Satire di Tito Petronio Arbitro/21

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Capitolo ventunesimo - Due ghiotti a un desco

../20 ../22 IncludiIntestazione 11 marzo 2012 100% Da definire

Petronio Arbitro - Satire (I secolo)
Traduzione dal latino di Vincenzo Lancetti (1863)
Capitolo ventunesimo - Due ghiotti a un desco
20 22
[p. 112 modifica]

CAPITOLO VENTUNESIMO

___


due ghiotti a un desco.



Alcuni, tra la gente che andava gironzando pei portici, scagliaron sassi dietro Eumolpione, ma egli che sapeva gli applausi che si facevano a’ suoi talenti coprissi il capo, e scappò fuori del tempio. Io ebbi paura che me pure non chiamasser poeta, e perciò tenendo dietro al fuggitivo arrivai sulla riva, e tostochè potei trattenermi fuor del tiro de’ strali, così gli richiesi: dimmi: tu sei stato meco men di due ore, e mi hai parlato più da poeta che da uomo: non istupisco se il popolo ti accoglie a sassate: io pure provvederò di ciottoli le mie saccoccie, onde ogni fiata che tu sorta di cervello io ti tragga un po’ di sangue dal capo.

Fece egli un brutto ceffo e rispose: o figliuol mio, non è oggi la prima volta ch’io son trattato così: anzi quand’io vo’ sul teatro a recitare qualche cosa, suolmi assai di frequente toccar questi incerti. Ma affine che [p. 113 modifica]io non abbia a quistionare anche teco, io per tutt’oggi mi asterrò da un tal pasto. Ed io, ripresi io, se tu per oggi a questa smania rinunci, vo’ che ceniamo insieme; al tempo stesso mandai dicendo al locandiere che ci apparecchiasse una cenetta. Dipoi andammo a’ bagni dove io vidi Gitone con fregoni e striglie appoggiato al muro tutto tristo e confuso: ben vidi ch’ei non era contento del suo servizio. Intanto che io per assicurarmene attentamente il guardava, egli rivoltosi a me con volto giubilante, miserere, mi disse, o fratello; ora che non vi son armi liberamente lo dico. Toglimi dalle mani di un crudel ladrone, e punisci con qual tu vuoi penitenza afflittiva il tuo giudice. E’ mi sarà assai di sollievo il sapere che io meschino soffrissi per tua volontà.

Io gli accennai di tacere, onde nessun capisca l’intenzion mia, e lasciato Eumolpione, perchè erasi messo a recitar versi nel bagno, ne feci uscir Gitone per un passaggio buio e sudicio, e cautamente volai al mio alloggio, dove chiuse le porte lo strinsi con trasporto al mio seno, asciugandogli col mio viso la bocca bagnata di pianto. Ciascun di noi per un pezzo stette zitto: perchè il ragazzo erasi rotto lo stomachino coi molti singhiozzi. Oh somma iniquità, sclamai dopo, l’amarti benchè tu m’abbi abbandonato! nè ancora è cicatrizzata nel mio petto la larga piaga che tu vi facesti. Pare a te darti in braccio ad un amore ambulante? Meritava io questa ingiuria?

Quand’ei s’accorse d’esser tuttora amato mostrò un sopracciglio più altero. Ma (io proseguii) nessun altro giudice voglio io che dell’amor mio decida: se tu sinceramente ne sei pentito io più non mi lagno di nulla, più nulla mi ricordo.

Esprimendomi io con sospiri e con lagrime, egli col mantello asciugommi le guance, e disse: io mi riporto, Encolpo, alla tua stessa memoria. Son io che t’abbandonai, o tu che mi consegnasti? Non nego, anzi il [p. 114 modifica]confesso, che quand’io vi vidi entrambi armati, m’appigliai al più forte.

Allora io gli baciai quel petto sì pien d’accortezza, e gli tenni tra le mani la testa; e perchè non dubitasse d’essermi tornato in grazia, e che sincerissima rinasceva la mia amicizia di tutto cuor lo abbracciai.

