Scola della Patienza/Parte seconda/Capitolo II/P4

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PARTE SECONDA CAPITOLO II
§.4. Della Temperanza

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Geremia Dressellio - Scola della Patienza (1634)
Traduzione dal latino di Lodovico Flori (1643)
PARTE SECONDA CAPITOLO II
§.4. Della Temperanza
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Racconta Horazio una bella cosa ed è che un certo Opimio, ch’era un gran riccone, ma molto avaro, si ammalò gravemente e gli venne un gran letargo; e già l’erede tutto allegro se ne andava correndo intorno alle chiavi e alle casse. Vi erano alcuni che procuravano bene ad ogni lor potere di tener desto il povero ammalato con pungerlo, pizzicarlo, tirargli i capelli e altre simili molestie, ma non c’era il verso di cacciargli il sonno. Il medico che ancor’egli cercava d’aiutarlo con quella diligenza e fedeltà che poteva, fece mettere una tavola vicino al letto dell’infermo e sopra vi fece vuotare con gran strepito alcuni sacchi di denari, e che alcuni ancora li andassero contando. Cominciò poi a chiamare ad alta voce l’infermo, dicendogli: Opimio, o là Opimio, vedi che se tu non hai cura alla tua robba, già li tuoi buoni eredi ti levano ogni cosa. A queste parole Opimio aprì tanto d’occhi e svegliandosi da [padrone] dovero, cominciò a gridare dicendo: e che cosa è questa? Io non sono ancora morto e mi fate queste cose? Levatevi di quà canaglia, mali uccellacci, che? Veniste a lacerarmi vivo? O pure mi volete seppellire prima ch’io muoia per pigliarvi la mia robba? Adunque gli soggiunse all’hora il medico, se tu vuoi campare fa che tu procuri di stare vigilante. E a questo modo gli passò il letargo. Intendete questo voi cristiani? Il celeste medico delle anime vede ogni giorno infiniti Opimii per il mondo, che sono ammalati gravemente e oppressi da un profondo letargo, tanto che non si curano più della propria salute e sono per l’intemperanza loro tutti marci e guasti. Hor che deve fare in questo caso la sollecita cura di un fedelissimo medico? Tenta diversi rimedi per risanare l’infermo, ma poco gli giovano. Alla fine dunque o finge di levargli, o pur anche gli leva del tutto le più care cose ch’egli habbia , ad effetto e con intenzione di svegliarlo da quel mortale sonno, far che stia vigilante ed emendi i suoi mali costumi e a questo modo recuperi la perduta sanità. Finalmente l’infermo è forzato a confessare e dire: io certo mi pensavo di non haver tante forze da poter stare senza queste cose, d’astenermi da queste altre e da non conseguir quell’altre, ma hora come vedo, o perchè io voglio, o perchè devo, posso tutte queste cose, stò senza queste, m’astengo da quest’altre e non ottengo quelle e pure io vivo. La calamità è la maestra della Temperanza. Quel figliuolo Prodigo che haveva dissipato tutto il suo patrimonio, o come imparò bene a tollerare la fame, e come galantemente lasciò tutto il vizio della crapula? Era tanto grande la fame che haveva che si tenva felice di poter havere un poco di pane d’avena e quello che prima havea a nausea il pane bianco desiava poi riempirsi il ventre degli stessi cibi che mangiavano i porci, e quello ch’era peggio, non havea chi gliene desse. E però ricordandosi molto bene dell’abbondanza della casa paterna, dove non haveva mai conosciuto che cosa si fosse il brutto mostro della fame, cominciò fra se stesso ad esclamare e dire: non già, o chi mi portasse una gallina grassa o un buon cappone o un poco di pan fresco o bianco? Ma si bene: o chi mi desse un poco di pan muffo? Dove di grazia imparò egli, e da chi questa così gran temperanza? L’imparò dalla fame e ciò nella Scuola della Pazienza. E perciò ottimamente disse Eusebio: (La fame fu quella che richiamò colui che il troppo mangiare havea cacciato via). Poichè i falconi non ritornano mai dai suoi padroni se non sono forzati dalla fame. Noi altri ci crediamo che la fame sia un gran male, ma è molto maggiore l’intemperanza. Acciocchè dunque noi fuggiamo questa, Dio ci manda qualche volta quell’altra. Ci castiga con la fame per insegnarci ad astenerci dalle cose vietate e a questo modo le calamità ci servono per rimedi.