Satire di Tito Petronio Arbitro/10

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Capitolo decimo - Cena

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Petronio Arbitro - Satire (I secolo)
Traduzione dal latino di Vincenzo Lancetti (1863)
Capitolo decimo - Cena
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CAPITOLO DECIMO

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cena.



Finalmente ci sedemmo, e i famigli Egiziani altri versarono acqua gelata alle mani, altri ci lavarono i piedi, togliendoci con esperta diligenza ogni bruttura dall’unghie. Nè tale molesto servizio facean essi tacendo, ma così a caso canticchiavano; onde mi venne pensier di provare se la famiglia tutta cantasse; perciò chiesi a bevere, ed eccomi un ragazzo prontissimo, che mi favorì parimenti di un’acida cantilena: così insomma usava ogni altro, cui qualche cosa era chiesta, in modo che l’avresti creduto un triclinio da pantomimi, anzi che da padre di famiglia.

Ma un lautissimo antipasto fu recato, e ciascheduno già si era steso fuorchè il sol Trimalcione, al quale conservavasi il primo luogo, per nuova disposizione; del resto il suo vaso a questo uso era di metal di Corinto, e rappresentava un asinello con una corba, nella quale da una parte stavano olive bianche, dall’altra nere. L’asinello era da due scodelle coperto, sull’orlo delle quali si vedea scolpito il nome di Trimalcione, [p. 41 modifica]ed il peso dell’argento. V’erano anche de’ ponticelli saldati sostenenti de’ ghiri conditi con miele e papavero; e v’erano mortadelle caldissime cotte sulla graticola, sotto la quale stavano pruni siriaci con granelli di pomo granato.

Stavamo tra queste morbidezze, quando Trimalcione portato a suon di musica, e collocato sopra piccolissimi guancialetti, trasse il riso di qualche imprudente. Perocchè gli spuntava la testa pelata fuori di un mantello di porpora, e intorno alla collottola carica di quel vestimento teneva una cravatta guernita d’oro, le cui estremità pendeano di qua e di là: avea pure nel dito mignolo della man sinistra un grande anello indorato, e all’ultimo articolo del vicin dito un meno grande tutto d’oro, come a me parve, ma saldato con de’ ferruzzi, in forma di stelle. E per non mostrarci queste ricchezze soltanto, e’ si discoperse il braccio destro, ornato di smanigli d’oro legati in un cerchietto d’avorio con alcune lamette lucicanti. Come poi con un ago d’argento ebbesi nettati i denti, miei amici, disse, non piacevami ancora di venire al triclinio, ma perchè la mia assenza non vi facesse troppo aspettare, ogni mio divertimento ho sospeso. Permettete però, ch’io finisca un mio giuoco.

Avea dietro un ragazzo con uno sbaraglino di terebinto e con dadi di cristallo. Cosa poi sopra le altre delicatissima osservai, ed era, che in luogo di pedine bianche e nere usava monete d’oro e d’argento.

Intanto mentr’egli giocando avea distrutta la schiera opposta, e che noi eravamo ancora all’antipasto, una tavola fu portata con una cesta, in cui era una gallina di legno colle ale distese in cerchio, come sogliono essere quando covano. Venner tosto due schiavi, ed allo strepito della musica si posero a investigar nella paglia, e toltene alcune uova di pavone1distribuironle ai convitati.

Trimalcione allora rivoltandosi, disse: amici, io ho [p. 42 modifica]ordinato che si mettessero sotto questa gallina delle uova di pavone; e temo, per bacco, che non abbian già il feto: proviam tuttavia se son bevibili.

Noi presimo de’ cucchiaj non men pesanti di mezza libbra, e ruppimo l’uova, che eran fatte di pasta. Io fui quasi per gittar la mia parte, perchè m’era sembrato che avesse il pulcino; ma poi, sentendo da un vecchio commensale, che alcuna cosa di buono doveva esservi, continuai a rompere il guscio, e vi trovai un grasso beccafico contornato dal tuorlo dell’uovo sparso di pepe.

Trimalcione avea già sospeso il gioco, e d’ogni cosa richiesto, ed a voce alta data a ciascun facoltà di ber nuovamente il vin col miele, quando tutto ad un tratto l’orchestra die’ un segno, e i cibi del primo servizio furon cantando rapiti dagli stessi suonatori. In mezzo a questo rumore cadde a caso una scodella d’argento, ed uno schiavo levolla dal pavimento. Se ne avvide Trimalcione, e, fatto schiaffeggiare lo schiavo, comandò che la rigettasse. Il credenziere le fu intorno, e tra le altre lordure colla scopa la spinse.

Entraron di poi due chiomati Etiopi2 con alcuni piccioli otri, simili a quelli co’ quali s’innnaffia l’anfiteatro; e porsero il vin con essi, giacchè nessun contenea acqua.

Applaudito il signore per siffatte morbidezze, disse: MARTE FA TUTTI EGUALI; ordinò dunque allo Scalco di assegnare a ciascuno la propria mensa, e soggiunse: e questi servi troppo numerosi tolti di qui ci sminuiranno il calore.

Portaronsi tosto bottiglie di vetro egregiamente turate, che avean di fuori un biglietto con questo titolo:


FALERNO D’OPIMIO3

D’ANNI CENTO.


Intanto che leggevamo i cartelli, Trimalcione battutesi le mani sclamò: ohimè, ohimè! il vin dunque vive [p. 43 modifica]più vecchio che l'omiciattolo? E noi, così essendo, facciamone gozzoviglia. Il vino è vita. Io assicuro che esso è vero d'Opimio. Jeri nol fei porger sì buono, benchè i convitati fossero più cospicui.

