Scola della Patienza/Parte seconda/Capitolo II/P5

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PARTE SECONDA CAPITOLO II
§.5. Della Moderazione

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Geremia Dressellio - Scola della Patienza (1634)
Traduzione dal latino di Lodovico Flori (1643)
PARTE SECONDA CAPITOLO II
§.5. Della Moderazione
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Molto elegantemente disse Seneca: (Li gravi inconvenienti si rimediano con minori, quando l’animo non vuol star sotto la disciplina, nè si può sanare con cose più molli. Perchè non è buon rimedio, in tal caso la povertà, l’ignominia e la perdita della robba? Un male s’oppone all’altro). Se tu vuoi, che un infermo non tocchi un cibo che gli farebbe danno, la miglior cosa che si possa fare è, o non metterglielo dinanzi, o metterci tanto sale o tanto pepe che egli stesso subito lo getti. Iddio provvede alla nostra infermità, quando nelle cose che ci potrebbero far danno, ci mette tanto sale o pepe di tribulazioni e dispiacere, che ci fa passare la voglia di gustarle. Interpretando questo per un gran beneficio, S. Agostino dice così: (A chi si toglie la licenza di far male, utilissimamente si lega). Il che havendo egli benissimo provato in se stesso soggiunge: (Non scampai Signore dai vostri castighi, poichè chi è quello che ne possa scampare? Ma voi m’eravate sempre presente, castigandomi con misericordia e aspergendo d’amarissimi dispiaceri tutte le mie illecite amarezze, acciocchè a questo modo imparassi a star allegro senza offendenrvi). Tutto questo fa Dio acciocchè non ci piacciano con nostro danno le cose che ci farebbero male. Quindi è, o beatelli, ch’io vedo i vostri piaceri, ma non ve li invidio; perchè sò certo che sono molto ben salati e molto ben impepati. Tocchigli pure a sua posta chi si vuole scottare. Iddio si porta con noi altri come un cuoco molto destro e avvertito, perchè tutti i cibi che ci potrebbero far danno, come cocomeri, funghi, meloni e altre cosacce simili ce le condisce talmente, che di molta buona voglia le lasciamo stare. Et in cambio di queste cose così dannose ci manda il piatto reale della sua tavola. Potea parer un grande favore quello che faceva il Re David ad Uria, quando gli mandò dietro le vivande reali della sua tavola, come dicono le sacre historie: Secutus est eum cibus regius. Al medesimo modo il Re Nabuchodonosor ordinò che alli quattro giovinetti hebrei si dessero ogni giorno le vivande della sua propria tavola, e che mangiassero dei medesimi cibi, ch’esso mangiava, e bevessero del medesimo vino ch’esso beveva. Ma che sono questi cibi reali di Christo? E che cosa è questa sua bevanda? Non è altro che la penuria di tutte le cose, nascere, vivere e morire in estrema povertà. Dice il Salvatore: (Il mio cibo è il fare la volontà di quello che mi ha mandato e di finire l’opera sua). E che opera è questa? L’esser continuamente crocifisso perchè Gesù Christo N.S. dal primo istante, che cominciò a stare nel ventre della Beatissima Vergine conobbe che havea da esser crocifisso, quindi è che mentre visse fu sempre crocifisso per la continua memoria della morte sua. E domandando ancora ai due fratelli figli di Zebedeo, come se egli non lo sapesse: (Potete voi bere quel calice che ho da bere io?). Quel calice che mi ha dato il mio Padre, quel calice tanto amaro? Chi dice di non potere, imparerà nella Scuola della Pazienza. Avvezziamoci dunque a levarci le cose superflue; e il mangiare domi la fame e il bere la sete. Impariamo a signoreggiare le nostre membra e accomodiamoci a vivere non secondo gli esempi moderni. Avvezziamoci a mangiare senza fare banchetti ogni giorno e senza tante delicatezze, ad usare dei vestimenti per quello che sono stati trovati e habitare un poco più stretti. Impariamo ad accrescere la continenza, raffrenar la lussuria, e temperar la gola, mitigar l’ira, amare la povertà, osservare la Parsimonia e accomodiamo l’animo a pensar le cose future e eterne. Tutte queste cose si imparano nella Scuola della Pazienza, ma quei solamente che son diligenti e vogliono fare profitto. Fra tanto stiamo saldi in questo, di non lasciarci abbattere dalle avversità e di non credere alle prosperità. E’ cosa da huomo prudente il provvedere che non succeda il male ma è cosa da huomo forte sopportare moderatamente ciò che occorre.