Satire di Tito Petronio Arbitro/13

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Capitolo tredicesimo - Eloquenza del vino

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Petronio Arbitro - Satire (I secolo)
Traduzione dal latino di Vincenzo Lancetti (1863)
Capitolo tredicesimo - Eloquenza del vino
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CAPITOLO TREDICESIMO

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eloquenza del vino.



Da queste vivande Trimalcione passò alla seggetta. Noi trovatici soli senza il tiranno cominciammo a stimolar la fecondia de’ convitati; onde Priamo com’ebbe pieno il bicchiero, sclamò così:

O giorno, diss’egli, tu sei zero: intanto che tu passi, la notte s’avanza. Nulla dunque più giova, quanto dal letto passar tosto alla tavola. Noi abbiamo sofferto assai freddo: il bagno appena m’intiepidì: ma il vin generoso supplisce ai panni. Io le ho vuotate larghe, e per certo io vacillo; il vino mi è montato al cervello.

Seleuco prese parte al discorso, ed io, disse, non tutti i giorni mi lavo, perchè codesti bagnimani son come i lavatori: l’acqua morde, e fa ogni dì più impicciolirci il cuore; ma quand’io ho nello stomaco una scodella di vino santo,1 ne incaco alle punture del freddo. E veramente non potei oggi bagnarmi, perchè intervenni [p. 52 modifica]ad un funerale. Il bello, e sì buon Crisanto rese l’anima: son pochi momenti, ch’ei mi ha chiamato; parmi esser ancora con lui. Ohimè, ohimè, noi passeggiamo come palloni gonfi, e siamo meno che mosche, le quali hanno pure qualche virtù: non siamo dappiù di quelle pallottole, che i ragazzi fanno con acqua e sapone. Che sarebbesi detto s’ei non fosse stato sì temperato? Non gli entrò in bocca per cinque giorni una gocciola d’acqua, non una fregola di pane, eppur è morto. Ma i tanti medici lo han rovinato; o per dir meglio, il contrario destino. Imperocchè il medico non è altro che un conforto dell’animo. Pur egli è basìto sopra un letto sanissimo, con ottime lenzuola. Egli è pianto da tutti: ha fatto qualche liberto: ma forse le lagrime della moglie sono un poco bugiarde. Che avrebb’ella fatto s’ei non l’avesse ottimamente tenuta? Ma la donna è del genere de’ nibbj: non bisogna usar bene con alcuna, perchè gli è come buttarlo in un pozzo. Un amor vecchio è pure un imbarazzo.

Filerone molestamente interruppe, dicendo: Parliam de’ vivi: Crisanto ha avuto quel che gli competeva: ben visse, e ben morì: di che può lagnarsi? ei si levò dal nulla, e fu sempre disposto a raccor colla lingua un quattrin da una fogna: così si fe’ grande, e crebbe a guisa di un favo. Io penso perdio che egli abbia lasciato cento mila scudi, e tutti in danaro sonante. Pur io voglio dir di lui quel che è vero, giacchè io son la bocca della verità. Ei fu disobbligante, linguacciuto, discordia e non uomo. Il fratel suo fu forte, amico dell’amico, colle mani forate, e facea mangiar bene. A principio egli avea poco pelo in barba; ma alla prima vindemmia allargossi ne’ fianchi, perchè vendette il vin quanto volle; e, ciò che gli fece alzar la testa, ebbe una eredità, della quale però è più quel che ha rubato di quello che gli è rimasto. E poi quel tanghero, essendo in rotta con suo fratello, lasciò la sua roba a [p. 53 modifica]non so quale avventuriero. Assai va lontano chi dai suoi s’allontana. Ma egli ebbe de’ servi spioni, che il rovinarono. E certo, non fa mai bene chi tosto crede, massimamente s’egli è negoziante. È ben vero che fin ch’ei visse se la godette, perchè non solo il potea, ma il volea. Egli fu veramente figliuol di fortuna, in mano a cui il piombo diventa oro. Ma nulla è difficile dove tutto corre a seconda. E quanti anni credete voi ch’ei portasse? Settanta e più. Ed era sano come un corno, sosteneva bene l’età, e di pel nero al par di un corvo. Io lo conobbi quand’e’ fabbricava olio; egli era ancor vispo, e credo, perdio, ch’ei non lasciasse a casa il suo cane, perchè gli piacean le fanciulle, e appiccava il suo voto ad ogni immagine. Di che io gli do ragione: che finalmente ciò sol di buono ha portato con sè.

