Scola della Patienza/Parte seconda/Capitolo II/P3

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PARTE SECONDA CAPITOLO II
§.3. Della Astinenza

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Oltre della Compassione nella Scuola della Pazienza impariamo ancora l’Astinenza e la Temperanza. Vi son molte cose che mentre le possediamo ci pare di non potere starne senza, ma quando ci sono levate, noi stessi ci maravigliamo della facilità che sentiamo in non haverle. Si trova talvolta un mercante ricco e splendido che non sa uscire di casa se non è accompagnato da una buona comitiva di servitori, ma se questo a sorte cade in povertà, allora prova quanto sia facil cosa l’andar solo e senza compagnia. Si trova uno per viaggio, che per essergli subito fatto notte, non potendo per l’oscurità arrivare al destinato alloggiamento, è forzato a starsene in campagna e starsene la notte sotto a un albero, e perchè ha portato seco poca provisione è sforzato finalmente confessare e dire: io non sapevo di poter cenare con due denari. Vi è un artigiano che un tempo fu ricco e teneva buona tavola, ma perchè non volle affaticarsi e non attese alle sue faccende, consumò ogni cosa e ridotto in povertà, si riduce alla fine a mangiare la mattina un poco di insalata senza oglio e la sera a passarsela così a digiuno, o pure con una scodella di brodo senz’occhi e con un poco d’acqua fresca, onde poi va dicendo a se stesso: io non sapevo di poter vivere così parcamente. Vi sarà ancora qualcheduno di questi Postiglioni, o procacci, che haverà seppellito tutto il suo [avere] nelle hostarie e nelle taverne, e da cavallo restando a piedi: sia ringraziato Dio, dice, che di nuovo m’ha fatto levare in piedi. Io non sapevo prima quando me ne andavo a cavallo di poter così bene camminare. Così fa Dio con molti che con una salutifera penuria gli riduce alla mediocrità e alla temperanza. Vi sono molti che stanno così ostinati nel loro proprio giudizio, che dicono, uno: io non posso stare senza una buona tavola, l’inedia non fa per il mio stomaco. Un altro poi dice: io non posso far la vita mia senza compagnia. Quell’altro dice: ed io se non bevo molto bene sono come un pesce in secco. Ma quando la povertà o qualche altra calamità levano loro il cibo, i compagni, e il sonno e gli mutano il vino in acqua, allora sperimentano benissimo in fatti quanto sia facile il vegliare, il mangiare poco, il digiunare, l’esser privo del vino e dei compagni. La calamità è maestra della Temperanza. Nelle scarsezze impariamo la sobrietà e la parsimonia. E spesse volte non giova niente l’esser parco al fine. Quanti huomini grandi e nobili che noi habbiamo conosciuto, hanno imparato in una prigione a mangiare con pochissima spesa, che prima la lor tavola a pena era bastante a sostener tante vivande? Sentite, di grazia, una cosa maravigliosa che vi farà trasecolare, ed è cosa che fa molto al proposito nostro.
