Satire di Tito Petronio Arbitro/23

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Capitolo ventesimoterzo - Navigazione, e comitiva inaspettata

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Petronio Arbitro - Satire (I secolo)
Traduzione dal latino di Vincenzo Lancetti (1863)
Capitolo ventesimoterzo - Navigazione, e comitiva inaspettata
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CAPITOLO VENTESIMOTERZO

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navigazione, e comitiva inaspettata.



Ancor parlava quando la porta fu con frastuono rispinta, e comparve sull’uscio un marinaio con orrida barba, il qual disse: E pur ti trattieni, Eumolpione, come se non sapessi ch’egli è quasi giorno?

Noi tosto ci alzammo, ed Eumolpione fece sortir col fagotto il suo famiglio, che avea dormito fin allora: io con Gitone raffazzonai tutte le cose mie in un sacco, e dopo aver adorati gli astri me ne entrai nel naviglio.

Scegliemmo un luogo isolato verso il pian della poppa, e non anche il giorno era sorto che Eumolpione dormigliava: ma nè io, nè Gitone potemmo pur chiuder occhio. Io era in un affannoso sospetto per aver meco Eumolpione, rivale più formidabil di Ascilto, locchè mi affliggea grandemente. Ma la ragione vincendo il dolore, io dissi tra me: egli è un fastidio che questo ragazzo piaccia a costui, ma che perciò? forse non dev’esser comune ciò che di ottimo fece la Natura? A tutti risplende il sole; la luna da innumerevoli stelle accompagnata persin le bestie a pascolarsi dirige. Cosa può dirsi più bella dell’acqua? pure la scorre pubblicamente. Amor dunque soltanto sarà un furto anzi che un premio? Or io non voglio più aver altri beni fuor di quelli che siano invidiati dalla [p. 125 modifica]moltitudine. Nè questo rancido vecchio può darmi gran fastidio, perchè se anche qualche faccenda tentasse, mancherebbegli il fiato e l’impresa.

Come in questa fiducia mi racchetai ingannando l’animo mio diffidente, copertomi il capo col mantelletto finsi di prender sonno; quando tutto ad un tratto, quasi che la fortuna distrugger volesse il mio proponimento udii gemere questa voce sul ripian della poppa: Ei mi ha dunque deluso? E questa, che era voce d’uomo, e assai conosciuta alle mie orecchie, scosse il mio sen palpitante. Dipoi una donna da pari sdegno alterata proruppe in quest’altre parole, dicendo: oh se alcun Dio rimettesse Gitone in mia mano, come saprei ben accoglierlo il banditello!

Colpiti da queste inaspettate voci, sentimmo ciascun di noi raggrupparcisi il sangue. Io soprattutto, come oppresso da un sogno spaventoso, tardi ricovrata la voce, con man tremante tirai per la veste Eumolpione, che pur cadeva del sonno, e sì gli dissi: o padre, puoi tu dirmi, per dio di chi è questa nave, o almen chi trasporti? Egli inquietatosi ebbe a male di esser destato, e rispose: ti è dunque piaciuto che occupassimo sul cassero della nave questo luogo segretissimo, per poi impedirne il riposo? Cosa gioverebbe il dirti che ci è padrone Lica di Taranto, e che porta a Taranto la viaggiatrice Trifena?

Stordito da questo fulmine un tremore mi prese, e scopertomi il gorgozzule; O fortuna, sclamai, tu mi hai pur vinto del tutto. E Giton parimenti steso sul mio petto fu quasi per morire, ma lo sparso sudore richiamandoci a vita io abbracciai le ginocchia ad Eumolpione, e misericordia, gli dissi, di noi agonizzanti: ponci tu la tua mano per quello amore che entrambi c’infiamma. La morte ci sovrasta, la quale, se non puoi tu trattenere, può pur esserci un premio.