Bevendo noi ed ammirando sì squisite magnificenze un servo portò una figura d’argento così accomodata, che d’ogni parte se ne volgevan gli articoli, e le vertebre, col rallentarle. Quando ei l’ebbe una e due volte gittata sulla mensa, e in varie forme aggiustata col mezzo del mobile incatenamento, Trimalcione soggiunse:


Ohimè, miseri noi!
    Oh quanto ogn’uomo è zero!
    Quanto presto si perde
    Di nostra vita il verde!
    5E tutti zero poi
    Sarem, quando il severo
    Orco ci rapirà.
    Viviam dunque, viviamo.
    Intanto che potiamo
    10Starcene allegri quà.


Tenne dietro agli applausi una portata, non sì grande a dir vero, quanto credevasi. La novità tuttavia trasse gli occhi di tutti. Ella era in forma di una credenza ritonda, e aveva in giro le dodici costellazioni distinte, sulle quali il cuoco avea posto il cibo proprio e conveniente alla figura. Sull'Ariete i ceci di Marzo, sul Toro un pezzo di bufalo, testicoli e reni sopra i Gemelli, una corona sul Cancro, sul Leone un fico d’Africa, sulla Vergine una vulva di troia lattante, sulla Libra una bilancia, che da una parte conteneva una torta, e nell’altra una focaccia, sullo Scorpione un pesciolino da mare, che chiamano scorpione, sul Sagittario un gambaro marino, sul Capricorno una locusta marina, sull’Acquario un’anitra, sui Pesci due triglie. In mezzo [p. 44 modifica]poi v’era un cespuglio di erbe recise, con un favo di sopra.

Il famiglio Egiziano recava il pane intorno sopra un tamburino d’argento, ed egli pure con pessima voce canticchiava una goffa canzone sul succo dell’assa fetida. Noi ci accostavam tristamente a quelle trivialità, ma Trimalcion disse: Ceniamo, che tale è l’ordine della cena.

Quando così ebbe detto sopraggiunsero alcuni, i quali ballando un quartetto a suon di musica, carpirono la parte superiore di quel credenzino, e allora vidimo per di sotto, cioè in un altro servizio, ventresche e grassi circondanti una lepre ornata di ale, che pareva il caval pegaseo. Osservammo pure intorno ai canti del credenzino quattro statuette di satiri, da’ cui ventri versavasi un liquore impepato sopra i pesci, i quali vedevansi nuotar nel mare.

Noi applaudimmo tutti, facendo eco ai domestici, e lietamente assalimmo quelle squisite vivande. Trimalcione del pari contento del buon ordine, Trincia, sclamò, e tosto lo scalco si fe’ innanzi, e a suon di musica4 sì furbescamente lacerò le vivande, che l’avresti creduto un cocchiere in lizza tra lo strepito dell’organo idraulico.

Nondimen Trimalcione andava a bassa voce replicando: Trincia, Trincia. Il perchè io supponendo, che questa replica sì frequente fosse una galanteria del buon tono, non ebbi difficoltà d’interrogarne colui, che mi giaceva al di sopra. E costui, che più volte erasi a quelle feste trovato, mi disse: vedi tu colui, che taglia le vivande? E’ chiamasi il Trincia, cosicchè ogni volta ch’ei gli dice: trincia, con una sola parola e il chiama, e gli comanda.



Note

  1. [p. 293 modifica]L’uovo di pavone era uno de’ più cari alimenti ai [p. 294 modifica]leziosi Romani. Ecce res non miranda solum, sed pudenda, ut ova pavonum quinis denariis vendant, dice Macrobio nel lib. 3, cap. 15 de’ Saturnali; ed abbiam da Varrone che un tale Aufidio vendette una partita di codeste uova oltre a 60 mila scudi nostri.
  2. [p. 294 modifica]Come gli schiavi della Siria, così quelli della Media e dell’Etiopia, e generalmente delle più lontane regioni, formavano un articolo di lusso presso i Romani.
  3. [p. 294 modifica]Nell’anno 632 della fondazione di Roma, essendo console Opimio, la stagion fu sì asciutta, che ogni sorta di frutti rimase squisitissima. Il vino principalmente riescì egregio, e tanto se n’ebbe cura, che coll’andare del tempo usavasi dire vino Opimiano ogni vino vecchio che servivasi alla mensa de’ grandi.
    Ipse capillato diffusum Consule potat,
    Calcatamque tenet bellis socialibus uvam,
    dice Giovenale nella Satira 5, perchè oltre all’epoca di Opimio quella pur fu celebre in questo proposito della guerra sociale, e quella di Anicio, menzionata da Plinio (lib. 14, cap. 4 e 14), e quelle di Torquato, e di Bibulo, delle quali dice Orazio:
    Tu vina Torquata move
    Consule pressa meo. Epod. od. 13.
    Cessantem Bibuli consulis amphoram. lib. 3, od. 28.
    ed altre finalmente che gli scrittori rammentano.
  4. [p. 294 modifica]Cioè della musica, la qual traevasi da alcune canne disposte a guisa d’organo, le quali urtate o in altro modo dall’acqua agitate rendevano un suono rumoroso. Sembra che Nerone introducesse nell’Anfiteatro questo [p. 295 modifica]istromento onde render più grate le corse de’ carri, come ad imitazion degli antichi (salva la diversità degli istromenti) usiamo noi pure in tali occasioni. Veggasi Svetonio in Ner.