Scientia - Vol. X/Esiste una filologia indiana?

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Luigi Suali

Esiste una filologia indiana? ../Dell’Attenzione ../Cournot et le pragmatisme scientifique contemporain IncludiIntestazione 3 novembre 2011 75% Scienze

Dell’Attenzione Cournot et le pragmatisme scientifique contemporain

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ESISTE UNA FILOLOGIA INDIANA?



Uno dei titoli maggiori che l’Inghilterra possa accampare alla riconoscenza del mondo civile, è di averci dischiuso un novissimo campo di ricerche con la sua commista commerciale e militare dell’India. Gli studî intorno alla lingua e alla letteratura sanscrita, cominciati per merito di alcuni degli uomini che l’Inghilterra mandava ad amministrare la nuova colonia1, trovarono in Europa ammiratori entusiasti fra i Romantici tedeschi. Per opera di essi e, insieme con essi, del Goethe, si era già determinato un nuovo orientamento degli spiriti verso quella che i Tedeschi chiamano «Weltliteratur» e, in modo particolare, un desiderio intenso di conoscere l’antica sapienza dell’India, di cui solo scarse notizie erano giunte fino allora in Europa. A tale curiosità rispose il libro famoso di Federico Schlegel Ueber die Sprache und Weisheit der Indier (1808), che fu come il battesimo e la consacrazione ufficiale dei nuovi studi. Nei quali fin dal principio si determinarono due diversi indirizzi: l’uno, che si serviva del sanscrito come di un mezzo di ricerca glottologica e come di un elemento essenziale all’indagine comparativa; l’altro, che considerava la lingua e la letteratura iudiana in sè e per sè, come espressione della mentalità di un [p. 353 modifica]popolo. I due indirizzi, che chiameremo rispettivamente glottologico e filologico, si trovarono alcuna volta, in quel primo stadio della glottologia indo-europea e della filologia sanscrita, rappresentati insieme in un sol uomo: ed era possibile, ed era lecito, perchè solo partendo dalla conoscenza del sanscrito si potevano mettere le basi del grande edificio glottologico moderno. Ma ben presto le due correnti si separarono, le due discipline presero forma autonoma: i glottologi si impadronirono dei dati e degli elementi linguistici che il sanscrito loro forniva, mentre una nuova schiera di studiosi, allettati da una letteratura che le prime ricerche e i primi testi pubblicati lasciavano intravvedere grandissima, proseguirono nella indagine diretta della civiltà indiana. Nè la fusione dei due indirizzi su mentovati era più possibile: l’attività dei ricercatori aveva rivelato in pochi anni una congerie così grande di testi, una così rigogliosa varietà di manifestazioni letterarie, una civiltà così complessa ed evoluta, che il voler essere a un tempo glottologo e sanscritista, apparve ben presto più che un’audacia. E a compiere quest’opera di individuazione scientifica della filologia sanscrita, bastarono pochi decenni. Possiamo dire che per essa l’indirizzo umanistico e l’indirizzo critico furono contemporanei, perchè i dotti che si davano avidamente allo studio di una letteratura la quale quasi ogni giorno rivelava nuovi tesori2, potevano approfittare dell’esperienza scientifica e della secolare tradizione delle due più antiche filologie, greca e latina. Il campo di ricerche, già così vasto per la vastissima letteratura sanscrita (sono tre mila anni di ininterrotta tradizione letteraria) si allargò ancor più allorché si vide — uè si tardò molto a vederlo — che accanto alla sanscrita si erano svolte [p. 354 modifica]nell’India altre letterature antiche e rigogliose. L’India non è, come falsamente si è avvezzi a considerarla, un’unità nò geografica nè storica: ogni regione di essa ha la sua propria fisionomia, le sue tradizioni locali, le sue leggende, la sua storia. Il sanscrito fu ed e anche oggi3 — la lingua letteraria di tutto il paese, e servì di espressione alla civiltà che gli Arya vittoriosi avevano imposta; ma nelle singole regioni della grande penisola gaugetica crebbero e prosperano letterature parallele, che della prima subirono l’influenza e ne esercitarono a loro volta su di essa.

