Scola della Patienza/Parte seconda/Capitolo III/P3

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PARTE SECONDA CAPITOLO III
§.3. La Mortificazione

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Impariamo non solamente a far orazione nella Scuola della Pazienza, ma l’arte ancora di mortificarci. A questo proposito disse Clemente Alessandrino: (Si inselvatichisce la vite, e degenera in labrusche se non si pota; e l’huomo si sporta fuor del dovere se non è flagellato. Perchè come ai tralci se non si restringono se ne vanno tutti in pampini, fanno poca uva e questa ancora acerba, ma quando col ferro si castigano fanno uva buona, in più abbondanza e più dolce: non altrimente l’huomo che se continuamente non si cura con fatiche, miserie e con afflizzioni, come la vite con la ronca, tutto se ne va in vizi, come in tanti pampini, s’inferocisce, va lussuriando e s’inselvatichisce; ma se vien toccato dal ferro della calamità fa frutti abbondantissimi d’orazione, di penitenza, di pazienza e di mortificazione). Il nostro appetito sempre desidera cose vietate e, come sboccato e senza freno, se ne corre sempre alle cose nocive. E viene talvolta in tanta rabbia, che ti pare di sentire uno che dica: io non posso patire il freno, non posso star sotto regole, non voglio consigli, vado dove mi piace, voglio fare a modo mio. Ma questo tale al sicuro si va a precipitare, se qualcuno non si oppone a queste sue impetuose furie. Quivi il benignissimo Iddio fa parare in mezzo al corso questo sboccato e feroce cavallo, mentre con danni diversi e con diverse calamità e miserie l’incontra per domar questa indomita bestia. E si come quando un cavallo non si vuole lasciare cavalcare, gli si copre la testa con un mantello, così fa Dio con un uomo feroce e bestiale, gli mette in testa il mantello della malinconia e della tristezza acciocchè impari bene ciò che prima non voleva. Dice segnalatamente S.Agostino: (Il cavallo (dice questo Santo) non si doma da se stesso, come neanche l’elefante, ne l’aspide, ne il leone; così neanche l’uomo si doma, ma per domare il cavallo, il bue, il cammello, l’elefante, l’aspide e il leone si cerca un huomo: adunque per domare l’huomo si cerchi Dio). Ma questo nostro Cozzone mette ancor mano ai flagelli, e molte volte ci tratta, come trattiamo noi altri i nostri giumenti, i quali domiamo con freni, con bastoni, con flagelli, con pertiche e bisognando ancora col manico del forcone. Hor perchè ci lamentiamo quando Dio fa così con noi? Noi siamo giumenti di Dio come dice il Re David: (L’huomo quando se ne stava con la sua reputazione e onoratamente non se lo seppe conoscere, e perciò fu assomigliato agli sciocchi e stolidi giumenti e fu fatto simile a loro). Hor perchè non potrà Dio usar le sue ragioni in questi suoi giumenti e batterli, come più gli farà piacere, cioè castigarli con la povertà, con contumelie, con pianto e con mestizie? Non solamente ha domato Iddio con flagelli un Nabuchodonosor, un’Acab, un Manasse e un Antiocho, ma moltissimi altri ferocissimi leoni simili a loro, i quali deposero non solamente la ferocità, e lasciati i loro crudelissimi affetti, tornarono in se stessi e si mostrarono da huomini, dove prima li avresti giudicati tutti per bestie. Dice S. Agostino: (Che se il tuo giumento si lascia domare, che premio da te riporta? Neanche quando muore lo seppellisci. Ma Iddio remunererà la tua pazienza con darti il cielo, e dopo la tua morte ti ritornerà in vita e niente di te si perderà giammai. Con questa speranza si doma l’huomo, e chi lo doma è tenuto per intollerabile? Con questa speranza l’huomo si doma e contro un così utile domatore si mormora se forse talvolta adopera la sferza?). Habbiamo almeno tanto cervello quanto ne hanno le bestie. Queste se si attaccano a un cocchio, a una carrozza, a un carro, o ad un aratro e con la verga o con la sferza son percosse sanno almeno haver quelle bastonate, o perchè vanno fuor di strada o camminano troppo tardi, onde tornano subito su la strada o camminano più presto. Siamo ancor noi come persone ragionevoli, almeno tanto sagaci e scaltri, che quando uno è corretto dal Signore, vada fra di sè pensando e dicendo: adunque ho fatto male e sono andato fuor di strada: ecco che son richiamato con la sferza. E Dio sa dove andavo a parare se mi lasciavano andare? Ma dato che io sia sempre stato nella strada, perchè io camminavo troppo adagio, come una tartaruga, però con ragione i castighi mi avvisano ch’io faccia il debito mio. E così da ora in poi andarò un poco più presto. Sin’hora pareva che io dormissi, hora starò vigilante e non perdonerò fatica alcuna. Se non facciamo così, habbiamo manco cervello delle bestie, le quali, come si è detto, con le bastonate si riducono alla buona strada.