Queste cose dicea Filerone, e Ganimede entrò poi in discorso così: Ci va costui raccontando cose che non appartengono nè al ciel nè alla terra, e nessun pensa intanto alla carestia che ci affligge. Io non ho potuto, perdio, trovar in tutt’oggi un boccon di pane. Come diavolo? continua l’asciutto, ed è ormai un anno che io patisco di fame. Venga la peste agli Edili, i quali van d’accordo coi fornaj; mangia tu che mangio anch’io. Intanto il popol minuto soffre, mentre codeste mascelle signorili stannosi in gozzoviglia. Oh se avessimo que’ leoni, ch’io trovai qui la prima volta ch’io venni dall’Asia! quello era vivere! del paro sofferse la Sicilia nel suo interno. Ma coloro accomodaronsi ben quelle maschere, come se Giove le avesse colpite. Ricordomi di Safinio,2 il quale, essend’io fanciullo, abitava all’arco vecchio. Egli era un gran di pepe; dovunque andava egli abbruciava il terreno; ma retto, sicuro, amico dell’amico, con cui potevi al buio giocare alla mora sicuramente. Nella curia poi, oh che brav’uomo! egli avea in pugno tutti come tante palle. Nè parlava già per sentenze, ma sì come uomo piacevole. [p. 54 modifica]Nel foro però egli alzava la sua voce al par di una tromba, senza mai nò sudare nè sputare. Io credo ch’ei tenesse un po’ dell’asiatico. Ei rendeva graziosamente il saluto, chiamava ciascun pel suo nome, come fosse un de’ nostri.3 Al tempo suo poi il vivere non costava nulla. Tu non potevi mangiare insieme al compagno un pane intero che valeva un soldo; ora un occhio di bue è maggiore che il pan da un soldo. Ohimè ohimè, questa colonia ogni dì peggiorata cresce al rovescio, come la coda di un vitello. E perchè? perchè abbiamo un Edile, che non vale un rotol di fichi, e che tien più conto di un soldo per se, che della vita nostra. Perciò si sta allegri in sua casa perchè ei prende più danaro in un giorno, di quel che altri abbia di patrimonio. Io so bene dond’egli abbia avuto mille ruspi, ma se noi non fossimo sì rotondi, ei non farebbe tanta baldoria. Ora la gente in propria casa è leone, e fuor di casa è volpe. Quanto a me mi son già mangiato gli abiti, e se così continua questo vivere, venderommi anche le mie casupole. Che sarà dunque di noi, se nè gli Iddii nè gli uomini hanno compassione di questa colonia? Ben abbia l’anima de’ morti miei, com’io credo che tutto ciò addivenga per colpa nostra. Perchè più nessun pensa al cielo, nessuno osserva il digiuno, nessuno fa più di cappello a Giove, ma tutti cogli occhi bassi altro non curano che le proprie ricchezze. Una volta andavan le donne coperte di velo, e a piedi nudi, coi capegli sparsi, colle menti pure, sul colle Clivio, e impetravan l’acqua da Giove, e tosto piovea a diluvio, e ciascun si allegrava. Ora tanto rispettansi i Dii quanto i sorci. Perciò essi hanno poi i piè d’oca,4 e dacchè noi manchiamo di religione, le campagne languiscono.