Col nome generico di prâcriti si indicano le lingue cosidette medioevali dell’India, che stanno al sanscrito a un dipresso come le lingue neo-latine stanno al latino4. Tra i pràcriti, si differenziò più profondamente, e assunse un aspetto individuo e autonomo, il pali, che per ciò si suole distinguere da essi. Ora, tanto il prâcrito — o, meglio, i prâcriti — quanto il pâli, ebbero uno svolgimento letterario tutto proprio e una produzione ragguardevolissima. Per dare un’idea dei rapporti di queste letterature con la sanscritica, mi si conceda di fare un’ipotesi bizzarra. Immaginiamo che il latino abbia continuato [p. 355 modifica]ad esistere nella sua purezza classica, anche dopo che le lingue romanze si erano formate, su tutta l’estensione dell’antico impero romano, e che si sia continuato a parlarlo dalle persone colte e a scriverlo come la lingua letteraria di tutta quella vasta superficie di territorio. Qualche cosa di simile è il sanscrito rispetto ai prâcriti e al pâli; ne il paragone deve sembrare esagerato, se si pensa che l’India supera in estensione l’Europa neo-latina5 . Ora, è facile immaginare quali scambi, quali influenze reciproche continue e profonde abbiano avuto luogo, nel corso di tanti secoli, fra letterature così affini. Da ciò la necessità di estendere lo studio scientifico anche alle letterature pràcritica e pàlica. Che tale nuovo indirizzo si imponga ormai in ogni campo di ricerche indologiche, cercherò ora di documentare.


Il Barth e il Grierson, riassumendo il classico libro del Jacobi sul Ràmàyana6, enunciarono e sostennero, l’uno indipendentemente dall’altro7, l’ipotesi che l’epopea indiana sia stata composta originariamente in prâcrito, e solo più tardi, verso il principio dell’Era volgare, rielaborata, se non addirittura tradotta, in sanscrito. Questa teoria aveva il doppio difetto di non considerare tutti i lati del problema e di estendere a tutto intero un genere letterario ciò che è giusto per una parte di esso; ma aveva il grande merito di mettere in luce una serie di fatti nuovi, di indicare un insieme di particolari assai ragguardevoli per la storia letteraria dell’India. [p. 356 modifica]Partendo dalle argomentazioni del Barth e del Grierson, ribattendone alcune, altre svolgendone, il Jacobi, in un suo sostanzioso articolo pubblicato nel voi. 48 della «Zeitsclirift der Deutschen Morgenlàndisclien Gesellschaft»8, corresse e compì la teoria dei due dotti ora nominati. La questione sta nei termini seguenti:

Occorre distinguere due specie di epopee: l’una che chiameremo eroica, rappresentata dal racconto delle gesta di di Râma e della lotta fra i Kuruidi e i Panduidi; l’altra, che si è proposto di chiamare «romantica». La materia della prima ricevette forma letteraria in un sanscrito che, per le sue particolari caratteristiche, si usa chiamare appunto sanscrito epico: e per essa appare infondata, o almeno dubbia e difficile a sostenersi, la teoria di una precedente redazione in una delle lingue popolari dell’India, — teoria che può invece applicarsi all’epica romantica. Di questa vogliamo ora accennare brevemente i tratti caratteristici. Nostra fonte principale à il Kathâ-sarit-sâgara, perchè l’originale da cui essa deriva, la Brihat-kathâ di Gunâdhya, era composta veramente in una delle lingue popolari dell’India, e risale a un tempo assai antico, circa al principio dell’Era nostra. In questa, che a buon diritto può dirsi la grande enciclopedia novellistica dell’India, si trova contenuta e conservata la parte più importante, se non maggiore, del patrimonio di novelle e di racconti correnti al tempo dell’autore. Varî sono gli elementi di cui il testo risulta formato: alcuni erano forse fin d’allora libri popolari, come il Pan̅catantra e le Venticinque novelle del Lemure (Vetâlapancavimçatikâ); altri, erano racconti tramandati oralmente da cantastorie, gli uni in prosa, con intercalate qua e là delle strofe, gli altri in forma metrica di romanze. Racconti e romanze formarono, come si può dedurre dal Kathâ-sarit-sâgara 9, la parte più ragguardevole della poesia epica «popolare» nei primi secoli dell’Era nostra. Tali racconti epici tendevano fin d’allora a disporsi naturalmente in cicli, dai quali potevano sorgere delle epopee indipendenti [p. 357 modifica]. Così i racconti intorno a Vikrama nel libro XVIII del K.S.S., formano già un ciclo al quale in seguito si aggiunsero altre saghe sullo stesso eroe; un piccolo epos forma, nel libro XVII, il racconto di Muktâphalaketu e di Padmâvatî. Anche il racconto cornice del K.S.S. — la storia di Udayana — formò ben presto un epos romantico, che al tempo di Kâlidâsa raccontavano i vecchi della città Avanti.10

