Satire di Tito Petronio Arbitro/17

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Capitolo decimosettimo - Fine del convito

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Petronio Arbitro - Satire (I secolo)
Traduzione dal latino di Vincenzo Lancetti (1863)
Capitolo decimosettimo - Fine del convito
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CAPITOLO DECIMOSETTIMO

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fine del convito.



Così essendoci convenuti, Gitone accompagnandoci, per lo portico arrivammo alla porta, dove un cane posto alla catena ci accolse con tanti latrati, che Ascilto cadde nel vivaio; ond’io ubbriaco, che sin del cane dipinto mi spaventava, portatomi a dargli soccorso fui strascinato nello stesso gorgo. Ma ci salvò il portiere che venne, e il cane placò, e noi tremanti ridusse all’asciutto. Gitone però con sottilissima astuzia erasi sottratto agli abbaiamenti del cane, gittandogli dinanzi tutto ciò che avevano trasportato della cena, cosicchè allettato dal cibo si mitigò.

Finalmente intirizziti pregammo il custode di metterci fuor della porta, ma egli rispose: assai t’inganni se pensi uscir per di qua, donde sei entrato. Nessun convitato giammai sorte dalla porta medesima: entrasi per l’una e per l’altra si parte.

[p. 90 modifica] Che facevam noi, sgraziatissimi uomini, avviluppati in un labirinto di nuova specie, e che avevamo già incominciato a sapere che bisognava lavarci? Pregammo dunque di esser condotti al bagno, nel quale entrammo dopo esserci levati gli abiti, che Gitone ebbe cura di stendere sull’ingresso, onde farli seccare. Stretto era il bagno, e somigliante alla cisterna rinfrescativa, in cui Trimalcione trovavasi tutto ignudo; e noi non potemmo schivar di vederlo in quella vergognosa situazione. Ei diceva non esservi cosa migliore quanto il bagnarsi fuor della gente; e che altre volte quel luogo era stato un prestino. Di poi, trovandosi affaticato, si assise, e invitato dal rimbombo del sito, alzò la voce ubbriaca sino alla volta, e si mise a guastare gli inni di Menecrate, come giudicaron coloro che ne intendeano la lingua.

Intanto gli altri commensali correvano intorno al bacino tenendosi per mano, e l’un l’altro solleticandosi alzavano un rumor grandissimo: altri colle mani legate sforzavansi a levare dal pavimento gli anelli: altri stando ginocchioni piegavan la testa all’indietro toccandosi la punta de’ piedi.

Mentre costoro così divertivansi, noi scendemmo nello stanzino, ove riscaldavasi un bagno per Trimalcione. Di poi, essendoci oramai svanita l’ubbriachezza, arrivammo in un altro salotto, dove Fortunata avea messe in assetto le sue ricchezze, in guisa che al di sopra osservai lucerne, e statuette di pescatori in bronzo, e lastre di argento massiccio; all’intorno vasi di terra indorati, e dirimpetto una fontana di vino.

Allora Trimalcione disse: amici, quest’oggi un mio schiavo si fa rader la barba per la prima volta; egli è uomo tranquillo, dabbene e a me caro. Facciam dunque gozzoviglia, e ceniamo finchè il dì viene.

In questa si udì un gallo cantare: per la cui voce Trimalcione confuso ordinò che si spandesse vino sotto [p. 91 modifica]la tavola, e se ne mettesse nelle lucerne; di più trasportò l’anello nella man destra, e disse, non senza il suo perchè codesto trombetta ha dato un tal segno: giacchè o bisogna che vi sia incendio in alcun luogo, o che alcuno del vicinato trovisi in punto di morte. Lungi da noi sì tristi augurj; epperò chi mi porterà questo mal nunzio avrà una corona in regalo.

Appena ebbe detto, che il gallo trovato nelle vicinanze venne portato, e Trimalcion comandò che si ponesse nella caldaia. Messo quindi in pezzi da quel dottissimo cuoco che poc’anzi avea col maiale fatto pesci ed uccelli, fu gittato nel paiuolo, e intanto che Dedalo accudiva a quella sollecita bollitura, Fortunata stritolava il pepe con un pestello di bosso.

Mangiate finalmente queste ghiottornie, Trimalcione volse l’occhio alla famiglia, dicendo: ecchè? voi non avete ancor cenato? andate, acciò gli altri vengano al loro ufficio.

Ne comparve tosto un altro drappello; quei che partivano dissero: stà sano, Gaio; e gli altri diceano: salute a Gaio.

Di qui cominciò a turbarsi la nostra allegria, perchè in mezzo ai nuovi ministri essendo entrato un donzello avvenente, Trimalcione di lui s’impadronì, e si diè a baciarlo per lungo tempo. Laonde Fortunata, come si fu veramente accorta di cotale associazione, cominciò a maledir Trimalcione, e gridare che un che non sappia frenar la libidine è un sudiciume ed una marcia vergogna, e finalmente gli scappò detto: cane.

