Satire di Tito Petronio Arbitro/29

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Capitolo ventesimonono - Divertimenti, e amori poco platonici in Crotone

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Petronio Arbitro - Satire (I secolo)
Traduzione dal latino di Vincenzo Lancetti (1863)
Capitolo ventesimonono - Divertimenti, e amori poco platonici in Crotone
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CAPITOLO VENTESIMONONO

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divertimenti, e amori poco platonici in crotone.



Quando Eumolpione con immensa versatilità di voce ebbe declamato questi versi, noi finalmente entrammo in Crotone; dove, ristoratici prima in una osteriuccia, il dì vegnente cercando un alloggio di più ricca apparenza ci abbattemmo in una quantità di raggiratori, che informaronsi tosto chi eravamo, o donde venissimo, noi, giusta gli avuti concerti, accennammo, magnificandoci, donde e quai fossimo, con tal decenza, che coloro cel credettero; sicchè tostamente con reciproca gara presentarono essi le loro ricchezze ad Eumolpione, e coi regali sollecitarono tutti la di lui grazia.

Di questa maniera usando noi lungo tempo in Crotone, Eumolpione colmo di felicità dimenticavasi il primiero suo stato, sino a vantarsi con noi che nessuno potea quivi al favor suo rinunciare, e che se alcun dei suoi vi commettesse alcun delitto, ei ne lo avrebbe col mezzo degli amici suoi senza pena salvato.

Ma io, sebbene ogni giorno per la soprabbondanza [p. 170 modifica]de’ beni ingrassassi, e credessi aver pure la fortuna cessato di guatarmi biecamente, tuttavia spesse volte riflettea meco stesso non tanto allo stato mio attuale, quanto alla causa, che il producea. Che sarebbe, diceva io, se un furbo speculatore mandasse in Africa ad esplorare dell’esser nostro, e ne scoprisse la falsità? Che sarebbe, se anche il domestico stanco della presente prosperità ne facesse alcun cenno agli amici, o per invidia tutta la macchina con tradimento palesasse? allora converrebbeci fuggir di nuovo, e tornarcene a viver tapini dopo aver superata quella prima miseria. Oh Dei del cielo, che vita meschina è quella de’ licenziosi! e temon sempre quel che si meritano.

Con questo pensier nella mente uscii di casa pieno di mal umore, affine di svagarmi alquanto all’aria libera: ed appena era entrato sul passeggio pubblico vennemi all’incontro una pulita fanciulla, e chiamatomi per nome Polieno, come mi si aveva stabilito in questa furberia, mi disse che la padrona sua mi pregava che io le accordassi il piacer di parlarmi.

T’inganni, rispos’io conturbato; schiavo forestiero son io, e affatto indegno di tanto onore.

Ella rispose: A te precisamente son io mandata; ma perchè tu conosci le tue bellezze, monti in superbia, e vendi i tuoi vezzi, e non li accordi. A qual fine que’ capegli arricciati? perchè quella faccia acconcia, e quel petulante girar degli occhi per ogni parte! A che quel portamento affettato, e que’ passi così misurati, che le orme stanno sempre ad egual distanza? se non per far pompa di bellezza, onde porla a prezzo? Quanto a me, vedi, nè conosco augurj, nè mi curo de’ pianeti degli astrologi; ma comprendo dai volti i costumi degli uomini, e solo in vederti passeggiare ho saputo ciò che hai nel cuore. Insomma o tu ci vendi quel ch’io ti chiedo, e il mercadante è bello e disposto: o se tu doni, locchè è più gentile, fà che a te se ne debba [p. 171 modifica]l’obbligazione. Quanto al dirti schiavo ed abbietto, questo è lo stesso che accendere il desiderio di colei che ti aspetta; perchè hannovi alcune donne che dilettansi di sucidume, e non sentonsi brulichio se non alla vista di schiavi, o di sergenti bene infiancati; ad altre un mulattiere coperto di polvere, ad altre un attore che figura sù per le scene. Insigne tra queste è la padrona mia: ella sale dalla orchestra al quattordicesimo ordine,1 e in mezzo all’ultima plebe rintraccia chi più le piace.

