Satire di Tito Petronio Arbitro/20

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Capitolo ventesimo - Qualche scappata sulle belle arti

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Petronio Arbitro - Satire (I secolo)
Traduzione dal latino di Vincenzo Lancetti (1863)
Capitolo ventesimo - Qualche scappata sulle belle arti
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CAPITOLO VENTESIMO

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qualche scappata sulle belle arti.



Confortato da tai discorsi io cominciai a consultare costui più di me sagace sull’antichità di que’ quadri, e sopra alcuni soggetti che io non intendeva, e al tempo stesso sulla causa della presente incuria, e perchè le bellissime arti decadessero, e la pittura fra queste orma di sè non lasciasse. Allora ei mi rispose: l’avidità del guadagno di questo rovescio è cagione. Ma ai tempi antichi, quando ancor piacea la nuda virtù, le liberali arti erano in vigore, ed eravi la più gran gara tra gli uomini, acciò nulla che giovar potesse alla immortalità rimanesse lungo tempo nascosto. A questo fine Democrito1 spremette in vasi di creta i sughi di tutte le erbe, e consumò il tempo suo negli esperimenti onde scoprire la virtù delle pietre, e dell’erbe. Così pure Eudosso invecchiò sulla cima di un altissimo monte per [p. 108 modifica]intendere il moto degli astri e del cielo, e Crisippo tre volte coll’elleboro si purgò onde riuscire nelle scoperte.

Ma per parlar di scultori Lisippo2 morì di miseria per avere studiato indefessamente ai contorni di una sola statua, e Mirone3 che col bronzo dava quasi la vita agli uomini ed ai bruti, non ebbe chi si presentasse per suo erede. Noi però immersi tra i bagordi e le bagascie non osiamo nemmanco di conoscere le arti già inventate, ma, biasimando gli antichi, di vizj soltanto siamo e maestri ed esecutori.

Dove è la Dialettica, dove l’Astronomia? dove la rettissima via della sapienza? Chi è colui che più venga nel tempio, e faccia voti per conseguir l’Eloquenza? o per iscoprir la sorgente della Filosofia? anzi non cercan pure costoro mente sana e buona salute, ma tosto pria che tocchin l’orlo del Campidoglio4 qual promette dono se il ricco parente torrà di vita, quale se gli scaverà il tesoro, quale se giunga senza fastidj fino al milione. Il Senato medesimo, di giustizia e di bontà precettore, suole offrir mille libbre d’oro nel Campidoglio, e perchè nessuno si faccia scrupolo di appetir le ricchezze usa di implorar Giove col mezzo del danaro.5 Non maravigliarti adunque se la pittura è venuta meno, dacchè a tutti gli Iddii ed uomini più caro riesce un mucchio d’oro di quanto abbian fatto giammai quei poveri grechetti di Fidia e d’Apelle.6 Ma io veggo che tu sei tutto intento su quel quadro, che rappresenta Troia distrutta: perciò io tenterò di dartene la spiegazione in versi.


Il decim’anno già volgea, che intorno
    Eran stretti d’assedio i Troian mesti
    Fra il sospetto, e il timor. Non men tra i Greci
    Si paventava, per la incerta fede
    5Che si ponea nell’indovin Calcante.
    Apollo alfin parlò: per suo comando

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    Traggonsi già dai vertici dell’Ida
    Gli alberi svelti, e coi robusti tronchi
    Alzasi mole, cui si dà figura
    10Di superbo destrier; nell’ampio ventre
    S’apre l’ingresso, e dentro il buio speco
    Gli accampati guerrier sono introdotti.
    Ivi s’appiatta la virtù sdegnata
    Di così lunga guerra, ed i compagni
    15Del pesante caval turano i fori,
    Mentre la mole, ove si celan gli altri,
    Gridan esser de’ Greci un voto ai Dii.
    Oh patria mia! noi credevam che lungi
    Le mille navi andassero respinte,
    20E che di guerra il suol libero fosse,
    E le parole sulla bestia incise
    Ne accrescean la credenza, e l’accrescea
    Sinon, che la fatal frode compose,
    E il suo mentir sì in danno altrui potente.
25Libera e senza guerra incontro al voto
    Sino alle porte già la turba affretta:
    Già s’innondan di lagrime le guance.
    Ed il piacer degli abbattuti spirti
    Versa quel pianto, che il timor versava.
    30Già, disciolti i capei, Laocoonte
    Di Nettun sacerdote, in mezzo al vulgo
    Eccita gridi clamorosi, e tosto
    Vibrando l’asce del caval sul ventre
    Lo striscia appena, che il destino a lui
    35Rallentò il pugno, e ritrocesse il colpo,
    E aggiunse fede al non temuto inganno.
    Pur di nuovo innalzò la debil mano,
    E ne’ fianchi il colpì colla bipenne.
    La chiusa dentro gioventù fremea,
    40Ma il suo bisbiglio ed il timore altrui
    Natural soffio del cavallo parve.
    L’inceppato drappel s’innoltra intanto,