Dall’altra parte Trimalcione mortificato, e punto da quella ingiuria scagliò un bicchiero nel viso a Fortunata; ed ella, come se avesse perduto un occhio, strepitò, e tremando la faccia nelle mani si ascose.

Scintilla trovossi ella pur costernata, e la spaventata donna nel suo grembo raccolse: anzi un pulito donzello le appressò alle guance una tazza di acqua fredda, [p. 92 modifica]sulla quale Fortunata curvandosi, cominciò a sospirare ed a piangere.

Trimalcione all’incontro dicea: ecchè dunque? questa carogna ha già dimenticato, che io la levai dalla madia e la misi all’onor del mondo? Ella gonfiasi come la rana, e si sputa addosso: rompimento di testa, e non donna è costei. Ben si vede che chi nasce nell’orto non sogna palazzi. Possa io morire, se non saprò domare questa Cassandra instivalata. Ed io, quand’era ancora un pitocco, ho potuto prendermi dugento mila scudi di dote, e tu sai che non è menzogna. Ancora ieri il profumiere Agatone mi si avvicinò per sedurmi, e mi disse, io ti consiglio a non soffrire che la tua razza si spenga. Mai io mi do veramente la zappa sui piedi trattando costei con sì buona fede, e curandomi di non parere uno sventato. Meglio farò, se ti ridurrò a venirmi cercar carponi; e perchè tu intenda fin d’ora cosa ti sei guadagnata, Abinna, io non voglio che tu ponga la di lei statua sul mio sepolcro, onde io non abbia a litigare anche morto. Di più, affinchè comprenda che io le potrò far danno, proibisco che mi baci quando sarò estinto.

Dopo questo fulmine, Abinna cominciò a pregarlo, chè cessasse della sua collera, e disse: NESSUN DI NOI È INFALLIBILE: UOMINI SIAMO E NON DEI. Così Scintilla, lagrimando, parlò, e chiamandolo Caio il supplicò pel suo genio di acquetarsi.

Più non potè Trimalcione trattenere le lagrime, e disse: io ti prego, o Abinna, e il ciel ti conservi le tue ricchezze, se io qualche male ho commesso, sputami in faccia. Io baciai quel bonissimo ragazzo non per la sua figura, ma perchè gli è buono: ei recita dieci parti, legge un libro in un colpo d’occhio; cogli avanzi della sua giornata si è formato un capitaletto, e si è comperato del suo un banco pel pane, e due boccali. Non si merita egli di esser presentato nelle comitive? Ma [p. 93 modifica]Fortunata nol vuole. Tu la pensi così, o calore degli anni miei; ma io ti esorto a valerti de’ beni tuoi, o poiana, e non indispettirmi, gioia mia, altrimenti tu proverai questa mia testa. Ben mi conosci; una volta che io risolva una cosa, ella è fissa con un chiodo da trave. Ma ricordiamci de’ vivi.

Io vi consiglio, miei amici, a starvene allegramente; perchè io pur fui meschino siccome voi, e a questo stato pervenni col mio giudizio. Egli è un dito di cervello quel che fa gli uomini, tutto il resto è zero. Io compro con vantaggio, e vendo con pari vantaggio; un altro vi parlerebbe diversamente: io son colmo di felicità. E tu, ubbriacona, tu piangi ancora? frappoco io ti darò ben di che piangere il tuo destino.

Ma, com’io diceva, a questa fortuna il mio giudizio mi ha portato. Io venni d’Asia che era non più grande di questo candelabro, col quale io solea misurarmi ogni giorno, e perchè mi nascesse la barba al più presto usava ungermi d’olio le labbra. Durai tuttavia quattordici anni ad essere per lo mio meglio la donna di piacere del mio padrone; nè vi è male in ciò che il padron comanda. Io però soddisfaceva eziandio alla padrona mia. Ben capite quel che mi dico, giacchè non uso io di millantarmi. Alla fine, come piacque agli Dei, io divenni padron di casa, e cominciai a prender cervello. Che più? ei mi lasciò coerede collo Imperadore, e mi buscai un patrimonio senatoriale. Ma nessuno ne ha mai abbastanza: vennemi capriccio di negoziare; e per non trattenervi di troppo, fabbricai cinque navi, le caricai di vino; e allora venìa danaro per un altro verso. Un tratto le diressi a Roma, e (puoi ben credere ch’io non l’ordinai) fecer tutte naufragio: questo è fatto e non menzogna. Nettuno in un sol dì m’ingoiò due milioni. Pensate voi, ch’io perciò mi disanimassi? No, perdio, questa perdita io me la godetti, come se nulla fosse: altre navi fabbricai più grandi, più buone, [p. 94 modifica]e più felici, onde nessun dicesse che io non fossi uomo coraggioso. Sai che molta forza ha una grossa nave. Feci un nuovo carico di vini, lardo, fave, acque distillate di Capua, e schiavi. In questa circostanza Fortunata mi fece un bel servizio, perchè tutte le sue ricchezze, e tutti gli abiti vendette, e mi pose in mano cento monete d’oro le quali furono il lievito del mio peculio. Quando il ciel vuole assisterci, tutto va bene: in una sola velata mi lucrai dugento cinquanta mila scudi. Svincolai tosto tutti i fondi, che furon del mio padrone: fabbricai una casa, comperai bestiame da mercato ed ogni cosa che io intraprendeva crescevami in mano come un favo di miele.

