Satire (Persio)/Note/Alla Satira IV

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Note alla Satira IV

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Aulo Persio Flacco - Satire (I secolo)
Traduzione dal latino di Vincenzo Monti (1803)
Note alla Satira IV
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NOTE


Alla Satira IV.


Assunta la persona di Socrate rimproverante Alcibiade, inveisce Persio contra un giovine presuntuoso, che superbo de’ suoi illustri natali, ma privo d’esperienza e di senno accatta il favore del popolo, e intraprende il maneggio della Repubblica. In questo temerario ambizioso ravvisano Nerone gl’interpreti pressochè tutti, e la satira è veramente sparsa di qualche tratto che pur potrebbe persuaderne l’applicazione. Tale, per dirne alcuno, sarebbe il Dinomaches ego sum, ove il pensiero corre subito ad Agrippina; e il majestate manus, cenno d’imperio conveniente al signore del mondo più assai che ad un privato Ateniese; e il magni pupille Pericli, ove può nascer sospetto, che il poeta sotto il nome di Pericle voglia disegnarne Seneca, tutor di Nerone. Con tutto ciò queste pretese allusioni sono sì tenui e fuggitive, ch’egli è impossibile il conciliarne la temperanza co’ vizj di Nerone, e coll’austera indole liberissima del nostro Satirico, insofferente d’ogni morale depravazione, e tale da non pateggiare co’ scellerati. Il Casaubono, percosso ancor esso dalla discreta mordacità di questa satira, e ostinato pure nel credere, che Nerone vi sia preso di mira, si appiglia al partito di opinare che Persio la scrivesse ne’ primi anni della tirannide di quel mostro, i quali pur ebbero una certa apparenza di mansuetudine e di virtù; ma non tale da far abbaglio a chi sa vedere oltre la scorza. La virtù vera porta in viso un certo carattere, che l’ipocrita, per destro ch’ei sia, non giunge mai a ben imitare. E in tutti i tempi e per tutto v’ha una classe di non servi intelletti, che separata dal volgo, ed intatta dagli stimoli dell’ambizione osserva e giudica e dirige senza strepito il corso dell’opinione: la quale erigendo nel segreto più intimo de’ pensieri il suo invisibile tribunale condanna all’infamia il delitto sul trono, e incorona la virtù sul patibolo; comanda a tutti, non obbedisce a veruno. Le ipocrite virtù di Nerone, le quali ne’ primordj della [p. 96 modifica]sua dominazione incantavano la moltitudine, non sedussero certo i gravissimi personaggi, che nelle stanze di Persio si radunavano, e giudicavano delle azioni del principe. E Persio in quotidiana consuetudine con Trasea Peto che gli era cugino ed amavalo siccome figlio, Persio parente stretto di Arria, al cui nome solo tutte si svegliano le idee di libertà e di coraggio, Persio alunno di Cornuto Stoico severissimo, Persio intrinseco di Claudio Agaterno Spartano, di Petronio Aristocrate di Magnesia, e di Plozio Macrino, e di Cesio Basso, uomini tutti di alto e rigoroso sapere, Persio condiscepolo intimo di Lucano, anima liberissima, e di Nerone capitale nemico, Persio finalmente dotato egli stesso di probità inesorabile e di acerrimo discernimento non è a stupire se egli si fu accorto per tempo dell’ipocrisia di quel tiranno, e senza essere stato spettatore della aperta di lui scelleraggine potè di fianco averlo preso di mira nelle sue satire anticipando sull’avvenire.

theta. v. 13. — Colla lettera Θ, iniziale di θάνατος, morte, votavano gli Ateniesi la capitale sentenza ne’ tribunali.

cantaverit ocyma. v. 22. — Cantar il basilico è antico proverbio, che vale il nostro raccomandare alle forche, cioè, imprecare maledizioni; e viene dalla superstiziosa costumanza con che anticamente seminavasi questo erbaggio, caricandolo d’improperj perchè nascesse più abbondante e più bello.

pertusa ad compita. v. 28. — Solevano i contadini, finita la semenza, sospendere gli aratri ne’ trivj e quadrivj, con sacrificj e feste allegrissime, chiamate Compitalia. In questi giorni solenni, ne’ quali il termine delle campestri fatiche, e la speranza di futura messe abbondante allarga il cuore alla gioja, il banchetto dell’avaro Vettidio si fa con polenta e cipolle. Aveva più senno Macronio, che

. . . . . . . . . .conviva
Quotidiano agli amici misurava
Tanto di cibo al consapevol ventre
Che al dì venturo illamentoso stesse;


e nell’inverno, per non morire di freddo,

. . . . . . . . . .del vicino
Appoggiavasi al muro, in cui sorgesse
L’incessante camin d’unta cucina.


Questi tratti del moderno pittore dell’avarizia non invidiano punto [p. 97 modifica]ai più belli di Plauto e di Persio, e di quant’altri poeti si sono sollazzati a dipingere la più sordida tra le passioni.

penemque. v. 35 e seg. — In tutto Persio ecco l’unico tratto, che sembra contravvenire ai precetti del pudore, e che mosse il Bayle a dire, che le satire del nostro poeta sono devergondèes. Questa rigorosa sentenza non è degna di quel gran critico, ed è smentita dal fatto. Il Monnier rispondendo al Bayle considera giustamente che Persio prêche partout la vertu, la sagesse, et même la piètè. S’il a fait un seul tableau trop fidelle du vice, s’il l’a peint avec ses couleurs naturelles, c’est qu’il vouloit le montrer dans toute sa difformitè, afin d’en inspirer l’horreur qu’il mèrite. E qual altro diremo noi essere stato il divisamento de’ Santi Padri nel raccontarci e dipingere così graficamente le laide abbominazioni del paganesimo? La verecondia di un costumato lettore correrà certamente minor pericolo co’ versi, non dirò di Persio, ma di Giovenale e d’Orazio, che con la quinta dissertazione d’Arnobio sulle processioni degl’idoli di Priapo: e io sfido il più libertino a leggere, senza infiammarsi di rossore, le orribili e nefande disonestà, che alcune società cristiane de’ primi tempi mescolavano alle sacre lor cerimonie, secondo la minuta descrizione che ne ha lasciata uno storico del quarto secolo, collocato sopra gli altari, dico s. Epifanio. Taccio le lascivissime allegorie di Oolla e d’Oliba, rimpetto alle quali le impudicizie di tutti i Satirici sono baci e sussurri di tortorelle. Sono egualmente lontano dall’applaudire all’irreligiosa libertà di quel dotto Inglese, che leggendo la cantica di Salomone dimandava: in what a bawdyhouse was it written such a book? Nè io voglio da tutto questo inferire, che sieno da commendarsi nè da scusarsi i versi lubrici, qualunque ne sia l’intenzione e lo scopo. L’emendazione del vizio non deve mai farsi col sacrificio dell’onestà, nè condurre in postribolo la poesia destinata a cantar la virtù, e a viversi in compagnia degli Dei e dei pastori de’ popoli, secondo il detto d’Esiodo. Intendo solamente concludere, che dell’impurità de’ poeti ognuno può lamentarsi a buon dritto, salvo i commentatori d’Oolla e d’Oliba.

quinque palestritae. v. 39. — Si chiamavano palestriti coloro che ungevano i lottatori, e li radevano d’ogni pelo. Non mi spiace punto l’ingegnosa riflessione dello Stelluti, che in questi cinque palestriti sospetta significarsi le cinque dita della mano impiegata nella disonesta funzione sopraccennata.