Colpito da questo graziosissimo discorso, io le dissi: di grazia colei che mi ama, sarestù mai? A questa scempiaggine grandi risa alzò la damigella, e dissemi: non avere tanta opinione di te: io non mi sono peranco avvilita ad uno schiavo, e il ciel non permetta che io tenda i miei abbracciamenti ad una forca. Cerchin le donne i segni delle sferzate per baciarli, io, sebben cameriera, non mi degno che di patrizj.

Io di sì differente lussuria maravigliandomi, tra i miracoli annoverai, che una serva avesse orgoglio da dama, e la dama l’abbiezion di una serva.

Prolungatisi intanto siffatti scherzi io dissi a costei, che conducesse la sua padrona nel bosco de’ platani.2 Piacque alla ragazza l’invito, e così rialzatasi alquanto la gonna piegò in quel viale che corrispondeva al passeggio, e poco dopo trasse Madonna fuor di un cespuglio ov’era nascosta, e misemi al fianco una femmina migliore d’ogni più finita scultura. Non ho parole che valgano a dire quanto fosse bella, e per cosa ch’io ne dicessi, sarebbe sempre minor del vero. Le chiome naturalmente ricciutelle spandevansi sulle sue spalle: piccola era la fronte, su cui scorgeansi le radici de’ capegli, che volgeano allo indietro; le sopraciglia scendeano sino al rialzo delle guance, e dall’altro lato univansi quasi tramezzo agli occhi: i quali eran più lucenti delle stelle quando lontane dalla luna [p. 172 modifica]splendono: le narici erano alquanto rivolte, e tal boccuccia, quale immaginossi Prassitele, che l’avesse Ciprigna. E il mento, e il collo, e le mani, e la bianchezza de’ piedi, che tralucea tra il leggiero coturnetto d’oro, avrebber fatto vergogna al marmo di Paro. Allora insomma per la prima volta io antico amante di Doride, ne sentii disprezzo.


Come, o Giove, de’ fulmini,
    Più non curando, puoi
    Muta indolente favola
    4Starti fra’ i numi tuoi?

Qui della fronte ruvida
    Devi abbassar le corna,
    Qui la tua pelle candida
    8Finger di piume adorna.3

Questa, ben questa è Danae:
    Abbracciala se sai,
    E per le membra scorrere
    12Il foco sentirai.


Costei compiacendosi mi sorrise con tanta avvenenza, che avrei creduto veder la luna sporgere fuor delle nubi la bella sua faccia. Dipoi accompagnando la voce co’ gesti ella disse: Se non ti annoia una donna galante, e che soltanto in quest’anno sa cosa sia maschio, io ti offro o giovine, una sorellina. Tu hai pure un fratello, poichè io non ho lasciato di informarmene, ma cosa impedisce che tu pur non addotti una sorella? Io mi ti presento in tal qualità; piacciati di degnartene e di gustare quando tu vuoi i miei abbracciamenti.

Son io, risposi, che prego te per la tua bellezza di non isdegnarti di ammettere tra i tuoi spasimanti uno straniero: mi avrai divotissimo, se tu mi permetti di [p. 173 modifica]adorarti: E perchè tu non creda, che io a mani vuote mi accosti a questo tempio d’Amore, io ti regalo il fratel mio.

Come? ella soggiunse, tu mi regali colui, senza il qual non puoi vivere? dalla cui bocca tu pendi? che tu ami tanto, quanto io ho voglia di te? E così dicendo, ella esprimeasi con tanta grazia, sì bella voce agitava quell’aria, che avresti detto colà diffondersi la melodia delle sirene. Finalmente mirando intorno a lei e vagheggiando non so quale splendore maggior della luce, presi ardimento a chiedere il nome della mia diva.