Ci troviamo dunque di fronte a rielaborazioni di epopee popolari, che tutto induce a credere composte originariamente in prâerito. Esse avevano un carattere, per così dire, borghese: si indirizzavano alla classe meno erudita della popolazione, e non ai più colti e più raffinati: serva di prova la testimonianza or ora citata di Kâlidasâ. Evidentemente, la lingua di cui si servivano i cantori doveva esser tale, da poter essere intesa dall’uditorio al quale quei racconti si rivolgevano: una lingua, dunque, popolare: non il sanscrito, ma un prácrito. Del resto, una prova del fatto sta in ciò, che la Brihat-Kathâ di Gudhya era composta appunto in prâerito. Il tempo del maggior fiorire dell’epica romantica è in rapporto diretto con quello in cui fiorì l’autore della Brihat-Kathâ, dalla quale, come già vedemmo, trassero origine le successive rielaborazioni sanscrite contenute nel K. S. S. Ora, Gudhya visse, per (pianto ne sia incerta l’epoca esatta, nel primo o al più tardi nel secondo secolo d. C.: sicché è lecito far risalire il materiale ora studiato di epica romantica, al più tardi a quell’epoca, e più addietro ancora, se si considera il tempo necessario perchè le saghe e le novelle si formino e si sistemino in linee ben definite. Più lontano ancora potremmo risalire, se prendessimo in considerazione i jâtaka buddistici, considerandoli tuttavia, non come prodotti di epica romantica in lingua popolare, ma come testimoni e riprova dell’esistenza di essa.11

Qui dunque noi abbiamo l’«epica popolare in lingua popolare», che il Grierson e il Barth postulavano a buon diritto, ma che ricercavano a torto nelle due maggiori epopee letterarie. Si tratta insomma di una grande corrente, parallela ma distinta da quella dell’epopea eroica.12 [p. 358 modifica] Il risultato a cui tale discussione ci ha condotti, è evidentemente assai importante, e getta una luce del tutto nuova su la più antica storia della novellistica indiana, dalla (piale trasse così ampio alimento la novellistica occidentale; ne vi sarà alcuno che voglia dubitare della necessità di ricorrere alle fonti pràcritiche per lo studio di questa immensa corrente letteraria che, uscita dall’India, attraverso la Persia si diffuse ad allagare tutta l’Europa.


Lo sviluppo e il fiorire delle novelle nell’India è in rapporto strettissimo con la vita religiosa del paese: esse servivano ai predicatori delle varie confessioni a dimostrare praticamente questo o quel principio, a raccomandare l’osservanza di questa o di quella norma di condotta. Di un simile mezzo di propaganda popolare si servirono soprattutto i Giáina e i Buddisti: e i testi religiosi dei primi, composti in pràcrito, e il canone dei secondi, scritto in pàli, sono miniere inesauribili di sempre nuovi documenti per la storia della novellistica. Specialmente importanti sono i jdtaka buddistici, 1 che del Canone sono una sezione ragguardevole e fra le più interessanti, non solo per la dottrina ma in generale per la letteratura e la cultura indiana e, sotto un certo aspetto, anche per la indo-europea. Jdtaka significa «nascita, esistenza». Ora, per i Buddisti, come per gl’Indiani tutti, la nostra vita attuale altro non è che una fase dell’immenso viaggio che ogni anima compie per il gran mare dell’essere, da quando cominciò la propria vita fino a (piando si sarà fatta degna di assurgere alla suprema pace del nirvana. 2 Anche il Buddha, uomo egli pure, passò attraverso un infinito numero di esistenze, prima di giungere all’attuale: vi passò, come vi passarono i suoi discepoli, i suoi uditori, tutti (pianti rivestono spoglie mortali. Ma egli è l’Illuminato, e i suoi occhi mor1 The Jdtaka, together icith its Commentar y, bcing Tales of the anterior Births of Cotanta Buddha, for the first time edited by V. Fausbòll, with and Index of proper Names etc. by D. Andersen. 7 voi. London, 1877-97. 2 Sebbene più oltre io ritorni siili’ argomento, voglio qui notare, a scanso di equivoci, che l’idea del nirvana, e non poche altre del Buddismo, appartengono al comune patrimonio religioso e filosofico dell’India, e non sono proprietà esclusiva di nessuna confessione indiana. [p. 359 modifica]tali, latti veggenti da una scienza superumana, rivedono tutto l’infinito corso delle esistenze anteriori e sue e dei suoi discepoli e dei suoi ascoltatovi, ai quali per ammaestramento morale egli racconta or questo or queir episodio di una vita anteriore o sua o di loro. Ognuno di questi racconti costituisce un jâtaka, e consiste in una novella o in un apologo — anche apologo, perchè, secondo la dottrina indiana della metempsicosi, un’anima poteva rinascere anche nel corpo di un animale. Nei jâtaka pâlici dei Buddisti noi abbiamo conservato senza dubbio un antichissimo patrimonio di leggende popolari; nò la ricca messe è limitata a questo solo genere di racconti, perchè anche negli altri testi del Canone, soprattutto nelle sezioni dei Sûtra e del Vinaya13 , troviamo numerose leggende intercalate nei testi o nei commenti.