Allora il milionario Enchione interrompendolo disse: io ti prego di parlar meglio. Or la va, or la viene, disse quel villano, che avea perduto il porco grigio. Quello che non avvien oggi avverrà dimani: così passa [p. 55 modifica]la vita. Non si potrà, perdio, dir migliore la patria, quand’anche avesse degli uomini; oh adesso ella soffre! non è sua colpa: noi non dobbiam essere sì dilicati. Tutto il mondo è paese. Tu, se fosti altrove, diresti che qui vanno attorno i porci begli e cotti. Ma noi frattanto andiamo ad avere un eccellente spettacolo in questi giorni d’allegria, non di gladiatori ordinari, ma di moltissimi liberti. E il nostro Tito ha gran coraggio, e grandissimo quand’egli ha bevuto. O l’una o l’altra cosa insomma gli gioverà: locchè è certo, perch’io sono suo familiare. Egli non ha remissione; somministrerà ottimo ferro, senz’altro quartiere: s’ha a fare un macello, e che l’anfiteatro ne goda. Nè gli manca il modo. Suo padre gli ha lasciato morendo quasi tre milioni; quand’anche spendesse centomila ruspi, il suo asse non ne soffirirebbe gran cosa, e si farà un nome immortale. Egli a quest’ora tiene alcuni lacchè, e una donna che guida il carro, e un tesoriere come quel di Glico, il qual fu sorpreso in atto che dava diletto alla sua padrona.5Bisognava allor veder le gare del popolo, chi in favor de’ mariti gelosi; chi de’ zerbini. Ma Glico avea de’ quattrini, ed espose alle bestie il suo tesoriere; locchè è quanto espor se medesimo. Che colpa ci ha il servo, quand’è forzato a fare? Ben più meritavasi esser dal toro straziata quella puttanella.6 Ma chi non può batter l’asino, batte il basto. Pensavasi dunque Glico che una figlia d’Ermogene potesse mai ben riuscire? Eppure egli saprebbe mozzar l’unghie ad un nibbio volante. Il serpente non genera corda; Glico, Glico ha ingiuriato a’ suoi, onde fin ch’ei viverà ne porterà tal impronta, che morte soltanto gli potrà scancellare. Ma chi pecca è suo danno. Io ho presentito che Mammea sia per darci un pranzo, e regalar me ed i miei. Se ciò eseguisce, egli toglie a Norbano7 tutto il favore; saper bisogna che costui va a gonfie vele. E per dir vero cosa ci ha egli mai fatto di buono sin qui? Diecci un gioco di [p. 56 modifica]gladiatori pezzenti, decrepiti, che cadeano ad un soffio: io ne vidi de’ meno vili tra gli esposti alle fiere. E’ vi aggiunse un combattimento a piedi a lume di fanali; ma gli avresti creduti pollastrelli: l’uno snello come un gatto di marmo, l’altro co’ piedi torti, il terzo mezzo morto per aver visto co’ nervi recisi e basito il suo antecessore. Uno però di Tracia ve n’era di certa statura il quale pugnò secondo gli veniva indicato: tutti infine apparvero feriti,8 perchè sortivan pure dalla folla del grosso volgo, atti soltanto a fuggire. Io ti ho dato un divertimento, ei mi disse; ed io risposi, bravo! ma facciamo i conti, ed io ti do più di quel che ricevo. Una man lava l’altra.