Dunque la donna mia, rispose, non ti disse che io mi chiamava Circe?4 Non sono a dir vero figlia del sole, nè mia madre lo trattenea a piacer suo quando scendea nel mar d’occidente: ma, se il destino ci unisce, io ne farò pompa in faccia al cielo. Anzi sento un Dio che mi ispira non so quai confusi pensieri; e certo non senza cagione una Circe ama un Polieno. Havvi sempre tra questi nomi una comun simpatia. Prenditi dunque se non t’incresce, un abbraccio; nè aver timore che alcun ci veda poichè il fratel tuo è assai lontano di quì.

Così parlò Circe, e strettomi con braccia più morbide d’ogni piuma strascinommi sopra un sedil di terra sparso d’ogni sorta di erbette.


Come di fior la madre terra sparse
    D’Ida la vetta il dì che al nodo santo
    Scese Giove con quella onde tant’arse
    4E spuntovvi la rosa e l’amaranto,
    E’l vago ramerino e il giglio bianco,
    Che il praticello rallegrava tanto:
    Scender così fè quel terren pur anco
    8Venere in sù l’erbetta, e ’l dì sereno
    Non fu al segreto amor propizio manco.


Egualmente distesi sopra le erbette noi mille baci scoccammo procurandoci un piacer più robusto. Ma [p. 174 modifica]Circe rimase delusa per una mia inaspettata fiacchezza di nervi; di che offesa e sdegnata mi disse: che vuol dir questo? forse ti fanno nausea i baci miei? o il mio fiato acido pel digiuno? o il sudor delle ascelle negligentato? O, se ciò non è, temi tu di Gitone?

Io mi fei tutto rosso, e se qualche vigor mi avanzava quello pure perdetti, sicchè sentendomi quasi sfinito risposi: O mia regina, non far di grazia più grandi le mie miserie. Io sono ammaliato.

Questa scusa sì sciocca non acquietò altrimenti lo sdegno di Circe, la qual volti altrove gli occhi sprezzatamente, e alla damigella guardando: dimmi Criside, ma dì vero, son io spettinata? oppure ho io qualche natural difetto che guasti la mia bellezza? Non ingannare la tua padrona: certamente dev’esservi qualche cosa a rimproverarmi.

Strappò dipoi dalle mani di lei che tacea uno specchio, e dopo esservi guardata in tutti quegli aspetti, che sogliono destar piacere agli amanti, scossasi la veste che si era scompigliata contro il terreno, entrò rapidamente in un vicino tempietto di Venere. 5

Io dall’altra parte confuso, e quasi da non so quale spettro inorridito, presi ad interrogare me stesso, com’io sfuggir mi lasciassi un tanto piacere.


    Come tra l’ombre della notte, quando
Giocano i sogni con l’error degli occhi,
S’apre la terra, e chiuso oro dimostra
E per ghermirlo avara mano in quello
5Tortuosa si aggira: intanto gronda
Sudor dal volto, e gran timor stà in mente
Che a tartassare la pesante bolgia
Non arrivi colui per avventura,
Che già il tesoro ivi giacer sapea.
10Ma poi, tornate le primiere forme,
E fuggito il piacer dal cor deluso,

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Desio riman delle perdute cose,
E il pensier si rivolge interamente
Nella svanita immagine soave.