Attonito Eumolpione a siffatta condoglianza giurò [p. 126 modifica]per gli Iddii e le Dee che nulla sapeva egli dell’occorso, e che non avea colpa alcuna in quel contrattempo, ma con animo schiettissimo e di buona fede ci avea condotti per compagni su quel naviglio, del quale già da qualche tempo contava egli valersi. Ma cosa son queste insidie? ei richiese: qual altro Annibale naviga insieme a noi? Lica di Taranto è uomo saviissimo, e non solo di questa nave, ch’egli comanda, è padrone, ma anche di alcuni fondi, e di una casa di negozio, di cui trasferisce il carico su per le piazze. Questi è il Ciclope, il gran pirata, che ci ha imbarcati: oltre a lui havvi Trifena bellissima sopra tutte le donne, la quale va qua e là viaggiando per suo diporto.

E costoro appunto, disse Gitone, son quelli che noi fuggiamo; e al tempo stesso rapidamente espose allo spaventato Eumolpione la cagione degli odj, e il sovrastante pericolo.

Egli confuso e bisognoso di consiglio, volle che ciascun proponesse il proprio parere, e disse: Fate conto che noi ci trovassimo capitati nell’antro del Ciclope: è forza cercar qualche scampo, a meno che non preferissimo di naufragare, e così liberarci d’ogni pericolo.

Al contrario, rispose Gitone, dì al piloto, che addrizzi la nave a qualche porto, e promettigli un regalo, e dagli ad intendere che un amico tuo mal sostenendo il mare trovasi in agonia. Tu potrai dar vigore a questa finzione sì colle lagrime, come colla confusion del tuo volto, onde il piloto da pietà mosso abbia ad esaudirti.

Eumolpione osservò che ciò non potea farsi, perchè difficilmente le grosse navi entrano ne’ porti, nè sarebbe verisimile che così presto fosse venuto meno un de’ viaggianti. Aggiugni che forse Lica per creanza vorrà veder l’ammalato. Or vedi se convenga di essere visitato dal padrone, da cui si fugge. Ma poni che possa [p. 127 modifica]la nave declinare dal robusto suo corso, e che Lica non sia per andar nelle camere degl’infermi; come possiam noi sortir della nave senza esser visti da tutti? colle teste coperte o ignude? se coperte, chi non vorrà porger la mano ai languenti? se nude non è egli lo stesso che tradirci da noi medesimi?

E perchè, rispos’io non ricorriamo ad un colpo ardito, e calandoci per la corda non discendiamo nello schifo, e tagliata la gomena non ci commettiamo dipoi alla fortuna? Ma io non costringo Eumolpione a entrare in questo pericolo, imperocchè a che giova mischiar gli innocenti nel rischio altrui? Io son contento se il caso ci aiuti a discendere.

Non è cattivo il pensiero, soggiunse Eumolpione, se potesse riescire. Ma chi non ci vedrà partire? e il pilota massimamente, che la notte vegliando tien cura per sino de’ movimenti degli astri? E potrebbesi forse, benchè non dormisse, ingannarlo, ove si tentasse di fuggire da un’altra parte del bastimento; ma ci bisogna calar per la poppa, e dov’è il timone, perchè di là pende la fune, che tira il palischermo. Oltracciò mi maraviglio, o Encolpo, che non ti sovvenga, che un marinaio sta sempre di guardia nello schifo, nè puossi allontanarlo fuorchè ammazzandolo, o a tutta forza precipitandolo in mare. Locchè se giovi fare, interrogatene il vostro coraggio. Che per ciò che riguarda la mia compagnia, io non ricuso verun pericolo, dal quale appaia qualche speranza di salvezza; ma arrischiare senza motivo la vita come cosa da nulla, voi stessi, per quel ch’io penso, non lo vorrete. Or vedete se vi piaccia quest’altro espediente. Io vi caccerò in due bolge di cuoio, e legativi colle cigne insieme ai miei abiti vi farò passare per mio bagaglio, tenendo però una qualche apertura, donde possiate prendere e fiato e alimento; dipoi pubblicherò che i miei servi si sono la notte precipitati in mare per timore di maggior [p. 128 modifica]pena: e quando sarem giunti al porto, senza cagionare verun sospetto, vi farò trasportare come mio equipaggio.