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    E Troia è già ne’ ceppi, or che la guerra
    Consiste tutta in quel sì novo inganno.
45Altri prodigj appaion poi: dal lato
    Donde Tenedo eccelsa il mare incalza
    Coll’immobile dorso, oltre il costume
    Gonfiansi i flutti, e sino all’ultim’onda
    In spruzzi minutissimi ricade.
    50Fragor si udia quale in tranquilla notte
    Spandesi lunge il suon de’ remi, quando
    Armate navi al mar premano il tergo,
    E al sovrappor dell’albero pesante
    Cigoli e gema l’incavato marmo.
    55Noi là volgemmo gli occhi: ed ecco due
    Spinti dal flutto in sul terren serpenti
    Attortigliati, co’i superbi petti
    Alti, a guisa di nave, e traggon dietro
    Spuma sui fianchi lor: suonan le code:
    60Fiammeggian gli occhi, le volgenti scaglie
    Risplendon lunge sopra il mare, e quasi
    Destanvi incendio co’ fulminei sguardi:
    E al loro sibilar tremano l’onde,
    Stupìa ciascun: ivi di stole adorni
    65E de’ Troiani vestimenti i due
    Diletti figli di Laocoonte
    Stavano: ed ecco d’improvviso a tergo
    Gli avviticchiaro i lucidi serpenti.
    Le pargolette mani alzanti ai volti,
    70Essi, e l’un l’altro liberar vorria,
    E la pietosa cura ognun rivolge
    Verso il fratel, sì che il morir dell’uno
    Per l’alterno timor fu all’altro morte.
    Miseri! Il genitor le fredde membra
    75Raccoglie de’ bambini. Ahi fiacca aita:
    Sovr’esso pur gli angui pasciuti vanno,
    E il traggon morto in sul terren. Tra l’are
    Vittima giace il Sacerdote, a cui

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    Della patria il destin cagionò pianto.
    80Così già al suo perir Troia vicina,
    Col profanar delle persone sacre,
    A perir cominciò perdendo i Dii.
Del fraterno splendor piena, già il bianco
    Velo alzava la luna e conducea
    85Col chiaro raggio le minori stelle,
    Quando dalla trincea spandonsi i Greci
    Fra i sepolti nel vin Teucri e nel sonno,
    E gli scannan così. Con tale orgoglio
    Usano l’armi quei guerrier, col quale
    90Suol tessalo caval cui la cervice
    Lungo tempo curvava il duro giogo,
    Vibrarsi al corso, e l’alto crin quassare.
    Givan le spade in cerchio, e selci e sassi
    Rimovendo dal suol ripiglian guerra.
    95Qui agli ubriachi un tronca i capi, e il sonno
    Prolunga lor sino all’eterna notte,
    Là col foco dell’are un altro accende
    Le incendiatrici fiaccole, ed invoca
    A danno de’ Troian di Troia i Dii.



Note

  1. [p. 303 modifica]Democrito, Eudosso, e Crisippo, celebri filosofi dell’antichità. L’elleboro credevasi giovare all’ingegno. Egli è un purgante assai attivo, e il migliore riputavasi quel che nasceva in Anticira. Comunemente dicevasi ad un uomo stravagante che aveva bisogno di elleboro, ovveramente di navigare verso Anticira.
  2. [p. 303 modifica]Lisippo era scultor sì eccellente ai tempi di Alessandro Magno, che questo principe a lui solo permise di far la sua statua, come al solo Apelle di fargli il ritratto.
  3. [p. 303 modifica]Mirone anch’esso statuario eccellente, sopra tutto nel rappresentare animali.
  4. [p. 303 modifica]Dov’era il tempio di Giove.
  5. [p. 303 modifica]Il Senato faceva oblazioni al Tempio in caso di pubbliche disgrazie. Abbiamo in Livio la preghiera che il Pontefice pronunciava alla testa del Senato in questa occasione. Petronio vuol però pungere l’uso di arricchire i tempj quasichè gli Iddii potessero come gli uomini abbisognare, o aver desiderio delle ricchezze.
    Dicite pontifices in templo quid facit aurum? [p. 304 modifica]dice egli in un altro luogo, e Persio a ciò pur volle alludere col verso
    Quid juvat hos templis nostros immitere mores?
  6. [p. 304 modifica]Nerone anch’esso scrisse un poemetto sull’incendio di Troia, la cui storia piacevagli a segno di volerla in parte verificare col fuoco fatto appiccare in alcuni luoghi di Roma, mentr’egli dalla Torre di Mecenate riguardandolo, stava cantando sulla cetra i versi analoghi, non so poi se di Omero o suoi. Veggansi Giovenale sat. 8, Tacito, Dione, Svetonio ec.