Se dai testi palici torniamo ai pràcritici, troveremo un materiale non meno copioso. Già vedemmo che il K.S.S., la grande enciclopedia della novellistica indiana, deriva da un opera in pràcrito composta sul principio dell’Era volgare. E come, nella letteratura pàliea, il Canone buddistico ci offre un’ampia congerie di credenze e di racconti, così, nella letteratura pràcritica, il vasto Canone dei Giáina14 ci fornisce, nei testi e nei commenti, un ricco e nuovo raccolto, tanto più interessante, in quanto lo studio scientifico di esso è ancora poco più oltre che agii inizi.

Potrebbe alcuno obbiettare che queste leggende, per quanto numerose e ragguardevoli, sono pur sempre limitate alle opere canoniche di due sette religiose, e che quindi non inette conto di studiare i prâcriti e il pâli per poter leggere un numero di testi pur sempre limitato, per quanto si voglia vasto. A parte la superficialità dell’obbiezione — (e vedremo che per troppe altre ragioni la conoscenza di queste due letterature s’impone a ogni serio studioso della civiltà indiana) — sta il fatto che intere raccolte di novelle sono state composte in pràcrito, e che non di rado le redazioni sanscrite riposano su precedenti redazioni pràcritiche. Basterebbero a dimostrarlo i rapporti, di cui già tanto parlammo, del K. S. S. [p. 360 modifica]con la Brihat-kathâ di Gunâdhya; ma se questo pare troppo poco efficace, eccone un altro, che si riferisce ad un genere letterario affine. Noi abbiamo un vasto poema, intitolato Allegoria della vita, che costituisce uno dei più ragguardevoli monumenti letterari scoperti in questi ultimi anni: orbene: il testo sanscrito15 altro non è che il rifacimento di un originale prâcritico.16 Chi voglia convincersene, può confrontare le due redazioni, che sono ora in corso di stampa a Calcutta, nella «Bibliotheca Indica».

A questo punto si può osservare: concediamo che per la novellistica e per una parte dell’epopea sia necessario chiamare in aiuto anche le altre letterature dell’India; ma la novellistica è tra i generi meno letterari: resta la drammatica, resta la lirica.... Ottimamente: rivolgiamoci dunque agli altri generi, e cominciamo dalla drammatica. Prendiamo a caso, fra i tanti drammi indiani pubblicati, uno qualunque: anzi, meglio, scegliamo quello che è più noto al gran pubblico colto per una strofa del Goethe che lo rese famoso — la Çakuntalâ di Kâlidâsa. Apriamolo, ad es., alla scena del riconoscimento dell’atto VII: Çakuntalâ — l’eroina, notisi — parla in prâcrito, e in prâcrito parlano le altre donne del dramma e i personaggi di condizione inferiore. È questo un principio della tecnica drammatica indiana, che, tranne i personaggi delle classi più elevate, gli altri parlino ciascuno il proprio dialetto: dalla qual cosa risulta che il dramma indiano ci presenta nel mondo più immediato e più evidente la compenetrazione delle due letterature sanscrita e prâcrita. Ora domandiamo: è possibile pretendere di conoscere una letteratura senza conoscerne il teatro? È possibile leggere un dramma indiano ignorando il prâcrito? Potrebbe alcuno rispondere: sì, perchè i commentatori indiani traducono il pracrito in sanscrito. Ma la restituzione sanscrita dei commentatori non è sempre esatta: e poi, uno studioso di letteratura indiana che per intendere un passo di prâcrito ricorre alla [p. 361 modifica]traduzione in sanscrito, non è molto diverso da chi si pretenda colto e abbia bisogno di ricorrere alla traduzione a piè di pagina, di una sentenza latina incontrata leggendo.