Poichè mi trovai possedere più che non possedesse tutto il mio paese, mi levai dal banco, lasciai il commercio, e mi posi a far prestanza ai novelli liberti. E come io m’era annoiato di attendere a questo negozio, consigliommi a continuarlo un astrologo, che capitò accidentalmente nella nostra colonia, il qual era mezzo greco, e chiamavasi Serapione, ed era consultatore degli Iddii. Costui dissemi anche più cose che io avea dimenticate, e tutto quello che mi era avvenuto da capo ai piedi mi indovinò. Ei conosceva sì ben le mie viscere, che mi avrebbe detto cosa avessi io mangiato il dì innanzi, e avresti detto che egli avesse abitato sempre con me.

Dimmi, Abinna, io credo che tu fossi presente quando ei mi disse: tu alla tua bella hai donato tutto il tuo: tu poco sei fortunato negli amici: nessuno corrisponde alle tue grazie: tu possiedi una gran masseria: e tu nodrisci una vipera nel tuo seno. E perchè non vi dirò io, ch’ei pur mi disse che ancor mi restavan di vita trent’anni, quattro mesi e due giorni? e di più che avrei presto fatta una eredità.

Così mi dicea l’astrologo. Ma se mi riesce di unire insieme tutti i miei fondi di Puglia, io sarò diventato [p. 95 modifica]ricco abbastanza. Per ora intanto che Mercurio invigila sopra di me, questa casa ho edificato, la qual come sapete era un trabaccolo, ed ora pare un tempio; sonovi quattro sale da pranzo, venti camere, due portici di marmo, e di sopra un torrioncino, che è la stanza, ov’io dormo; il gabinetto di questa vipera, un’ottima stanza per il guardiano, e una foresteria capace di mille ospiti. Insomma, quando Scauro vien qui, non vuole abitare altrove, sebben egli abbia il casino di suo padre in riva al mare. Molti altri comodi vi sono, che fra poco vi mostrerò. Credete a me: abbiti danaro, e farai danaro. Ne hai? Ne averai. Così l’amico vostro, che già fu rana, ora è re.

Intanto portami, Stico, gli arnesi mortuari, nei quali voglio essere involto. Porta pure l’unguento, e togli da quella bottiglia il balsamo, di cui voglio che si lavino le mie ossa.

Stico non fu lento, e portò nel triclinio una copertina bianca, e la toga. Trimalcione ci ordinò di esaminare se fosser tessute con buona lana; poi sorridendo, bada ben, disse, o Stico, che i topi o le tignuole non tocchino queste cose; altrimenti io ti fo bruciar vivo. Io voglio esser trasportato con magnifecenza, onde tutto il popolo abbia ad augurarmi del bene.

Aperse di poi l’ampolla del nardo, e ci unse tutti, e spero, disse, che questo debba giovare a me morto, come vivo mi giova. Fece altresì versare vino in un vaso, dicendo: fate conto di essere invitati alle mie esequie.

Questa faccenda diveniva fastidiosissima, quando Trimalcione cadente per turpissima ubbriachezza comandò che si conducessero nella sala i sonatori di corno, per fare una nuova musica, e sostenuto da molti origlieri si stese sul catafalco, e disse: fingete che io sia morto, e dite su qualche cosa di bello.

I cornetti alzarono un funebre strepito, ed uno fra [p. 96 modifica]gli altri, servo di codesto fingitore di esequie, che pur era il più galantuomo di tutti, sì altamente intonò, che mise a romore tutto il circondario: cosicchè le sentinelle del vicino quartiere pensandosi che la casa di Trimalcione abbruciasse, gittaron giù tosto le porte, e si posero all’usanza loro tumultuando con acqua, e con scuri. Noi approfittandoci di sì bella occasione diemmo volta ad Agamennone, e ce ne fuggimmo di là sì rapidamente, come se fossimo fuggiti dall’incendio.