Codesto accidente a me parea veramente un sogno, anzi una fattucchieria, e tanto rimasi spossato, che non potea nemmen rialzarmi. Scioltosi finalmente a poco a poco l'abbattimento dello spirito, e tornatemi lentamente le forze, me ne andai a casa, ove fingendo non sentirmi bene mi posi in letto. Poco dopo Gitone, intendendo ch’io era ammalato, entrò malinconico nella mia camera; per calmare la sua apprensione lo assicurai che a solo fine di riposarmi io era venuto a letto, e di mille cose ciarlai, fuorchè del caso avvenutomi, troppo temendo io la di lui gelosia; anzi, per tornegli ogni sospetto, fattolo sdraiare al mio fianco, tentai di dargli una prova dell’amor mio, ma a nulla riescirono le mie fatiche cosicchè egli alzossi indispettito, e rimproverandomi la debolezza di nervi e un cangiamento dell'animo, disse già da alcun tempo essersi avveduto che io sicuramente avea prima consumato altrove il mio vigore, e’ miei desiderj.

No, risposi io; sempre fu eguale, o caro, l’amor mio verso te; ma ora l’amore ed i trasporti sono vinti dalla ragione.

Per questo appunto, riprese egli con riso sardonico, io ti sono obbligato, poichè mi ami con socratica purità e certamente Alcibiade non sortì mai più intatto dal letto del suo maestro.6

Credimi, soggiunsi io subito, credimi, o caro, che io non capisco nè sento di esser uomo. Morta è ora quella parte del corpo, in cui già parvi un Achille.

Sentendomi Gitone così snervato, e temendo che, se fosse stato sorpreso solo con me, non ne nascessero delle baie, partissene ritirandosi nell’interno dell’albergo.

[p. 176 modifica] Appena fu egli sortito, che Criside entrò nella mia stanza, e mi consegnò una lettera della sua padrona, nella quale era scritto ciò che segue.

Circe a Polieno salute.

Delusa, come fui, se io fossi esigente mi lagnerei; ma invece ti so buon grado della tua fiacchezza; assai mi compiacqui dell’apparenza del piacere. Pur dimando come tu stia, e se hai potuto arrivar a casa appiedi; giacchè i medici dicono non poter camminare gli uomini senza nervi. Ti avverto, o giovinetto: guardati dal non cadere in paralisia. Io non vidi giammai ammalato in maggior pericolo. Tu sei davvero bello e spedito. Che se un ugual gelo ti prende alle ginocchia ed alle mani, fa conto di mandare pei flautisti.7 Tuttavia che vuoi fare? benchè tanta ingiuria ho ricevuto, pur non voglio ad un pover’uomo rifiutare la medicina. Se vuoi tornar sano, raccomandati a Gitone: tu riacquisterai i tuoi nervi dormendo tre giorni senza il ragazzo. Quanto a me poi non ho paura che alcun mi manchi, al quale io piaccia meglio che a te, se pur non m’inganna lo specchio, nè la mia riputazione. Sta sano se il puoi.

Come Criside intese che io aveva letti tutti quei rimproveri, si disse: le son cose che avvengono, massimamente in questa città, dove le donne scongiurano persin la luna. Ciò non ostante si avrà pensiero anche del fatto vostro: rispondete ora graziosamente alla mia padrona, e tranquillizzate l’animo suo con ischietta urbanità. Io vi confesso il vero: dal momento ch’ella soffri quell’affronto, ella è fuori di se.

Ubbidii di buon grado alla damigella, e queste parole scrissi sulla tabella:

Polieno a Circe salute.

Ti confesso, signora, che io ho commesso assai falli, perchè son pur uomo, e giovine ancora; ma non mai [p. 177 modifica]fino ad oggi sì criminalmente mancai. Eccomiti reo confesso. Qualunque sia la tua volontà, io l’ho meritata. Son traditore, omicida, violatore del tempio: trova tu una pena a tante scelleraggini. Se vuoi che io muoia io ti offrirò il mio pugnale; se ti piace di flagellarmi, nudo mi presenterò alla signora mia. Sovvengati solamente, che non mia, ma dei miei organi fu la colpa. Disposto alla guerra mi mancarono l’armi; chi le disordinasse non so: forse la mente pervenne la pigrizia del corpo, forse nella foga de’ miei desideri, perdetti, trattenendomi in essi, il maggior diletto. Non so nemmen io cosa mi abbia fatto. Tu però mi avvisi di guardarmi da una paralisi, come se potesse accaderne una maggiore di quella che mi impedì, che io ti possedessi interamente. Ma la conclusione delle mie scuse è questa: io ti piacerò, se tu mi accorderai di emendare il mio fallo. Addio.