Tu mi sembri Agamennone, il qual mi dica: che va fantasticando questo importuno? Perchè tu, che puoi parlare, te ne stai muto; e non essendo della nostra comitiva, perciò deridi i discorsi degli ignoranti. Ben sappiamo che tu sei pazzo per lo studio: ma che perciò? un qualche giorno io ti persuaderò a venire in campagna, e vedere le mie casupole. Vi troveremo a mangiare, polli, ova: staremo allegri; e benchè la stagione abbia in quest’anno disposto tutto a guastarsi, troverem tuttavia di che satollarci. Oltre a ciò il mio Cicarone si prepara per esserti scolaro, e già recita le quattro parti dell’orazione: s’ei vive, avrai al fianco un servitoretto, perchè, ogni momento ch’egli ha, non alza il capo dai libri: egli è ingegnoso e di bella figura; sebbene così bravo è però di poca salute: io un dì gli ammazzai tre cardellini, e gli dissi che li avea mangiati nna donnola: onde ad altre occupazioni si attenne; ei dipinge di bonissima voglia. Del resto egli ha già studiato il greco, ed ha cominciato a gustar felicemente il latino, benchè il suo maestro sia troppo compiacente. Non istà mai fermo in un luogo, dimanda che gli dia da scrivere, e poi non vuol lavorare.

Ho un altro figlio, non molto dotto, ma curioso, e [p. 57 modifica]che ama d’insegnare più che di sapere. Laonde e’ viene a casa soltanto ne’ dì di feria, e si contenta di ciò che gli si dà. Ora ho comperato a questo ragazzo alcuni libri di legge, perchè voglio che egli per custodia delle ragioni della casa sappia qualche cosa del diritto. Questo è un mestier che guadagna. Quanto alle lettere ei ne puzza abbastanza. In caso poi che ricusi, ho destinato d’insegnargli un’arte o di barbiere, o di banditore, o almen di causidico, che fuor che la morte nessun possa torgli. Onde tutti i dì gli vo predicando: primogenito, bada a me, quanto impari, lo impari per te. Vedi tu il dottor Filerone? s’egli non avesse studiato, or non avrebbe di che levarsi la fame: ieri o l’altr’ieri ei facea il facchino: ora quasi quasi si pareggia a Norbano. La letteratura è un tesoro, ma con un mestiero non si muor mai.



Note

  1. [p. 296 modifica]Nessuno di noi ignora cosa sia vino santo in Italia. Egli è un vino affatturato con diversi metodi, e che comunemente si ammette come una ghiottornia ricercata. I Romani usavan una quasi simil bevanda, massimamente ne’ conviti. Essi avean pur vari metodi per comporre questo vino, e il più comune era quello di mescervi il miele col succo di alcune erbe odorifere. Nondimeno egli era più volte una specie di spirito, e forse in questo luogo vuol accennarsi da Petronio una bibita spiritosa, come il punch ai dì nostri.
  2. [p. 296 modifica]La gente Safinia apparteneva a Napoli.
  3. [p. 296 modifica]Cioè, fosse ampolloso e figurato. Nel principio si è visto che Petronio attribuisce la decadenza del bello stile alle maniere asiatiche introdotte nella Eloquenza latina.
  4. [p. 296 modifica]Avere i piè d’oca, e averli di lana, come porta il testo, parmi tuttuno. Ognun conviene che l’espressione in questo luogo suona lo stesso quanto fare il sordo.
  5. [p. 296 modifica]Questa è una scappata improvvisa, applicabile [p. 297 modifica]sicuramente alla moglie o amica di Trimalcione, quella cioè che conduceva il carro, com’era costume di alcune donne Romane, per quanto nel primo de’ Saturnali avverte Giusto Lipsio.
  6. [p. 297 modifica]Gli adulteri erano condannati al furore de’ tori. Eran puniti colle corna, dice un Francese, perchè ne avean prodotto.
  7. [p. 297 modifica]Alcuni credono, che questo Norbano abbia a intendersi per Tigellino divenuto il favorito di Nerone.
  8. [p. 297 modifica]Traduco apparvero feriti, perchè accadeva talvolta che i gladiatori per timor di soccombere si ferissero da se medesimi, onde ottener di ritirarsi e scampar dal pericolo:
    . . . . Segiolus jam radere guttur
    Coeperat. Et secto requiem sperare lacerto. Giov.