Non minore importanza hanno le due letterature prâcrita e pâlica, per la lirica. Nella quale, per comodo di esposizione, distingueremo le due forme più notevoli nell’India: la religiosa e l’erotica. Quanto alla prima, il Canone buddistico ci fornisce dei veri capolavori: basti citare il Dhammapada17 e la Theragâthâ18. Quanto alla lirica erotica, prima di discorrerne di proposito, debbo accennare che, anche per questo genere letterario, come già per l’epopea, vi fu chi sostenne che la lirica sanscrita è stata foggiata su antichi prototipi prâcritici. Non è qui il luogo di discutere diffusamente una simile teoria; ma giova averla accennata, per mostrare come sia nella persuasione e nell’intuizione di ogni vero studioso, che nessuna questione riguardante la vita intellettuale dell’India può trattarsi a fondo con le sole fonti sanscrite. Comunque, nella questione particolare della lirica erotica, sta il fatto che uno dei testi lirici più antichi dell’India — le Centurie di Hâla — è scritto precisamente in prâcrito. Secondo il Weber, che primo la studiò la pubblicò e la tradusse,19 l’opera può rimontare al massimo al terzo secolo dell’Era nostra. La data può sembrare sulle prime relativamente recente; ma occorre considerare che le Centurie di Hâla non sono l’opera individuale di un unico autore, ma una vera e propria antologia idilliaca ed erotica, che ci conserva il fior fiore della produzione di tutta una pleiade di poeti, di cui le opere sono ora in massima parte perdute. Una delle sette recensioni in cui l’Antologia ci fu conservata, dà i nomi di centododici poeti, un’altra, di trecento ottantaquattro.20 L’incertezza dei dati è grande, come si vede; ma resta ad ogni modo indiscusso e [p. 362 modifica]Pagina:Scientia - Vol. X.djvu/370 [p. 363 modifica]Pagina:Scientia - Vol. X.djvu/371 [p. 364 modifica]Pagina:Scientia - Vol. X.djvu/372 [p. 365 modifica]Pagina:Scientia - Vol. X.djvu/373 [p. 366 modifica]Pagina:Scientia - Vol. X.djvu/374 [p. 367 modifica]Pagina:Scientia - Vol. X.djvu/375 [p. 368 modifica]Pagina:Scientia - Vol. X.djvu/376 [p. 369 modifica]Pagina:Scientia - Vol. X.djvu/377