Licenziata Criside con queste promesse, presi con ogni diligenza cura del mio corpo maliato, e dopo il bagno fregatomi con leggiera pomata, poi alimentatomi di cibi riforzanti, come a dir cipolline,8 e capi di lumache non cotte, mi bevetti un tantin di vino: dipoi pria di dormire feci una brevissima passeggiata, e me ne venni a letto senza Gitone. Tanto mi premea di placar Circe, ch’io ebbi timore che quel fanciullo non mi obbligasse a fiaccarmi.



Note

  1. [p. 311 modifica]Intende dell’anfiteatro, le cui logge più alte servivano alla plebe.
  2. [p. 311 modifica]L’erudissimo Marcorelli autore dell’opera intitolata De Theca Calamaria vuole che questa Platanone o luogo de’ platani fosse in Napoli nel quartiere oggi detto Fiatamone. Ma il signor Ignarra avverte che quì la scena della satira non è più Napoli, ma Crotone, o sue vicinanze, e che il signor Marcorelli splendidamente s’inganna.
  3. [p. 311 modifica]Si accennano le imprese amorose di Giove, convertitosi in toro; in cigno, e in pioggia d’oro.
  4. [p. 311 modifica]L’antica Circe amante di Ulisse era figlia del Sole e di Perseide ninfa marina. Ulisse avea preso nome di Polieno, come si ha da Omero nel 12 dell’Odissea. E questa Circe trova pure un Polieno, giacchè Petronio ha stimato opportuno di adottar simili nomi per simil sorta di amori.
  5. [p. 311 modifica]Coloro che tanto gridano contro la rilassatezza dei presenti costumi, non vogliono giammai convenire che in paragon degli antichi noi siamo, sì per la santità della nostra religione, come per la saviezza della odierna legislatura, di gran lunga più astinenti. Ma i riti della religion pagana giustificavano assai quel libertinaggio. I misteri Eleusini, quei di Bacco, e non so quali altri rendevan lecito ciò, che sarebbe empietà presso di noi. Venere avea dappertutto qualche tempio. Ella [p. 312 modifica]adoravasi in tutti i luoghi. Una cappella le era dedicata in quasi tutti i giardini, la quale chiamavasi Sacellum Veneris Hortensis. Aggiungi che Priapo era Dio degli orti: E in que’ tempietti qual miglior culto esercitare, che sagrificare a Venere, e a Priapo? Essi erano adunque religiosamente lascivi come alcuni de’ nostri furono religiosamente barbari. Ma si è men lascivi o men barbari, malgrado il pretesto della religione?
  6. [p. 312 modifica]Pretendesi che Socrate giacesse con Alcibiade senza violar le leggi della castità, come disse Plutarco. Alcuni credono che il facesse per raffinare la sua virtù, come negli ultimi tempi alcuni buoni religiosi solevano e fare e dire. Veggasi la Therèse Philosophe che non è altrimenti un romanzo come pare. Tuttavia questa rara virtù non cominciò a praticarsi solamente nel secolo ora scorso. Il signor Nodot cita in proposito una lettera di certo Gotofredo di Vandomo, il quale scrivendo a san Bernardo di questo mirabile esercizio, il qualificava Novum martyrii genus.
  7. [p. 312 modifica]Costoro servivan di musica ai funerali.
  8. [p. 312 modifica]Questo cibo non è troppo usitato dai galanti moderni; ma qualche medico avverte che se si inghiottano, come si ingoian le pillole, cioè senza masticare, fanno l’effetto desiderato, e non lasciano quel puzzor di fiato, di cui tanto si spaventano i nostri zerbini.