Già era interamente notte, e l’ostessa avea disposto la cena, allorchè Eumolpione picchiò alla porta. Quanti siete? io domandai, e diligentissimamente guardai per una fenditura, se Ascilto forse con lui non venisse. Infine quand’io vidi ch’egli era solo prontamente l’accolsi. Com’egli si fu assiso sul letticciuolo, e che vide in faccia Gitone il qual mi servia, chinò la testa dicendo: approvo questo bel Ganimede: bisogna oggi starcene allegri.

Poco mi piacque sì bizzarro principio, e sospettai di non aver messomi in casa un altro Ascilto. Eumolpione continuò sullo stesso stile e avendogli il ragazzo versato da bere, gli disse: io ti voglio più bene che a tutto il bagno insieme, e avidamente votato il bicchiere disse ch’ei non ebbe giammai la bocca più asciutta: perchè (soggiunse) intanto ch’io era ai bagni corsi rischio di venir bastonato per aver voluto recitar poesie a coloro, che sedeano intorno al bacino. Dopo che mi scacciaron dal bagno, come già fecero dal teatro, presi a rivolgermi per tutti i canti, ed a chiamare Encolpo con tutta la mia voce. Dall’altra parte un giovine ignudo, che avea perduto i suoi abiti, con fracasso non minore misto di rabbia chiamava Gitone. Me intanto que’ garzoni deridevano come un pazzo, contraffacendomi con impertinenza, ed a lui molta gente andò intorno facendo plausi e maraviglie non senza molta cautela; imperocchè egli aveva un cotale sì prodigioso, che avresti detto che il resto del corpo ne fosse l’orlo. Oh che giovine affaccendato! io credo che s’ei si mette in opera oggi, appena dimani la termina. Laonde ei [p. 115 modifica]trovò pronto soccorso, perocchè non so qual cavaliere romano,1 a cui davano dello infame, coprì della sua veste lui che andava girando, e menosselo a casa per fruir solo, per quanto io penso, di tanta fortuna. Io però non avrei riavuti ì miei abiti, se non ne avessi prodotto un testimonio; tant’è vero ch’egli è meglio avere un buon cotale che un buono ingegno.

Mentre Eumolpione dicea queste cose, io ad ogni tratto arricciava la fronte, ora lieto delle ingiurie fatte al mio nimico, ora afflitto della sua fortuna. Tuttavia presi il partito di tacermi come nulla sapessi del fatto, e gli dichiarai l’ordine della cena.


Appena io finia, che la cenetta comparve, la qual’era di piatti comuni, ma sugosi e nutritivi, che Eumolpione, dottor famelico, si divorò. Quando fu ben pasciuto ei si diede a cavar fuora i filosofi, e ad inveir grandemente contro di loro come disprezzatori delle usanze volgari, e solo delle cose rare estimatori. Egli è effetto di spirito guasto, diss’egli, non avere in pregio ciò che è facile, e l’animo, irremovibile nel suo errore, ama la difficoltà.


Quel ch’io desidero non io pretendo
D’ottener subito, nè preparata
Vittoria piacemi. Cari al palato
Son gli uccei d’Africa, ed i fagiani
5Comprati in Colchide: perciò di plebe
Puzza la candida oca e la fresca
Colorit’anitra. Cercasi, e s’ama
Tratto dall’ultime sponde lo Scaro,
E il nobil Arata, per cui s’avvolse
10Ne’ scogli naufrago il mercadante.
La triglia or nausea: or sulla moglie
La druda supera: ora la rosa
Teme del cinnamo: insomma quello
Or dicesi ottimo; ch’è fra noi raro.


[p. 116 modifica] Questa è adunque diss’io, la promessa, che tu mi hai fatto di non dir versi per tutt’oggi? Perdio, abbici almen riguardo, poichè non ti abbiam lapidato. Che se alcun di coloro qui fosse, che vengon a bere in questa taverna, e s’accorgesse, che qui hacci un poeta, metterebbe a rumore tutto il vicinato e noi per cagion tua subbisserebbe. Abbi compassione, e sovvienti della galleria e de’ bagni.