Pecchio Cisalpino, huomo assai industrioso e di grande animo, venne in odio a un Signore assai ricco e potente e facendo egli una volta un viaggio, dette negli agguati del suo nemico e così fu preso e come un gatto rinchiuso in un sacco fu portato in un castello. Quivi il povero Pecchio fu messo in una oscura e profonda prigione, e senza che alcuno di quei di casa sapesse mai che cosa passasse, fu dal Signore del Castello dato in cura ad un suo più fidato servitore, con ordine severissimo che senza far di ciò parola con nessuno l’andasse mantenendo di questa maniera: che non gli desse altro ogni giorno che un pezzetto di pane molto scarso e un pochetto d’acqua , con che quel meschino potesse non tanto lungamente vivere, quanto sentirsi continuamente e lentamente morire. Far questo mentre Pecchio era cercato per tutte le città e luoghi di quel paese; ne essendosi esso potuto trovare, fu trovato solamente il suo cavallo macchiato un poco di sangue. Laonde sospettandosi che egli fosse stato ucciso, furono fatte grandissime diligenze per trovarne l’autore. Alla fine furono ritrovati due coi quali si sapeva che una volta egli haveva havuto una certa rissa. Questi poveri meschini confessarono a forza di tormenti, se bene ciò non era vero, che essi l’havevano ammazzato. Onde essendo stati perciò condannati, ad uno fu tagliato il capo e l’altro fu impiccato. E così morirono quei meschini senza haver fatto quel delitto. O Signore come son grandi e profondi i vostri giudizi! Intanto quell’altro meschino se ne stava stentando in quell’oscurissima prigione, e con quel modo di vivere, o più tosto di morire, se ne passò lo spazio di diciannove anni. Non si spogliò ne si mutò giammai, ne pigliò mai altro in tutto questo tempo se non quel poco d’acqua e quel poco di pane che scarsissimamente gli era dato ogni giorno. Nondimeno, come egli stesso raccontò poi, ricordandosi sempre della misericordia di Dio e della sua Santisima Madre, havea sempre una gran fiducia e una fermissima speranza d’uscire un giorno di quella spelonca di morte. Fra tanto i suoi figlioli gli fecero fare le esequie come a morto e divisero fra loro l’eredità. Passati dunque tutti li detti diciannove anni in così dura prigione, se ne morì il padrone di quel castello nemico capitale di questo povero imprigionato. E volendo il successore ingrandire un poco e abbellire di nuovo il castello, ordinò che vi si gettassero a terra alcune fabbriche antiche. Arrivati che furono i guastatori a questa sotterranea fossa , che non havea altra entrata che un buco molto stretto, e gettato a terra tutto quello che poteva impedire la nuova fabbrica, trovarono questo povero huomo che a loro parve come un’ombra stigia con tutti i suoi vestimenti rotti con una barba lunga fino alle ginocchia e con i capelli sparsi per le spalle e tutti rabbuffati. Si stupirono quei lavoranti a uno spettacolo tanto inaspettato. E subito si sparse questo caso per tutta quella terra. Vi concorse gran moltitudine di gente come se havessero a vedere un qualche Satiro o qualche Fauno o altro simil mostro delle selve. Alcuni di quelli più pratici che vennero a vederlo furono di parere che questo huomo non fosse così subito esposto all’aria, acciocchè con così repentina mutazione non venisse a perdere o la vista o la vita. E così trattenuto per alquanti giorni all’oscuro, gli cominciarono a poco a poco a fargli vedere la luce. Quivi gli furono fatte molte domande come a uno che fosse ritornato in vita dall’altro mondo. Gli fu domandato chi egli fosse, di che casata, di che paese, donde fosse colà venuto, quanto tempo vi fosse stato ecc.. Alle quali cose rispondendo e raccontando ogni cosa per ordine, diede ad intendere a tutti la verità del fatto. Onde non solamente gli fu data la libertà, ma dopo d’esser ritornato alla casa sua gli fu ancor per ordine del Principe restituita la sua robba che i suoi figliuoli s’haveano fra di loro divisa. Ma quello che sopratutto fa a nostro proposito ed è degnissimo d’esser notato, è che questo Pecchio quando fu condotto in questa prigione havea il male della Podagra e grandemente ne pativa, ma col mangiare così parcatamente guadagnò questo, che non solamente non ne patì più mentre se ne stette in quella prigione, ma ne fu ancor sempre libero mentre visse. Quegli che scrisse questo fatto [Simon Maiol] a memoria dei posteri, egli stesso dice queste parole: noi parlammo con questo medesimo huomo e dalla sua propria bocca udimmo tutte le suddette cose nella Città di Milano l’anno 1566 del mese di Novembre.
Ecco come Dio conduce e riduce gli huomini dall’inferno. Ecco come una calamitosa povertà, non solo insegna l’Astinenza e la frugalità, ma dà ancora la sanità che per altra strada ne con qualsivoglia medicina si sarebbe giammai potuta riacquistare. Ma noi per il più habbiamo la testa tanto dura che quelle cose che dovremmo imparare di buona voglia non le impariamo se non per forza. Onde alla fine il maestro nella Scuola della Pazienza con gran ragione ci sollecita e ci riprende in questo modo: impara dunque per forza ciò che non volesti imparare di buona voglia. Galeno è di parere che giovino grandemente a qualcuno, quando gli sopravvengono, alcune subite infermità, e noi lo crediamo, come ancora che non sia d’alcun nocumento agli scolari della Pazienza il sentirle.