E così, rispos’io, legarci come marmi, cui non soglia il ventre dare verun fastidio, o come gente non usa a sternutar, nè a russare? o forse per essere a me ben riuscito una volta questo genere di furberia? Ma supponi che potessimo resister così legati per tutto un giorno, che farem noi se una calma, o una contraria fortuna, ci ritardasse soverchiamente? Le vesti lungamente annodate corrodonsi alle piegature, e le sopraccarte a lungo andare consumansi. Giovani non anco avvezzi alle fatiche, dovrem come statue sopportare legami, e soppanni? Bisogna studiare una miglior via di salvarci. Sentite ciò che io ho pensato. Eumolpione come uomo di lettere porta con se dell’inchiostro. Noi dunque con questo mezzo cambierem colore dai capegli sino alle ugne; e così, noi, come schiavi mori, gli staremo allegramente d’intorno senza l’affanno de’ castighi, e col cambiato colore ne imporremo ai nemici nostri.

Perchè non dici tu, ripigliò Gitone, che ne circoncida, onde farci passar per Giudei, o ci fori le orecchie a imitazion degli Arabi, o imbiancarci la faccia onde parer uomini della Gallia? come se questo solo cangiar di colore possa pure cangiar di figura, e non bisogni combinar molte cose, e non traspaia la falsità dal linguaggio? Ma fa conto che possa durar lungamente siffatto impastricciamento del volto; fingi che nè gli spruzzi dell’acqua possano lasciar qualche macchia sul corpo, nè lo inchiostro colar sull’abito, locchè tuttavia accade di frequente anche senza che vi si mischi veruna lega, dimmi, potrem noi forse ridurre i nostri labbri a sì enorme gonfiezza, forse arricciar col ferro i capegli, forse marcarci la fronte di cicatrici, forse arrotondarci le coscie, forse strisciar camminando i talloni, forse aggiustarci la barba alla foggia straniera? Un colore composto ad arte ben guasta [p. 129 modifica]il corpo, ma non lo cangia. Ora udite che suggerisca un matto: annodiamci gli abiti intorno alle teste, e buttiamoci in mare.

Non piaccia nè agli Iddii nè agli uomini, sclama Eumolpione, che voi abbiate a finire con sì vile riuscita i giorni vostri. Fate piuttosto quel ch’io vi dico: il mio servidore, come già dal rasoio vi avvedeste, è barbiere: ch’egli vi rada tosto non solamente le teste ma eziandio le sopracciglia:1 io poi verrò dopo a scolpirvi destramente una iscrizion sulla fronte, sì che sembriate essere stati bollati.2 In questo modo siffatte note allontaneranno ad un tempo il sospetto degl’indagatori, e l’apparenza del delitto nasconderà i volti.

Piacque il partito, e non differimmo ad eseguirlo; ritiratici furtivamente in un angolo della nave offrimmo al barbiere i capi e le sopracciglia per raderle. Eumolpione ci coprì le fronti con lettere altissime, e con mano generosa ci delineò su tutta la faccia la nota iscrizione de’ disertori. Il caso volle che uno de’ viaggiatori, il quale ritiratosi nell’angolo stesso della nave vi scaricava lo stomaco nauseato, osservò al chiaror della luna il barbiere applicato sì fuori d’ora al suo ministero, e bestemmiando un presagio, che esser soleva l’ultimo sagrificio de’ naufraganti,3 andossi a sdraiar di nuovo sul suo letticciuolo. Noi non dandoci intesi della superstizione di quel nauseato, tornammo a starcene tristi, e passammo in rigoroso silenzio e quasi senza dormire il resto della notte.



Note

  1. [p. 305 modifica]Cicerone nella Orazione in favore di Roscio parlando di certo Famio Cherea, dice ch’egli avea sempre il capo e le sopracciglia rase, sì che non gli restava un sol pelo da galantuomo. Radevansi diffatto i capegli agli schiavi, e le sopracciglia agli scellerati, ed ai disertori.
  2. [p. 305 modifica]Il bollo è un marchio d’infamia, che si usa tuttavia in alcuni fori criminali, e per certi determinati delitti.
  3. [p. 305 modifica]Il radersi de’ capegli quando si viaggiava per mare non avvenia che in caso pressochè disperato di burrasca a titolo di sagrificio agli Dei.