia opponevano una resistenza meravigliosa, e con scariche tremende, tenevano lontano gli assalitori, impedendo loro di montare all'abbordaggio.

Tre volte i prahos si gettarono con grande impeto contro la barcaccia, sfidando i colpi di mitraglia e di spingarda e le carabine dei Tigrotti, ed altrettante volte furono costretti a dare indietro.

Vedendosi dinanzi uno spazio libero, Sandokan decise di tentare a sua volta l'attacco per congiungersi coll'yacht.

«A tutto vapore!...» gridò. «Spazzate via tutto!...» La barcaccia prese lo slancio e s'avanzò in mezzo ai piccoli velieri, i quali stavano battendo in ritirata, respinti dal fuoco infernale della mitragliatrice e delle due grosse spingarde.

Uno però dei più grossi, montato da un numeroso equipaggio, non tardò a ritornare alla carica, tentando di sbarrare il passo alla barcaccia.

«Date dentro!...» gridò Sandokan.

La grossa scialuppa a vapore, che aveva lo scafo in ferro, investì furiosamente il veliero, squarciandogli il fianco destro.

I dayaki tuttavia non si perdettero d'animo e tentarono d'aggrapparsi ai bordi della barcaccia per venire all'arrembaggio, ma la mitragliatrice ne fulminò sette od otto quasi a bruciapelo.

Gli altri, vedendo accorrere i malesi armati di parang, balzarono in acqua, mentre il praho si rovesciava colla chiglia in aria, sprofondando la sua immensa alberatura.

La via, almeno per quel momento, era libera.

La barcaccia filò come una freccia fra gli altri velieri, sparando a babordo ed a tribordo, e si fermò presso l'yacht, il quale si era arenato all'estremità d'un piccolo banco di sabbia.

L'uomo bianco che indossava il costume mezzo indiano e mezzo europeo, si curvò sulla balaustrata del piccolo ponte di comando, imitato da un altro uomo vestito invece completamente da indiano e che aveva la pelle abbronzata con qualche sfumatura giallastra.

«Buon giorno, Sandokan!...» gridarono ad una voce, mentre i loro uomini non cessavano di far fuoco.

«Buon giorno, Yanez!... Salute, amico Tremal-Naik!...» rispose la Tigre della Malesia. «Siete ancorati od arenati?»

«Sì, in secca» rispose Yanez. «Non te ne preoccupare: l'alta marea ci rimetterà a galla».

«Ho la mia barcaccia e mi sarà facile rimettervi in acqua. Vi occorrono aiuti a bordo?»

«No, per ora, fratellino».

«Allora uniamo le nostre forze per sbarazzarci di questi predoni. Daremo loro una tale lezione da ricordarsela per un pezzo. Attenti a non lasciarli salire a bordo. Se mettono i loro piedi quassù, saremo noi che passeremo un cattivo quarto d'ora».

I dayaki, quantunque avessero già subìte gravissime perdite ed avessero più d'un legno sconquassato, tornavano alla carica, più furiosi che mai, risoluti a finirla con un colpo disperato.

Dapprima fu un duello a colpi di spingarda, di mitragliatrice e di cannone, poiché l'yacht portava due piccoli pezzi collocati a babordo ed a tribordo del cassero, poi i dayaki, i quali nulla avevano da guadagnare, possedendo delle cattive armi da fuoco, cominciarono a formare una linea d'accerchiamento, per prendere in mezzo i due legni nemici e opprimere i loro equipaggi a colpi di kampilang.

«Yanez!...» gridò Sandokan, il quale non aveva abbandonata la barcaccia, quantunque avesse un vivissimo desiderio di abbracciare i due amici. «Spazza la via a babordo; io difenderò l'abbordaggio dalla mia parte. Vuoi qualche buon cannoniere? Ne ho d'avanzo io».

«Ho Kammamuri ai pezzi. Figùrati che ho fatto di lui il mio generale dell'artiglieria assamese».

«Ah!... Hai condotto anche lui!...»

«Non potrebbe vivere lontano da Tremal-Naik».

«Saccaroa!... Noi chiacchieriamo e gli altri vengono avanti».

«Gridano anche essi come oche!»

«Facciamoli tacere, Yanez».

«Fuoco di bordata, Kammamuri!... Fa' un doppio colpo!... Ohe, voialtri, bagnate un po' le canne delle vostre carabine o vi brucerete le dita».

Yanez era risalito sul piccolo ponte di comando, seguito da Tremal-Naik, e si era messo a guardare tranquillamente i prahos, i quali avevano già cominciato a stringere il cerchio.

La barcaccia e l'yacht avevano ripresa l'infernale musica con un crescendo formidabile.

Quando i due pezzi, la mitragliatrice e le spingarde tacevano, erano le carabine dei malesi e degli indiani che entravano in gioco e non lasciavano tempo ai dayaki di ridere.

Di quando in quando qualche albero dei prahos crollava con grande fracasso, schiantando le murate ed accoppando o storpiando non pochi uomini, oppure precipitavano in coperta vele ed attrezzature, seppellendo i combattenti.

Enormi nuvole di fumo avvolgevano barcaccia e yacht, minacciando di soffocare malesi ed indiani; e in mezzo a quelle nuvole scattavano da tutte le parti lampi e uscivano formidabili detonazioni.

I dayaki peraltro non cessavano l'accerchiamento, come non cessavano di far tuonare le loro spingarde.

Già stavano per abbordare la barcaccia, la quale, essendo più bassa di bordo, meglio si prestava per un abbordaggio, quando si udirono alcuni spari rimbombare proprio dietro le poppe dei piccoli velieri.

«Ehi, Sandokan, chi ci porta soccorso?» gridò Yanez, il quale faceva fuoco con una magnifica carabina a doppia canna.

«Non vedi nulla tu, che sei più in alto?» chiese la Tigre della Malesia.

«Il fumo me lo impedisce».

«Sapagar!...»

«Padrone!...»

«Fa' sospendere per un momento il fuoco».

«Ma i dayaki ci sono addosso, padrone».

«Làsciali pure accostare. Non guadagneranno gran che!... Vogliono provare i nostri parang, e noi glieli faremo assaggiare».

«Fermi tutti!...» gridò Sapagar. «Impugnate le sciabole!... Si attacca!...» Poi balzò sull'argano di prora, emergendo dal fumo che il vento lentamente disperdeva.

«I nostri prahos!...» gridò un momento dopo. «Cannoneggiano i dayaki alle spalle!»

«Riprendete la musica!» tonò Yanez, il quale lo aveva udito. «Coprite di chiodi e di piombo quelle canaglie!...» Il fuoco fu ripreso con maggior furia.

Un praho dayako si provò ad abbordare la barcaccia a prora, rovesciando i suoi venti uomini all'arrembaggio.

Sandokan si slanciò contro gli assalitori come una vera tigre, seguito da una dozzina dei suoi uomini, chiudendo loro il passo.

Bastarono pochi colpi di parang e qualche colpo di pistola per decidere i dayaki a battere prontamente in ritirata.

Nel medesimo istante due alberi del praho cadevano attraverso alla tolda, abbattuti da due colpi di cannone sparati dall'yacht.

Fu quello il segnale d'una rotta completa. I piccoli velieri, in gran parte sconquassati, ruppero l'accerchiamento, virarono più che in fretta di bordo, ed approfittando d'una leggera brezza del settentrione, s'allontanarono verso ponente, salutati da un'ultima bordata sparata dalla barcaccia.