Scola della Patienza/Parte seconda/Capitolo II/P1

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PARTE SECONDA CAPITOLO II
§.1. Della Compassione

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Geremia Dressellio - Scola della Patienza (1634)
Traduzione dal latino di Lodovico Flori (1643)
PARTE SECONDA CAPITOLO II
§.1. Della Compassione
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E’ un gran conforto ai miseri haver compagni nelle pene e il sapere che altri patiscono le medesime cose che lor [patiscono] patono e peggiori ancora, che niun si trova che non sia travagliato e che niuno da questo si può tenere esente. Con questa ragione, ammaestrando Christo i suoi, disse: (Voi sarete beati quando gli huomini diranno male di voi e vi perseguiteranno, poichè così ancora hanno perseguitato i profeti che furono prima di voi). E perchè la ragione sia più chiara disse ancora: (Se hanno perseguitato me, perseguiteranno ancor voi). Con la medesima ragione consolò S.Paolo i Tessalonicesi dicendo: (Voi havete imitato le chiese di Dio che sono nella Giudea perchè havete patite le medesime cose dalle vostre genti). Così medesimamente mostra come col dito agli Hebrei, che tutti gli huomini santi passarono per dispregi, per battiture, per prigioni, ceppi e catene, andando attorno malissimamente vestiti, coperti di pelle di capre, poveri, angustiati, afflitti, errando nelle spelonche, nei monti e nelle solitudini e che altri furono tentati, lapidati, feriti e tagliati in pezzi. E per confermarci meglio con gli esempi e con la generosa pazienza d’altri, ci ammonisce San Giacomo, acciocchè non ci pensiamo che quei che patirono tanto gran cose, fossero di ferro e di diamante e ci dice: (Cioè che Elia era un huomo passibile simile a noi). E così quelli come questi sentirono l’acerbità dei dolori come la sentiamo noi, ma perchè fecero più profitto nella Scuola della Pazienza perciò furono più pazienti di noi. Ne tanto dagli esempi, quanto dalle parole degli afflitti prendono conforto i poveri travagliati. Poichè fra le cose avverse impariamo a compatire gli altri e consolarli e a credere facilmente a coloro che hanno a patire cose simili. E questa è una delle cause principali per la quale andiamo tanti alla Scuola della Pazienza e habbiamo a essere si variamente afflitti, acciocchè uno compatisca al dolore dell’altro. E’ certo che chi ha provato la povertà non ha difficoltà in compatire i poveri, chi è stato spesse volte infermo subito compatisce gli infermi. E chi ha imparato in fatti ciò che sia esser disprezzato, tenuto in poco conto e da tutti calpestato, facilmente compatisce a quei che sono disprezzati, tenuti in poca stima e calpestati. E chi è caduto in povertà compatisce facilissimamente a coloro che hanno corso la medesima fortuna. Et essendo noi stati in diversi travagli habbiamo il medesimo sentimento ch’ebbe la Regina Didone quando disse: (Imparo a mie spese ad haver compassione dei poveri meschini). Onde saviamente disse Eschilo poeta: (Ogn’uno è pronto a condolersi con i tribolati e a sospirar con loro. Ma la forza del dolore a niuno penetra nel cuore). A questo si può benissimo aggiungere quel detto di Sofocle: (Quelli solamente che hanno provato le miserie si dolgono delle afflizzioni altrui).