Satire di Tito Petronio Arbitro/2

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Capitolo secondo - Curioso incontro

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Petronio Arbitro - Satire (I secolo)
Traduzione dal latino di Vincenzo Lancetti (1863)
Capitolo secondo - Curioso incontro
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CAPITOLO SECONDO

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curioso incontro.



In tempo che io abbadava a costui, non vidi che Ascilto era fuggito, e mentre a quel furor di parole io tutto attendea, giunse ne’ portici uno stuol numeroso di studenti, i quali, come poi seppi, avendo udita una declamazione estemporanea di non so chi, non davano accesso alla filastrocca di Agamennone. Ma io, intanto che costoro si facean beffe delle sentenze, e tutto l’ordine del discorso scherniano, colto il momento, mi dileguai, e velocemente mi posi a tener dietro ad Ascilto. Nè la strada però io ben ricordava, nè sapea dove avessimo la locanda, onde più volte mi avvenne di ritrovarmi d’ond’era passato. Perlochè stracco del correre e molle di sudore mi affacciai a certa vecchietta, che vendeva erbaggi, e sì le dissi: di grazia, sai tu, comare, ove io abiti? Ed ella ridendo di un complimento sì sciocco, perchè nol saprò io? rispose, e rizzatasi cominciò a ire innanzi a me. Io la credetti una strega. Poi che fummo arrivati in luogo solitario, la civil vecchierella trattasi dietro la pezzuola1 mi disse: qui tu devi abitare.

Mentre io stava negando di conoscer quel sito, vidi frammezzo ai cartelloni2 alcuni uomini, e alcune sgualdrinelle ignude, che di soppiatto vi si aggiravano, e tardi mi accorsi d’esser condotto al bordello. Io per la insidia della vecchia arrabbiato mi nascosi la [p. 8 modifica]faccia, e fuggendo attraversai quel postribolo, quand’ecco in sulla uscita mi incontrai con Ascilto, che faticatissimo era e mezzo morto. Stimando io che la vecchierella medesima qui lo avesse diretto, il salutai sorridendo, e gli chiesi come in luogo sì infame si ritrovasse. Egli asciugatosi il sudor con le mani rispose: oh se tu sapessi quel che mi avvenne!

Che v’ha di nuovo? io replicai.

Ed egli mezzo isvenuto riprese: correndo io tutta la città per trovare ove diavolo avessimo lasciata la locanda, mi abbattei in un vecchio, il quale molto cortesemente si esibì di condurmici; e attraversando per oscurissimi e torti viottoli qui mi ridusse, dove messo fuora il peculio diessi a cercarmi piacere. La sgualdrina, che è costì, aveva già esatto il nolo della camera; costui mi avea già posto le mani addosso, e se io non era il più forte, avrei dovuto soccombere.

Mentre Ascilto mi esponea l’avventura, il vecchio medesimo accompagnato da bella donna ci raggiunse, e ad Ascilto volgendosi pregollo di entrare in casa, assicurandolo non esservi nulla a temere, e che anzi di paziente in agente sarebbesi almeno convertito. Dall’altra parte la donna istigava me a seguirla. Noi dunque andammo con essi, e giunti tra quei cartelloni, assai gente d’ambo i sessi vedemmo insiem divertirsi per le camere, sì che mi parea avesser tutti bevuto un filtro amoroso.

Appena fummo veduti, costoro con isfacciata puttanerìa fecer di tutto per averci in mezzo, ed uno di essi montato sino al bellico assaltò Ascilto, e distesolo sur un letto tentò di romper seco una lancia: ma volato io al soccorso, e unite le forze nostre, delusimo la di lui molestia. Ascilto sortì, e fuggissene, me lasciando esposto alla libidine di costoro; ma io più vigoroso e più cauto seppi liberarmene.



Note

  1. [p. 289 modifica]Fazzoletto di lana, con che le donne volgari si coprivan la testa, presso a poco come il mezaro delle Genovesi nostre. Altri ha creduto che la vecchia in questo luogo si avesse alzato il gonnellino, ed altri che allargando il mantello allo smarrito giovine, gli usasse un atto sconcio. E che non credon gl’interpreti? Ma poi ch’ella indicò una casa, dove il giovine entrò, questo modo di scoprirsi nell’atto stesso la faccia, è una gentilezza, nè parmi che giovi malignar sulle voci per ispiegarle oscenamente, tanto più che Petronio non scrupoleggia gran fatto in queste materie, e le scrive

    Senza velami o giri di parole.

  2. [p. 289 modifica]Ne’ luoghi di postribolo, come anche ai tempi nostri in alcune grandi città, una iscrizione posta sopra ogni uscio annunciava il nome della cortigiana che vi abitava, e il prezzo ch’ella esigeva. Giovenale dice di Messalina, che ita in uno di codesti bordelli prese il nome di Licisca, titulum mentita Liciscæ (sat. 6), e così fece porre sul cartello, giacchè la voce titulum indica l’iscrizione. Abbiamo da Apollonio Tirio una di codeste iscrizioni, ch’è riportata in quasi tutte le edizioni di Petronio nelle note, ed è questa: Quicumque Tarsiam defloraverit, mediam libram dabit, postea populo patebit ad singulos solidos.