Scola della Patienza/Parte prima/Capitolo III/P4

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PARTE PRIMA CAPITOLO III
§.4.I tristi sono felici e miseri i virtuosi

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La quinta causa è perchè l’afflizzione è un grandissimo argomento e un potentissimo stimolo del Profitto che facciamo. I maestri nelle scuole danno più da fare e caricano più quelli che sperano dover meglio riuscire. Di questa cosa sapientissimamente discorse quel Savio Romano in questo modo: perciò Iddio quei che prova e ama li indurisce, li riconosce e li esercita; ma quelli che pare che Egli li lasci fare e non li tocchi, li conserva così molli e delicati per i mali che han da venire. E fate errore a pensare che se ne eccettui alcuno. A quegli ancora che longo tempo sarà stato felice verrà la sua; e a quelli che pare si siano lasciati andare s’è differita la pena. Per qual cagione, Dio benedetto, quando c’è un huomo da bene gli manda infermità o con qualche altro incomodo lo affligge? Per qual cagione alla guerra le più pericolose imprese si [comandano] commettono ai più forti? Il Capitano manda i più scelti soldati che egli abbia ad assaltare di notte con occulte insidie i nemici; questi manda a far scoperta e a levarli il posto. E niuno di questi si lamenta con dire: il Capitano mi tratta molto male, ma si bene, che ha avuto giudizio e ha fatto benissimo. Dicano lo stesso tutti quelli ai quali è concesso il patire cose che ai codardi e vili sono flebili e dolorose: è parso a Dio che noi siamo degni per cui si mostri al mondo quanto possa patire la natura humana. Perciò Iddio osserva con gli huomini da bene il medesimo modo che tengono i maestri coi loro scolari, che fanno più faticare quelli dei quali hanno migliore e più certa la speranza. Credi tu forse che i Lacedemoni odiassero e volessero male ai loro figliuoli, quando volendo fare un saggio della loro buona o mala inclinazione, li facevano asprissimamente battere in pubblico? Gli stessi padri loro erano quelli che li esortavano a sopportare pazientemente quelle battiture e vedendoli già tutti quanti laceri e mezzo morti li pregavano che volessero perseverare a ricevere sopra le prime, nuove percosse. Che maraviglia dunque se Dio tratta con asprezza gli spiriti generosi. Non è mai molle e delicato l’ammaestramento della Virtù. Ci batte e ci strazia la calamità? Non è crudeltà, ma combattimento. Quanto più spesso ci eserciteremo in questo, tanto più forti diverremo. Il Signore castiga quello che egli ama. Nel qual senso dice S.Agostino egregiamente: (Li buoni travagliano perchè sono flagellati come figliuoli; i tristi stanno in testa perchè sono condannati come estranei: non temere dunque d’essere flagellato; ma si bene temi d’essere eshereditato e privato dell’eredità). Faraone Re dell’Egitto fece una ingiustissima determinazione contro i bambini degli Hebrei, ordinando alle [levatrici] raccoglitrici, che partorendo qualsivoglia donna hebrea un figlio maschio l’uccidessero. Origene espone così questa crudelissima commissione: (Se talvolta vedrai qualcheduno - che sarà raro, uno su mille – che si converta da dovero (?) a Dio, che cerchi le cose eterne, che fugga le delizie, ami la contineza ecc.. Subito Faraone, che è il Demonio dell’Inferno, cerca d’ucciderlo come maschio e lo combatte con mille sorte di macchine). E così nessuno deve meravigliarsi che i corvi si lascino andare liberi e si tengano strette le colombe, che i tristi siano felici e miseri i virtuosi. Soleva dire una volta Demetrio: (Niuna cosa mi pare più infelice ne più disgraziata di colui che non ha mai patito alcuna avversità). In questo medesimo senso diceva Biante “che quegli era infelice che non poteva sopportare l’infelicità”. Queste sentenze dei Savi vengono da quel Savio di Roma confermate in questo modo con un chiarissimo testimonio: (Io, dice, ti darò un breve modo da misurarti e vedrai se tu sei perfetto: è che, allora sarai tale, quando intenderai che i più infelici sono felici). Qual Cristiano sarà dunque quello che non giudichi di essere misero, solo perchè rarissime volte gli sopraggiungano le miserie? Seicento cause si possono attorno a ciò apportare.