Note

  1. Menzioniamo, a titolo d’onore, William Jones (1746-1794), traduttore delle leggi di Manu e della Qakuntalà di Kàlidàsa e fondatore della gloriosa e benemerita Asiatic Society of Bengal; H. T. Colebrooke, spirito superiore di filosofo e di scienziato, e vero fondatore della filologia sanscrita.
  2. Per avere un’idea dei progressi rapidissimi compiuti dalla filologia indiana, bastino pochi cenni. Nello scritto pubblicato da Ava. Wilh. von Schlegel nel 1819, Ueber den gegenwärtigen Zustand der indischen Philologie, sono enumerate appena una dozzina di opere sanscrite, fra edizioni e traduzioni. Nel libro di F. Adelung, Versuch einer Literatur der Sanskrit-Sprache (Pietroburgo, 1830) sono dati i titoli di più che 350 opere. Nel 1852, il Weber, nella sua Indische Literaturgeschichte, parla di circa 500 opere sanscrite. Si scorra ora il Catalogus Catalogorum dell’Aufrecht (1891, 1896, 1903): vi si troverà il titolo di molte migliaia di testi: e si noti che l’Aufrecht esclude dal suo catalogo l’intera letteratura buddistica e tutte le opere non scritte in sanscrito.
  3. P. Deüssen, Erinnerungen an Indien, Kiel, 1904, pag. 2: «Nicht nur die Gelehrten von Fach, wie namentlich die einheimischen Professoren der indischen Universitäten, sprechen Sanskrit mit grosser Eleganz, nicht nur ihre Zuhören wissen dasselbe ebensogut zu handhaben wie bei uns ein Studierender der klassichen Philologie das Lateinische, auch die Privatgelehrten, Heiligen, Asketen, ja selbst weitere Kreise sprechen und schreiben Sanskrit mit Leichtigkeit; mit dem Maharaja von Benares habe ich mich wiederholt stundenlang dahin unterhalt; Fabrikanten, Industrielle, Kaufleute sprechen es zum Teil oder verstehen doch das Gesprochene; in jedem kleinen Dorfe war meine erste Frage nach einem, der Sanskrit spreche, worauf sich denn alsbald der eine oder der andere einstellte, der gewönlich mein Führer, ja nicht selten mein Freund wurde». — Cfr. anche J. Wackernagel, Altindische Grammatik, I. p. XLII.
  4. Naturalmente, bisogna intendere queste parole con molta discrezione, e accettare il paragone con ogni riserva. — Su le lingue pràcritiche in generale, vedi R. Pischel, Grammatik der Prakrit-Spraehen (Strassbtirg, 1900, in Grundriss d. Inclo-Arischen Philologie und Altertumskunde, I. 8), pagg. 1-32. Su i prâcriti in rapporto specialmente con le lingue moderne dell’India, vedi A. F. R. Hoernle, A comparative Grammar of the Gaudian Languages, (London, 1880), p. XVIII e seg.; J. Beames, A comparative Grammar of the modem Argon Languages of India (London, 1872-1879), I. cap. I passim (ma sopratutto 2, 4, 5, 6).
  5. A. F. R. Hoernle and H. A. Stark, A History of India, Cuttak, 1906, pag. 1: «India is not so much a country, as a continent. Hence also it exhibite continental characteristics. One of these is that its inhabitants are of many races, many languages, and many religions. In a country this might have been different. Take, for example, France or Germany. Their people are of one race, one language, and one religion. But these they are merely countries. They are much smaller than India, which indeed si aboxrt seven times as large as either France or Germany. In fact, India is rather larger that the whole Continent of Europe, with Russia excluded».
  6. H. Jacobi, Das Rámáyana, Gesehichte and Inhalt, Bonn, 1893.
  7. II Barth in «Revue critique», 5 avril 1886, e «Revue de l’histoire des religions», XXVII (1893) pag. 288 sgg. e XLVI (1902) p. 195 seg.; il Grierson in «Indian Antiquary», XXIII p. 52. sgg.
  8. H. Jacobi. War das Epos und die profane Litteratnr Indiens urspriinglich in Prdhrit abgefasstf, in Z.D.M.G. (= «Zeitschrift d. deutschen Morg. Gesellschaft»), XLVIII (1894), pag. 407-417. Questo scritto è la base e la guida delle argomentazioni esposte nel presente articolo riguardo alla questione dell’originaria veste linguistica dell’epopea.
  9. Per brevità, indicherò il titolo di quest’opera con la sigla K. S. S.
  10. Cfr. Jacobi, l. c. pagg. 411-12.
  11. Cfr. Jacobi, l. c. pag. 412.
  12. Cfr. Jacobi, l. c. pag. 412.
  13. È noto che il Canone buddistico comprende tre sezioni: quella del Vinaya o disciplina, dei Sutra o prediche e racconti, dell’Abhidharma o metafisica.
  14. Sul Canone dei Giàina, vedi Weber, Ueber die Iteiligen Schriften de>Jaina, in Indisehen Studivi, XVI, p. 211 e sgg. e XVII p. 1 e sgg.
  15. The Upamitabhavaprapancâ Kathâ of Siddharshi, originally edited by the late P. Peterson, and continued by Prof. Doct. H. Jacobi, Calcutta, Bibliotheca Indica, 1899-1909. L’edizione è giunta al fascicolo XIII, e, per quanto m’informa l’illustre indianista dell’Università di Bonn, è imminente la fine della grande pubblicazione.
  16. Samaraicca Kahá, edited by H. Jacobi, Fasc. I-II, Calcutta, Bibliotheca Indica, 1908-9.
  17. Dhammapada pâlice edidit, latine vertit, excerptis ex commentario pâlico notisque illustravit V. Fausböll, Hauniae, 1855 — Una seconda edizione, senza commento, uscì a Londra nel 1900 — L’opera acquistò ben presto, per la pura grazia della esposizione e per la nobiltà della sua morale, una grande popolarità fra gli studiosi e le persone colte di Europa: fu tradotta molte volte in francese, in inglese e in tedesco. In italiano la rese P. E. Pavolini: Il Dhammapada, antologia di morale buddistica, Milano 1908 — in «Il Rinnovamento», Anno II, fasc. 5-6)
  18. Edita dall’Oldenberg, London, 1883 (Pâli Text Society).
  19. A. Weber, Das Saptaçatakam des Hâla, Leipzig, 1881.
  20. Cfr. R. Pischel, Grammatik. d. Prakrit-Spr., § 13.