Sentendomi parlare in tal guisa quel buon ragazzo di Gitone rimproverommi, dicendo non istar bene ingiuriare un vecchio, e ch’io mi era dimenticato della buona creanza, dacchè mal trattava a tavola chi per mia cortesia vi sedea, e aggiunse molte altre parole di moderazione e di verecondia, che convenivano egregiamente alla sua bellezza.

Benedetta la madre che ti ha partorito, disse Eumolpione. Prevaliti delle buone sue qualità. Raro è che la beltà s’imparenti colla saviezza. Onde, perchè tu non ti creda di aver gittate le tue parole, sappi che trovi in me un affezionato. Io celebrerò in versi le tue belle doti. Io maestro ed aio ti seguirò quand’anche tu non me l’ordinassi: nè perciò potrebbe sdegnarsene Encolpo, il quale ha un altro amore.

Ben ebbe Eumolpione a ringraziar quel soldato, che mi avea tolto la spada, altrimenti io avrei presa nel di lui sangue quella vendetta, ch’io voleva fare di Ascilto. Di che si accorse Gitone, il qual per questo uscì di camera quasi per bisogno d’acqua, e così calmò la mia collera col prudente suo dipartirsi. Acchetatasi quindi a poco a poco la bile, così dissi ad Eumolpione: Io amo meglio che tu mi parli in versi di quel che tu in cotal modo a lui manifesti il tuo desiderio; io sono iracondo, tu lascivo; vedi perciò che l’un costume all’altro contrasta. Pensa dunque che sono un furioso, cedi a questo mio difetto, e, per dirtela più chiaramente, esci tosto di qua.

[p. 117 modifica] Sorpreso Eumolpione da siffatta risolutezza, non cercò la cagion del mio sdegno, ma sortì tosto tirandosi appresso l’uscio della camera, e mi serrò dentro, che non me l’aspettai, portando seco furtivamente la chiave, e correndo a cercar di Gitone.

Trovandomi così chiuso io risolsi di troncar la mia vita con un laccio, e già io aveva annodata la mia cintura ad una colonna del letto vicina al muro, e già intorno al collo me l’era posta, quando riaperto l’uscio Eumolpione entrò con Gitone, e mi rese a vita, stornandomi del mio proposto. Gitone soprattutto preso di rabbia pel gran dolore, alzò le grida, e spintomi con ambe le mani mi precipita sul letto, dicendo: tu t’inganni Encolpo, se credi potersi dar che tu muoia prima di me. Io ci pensai pel primo, e cercai perciò in casa di Ascilto una spada; se non ti avessi trovato io sarei ito a buttarmi giù pei dirupi; e perchè tu veda, che ad un che voglia morire la morte non è mai lontana, osserva tu ora a tua posta ciò, di che tu volevi me spettatore.

Così dicendo, strappò di mano al domestico2 di Eumolpione un rasoio, e una o due volte ficcatoselo nella gola ci cadde ai piedi. Io atterrito gridai, e cadendo sopra di lui tentai di ammazzarmi col ferro medesimo. Ma nè Gitone avea pure un segnal di ferita, nè io sentii dolore, perchè il rasoio era grossolano, e senza filo, ad uso de’ ragazzi che imparano a rader la barba, onde vi si pungano colla franchezza necessaria al barbiere. Perciò nè spaventossi il domestico per l’arma strappatagli, nè si oppose Eumolpione a questa morte da teatro.



Note

  1. [p. 304 modifica]Forse Afranio Quinziano, di cui parla Tacito nel L. 14 degli annali.
  2. [p. 304 modifica]Costui doveva essere il barbiere di Eumolpione, e trovarsi con quel rasoio fra le mani dopo aver forse tagliata la fune, cui questo pazzo di Encolpo erasi appeso.